venerdì 31 agosto 2012

La Droga: uno strumento di politica globale



La Droga: uno strumento di politica globale

di Dmitrij Sedov

Sulla scia della Seconda Guerra mondiale, le elite politiche statunitensi e britanniche si ritrovarono ad affrontare la minaccia del socialismo su scala globale. Nonostante le incombenti perplessità circa il futuro, decisero di reagire mobilitando risorse – pubbliche e nascoste – al fine di implementare un programma di “Roll Back” atto a invertire l’avanzata comunista mondiale.

Un vero e proprio blocco sulla strada della mobilitazione anti-comunista era rappresentato dal fatto che la maggior parte della popolazione statunitense era diffidente verso un progetto di politica estera di così ampia portata. Per lo statunitense medio il mondo era rappresentato unicamente dall’America del Nord e l’interesse per la politica estera era minimo. A causa di questo radicato isolazionismo, negli Stati Uniti, agli esordi della Guerra Fredda, spese governative ingenti nella politica estera erano fuori questione. Inoltre la CIA, principale fonte economica nel reame della politica estera americana, rappresentava, per la maggioranza degli americani nell’epoca post-bellica, un’agenzia come un’altra, mentre in realtà questa stava diventando un protagonista chiave. Pur perseguendo l’impegno di portare a termine massicce operazioni mondiali, la CIA chiese alla Casa Bianca una licenza per inserirsi in fonti di finanziamento alternativi. La droga figurava come il business più remunerativo tra quelli più noti. La natura criminale del business dettava quindi le regole del gioco. Mentre alcuni dei guadagni erano effettivamente utilizzati a supporto di operazioni sotto copertura, altri erano deviati verso l’arricchimento personale di agenti e dirigenti dell’agenzia oppure rimanevano nelle mani di gruppi finanziari con potere di lobby nell’amministrazione statunitense. Di conseguenza, la complicità nel business della droga iniziò a diffondersi verso il livello più alto dell’establishment nordamericano.

Il primo caso rappresentante le connessioni tra la CIA e il business delladroga risalgono al 1947, anno in cui Washington, preoccupato dell’ascesa del movimento comunista nella Francia post-bellica, si associò con la nota e spietata mafia corsa nella lotta contro la sinistra. Dal momento che il denaro non poteva essere riversato nella sgradevole alleanza attraverso canali ufficiali, una grossa fabbrica di eroina venne istituita a Marsiglia con l’assistenza della CIA, che alimentava l’affare. L’iniziativa imprenditoriale impiegava abitanti del posto, mentre la CIA organizzava il ciclo degli approvvigionamenti, ed il terrore fisico e psicologico contro i comunisti in Francia al fine impedì loro di raggiungere il potere.

Successivamente lo schema adottato è stato replicato nel mondo. All’inizio degli anni ’50 la CIA dirigeva un network di fabbriche di eroina nel Sud Est Asiatico e con parte dei guadagni sosteneva Chiang Kai-shek, che combatteva contro la Cina comunista. La CIA iniziò quindi a patrocinare il regime militare in Laos, rafforzando i propri legami nella regione del Triangolo d’oro comprendente Laos, Tailandia e Birmania, Paesi che hanno contribuito per il 70% della fornitura globale di oppio. La maggior parte della merce era diretta a Marsiglia e in Sicilia per il trattamento effettuato dalle fabbriche gestite dalla mafia corsa e siciliana. In Sicilia, l’associazione criminale che gestiva diverse fabbriche di droga era stata fondata da Lucky Luciano, un gangster americano nato in Italia e rideportatovi dopo la Seconda Guerra mondiale. Le informazioni non classificate non lasciano alcun dubbio circa il lavoro che Luciano svolgeva per l’intelligence americana. L’uomo è stato, senza grosse motivazioni, rilasciato dalla prigione americana nel 1946 prima di aver scontato la sua condanna; l’associazione criminale italiana che operava sotto il controllo statunitense condivideva i guadagni con i patroni americani, i quali utilizzavano il denaro per portare avanti una guerra segreta contro il partito comunista italiano.

La CIA continuò a prelevare denaro dal Triangolo d’oro durante la Guerra del Vietnam. La droga proveniente da questa regione veniva trafficata illegalmente negli Stati Uniti e distribuita a basi militari americane all’estero. Ne deriva che molti dei veterani della Guerra del Vietnam sono rimasti segnati non solo dalla guerra, ma anche dall’uso di narcotici. Le attività legate al traffico della droga portate avanti dalla CIA dovevano rimanere segrete, ma evitare di venire a conoscenza di azioni così gravi era difficile. Uno scandalo enorme scoppiò infatti negli anni ’80 coinvolgendo la banca Nugan Hand di Sydney, con filiali registrate alle isole Cayman, e il precedente direttore della CIA W. Colby avente funzione di consigliere legale. La CIA ha utilizzato lasuddetta banca per operazioni di riciclaggio di denaro sporco nella gestione dei proventi derivanti dal traffico di droga e armi in Indocina.

La geografia dei traffici di droga appoggiati dalla CIA si ampliò costantemente. Negli anni ’80, lo scambio armi per droga è stato replicato per finanziare i Contras del Nicaragua, ma dopo essere stato scoperto il Comitato delle relazioni estere del Senato americano ha dovuto aprire un’inchiesta. Una frase del rapporto del Senato sul famoso accadimento affermava: “I decisori statunitensi non erano immuni all’idea che i soldi della droga fossero una soluzione ideale al problema del finanziamento del Contras”. Questa dichiarazione, in linea generale, potrebbe dimostrare che le attività della CIA erano strettamente collegate alla politica estera americana. Il business della CIA nel narcotraffico si è diffuso senza precedenti quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica entrarono indirettamente in conflitto in Afghanistan. La comunità dell’intelligence americana finanziò generosamente i Mujahiddin, in parte con i soldi derivanti dal narcotraffico. Gli aerei statunitensi che consegnavano armi alla nazione rientravano carichi di eroina. Secondo giudizi indipendenti, all’epoca, circa il 50% del consumo di eroina negli Stati Uniti proveniva dall’Afghanistan.

La mafia, la CIA e George Bush di Pete Brewton (New York: S.P.I. Books, 1992) offre una serie di dati concreti che provano i legami esistenti tra il direttore della CIA e il Presidente americano G. Bush e la mafia. Lo stesso Presidente, in certe fasi della sua carriera, combinò la propria funzione pubblica con la politica e il business della droga. L’establishment americano ha concluso che ladroga oltre ad essere stata impiegata per circostanze politiche, potrebbe tornare utile nel raggiungimento di obiettivi geopolitici di lungo termine. Quando P. Brenner divenne capo di Baghdad con un’autorità che nemmeno S. Hussein si sognava, non fece alcun tentativo per innalzare una barriera contro l’ondata del narcotraffico che travolse l’Iraq. Inoltre è importate notare che il business della droga, durante il governo di S. Hussein, era un problema inesistente nel paese. “Questa è la panacea di ogni rivolta. Drogateli, rendeteli dipendenti come pesci affamati. In seguito, dopo aver preso il controllo della loro radio e televisione, storditeli con la propaganda…”. BAGHDAD: la città che non ha mai visto l’eroina, una dipendenza mortale, fino a Marzo del 2003, ora è sommersa di stupefacenti, inclusa l’eroina.

Secondo un rapporto pubblicato dal giornale “The Indipendent” di Londra, i cittadini di Baghdad si lamentavano che la droga, come l’eroina e la cocaina, erano smerciate per le strade delle metropoli irachene. “Alcune relazioni suggeriscono che il traffico di droga e armi era sostenuto dalla CIA, al fine di finanziare le sue operazioni segrete internazionali”, scrive Brenda Stardom. Nel suo rapporto, un abitante di Baghdad spiegava: “Saresti impiccato per il traffico di droga. Ma ora si può ottenere eroina, cocaina, qualsiasi cosa”. I civili tossicodipendenti non hanno nessuna volontà di resistere, mentre la trionfante Washington, che ottenne le risorse del paese, è incurante del fatto che questa gente è condannata all’estinzione.

* * * * * *

L’operazione anti-terroristica lanciata immediatamente dopo il dramma dell’11 Settembre è giunta a conclusione in Afghanistan 11 anni dopo. Washington tratta la questione come un successo, ma evitare l’opinione pubblica genera gravi effetti collaterali. L’Afghanistan è stato abbandonato in uno stato di distruzione, con interi villaggi annientati, migliaia di persone decedute, prigionieri, campi di concentramento e rifugiati in tutto il paese.
Sconfiggere il business della droga era l’obiettivo più pubblicizzato dell’intera Guerra al terrore americana, ma il risultato e gli obiettivi della campagna erano completamente diversi. Nelle mani della coalizione occidentale, l’Afghanistan si è trasformato nel principale produttore mondiale di droga. Gli USA e il business della droga si sono intrecciati sin dalla fine del secondo conflitto mondiale. Per Washington, la droga è stata a lungo un elemento strutturale della politica estera, oltre all’enorme mercato nero mondiale che alimenta l’economia “legittima” dell’Occidente… Un dollaro destinato al commercio della droga rende fino a $12.000, nella migliore delle ipotesi. Il costo dell’eroina afgano aumenta nettamente man mano che ci si sposta a nord del Paese – in Pakistan ammonta a circa $650 al chilo, $1.200 in Kyrgyzstan, raggiungendo i $70 al grammo nella città di Mosca. Un chilo di eroina equivale a 200.000 dosi e una dipendenza disperata inizia dopo 3 o 4 dosi.

Il capitale “legittimo” sarebbe temporaneamente insostenibile senza il trascinante mercato nero globale. Entrambi i componenti dell’economia mondiale sono incentrati sugli Stati Uniti. Washington è consapevole che la produzione di droga può essere messa in atto solo dopo aver soddisfatto il requisito principale, cioè che gli utili finali non creino un effetto a cascata sul produttore. Diversamente, il mercato nero si sgretolerebbe all’istante. La mafia che gestisce il traffico di droga in linea riesce ad ottenere il 90% dei ricavi dall’eroina. Accanto ad altri soggetti coinvolti nel traffico, coloro chelavorano la materia prima ricevono il 2% del guadagno, gli agricoltori di papavero il 6% e i commercianti di oppio il 2%. La produttività del mercato nero utilizza anche aree coltivate a prezzi marginali. Promuovere un conflitto armato nella zona agricola è il modo più semplice per attenuare i costi richiesti dagli agricoltori, considerando che le armi sono la merce con più alto valore equivalente. La formula è che più sanguinoso è il conflitto e più alti sono i ricavi dalle vendite di armi e droga. L’instabilità, associata al controllo del disordine, rappresenta il motore del mercato nero. I due fattori armonizzano la domanda e l’offerta, tuttavia per assottigliare i costi e non avere difficoltà occorre diffondere aspirazioni separatiste. Il comandante della situazione dovrebbe impegnarsi con gruppi etnici, clan o fazioni religiose piuttosto che con enti statali.

L’Afghanistan ha distribuito un totale di circa 50 tonnellate di oppio durante la metà degli anni ’80, ma la cifra è balzata a 600 tonnellate entro il 1990, un anno dopo il ritiro dei sovietici. Dopo aver sequestrato il 90% del territorio afgano e preso controllo della coltivazione di papavero locale, i talebani si sono scrollati di dosso la presa della CIA e del dipartimento di Stato americano, causando la perdita della quota statunitense dei circa 130 miliardi di dollari di profitto che la mafia poteva ottenere se le forniture venivano incanalate con successo in Asia centrale. Riprendere il controllo della produzione di eroina dal potere dei talebani era l’obiettivo fondamentale dietro la campagna statunitense in Afghanistan. Al momento la missione è compiuta, gran parte dell’eroina viene acquistata e trasmessa dalla CIA e dal Pentagono ad altri paesi. Dopo aver costruito le basi militari in Kyrgyzstan, Uzbekistan e Tagikistan e insediato il governo di H. Karzai, Washington ha aperto nuove rotte di approvvigionamento, eliminando i concorrenti e facendo sì che la capacità degli stabilimenti di trasformazione dell’oppio in eroina non siano mai privi di lavoro.

Al momento, l’Afghanistan rappresenta il 75% del mercato globale di eroina, l’80% del mercato europeo e il 35% del mercato statunitense. Circa il 65% del rifornimento di droga dell’Afghanistan attraversa l’Asia centrale post-sovietica e anche se questa disposizione sarà leggermente modificata, il traffico persisterà anche dopo il ritiro della coalizione occidentale dall’Afghanistan. L’alleanza criminale tra la CIA e i talebani è un fatto noto e non svanirà. Attualmente, i gruppi criminali albanesi del Kosovo possiedono un ruolo di primo piano nel commercio internazionale della droga. L’indipendenza del Kosovo dalla Serbia ha permesso agli Stati Uniti di pianificare un nuovo punto di appoggio per il business della droga, con particolare riguardo all’Europa. Oltre un milione di albanesi risiedono in Europa occidentale e la maggior parte di loro sopravvive grazie a diversi affari illegali, soprattutto quello della droga. Senza dubbio, gli Stati Uniti hanno deliberatamente presentato all’Europa un problema che d’ora in poi aumenterà.

Secondo l’agenzia anti-narcotici russa, circa 100.000 persone in tutto il mondo – più di quante uccise dall’esplosione nucleare che distrusse Hiroshima – muoiono ogni anno a causa degli stupefacenti provenienti dall’Afghanistan. In questo contesto, in Russia, il bilancio è di circa 30.000 vittime. L’agenzia russa sul controllo della droga afferma che la produttività è raddoppiata negli ultimi dieci anni e ad oggi il 90% delle dosi di droga consumate globalmente – un totale di 7 miliardi – rappresentano eroina. La tossicodipendenza sta invadendo l’odierna Russia e nel mix con l’abuso di alcool sta mettendo in pericolo l’esistenza stessa della nazione. La Russia è molto attiva nell’incoraggiare la lotta internazionale contro la droga – il Ministro degli esteri S. Lavrov, per esempio, ha ricordato al forum anti-droga 2010 che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite osserva il problema della droga come una minaccia alla pace e alla sicurezza globale. Il suo punto di vista era che il mandato della coalizione in Afghanistan dovrebbe essere aggiornato per includere delle misure ben più robuste, incluso lo sradicamento dei campi di oppio e lo smantellamento delle fabbriche di droga. I passi per contrastare la produzione di stupefacenti in Afghanistan dovrebbero essere altrettanto decisi di quelli scattati in America Latina contro il traffico di cocaina, afferma Lavrov sottolineando anche, che un coordinamento in tempo reale tra la Russia e la NATO, lungo il confine con l’Afghanistan, potrebbe essere di grande aiuto. Mosca ha mandato per anni segnali in merito, ma l’atteggiamento della NATO sembra essere impassibile.

Il capo dell’agenzia russa del controllo della droga V. Ivanov ha affermato nel 2010 che la Russia ha fornito delle informazioni riservate agli Stati Uniti e all’amministrazione afgana riguardo 175 stabilimenti di droga in Afghanistan, eppure nessuno di questi è stato smantellato. I fondi continuano quindi ad accumularsi sui conti bancari di coloro che gestiscono questi traffici ed è chiaro che questa condizione richiede un fronte anti-narcotico molto più ampio. Mosca perderà solo tempo e vedrà sempre più russi morire se attende una mossa dell’Occidente per sottoscrivere tali iniziative. È giunto il momento di adottare misure drastiche contro coloro che diffondono la morte confezionata in dosi.


(Traduzione di Angela De Martiis)

mercoledì 29 agosto 2012

La sindrome di Stoccolma



di Marcello de Angelis (Secolo d'Italia)


Tra le tantissime polemiche estive, sicuramente degna di nota è quella tra Famiglia cristiana e Comunione e liberazione. Il settimanale cattolico ha accusato la platea dell’annuale festa di Rimini di una tendenza alla standing ovation nei confronti del potente di turno: ieri Berlusconi, oggi Monti. 

Lasciando da parte gli applausometri, dalla kermesse di Cl sono uscite non poche dichiarazioni che, in chiaro o meno, suonavano come un auspicio o almeno una fatalista accettazione di un prolungamento della cura Monti. Vittadini, della Compagnia delle opere, come Bonanni, della Cisl, si sono apertamente schierati con Casini nell’auspicare una rinomina di Monti. 

Non passa giorno che il Messaggero – che è sempre il quotidiano di Caltagirone – non pubblichi editoriali che sostengono il fallimento del maggioritario e auspicano un ritorno al proporzionale e soprattutto alla possibilità per i partiti (che torneranno ad essere molti e di varie dimensioni) di fare accordi di governo e di programma dopo le elezioni anziché prima. I commenti in oggetto non mancano di sottolineare che con gli attuali sondaggi nessun partito sarebbe in grado di determinare la formazione di un governo e quindi, inevitabilmente, ci vuole una grande intesa e Napolitano deve favorirla. 

Ma per fare questo Napolitano deve essere ancora al Quirinale e quindi bisogna anticipare le elezioni per non permettere che la prossima fase sia gestita da qualcun altro. Quindi, dinanzi all’evidente disastro sinora compiuto dal governo tecnico e dalla politica del più tasse per tutti, facciamo finta di credere al libro dei sogni presentato da Monti nei giorni scorsi col pacchetto di proposte per la crescita. Diciamo che finora Monti ci ha fatto male, ma ce lo siamo meritato, che la medicina è amara ma poi arriverà lo zuccherino, che anche le mazzate servono per educare i bambini. 

E gli italiani sembra che a furia di mazzate siano stati educati a dovere. E chi non la pensa così – ovviamente – è un fascista...

martedì 28 agosto 2012

Montepulciano: striscione contro la chiusura del Tribunale




Montepulciano. Nella notte di  lunedì 27  i ragazzi di Casaggì Valdichiana hanno affisso uno striscione, contro la chiusura del Tribunale di Montepulciano, che recita “LA GIUSTIZIA NON SI TAGLIA”.
“Il Palazzo di Giustizia di Montepulciano è interamente di proprietà del Ministero di Grazia e Giustizia, quindi  non gravato da spese per l’affitto. Il il Tribunale di Siena non è sufficientemente grande per accogliere il personale proveniente da Montepulciano e Poggibonsi,sarà dunque necessario l’affitto o l’acquisizione di nuove strutture con conseguente aumento dei costi.”
“Oltre al problema delle strutture –Prosegue la nota -  si aggiunge quello del rimborso delle trasferte dei testimoni,al quale attualmente non hanno diritto date le brevi distanze che intercorrono tra Montepulciano e il resto del territorio sotto la sua giurisdizione. Senza contare l’aumento in termini di tempo della distrazione del personale di Polizia dai compiti di Istituto.
L’aumento dei costi diretti per l’amministrazione si accompagnana alle spese che andranno a scaricarsi sul personale del Tribunale poliziano e su tutti i cittadini che dovranno recarsi a Siena fin dall’estremo sud della provincia.
Considerando anche il fatto che a parità di sopravvenienze in materia penale il Tribunale di Montepulciano non conosce la prescrizione, non si capisce come si possa migliorare il servizio reso ai cittadini, accorpandolo ad un tribunale già eccessivamente oberato di cause. Non indifferente sarà,inoltre,il notevole impoverimento economico e culturale a cui le nostre zone andrebbero incontro con la soppressione del Tribunale e conseguentemente dell’ Agenzia delle Entrate,della Compagnia dei Carabinieri e della Tenenza della Guardia di Finanza.”
“Vogliamo inoltre sottolineare – Conclude la nota - il completo disinteresse delle istituzioni locali, le quali non hanno preso una posizione ufficiale. Proprio per questo non faremo mancare la nostra presenza sul territorio  per informare i cittadini sulla possibilità di sottoscrivere la Legge di Iniziativa popolare, presso tutti i Comuni del circondario, contro la soppressione del Tribunale.”

I Ragazzi di Casaggì Valdichiana

domenica 26 agosto 2012

Banchieri e agricoltori


di Maurizio Blondet

Finalmente anche i grandi Media si sono accorti che nel mondo manca il cibo, e che nei Paesi della povertà scoppiano tumulti per il pane (o il riso) rincarato.Ovviamente, forniscono il risaputo elenco di cause: aumentati consumi cinesi e indiani, global warming, cereali destinati a bio-carburante anziché all’alimentazione; e infine la speculazione: gli investitori speculativi (hedge fund) sono lì a guadagnare sui rincari, puntando su ulteriori rincari e con ciò provocandoli. Ma tacciono la causa primaria della carestia avanzante, che è la dittatura globale della Finanza, di un’economia in cui i valori sono esclusivamente monetari.

La Finanza, semplicemente, odia l’agricoltura. La odia da sempre. Perché? Anzitutto perché l’agricoltura non consente i profitti del 20-30% almeno che la speculazione esige ed ottiene dalle industrie, specie avanzate, e dai trucchi del marketing. Una tela blu che si produce a chilometri e costa quasi nulla, confezionata in un jeans che costa alla fabbrica forse 1,5 euro, si può vendere a 200 euro se vi si appone il marchio Dolce&Gabbana: questo sì che è profitto, ragazzi! L’industria può essere incitata a produrre più merci con costi minori (meno lavoratori, più produttivi). I servizi, specie quelli immateriali, possono rendere il 40-50%. L’agricoltura no. Resta inchiodata, con ostinazione primordiale, ai rendimenti naturali: 3-4%, magari 8-10% per colture pregiate, o che il marketing riesce a dichiarare pregiate. Dal punto di vista della Finanza, non conviene investire nella produzione agricola. Aumentare il concime chimico sui campi, spendere di più in gasolio per i trattori e in benzina per gli aerei da inseminazione estensiva, non porta ad aumenti di produzione proporzionali. Soprattutto, il maggiore investimento non accelera la produzione. Per quanto concime si butti, il grano ci mette sempre un anno a maturare. Per quanti ormoni inietti nella vacca, per quanto la alimenti di soya, quella non farà il vitello che nei soliti nove mesi. Questa lentezza fa impazzire di rabbia gli usurai. Tanto più li esaspera la coscienza torbida che tutti i loro valori - quelli quotati in Borsa e sui mercati- dipendono, in ultima analisi, da quel solo valore, il cibo, prodotto con quella lentezza naturale. Il dollaro e l’euro non valgono quello che dicono i mercati, se il grano rincara (come è avvenuto) del 200% in sette anni: valgono del 200% in meno. Le azioni, le obbligazioni, i derivati, incommestibili, perdono ogni valore per la gente che non ha da mangiare.

Ma quello che davvero li manda in bestia è questo fatto: che, per giunta, le messi e i raccolti sono un dono. Qualcuno, alla base dell’economia, regala le cose: ciò davvero fa rabbia agli usurai. Sì, il contadino si affatica, spende e s’indebita per comprare carburanti e concimi; ma il processo di fabbricazione, quello per cui il seme diventa una spiga che moltiplica i semi, o un fiore si tramuta in albicocca turgida, non è lui a padroneggiarlo. Avviene da sé. Ed è gratis. Il contadino lo sa benissimo, e quando vede il suo grano dorare, lo chiama “questo ben di Dio”. Il che è, per la Finanza, imperdonabile. Il contadino, posta in opera tutta la sua tecnica e la sua sapienza e il suo lavoro perché il dono annuale possa avvenire, poi, prega: che la grandine non devasti il frutteto, che il verme non roda l’uva e le grandi foglie del tabacco. Altro riconoscimento che il prodotto, alla fine, non dipende da lui. Altro fatto degno della massima punizione.

Non sto idealizzando il contadino. Quando ero ragazzino (parliamo di cinquant’anni fa), ho passato estati in casa di parenti contadini toscani, e due cose mi stupivano di loro: quanto bestemiassero, e quanto mancassero di quattrini. Non mancavano di cibo, né lo lesinavano a me ragazzino che stavo con loro un mese o più: il coniglio arrosto, l’uovo fresco, il pane con l’olio, la zuppa di fagioli, li davano con generosità, per loro non erano un costo, o non lo calcolavano, perché per loro era gratis. Mancavano però di denaro contante: comprare un paio di scarpe era una rarità, persino il sale - che andava comprato - era una spesa da fare oculatamente (il pane toscano è senza sale, come sapete). La tavola era abbondante, ma il portafoglio era vuoto, e i contadini erano tirchi. E bestemmiavano. Ora capisco che le due cose sono in relazione. È la Finanza che ha fatto sempre mancare i soldi ai contadini. Il mercato - quello vero - a cui portavamo i polli e le uova, il grano e le pesche, non pagava che il minimo indispensabile. In contanti, l’uovo valeva poco o nulla. Si tornava dal mercato con pochi spiccioli, bestemmiando. Anche voi bestemmiereste: tanta qualità di lavoro qualificato - perché il contadino toscano possedeva conoscenze stupefacenti sulla rotazione agricola, sul trifoglio che fertilizza la terra mentre nutre le vacche, sulla luna esatta in cui fare gli innesti, su una quantità di segreti e misteri che da ragazzino mi sarebbe piaciuto imparare - e tanto mal compensato.

Oggi, nella Finanza, questi saperi si chiamano know-how, saper-come-fare, e sono apparentemente molto apprezzati; la realtà è che sono apprezzati (in milioni di euro) il know-how del pubblicitario e della velina, dello speculatore Soros e dell’usuraio, ma già il know-how dell’ingegnere è pagato molto meno, e quello del contadino meno di tutti. Perché meno di tutti? Come ho detto, perché l’aumento dell’ investimento non ha rapporto con l’aumento del prodotto. Anzi peggio: il ciclo agricolo ideale consiste nel risparmiare gli investimenti, ridurli al minimo indispensabile in cui il dono possa avvenire. Idealmente, è un ciclo chiuso di auto-produzione. Il concime è un sottoprodotto del bestiame e degli uomini (sterco, urina, strame fermentante), che non costa nulla - e ci mancherebbe che la cacca costasse.Le sementi, una quota del raccolto messa da parte. Mettetevi nei panni dello speculatore che vede il contadino tendere a non chiedere capitale per comprare il concime, perché lo strame delle sue mucche glielo dà gratis. Il suo pensiero è: Crepa allora, villano! Ti farò sputare sangue! E infatti, sin dall’alba della storia, l’agricoltura è il settore più radicalmente espropriato. Perché, pur essendo il settore su cui si basa tutta l’economia monetaria (non a caso è definito settore primario), essa è sostanzialmente estranea all’economia. Èaltro, è la fonte primaria di abbondanza. In essa, il lavoro umano non si misura ad ore, è fatica estrema che nessuna moneta può pagare, né nessuna Moody’s valutare: esattamente come il travaglio della mamma che partorisce un nuovo uomo. Sicché, da sempre, gli usurai hanno fatto di tutto per indebitare l’agricoltore. Da sempre, lui mancando di soldi per le scarpe e il sale, gli hanno comprato il grano in erba, naturalmente con uno sconto: il tuo grano maturo varrebbe cento? Te lo compro sul campo, però a 40. Sai, se grandina, mi accollo il rischio finanziario... Il contadino, bestemmiando, china il capo.

L’acquisto del grano in erba, che verdeggia sul campo, è il primo future, il primordiale prodotto finanziario derivato, su cui tutti gli altri sono modellati. Oggi che la Finanza esercita la sua dittatura totale e incontrastata sul mondo, l’esproprio agricolo tocca ovviamente il limite estremo. Contadini indiani conoscono da millenni una pianta che produce naturalmente un pesticida? La ditta di bio-tecnologie quotata in Borsa si affretta a brevettarlo: ora i contadini indiani dovranno comprare il loro pesticida alla ditta di Wall Street. Bisogna impedire al contadino di avere le sue proprie sementi: ecco la Monsanto offrirgli quelle brevettate, ibridi, OGM, ossia sterili. I chicchi che produce il grano OGM, anche seminati, non danno frutto. Ogni anno il contadino dovrà ricomprare le sementi. A credito. È tutto così, naturalmente: l’offerta di concimi chimici, di macchinari, di biotecnologie, il marketing, le assicurazioni contro la grandine (così non avrai bisogno di pregare, villano), tutto è teso allo scopo unico: finanziarizzare l’agricoltura, renderla asservita al debito e al denaro, estrarne profitti innaturali. Naturalmente, la liberalizzazione mondiale dei commerci, imposta dal guardiano WTO della Finanza, e dalle burocrazie sue serve strapagate, ha lo stesso scopo: trasformare il cibo totalmente in merce esportabile, dunque pagabile. Perché coltivate grano e producete latte in Europa, dove la manodopera costa, e l’agricoltura è diventata anti-economica (a forza di investimenti)? Compratelo dalle zone del mondo dove il grano costa meno, è competitivo, è concorrenziale. Volete perseguire l’autosufficienza alimentare? Vecchie sorpassate teorie, autarchiche. Anzi, peggio: la battaglia del grano era fascista, dunque è il Male Assoluto! Oggi c’è il libero commercio, il gran mercato che vi offre tutte le merci al prezzo più competitivo! Così, l’eurocrazia ha abolito i sussidi all’agricoltura europea.

Ha pagato altri sussidi, a dire il vero: ma per ammazzare le vacche, ha pagato per lasciare incolti i campi –e sono di colpo finiti i surplus. Caso strano, in USA invece i sussidi all’agricoltura sono stati promossi, ma per uno scopo: per i bio-carburanti. Produci mais da biofuel, e noi ti copriamo i costi, ha detto la Finanza (con la voce della Casa Bianca) al contadino: e lui s’è buttato, il 16-18% dei terreni americani produce per il biocarburante. Per mettere 50 litri di bio-etanolo nel serbatoio dell’auto, si consumano 238 chili di granturco.Sussidi di stato tornano, ma per la speculazione, per la Finanza monetaria. E il mais da etanolo si potrebbe seminare su terreni marginali; ma no, vogliono che occupi i terreni primari, buoni per l’alimentazione umana. Non è certo un caso. Perché il modo ultimo, finale e definitivo, per finanziarizzare l’agricoltura, è provocare la scarsità. Allora ciò che nasce gratis ha finalmente un valore quotato. E permette di estrarre profitti favolosi. Finalmente il frumento sale come le azioni, il 200% in otto anni!

sabato 25 agosto 2012

Le nuove maglie di Casaggì!




Sono in vendita le nuove maglie di Casaggì. E' possibile trovarle in via del Poggiolo 3 o, eccezionalmente, ad Atreju 2012, la festa nazionale della destra giovanile che si terrà a Roma dal 12 al 16 settembre, al Colosseo. Sono presenti in tre taglie (s,m,l) e in sette colori (grigio, rosso, bordeaux, verde bottiglia, rosa, azzurro, beige), al prezzo di 15 euro. Il ricavato andrà ad autofinanziare la Comunità militante.

Religione s.p.a



tratto da Azione Tradizionale

In un’epoca di decadenza, come quella in cui ci troviamo a vivere, tutto diviene oggetto di speculazione economica. Anche il “sacro”. Così la modernità, dopo aver trasformato il rapporto dell’uomo con Dio in una grottesca contraffazione, ora ne fa un oggetto di compra-vendita. Fenomeno così diffuso e radicato, che il sito di aste online più famoso del mondo ha deciso di limitarne l’espansione. Ovviamente, non per limitare l’odioso fenomeno in quanto tale, ma per le tantissime richieste di rimborsi a fronte di incantesimi e preghiere “non funzionanti”! Il business è business…

Se avete deciso di affidarvi a un colpo di magia per far innamorare qualcuno che non vuole accorgersi di voi, non vi restano che pochi giorni per provarci attraverso eBay: a partire dalla fine di agosto il sito di aste più famoso del mondo ha deciso di mettere al bando la vendita di incantesimi e preghiere, dando una severa sforbiciata alla sua categoria “Metafisica e New Age” contenuta nella sezione “Altre categorie”. Troppo difficile dimostrare se funzionano o meno, i clienti insoddisfatti protestano ed eBay ha deciso di intervenire: niente più “consigli, incantesimi, maledizioni, stregonerie, prestidigitazioni, illusionismi e servizi magici” ma anche “preghiere e benedizioni”.

Lo ha scoperto il Daily Telegraph dedicando alla notizia uno spazio in prima pagina, e spiegando che continuerà invece a essere consentita la vendita di oggetti concreti come amuleti e libri di magia, cristalli e tarocchi, polveri magiche e altre amenità esoteriche. Oggetti, oltretutto, molto offerti e molto richiesti: nel sito con suffisso “. com” ci sono più di 37mila cristalli magici “curativi”, mentre l’Astrologia ha più di ottocento vendite in corso.

Sulla versione italiana del sito, invece, l’intera categoria “metafisica” ha più di duemila annunci, e parecchi finiranno sotto la scure delle nuove regole. Ma se dai venditori italiani sarà una falcidie quasi esclusivamente di cartomanti, come il “consulto di cartomanzia approfondito sensitiva famosa” in vendita a 10 euro e rotti, dall’Inghilterra sparirà un lungo elenco di assai più inquietanti proposte di incantesimi di magia nera per maledire i nemici o dissolvere gli amori altrui.

venerdì 24 agosto 2012

La Cina è vicina, ma la "crisi" non è di casa


tratto da Azione Tradizionale

Abili imprenditori? Forse, però sicuramente dietro la gigantesca espansione cinese (+ 26% nell’ultimo anno) c’è la sempiterna mano del riciclaggio di capitali mafiosi. Anzi, di capitali che per mole e disponibilità, assomigliano tanto ad un ben mascherato piano di penetrazione commerciale e sociale dello stato cinese in tutto il mondo. Quello che, infatti, l’Italia dell’emigrazione non è mai riuscita a sfruttare - cioè la “rete” dei suoi cittadini all’estero - la Cina riesce perfettamente ad utilizzare ai propri scopi.
L’imprenditoria cinese non teme la crisi, anzi. Le attività vantano nel Lazio, come in tutto il Paese, il segno più. E’ il dato che emerge dall’analisi effettuata dalla Cgia di Mestre che ha esaminato il trend dal 2008 al 2011.

Nella nostra regione l’associazione ha contato 5.459 attività guidate da cinesi, in pratica il 9,4 per cento del totale. E la crescita negli anni bui della crisi internazionale, è stata pari al 26,4 per cento. Un dato in linea con quello nazionale: 26 per cento. La flessione, ma sempre in positivo, si è avuta solo tra 2010 e 2011 quando le attività sono cresciute del 7,9 per cento.

In tutta Italia, spiega la Cgia, “al 31 dicembre del 2011 il numero delle aziende guidate da imprenditori cinesi ha superato le 58.200 unità. E nell’ultimo quadriennio le rimesse rientrate in patria hanno sfiorato gli 8 miliardi di euro”.

Il 70 per cento del totale delle imprese si concentra nei servizi, nel commercio e tra alberghi e ristoranti. La regione più popolata da imprenditori con gli occhi a mandorla è la Lombardia, con 11.922 attività. Seguono la Toscana, con 10.854 imprese, e il Veneto, con 6.939 aziende. Sono queste le tre regioni che si contendono la maggioranza assoluta (il 51 per cento) delle imprese cinesi.

“In passato - commenta nella nota Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia di Mestre - i settori maggiormente caratterizzati dalla presenza di attività guidate da cinesi riguardavano la ristorazione, la pelletteria e la produzione di cravatte. Successivamente le loro iniziative imprenditoriali si sono estese anche all’abbigliamento, ai giocattoli, all’oggettistica e alla conduzione di pubblici esercizi”.

Nonostante questi aspetti positivi non mancano però i problemi. “Innanzitutto - prosegue Bortolussi - è una comunità poco integrata con la nostra società, perché la quasi totalità di questi lavoratori non parla la nostra lingua. Inoltre, buona parte di queste attività, soprattutto nel manifatturiero, si sono affermate eludendo gli obblighi fiscali e contributivi, aggirando le norme in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro e non rispettando i più elementari diritti dei lavoratori occupati in queste aziende che quasi sempre provengono anch’essi dalla Cina. Questa forma di dumping economico ha messo fuori mercato intere filiere produttive e commerciali di casa nostra. Tuttavia è giusto sottolineare - conclude Bortolussi - che anche gli imprenditori italiani non sono immuni da responsabilità. In molte circostanze, coloro che ancora adesso forniscono il lavoro a questi laboratori produttivi cinesi sono committenti italiani che fanno realizzare parti delle lavorazioni con costi molto contenuti. Se queste imprese committenti si rivolgessero a dei subfornitori italiani, questa forte riduzione dei costi non sarebbe possibile”.

“Infine, fatto 100 il totale degli imprenditori cinesi presenti in Italia, il 38,7 % delle imprese si concentra nel commercio (con 22.524 piccoli imprenditori ) e il 29,4 % nel manifatturiero (17.104 unità aziendali). Tra questi ultimi, il 94,3% (pari a 16.122 imprese) sono attività del tessile, dell’abbigliamento, delle calzature e della pelletteria. Significativa - conclude l’associazione - la presenza anche nel settore alberghiero e della ristorazione: le attività condotte da titolari cinesi hanno raggiunto le 11.183 unità”.

giovedì 23 agosto 2012

Massimo Fini: il futuro è di voi Sardi

a cura di: Carlo Poddighe
massimo fini fuma


Sono in molti a fare previsioni sugli sviluppi della grave situazione economica e sociale in cui ci troviamo, ma essere una Cassandra non è da tutti. E' più complicato, molto più complicato. In primo luogo perché a nessuno piace sentire infauste prospettive sul proprio futuro, in secondo perché una Cassandra le previsioni le azzecca.
Massimo Fini, giornalista e scrittore, rivendica con orgoglio il fatto di aver previsto dal 1985, anno di uscita del suo libro "La ragione aveva torto?", i limiti e gli sciagurati esiti a cui ci avrebbe condotto una visione ostinatamente positivista, materialista e progressista del mondo, dell'economia e della vita del singolo uomo.

"This is the end" cantavano i Doors. Questa è veramente la fine dei piani elaborati, di un sistema?

Viviamo in un periodo di crisi che dal piano economico si sposta sempre più su quello esistenziale. Di sicuro, saranno chiesti ulteriori sacrifici a tutti i popoli occidentali. Ora più che mai il dogma produci-consuma-crepa mostra il suo volto annichilente. In passato, forse stavamo peggio, ma eravamo più sereni. Bastava avere il minimo necessario: qualcosa da mangiare, una fidanzata, una moglie, dei figli. Essere poveri quando tutti sono poveri non è un problema. Il disagio, la frustrazione si prova quando tutt'intorno c'è opulenza e disparità sociale. Nel più misero villaggio africano sono più felici che nella ricca Scandinavia dove il suicidio è la prima causa di morte fra i giovani.

Questa è la base del suo Manifesto dell'antimodernità, per una decrescita felice: "riportare al centro l'uomo, relegando economia e tecnologia al ruolo marginale che loro compete".

Le leadership mondiali vogliono una crescita che non ci può più essere. La crescita infinita esiste solo in matematica. Il loro modello di sviluppo è paragonabile ad una potente macchina che, arrivata davanti ad un muro, continua a dare di gas finché il motore non fonde.

Quali sono queste leadership mondiali e perché tanta ostinazione per un modello di progresso che sembra suicida?

Sono i governi occidentali e quelli dei paesi emergenti. Anche i banchieri sono una parte di questo sistema. Non so se agiscano per cecità o malafede. Molto probabilmente ritengono che le conseguenze ultime e più drammatiche del loro modello di sviluppo non li riguarderanno direttamente, quindi non se ne curano. Per questo tocca a noi passare all'azione. Bisogna cambiare il modello: meglio governare una decrescita che subire di colpo il collasso.

Quale modello e quale vita, allora?

Un ritorno alla campagna, alla coltivazione della terra, limitandosi all'autoproduzione e all'autoconsumo. Probabilmente, in un futuro prossimo, le città saranno abbandonate e recintato un pezzo di terra lo si difenderà con le armi. Se tutto crolla inizierà una lotta sanguinosa per la sopravvivenza. Favoriti a quel punto saranno i giovani, i più sacrificati dall'attuale sistema. Con la loro energia e forza, e purché recuperino una manualità dimenticata, saranno i più adatti ad affrontare questo futuro. E poi ci siete voi Sardi.

Noi Sardi?

Sì. Se si dovrà tornare alla campagna, un popolo come il vostro che conosce una vita diversa, legata da sempre alla terra, sarà favorito. Essere pastore non sarà più un limite, ma un punto di forza. Vedo con favore anche i movimenti indipendentisti, quello sardo, ma soprattutto quello corso che ragiona già in un'ottica di minor sviluppo, ma che mantiene integre le tradizioni. In più voi Sardi siete gente di coltello, non avrete problemi a difendere ciò che è vostro. Gli abitanti di Milano, per dire, sono spacciati in partenza.

martedì 21 agosto 2012

La rivoluzione non russa: pussy idiot e global media


Tratto da Azione punto zero

È andata. Due anni di reclusione alle tre “Pussy riot”. Con l’augurio che possano presto sparire dalle cronache e smettere di appestarci lo sguardo e lo spirito.
Certamente, per qualche giorno sentiremo ancora qualche pupazzo di quelli creati ad arte dall’industria cine-musico-televisiva di stampo statunitense (ma non solo) stracciarsi le vesti per queste tre “damigelle” (per inciso: ma la fama della bellezza delle donne russe quanto ci rimette, ogni volta che le telecamere insistono con primi piani sulle imputate?). “Putin è cattivo, in Russia non c’è libertà”. Nell’ e-mail e su qualche social network vi arriveranno inviti a firmare petizioni o inviare messaggi di sdegno a qualche ambasciata. Certamente, potreste anche farlo. Prima però sarebbe buona cosa sapere cosa in effetti fanno, cosa hanno fatto le “femministe punk” al di là della “performance” sopra l’altare (sopra, non vicino: con i piedi sopra!) della Cattedrale di Cristo Risorto.Perché tra le migliori esibizioni del gruppo (che non è un gruppo musicale, come racconta la vulgata “occidentale”, ma un semplice drappello anti-governativo, in odore di finanziamenti di Soros) ci sono un’incursione in un supermercato, durante la quale una delle appartenenti al gruppo ha rubato un pollo scartandolo dalla sua confezione e nascondendolo nella vagina, e una al Museo Nazionale dove hanno inscenato un film porno, con una delle tre tra le più attive, nonostante fosse al nono (nono!) mese di gravidanza. Quindi, cantanti? Non più di quanto possano essere definite rubagalline o puttanelle…

La passione “musicale” pare infatti abbastanza recente, visto che per un concertino in Piazza al Cremlino le tre “artiste” erano già state redarguite (con una semplice multa) dalle autorità. Ma salire sull’altare della chiesa ortodossa più famosa di Mosca, evidentemente, non ha lo stesso peso e per le stesse autorità non è stato possibile tollerare oltre.
Il resto è cronaca ben conosciuta: lacrime in tribunale (ma come signorina Nadia: sulla maglietta non hai scritto un granitico “no pasaran!”?), appelli internazionali perché “non volevamo offendere nessuno” e via discorrendo. Ma vabbè, a ben guardare certi sedicenti “rivoluzionari” sono tutti uguali, in Italia e all’estero, quindi anche in Russia.
Il fatto è un altro, e quindi delle due l’una. O mi autorizzate ad andare a Piazza Affari (unico “santuario” che questo Stato è disposto a difendere), salire sui banchetti degli speculatori e intonare cori contro Mario Monti - e i giornalisti di Corsera, Repubblica e Il Sole-24 ore devono essere con me - oppure le Pussy Riot stanno bene dove stanno ora.
Nota a margine: i tempi cambiano. Ho seguito la vicenda, approfondendo argomenti e particolari che sono completamente sconosciuti a gran parte del “pubblico occidentale”, collegandomi a La Voce della Russia. Me lo avessero predetto nel 1988, gli avrei sputato in faccia: ma per avere notizie vere e verificate ed informarmi compiutamente su questo argomento, ormai, bisogna rivolgersi alla Russia

lunedì 20 agosto 2012

Noi l'avevamo detto...


(Il Giornale)

…Che la cosiddetta “Primavera araba” non fosse altro che un processo volto alla ridefinizione degli equilibri in Medio Oriente lo abbiamo detto diverse volte. Idem per la guerra artificialmente prodotta in Siria. Oggi, i “pupari” di quelle rivolte, pseudo-

popolari, tirano le reti in barca, e si godono le succulente prede così accalappiate. In primis il regno del Qatar, una delle monarchie del Golfo (tanto) amiche di Washington e (poco, pochissimo) della causa islamica. Il Qatar, infatti, pare stia accaparrandosi per la bellezza di 99 anni il controllo di Suez, orgogliosamente riportato sotto la sovranità egiziana da Nasser decenni fa ed oggi venduto a due soldi dai cosiddetti “Fratelli musulmani” (’musulmani’, solo di nome).

Con il golpe d’Egitto le mani del ricco Qatar sul Canale di Suez

Un golpe giocato con l’arte del Monopoli. È questa l’essenza del colpo di Stato messo a segno domenica dal presidente egiziano Mohamed Morsi con l’appoggio finanziario del Qatar.
Un golpe che consegna alla Fratellanza Musulmana e all’emiro di Doha non solo il controllo dell’Egitto, ma soprattutto quello del Canale di Suez. Un canale da cui passano gli approvvigionamenti energetici dell’Europa e i convogli militari americani diretti verso Golfo Persico, Iraq e Afghanistan. E che anche economicamente rappresenta il boccone più ghiotto dello scacco matto messo a segno all’indomani dell’incontro al Cairo tra il presidente Morsi e l’emiro del Qatar Hamad Bin Khalifa Al-Thani. Un incontro durante il quale l’Emiro s’è impegnato a versare due miliardi di dollari nelle casse della Banca centrale Egiziana. Un semplice acconto, secondo le malelingue, in vista della firma di un contratto di leasing che cederebbe al Qatar la gestione del Canale di Suez per i prossimi 99 anni.Fantasie? Forse, ma per capire come Morsi e i Fratelli Musulmani siano riusciti a esautorare il ministro della Difesa generale Mohamed Hussein Tantawi per far posto al comandante dell’intelligence militare Abdul-Fattah el-Sisi e ad altri generali compiacenti bisogna partire dal Qatar. Lì vola ai primi di marzo il numero due della Fratellanza Musulmana Khairat al-Shater per concordare nuovi investimenti in Egitto. Lì hanno sempre trovato asilo e appoggi gli esponenti del movimento islamico perseguitati da Mubarak. E da lì risuonano, grazie alle parabole della premiata tv di corte Al Jazeera, i sermoni dello sceicco Yusuf Al Qaradawi, voce e mente della Fratellanza Musulmana. Gli emiri sono dunque ben felici di sfruttare al meglio l’ascesa al potere dei loro protetti. Il progetto principale è, come ammettono gli stessi Fratelli Musulmani, un investimento da 20/30 milioni di dollari per la costruzione di un nuovo porto a Suez. L’investimento è tutt’altro che azzardato. Il Canale è l’unica voce in attivo dei bilanci egiziani ed ha garantito solo nel 2011 entrate per 5,2 milioni di dollari. Ma non è solo questione di denaro. Controllare Suez significa garantirsi l’egemonia strategica ed energetica tra Mediterraneo, Medio Oriente e Golfo Persico. Per un Emirato che non s’accontenta d’essere solo il secondo produttore mondiale di gas, ma punta a contrapporsi a Iran, Arabia Saudita e Turchia nel grande Risiko mediorientale, è un’occasione da non perdere.Per controllare Suez bisogna però esautorare Tantawi e i suoi generali. I preparativi dello scacco matto iniziano a giugno quando Iqatar, la banca d’investimenti dell’Emirato, s’aggiudica il controllo di Egf Hermes. Fondata negli anni d’oro del regime di Mubarak, quotata nelle principali piazze finanziarie e presente in 30 nazioni, l’Egyptian Financial Group non è solo un’istituzione finanziaria. È la vera cassaforte dell’Egitto: attorno vi ruotano gli investimenti dei generali e delle aziende gestite dalle Forze Armate. Possederla significa controllare i loro soldi e quelli dei loro alleati. Tantawi annusa il pericolo e reagisce sciogliendo il Parlamento controllato dai Fratelli Musulmani e promulgando il decreto costituzionale del 17 giugno che svuota d’ogni potere la presidenza. A denunciare le mire del Qatar ci pensa Ahmed Shafiq. Per tutta la campagna elettorale il candidato più amato dai generali evoca il rischio di una cessione del Canale di Suez al Qatar. Per i Fratelli Musulmani le sue sono solo «spudorate menzogne propagandistiche». Ma oggi molti si chiedono perché sabato, subito dopo l’incontro con l’emiro Al-Thani, il presidente Morsi sia corso da Ahmed Fadel, il generale a cui Mubarak aveva affidato l’Autorità di Suez e su cui gli americani contavano dal 2003 per garantire la sicurezza delle loro truppe in transito dal Canale. Un incontro evidentemente infruttuoso, visto che solo 24 ore dopo Fadel si è ritrovato silurato. A sostituirlo ci penserà l’ammiraglio Mohab Mabish, il comandante della Marina che - a differenza di Fadel - non ha esitato a prender le parti del Qatar e dei Fratelli Musulmani.

domenica 19 agosto 2012

Siria,non chiamatela Rivoluzione...


di Marcello Foa

A guidarmi è l’istinto dell’inviato, che tante ne ha viste e con il passare degli anni è diventato sospettoso, ma le stragi in Siria mi convincono sempre meno. A leggere i titoli sui giornali e sui siti internet, si ha l’impressione che un’eroica minoranza stia resistendo da mesi alla repressione dell’esercito di Assad. E’ una rivoluzione del popolo, del cuore, dei giusti contro gli ingiusti. E noi non possiamo che stare con questo manipolo di straordinari, commoventi rivoltosi. Se fosse davvero così, io non avrei dubbi, però l’esperienza e la logica suggeriscono una lettura diversa o perlomeno maggior cautela.

In circostanze del genere, quando un esercito usa i carri armati e spara sulla folla, la rivolta di piazza finisce istantaneamente. Alcune volte mi è capitato di fuggire sotto il sibilare dei proiettili, ho visto case distrutte a cannonate : la popolazione civile, per quanto arrabbiata, ripiega impaurita.
In Siria, invece, starebbe resistendo da mesi e le cannonate non basterebbero a incrinarne la resistenza. I conti non tornano, infatti quella in corso, più che una rivolta di popolo, sembra sempre di più una guerra civile alimentata da bande armate, composte verosimilmente da mercenari e guidati dai servizi segreti.

La rivoluzione è l’alibi è la cornice mediatica, ma la situazione, se analizzata con lucidità ed esperienza, appare ben più sofisticata e ruoli e responsabilità per nulla chiari. Chi sta combattendo contro chi ? Assad, che è un dittatore, è nel mirino di Usa, Europa e Israele, questo è evidente ; ma viene difeso a livello diplomatico dai cinesi e dai russi e, sul terreno, dagli iraniani che vedono in lui uno dei pochi alleati e fanno di tutto per tenerlo al potere.

Quella a cui, da lontano, assistiamo, è una guerra sporchissima, in cui i carnefici non sono sempre quelli indicati in prima battuta. La strage avvenuta qualche settimana fa a Hula, le cui immagini vengono ripetute in continuazione, non sarebbe stata compiuta dall’esercito di Assad, come scritto da tutti i media, ma da ribelli sunniti armati; infatti la maggior parte delle vittime, come ha scoperto la Frankfurter Allgemeine Zeitung, erano soprattutto alawite ovvero appartenevano ai clan etnici dello stesso Assad.E siccome è inimmaginabile che Assad abbia fatto fuori i propri sostenitori permettendo che i media internazionali gliene addossassero la colpa, lo scoop del giornale tedesco spalanca la porta a un’altra verità: a uccidere sono stati i rivoltosi ma la responsabilità è stata addossata al regime.

Sia chiaro: non difendo Assad. Il padre era un dittatore sanguinario, il figlio appare più fragile, ma sempre dittatore è. Se dovesse cadere , pochi lo rimpiangerebbero; però, ancora una volta, in una vicenda internazionale l’influenza dei media si rivela decisiva; grazie alla dabbenaggine dei giornalisti, considerato che la maggior parte di loro nemmeno si accorge di essere manipolata. Rilancia come vere, comprovate, assolute notizie che invece, se davvero i giornalisti conoscessero le tecniche di spin e manipolazione mediatica, andrebbero scrutinate con attenzione e, talvolta, smascherate in tempo reale.

Oggi non sappiamo chi siano davvero i rivoltosi e i controrivoltosi, mentre i media trasmettono fatti veri o parzialmente veri, frammisti a clamorose panzane, l’ultima l’ho sentita stamattina alla radio: Al Qaida avrebbe un ruolo crescente nella rivolta in Siria; sì proprio Al Qaida, che dal 2001 è stata data per morta tante volte e altrettante resuscitate e di cui, come si è saputo a distanza di anni, nemmeno Bin Laden aveva il controllo tanto era frammentata e sfilacciata.

Ecco nel grande caos siriano, mancava solo Al Qaida, la cui presenza è inverosimile, ma senz’altro funzionale a certi scopi.

E chi vuole capire ripassi. Infine, però, mi chiedo: quanti vogliono davvero capire?

sabato 18 agosto 2012

Solo auto blu,al senatore ciclista ingresso vietato in Parlamento


di Marcello Veneziani (il Giornale)

È facile dire: basta i privilegi della ca­sta, le scorte e le auto blu. Quando uno della casta sceglie un’altra strada passa i guai. Vi narro la storia esemplare del senatore Andrea Fluttero da Chivas­so, pidielle e pedalatore, praticante della bici e non solo perché segretario della commissione ambiente. Da sei anni Flut­tero combatte intorno a Palazzo Mada­ma una battaglia di civiltà: cerca di entra­re nella zona riservata ai senatori con la sua bicicletta e di parcheggiarla là dove ci sono i mezzi dei senatori, però il regola­mento prevede macchine, scorte e si­rene lampeggianti, forse anche elicotte­ri e carrarmati, ma non una semplice, po­polare e per giunta ecologica bicicletta. Niente fanteria. Per convincere i carabi­nieri che a loro volta eseguono una dispo­sizione, il senatore ha piantato sulla bici due grandi adesivi «senato della repub­blica » per varcare le garitte di sicurezza. Ma niente rastrelliera, non resta che at­taccarsi al palo. Nel Palazzo o entri da omo de panza, in pompa magna o nien­te; se poi vieni da destra senza nove poli­ziotti di scorta hai torto a prescindere.

Vogliono dimezzare le auto blu, ma perché non favorire l’uso parlamentare delle bici blu o del tandem blu se c’è biso­gno di un autista o di una scorta? Sareb­be un risparmio e un vantaggio per la cir­colazione, anche sanguigna. Nella no­stra democrazia digitale ai parlamentari è richiesto solo l’uso delle dita per schiac­ciare i bottoni. Per evitare che si atrofizzi il resto, lasciategli tenere in esercizio non dico la testa ma almeno i piedi.

venerdì 17 agosto 2012

Un nuovo autunno caldo anzi bollente

di Andrea Angelini (Rinascita)

Il prossimo autunno non sarà facile. Sarà caldo anzi bollente.
Il ministro del Lavoro Elsa Fornero, tra una lacrima e l’altra versate pensando alla sorte dei dipendenti pubblici e privati da lei medesima messi sulla strada, ha avuto un soprassalto di realismo ipotizzando che, forse, le misure varate dal governo Monti stanno mettendo a rischio il futuro industriale del nostro Paese.
Noi abbiamo fatto il possibile per evitarlo, ha messo le mani avanti Fornero, ma è colpa della crisi in corso. Una crisi che è molto pesante che mette a rischio la sopravvivenza delle nostre principali industrie e che inoltre, scopre la ministra, mette a rischio il lavoro. Senza industria l’Italia non ha futuro. Grazie ministro lo sapevamo da soli. Per questo, ha insistito, si deve puntare sull’industria e le parti sociali devono lavorare tutte insieme. Ci sono molte responsabilità di quanto sta accadendo. Quelle del credito, con le banche che prestano pochi soldi alle imprese e ai cittadini. Quelle degli imprenditori che dovrebbero essere più disponibili ad investire e ad aggregarsi. In altre parole, le imprese dovrebbero investire più soldi nella ricerca e nella innovazione tecnologica e di prodotto. E dovrebbero accettare, se necessario, di dare vita a gruppi più grandi, venire assorbiti e dire addio alla società che avevano creato.
Un discorso, ha precisato, che può valere per l’Ilva e per il settore siderurgico che richiede molti investimenti per restare competitivo nel medio e lungo periodo sul mercato globale. Bisognerà vedere se ci sono in Italia le risorse per un'industria competitiva, ha avvertito, ma occorre lavorare in una prospettiva di medio periodo perché l'Italia non perda questa che è un’industria strategica.
Proprio sull’Ilva, ha avvertito, è anche in gioco l’identità di una classe operaia che viene messa a rischio e alla quale occorre ridare dignità. Non si può transigere in termini di salute e sicurezza. Il lavoro operaio, ha precisato, non è di serie B, è un lavoro che fa parte del nostro futuro. In tale ottica, quella del Tribunale che ha previsto non la chiusura dell’impianto ma la sua messa a norma, rappresenta una decisione equilibrata e positiva.
Quanto alla Fiat che da anni sta attuando la sua strategia di disimpegno definitivo dall’Italia, la Fornero si è augurata che l’azienda mantenga i propri impegni di investimento e che l'industria automobilistica rimanga una attività industriale importante del nostro Paese. Di questo il ministro parlerà nel corso di un incontro con Sergio Marchionne che potrebbe svolgersi anche questo mese.

giovedì 16 agosto 2012

Amianto ed Eternit ci lasciano una pesantissima eredità


di Matteo Mascia (Rinascita)

L’amianto continua a rappresentare un problema per l’ambiente e la salute degli italiani.
Il Paese è disseminato di manufatti realizzati in Eternit o con derivati del materiale. Decine di migliaia di edifici potenzialmente pericolosissimi. Solo nel 1992 una legge ordinaria vietò l’utilizzo dei prodotti contenenti asbesto. Un ritardo colpevole.
Lassismo della politica con cui saremo costretti a fare i conti. Attenti studi di epidemiologia prevedono infatti un picco nel numero dei tumori della pleura e delle asbestosi. Nel giro dei prossimi dieci anni si vedranno gli effetti di un’idea distorta di progresso industriale. Le patologie non riguarderanno solo gli operai, i loro familiari ed i residenti intorno a determinate aree industriali. In alcuni casi il tumore della pleura si sviluppa anche per brevissimi periodi di esposizione. Le tettoie, le riserve idriche ed alcuni immobili prefabbricati oggi esistenti rappresentano un fattore di rischio non trascurabile. La loro presenza fa il paio con le negligenze delle aziende sanitarie locali e del Ministero dell’Ambiente.
La “tolleranza” e le “omissioni” sono, purtroppo, fatto notorio. La politica si è limitata a stanziare fondi per il monitoraggio delle categorie esposte e a potenziare la normativa vigente. Un’attività legittima che andrebbe accompagnata da una seria politica di repressione contro chi non rispetta i divieti vigenti. Eppure, questa brutta storia poteva essere facilmente evitata. Bastava dare ascolto ai medici tedeschi che firmarono diversi studi tra le due guerre mondiali. La Germania nazista riservava un’attenzione quasi maniacale per la profilassi sui posti di lavoro e per gli studi sulla salute pubblica. Nella recente sentenza emessa dal tribunale di Torino, i magistrati hanno inserito nelle motivazioni della condanna a carico dei proprietari della Eternit di Casale Monferrato la lunga storia dell’amianto. Vicende lunghe più di un secolo che passano anche nella Berlino del terzo reich.
Dove si era già compreso e studiato il nesso di casualità tra amianto e tumori. Verità storica che il collegio giudicante non poteva omettere.
“Le segnalazioni sulla dannosità dell’asbesto pervenute ai Paesi industriali a partire dagli anni trenta assumono dignità scientifica e sociale soltanto nella Germania nazista – si legge nella sentenza di Torino – a seguito delle ricerche del patologo Nordmann, che dimostra, ancor prima dell’inizio della guerra, che il 12 per cento di coloro che contraevano l’asbestosi morivano a causa di un tumore polmonare. In tale Paese viene istituito un sottocomitato che fissa misure tecniche contro le polveri e valori-limite per l’amianto, e che nel 1943 il berlinese Weldler pubblica un articolo nel quale si descrivono proprio quei tumori della pleura in seguito denominati mesoteliomi”.
Questi importantissimi risultati scientifici verranno spazzati via dalla sconfitta tedesca. Gli Alleati – durante e dopo il conflitto – avviarono una vera e propria campagna di controinformazione per evitare di mettere in pericolo la produzione di amianto e la sua estrazione nelle miniere. Diversi “scienziati” accusarono i colleghi dell’Asse di aver “utilizzato tatticamente i risultati della ricerca nazista” per controbilanciare la carenza di amianto dovuta all’embargo imposto dalla comunità internazionale. In Italia la consapevolezza del problema viene maturata tra il 1939 ed il 1940. Enrico Vigliani – così come raccontato nella sentenza sulla fabbrica di Casale – aveva già intuito e compreso il legame tra esposizione alle polveri della lavorazione e l’insorgere di asbestosi e neoplasie. Anche in questo caso, tutto verrà messo in un angolo.
Per gran parte degli anni cinquanta, l’associazione internazionale dei produttori di amianto e cemento (Saiac) cercherà in ogni modo di “porre rimedio alla diffusione delle allarmanti informazioni sulla pericolosità della sostanza che provengono dagli ambienti scientifici, ed in particolare dal settore della medicina del lavoro”. Nel nostro Paese, solo nel 1975, il tumore polmonare verrà inserito dagli istituti assicuratori nella lista delle malattie indennizzabili come complicanza dell’asbestosi.
Questo macabro capitolo della storia industriale testimonia l’esistenza di un pericoloso legame tra scienza e profitto. Un filo rosso letale. Per quanto concerne l’amianto; l’onesta intellettuale di pochi avrebbe potuto salvare le vite di molti.

martedì 14 agosto 2012

Cacciata dalle Olimpiadi per le idee politiche del fidanzato: la Germania non rispetta la democrazia




C’è una regola, o meglio un principio a cui le società che si autoproclamano democratiche non dovrebbero mai derogare: l’accettare che idee diverse esistano e possano esprimersi. Non importa quanto assurde, odiose, infami, spregiatrici della vita. Finché non si trasformano in azioni, nessuno stato che non sia illiberale può impedire che si manifestino. Per essere sottoposte a critica, smontate con un’analisi logica, ignorate. E non si tiri fuori il ricatto della “pericolosità”, sia perché è molto più pericoloso quello che cova nel silenzio e nella clandestinità, sia perché un individuo e una società possono difendersi solo attraverso la conoscenza, mentre l’ignoranza e il mancato uso della facoltà critica rendono vulnerabili.
C’è poi un’altra regola, sulle quale, a differenza di quella di cui sopra, teoricamente tutti i democratici concordano, e che vuole che le colpe dei padri non ricadano sui figli. Persino i più tradizionalisti interpreti della Bibbia hanno alla fine riconosciuto che il famoso passo “Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione” non va inteso come intenzione di Dio di punire la discendenza del peccatore, ma piuttosto come attesa e osservazione di quanto e se il cattivo esempio dei padri venga imitato dai figli. Nella pratica, però, non solo essere figlio di, ma anche essere amico, nipote, amante di comporta esecrazione e peggio, fino ad arrivare a vere e proprie sanzioni “legali”.

Bene, nel caso della giovane atleta tedesca allontanata dalle Olimpiadi perché ha un fidanzato che milita nelle fila del partito neonazista Ndp, tutte e due queste regole sono state bellamente messe da parte, di più, si è voluta presentare la decisione del Dosb, il Coni tedesco, come nobile, accettata grande senso di responsabilità da Nadja Drygalla stessa (che altro poteva fare?). Alcuni giornali e siti hanno titolato, forzando la realtà: “Sospettata di essere neonazista”. Non è così, ma anche fosse? Se Nadja pensasse (voce del verbo “pensare”) che l’immigrazione è un danno per i paesi europei e che chi ha i capelli biondi e gli occhi azzurri è geneticamente superiore a chi ce li ha marrone scuro, cosa avrebbe a che fare, questo, con la sua capacità di vogare e misurarsi con altri che lo fanno? Lo screening delle opinioni ancora non è entrato nel regolamento olimpico, e non è accettabile che qualcuno si arroghi il diritto di redigere la lista delle idee lecite e di quelle che automaticamente escluderebbero gli atleti, che qui non si misurano sulla base di quanto pensino “bene” (secondo quali criteri, poi? un seguace di Trotzky sì o no? e di Bakunin? e di Rousseau?), ma di quali prestazioni fisiche siano capaci.

Già due partecipanti ai giochi sono stati espulsi per aver pubblicato su Twitter frasi razziste. Nessuno l’ha trovato indecente. Ora su Nadja c’è lo stesso dire/non dire, si dà la notizia ma non si prende posizione se non con qualche timido accenno al fatto che non ci sia un regolamento che la ragazza, Morganella e Papachristou avrebbero infranto.

L’espulsione è una cosa grave, gravissima. Un marchio. Come il marchio sulle donne norvegesi che fecero figli con i soldati tedeschi, e a guerra finita persero la cittadinanza, vennero chiuse in campi di concentramento, furono private dei loro figli che dopo essere stati a rischio di deportazione (tutti) in Australia, finirono reietti, moltissimi negli ospedali psichiatrici. Bisognava liberarsi di chi inquinava la “purezza dell’identità nazionale”, bisognava gridare forte che donne che erano state così disgustose da accoppiarsi con tedeschi non potevano essere altro che pazze debosciate, da espellere dalla comunità come un corpo estraneo e minaccioso. Qui non ci sono lager, ma la mentalità che ha guidato la cacciata di Nadja è la stessa. Identica.

domenica 12 agosto 2012

Torselli risponde a Renzi: dovrebbe ringraziare Casaggì invece di attaccare...


Come ogni anno, la nostra scelta di andare a rendere omaggio ai caduti della Rsi, non ha mancato di suscitare polemiche e scomuniche. Quest'anno, tra i tanti, spicca anche Matteo Renzi. A rispondergli e a smontare le sue accuse in tre balletti ci ha pensato Francesco Torselli, con un comunicato che riportiamo di seguito:


LIBERAZIONE DI FIRENZE, TORSELLI (PDL): "AI RAGAZZI DI CASAGGì E GIOVANE ITALIA VA DETTO 'GRAZIE'. IL SINDACO E' UN CAMPIONE NELLO STRUMENTALIZZARE LA DATA ODIERNA"

"Anziché fare polemica, il Sindaco Renzi dovrebbe ringraziare i ragazzi di Casaggì e della Giovane Italia che anche oggi, come ogni 11 agosto da decine di anni a questa parte, in silenzio, hanno scelto di ricordare anche chi, in quella tragica stagione della guerra civile, cadde dalla parte dei vinti. Perché la vera pacificazione nazionale ci sarà solo e soltanto, non quando sarà riscritta la storia, cosa che non interessa a nessuno, ma quando riusciremo a leggerla rispettando il sacrificio di tutti". Questo quanto dichiarato dal consigliere comunale del PDL, Francesco Torselli.

"Se qualcuno strumentalizza la storia - prosegue il consigliere comunale del PDL - questi è proprio il sindaco, che nonostante parli di pagina di storia condivisa e di pietà per tutti i morti, demonizza chi porta un fiore laddove le istituzioni hanno da sempre paura a farlo. E non perché nel sacrario dei caduti della RSI di Trespiano vi siano sepolti dei criminali di guerra autori di deportazioni o di sparatorie dai tetti su inermi donne e bambini, questa è una bugia ed il sindaco lo sa bene, ma perché questa data serve alla sua parte politica per garantirsi il sostegno delle associazioni partigiane e delle ali più radicali della sinistra in una mera logica elettorale".

"Basti ricordare tutta la polemica dello scorso anno - aggiunge ancora l'esponente del PDL a Palazzo Vecchio - quando il sindaco arrivò perfino ad inventarsi manifesti affissi sui muri di Firenze nei quali Casaggì e la Giovane Italia avrebbero esaltato la figura dei franchi tiratori: manifesti che non sono mai stati né stampati, né affissi, ma che servirono a distogliere l'attenzione dal fatto che, per la prima volta, il sindaco aveva lasciato le celebrazioni ufficiali ai rappresentanti della parte "bianca" della resistenza, a discapito di quella "rossa", altra scelta ovviamente con finalità elettorali e politiche".

"Se anche oggi - conclude Torselli - tutti i fiorentini che caddero in quelle drammatiche circostanze hanno ricevuto un fiore sulle loro tombe è proprio grazie ai ragazzi di destra che, proseguendo la tradizione pluridecennale avviata dal MSI prima e proseguita da Alleanza Nazionale poi, si rifiutano proprio di strumentalizzare per fini elettorali i morti. Sarebbe infatti decisamente più facile e 'politicamente corretto' per dei ragazzi di vent'anni, anziché esporsi a facili polemiche da parte di tutti, dedicarsi ad una rilassante giornata di mare. Scelta che, a quanto sembra, hanno fatto in molti esponenti del partito di Renzi".

sabato 11 agosto 2012

CASAGGì RICORDA I CADUTI DELLA RSI...


Anche quest'anno Casaggì era a Trespiano, come accade da sempre, per commemorare i caduti della Rsi e tutti coloro che hanno contribuito a difendere Firenze vendendo cara la pelle. C'era tanta gente, un fiume di gente, nonostante sia agosto inoltrato. Gente di ogni età, militanti di ogni generazione, una sola Comunità.

Il silenzio, il breve corteo per arrivare il sacrario, il tricolore che sventola durante il picchetto, due parole di rito e la magnifica lettura del Malaparte, che ci ha riportato alla memoria il coraggio e la fermezza di chi, poco più che bambino, affronta un plotone di esecuzione con una calma limpida e genuina, degna solo di chi crede. Esempi che bastano, da soli, a dare il quadro completo della levatura etica e guerriera di chi è sepolto sotto quel marmo bianco...

Anche quest'anno Firenze ha ricordato, alla faccia della retorica delle istituzioni, delle minacce della sinistra antagonista, delle scomuniche di un certo centro-destra col complesso di inferiorità. C'eravamo, ci siamo e ci saremo ancora, sempre più numerosi e più decisi, sempre in prima linea, senza lasciare per strada neanche una briciola della nostra identità e del nostro percorso di lotta, perchè è ciò che ci differenzia da quel deserto che combattiamo ogni giorno. 

Anche quest'anno c'eravamo: in tanti e senza cedere un centimetro...

venerdì 10 agosto 2012

Nelle vecchie osterie di quartiere sopravvive l'anima genuina della città

di Francesco Lamendola


Il passaggio è stato graduale e, come in molti altri casi - la scomparsa dei vecchi mestieri, ad esempio, o la rapida, silenziosa implosione della civiltà contadina - in molti non se ne sono accorti, a cominciare dai pretesi intellettuali, cioè coloro i quali, per professione, dovrebbero avere l’occhio e la mente esercitati e non lasciarsi sfuggire i passaggi epocali che avvengono sotto il nostro sguardo, ma così vicini da poter passare inosservati.

Stiamo parlando della progressiva rarefazione delle vecchie osterie di quartiere, che popolavano numerose i borghi cittadini fino a qualche anno fa e che ora sono diventate sempre più rare, anche se sopravvivono in alcune città a misura d’uomo che la valanga industriale non ha investito in pieno ma che ha lasciato un po’ in disparte, per loro fortuna, mentre fluiva impetuosa tutto intorno e disseminava le campagne e le periferie di capannoni, ciminiere e scarichi maleodoranti, imprigionandole in una fitta rete di strade, autostrade e svincoli trafficatissimi.

Là, negli antichi borghi medievali con le case a due o tre piani dai muri affrescati e incorniciati di edera, con i vasi di gerani alle finestre e i ponticelli che scavalcano fiumi e rogge quieti che portano un alito di frescura anche nel caldo torrido dell’estate, affacciate su qualche via dal pavimento acciottolato o su qualche piazzetta tranquilla con i panni stesi sui balconi ad asciugare, si aprono ancora le vecchie osterie, con tavoli di legno massiccio e piani di marmo, le sedie impagliate, le pentole di rame appese alle pareti e magari qualche dagherrotipo, qualche sbiadita fotografia dei primi del Novecento, in cui si può misurare la trasformazione urbanistica che abbiamo vissuto con così scarsa sensibilità e consapevolezza.

Niente arredamenti di plastica, niente sedie di alluminio, niente musica ad alto volume e, soprattutto, niente giochi elettronici, niente macchinette mangiasoldi che, col loro clangore fastidioso e continuo, rendono difficile la conversazione; semmai, alcune mensolette di legno accanto ai tavoli, lungo le pareti, per posare i mazzi di carte degli affezionati della briscola; e ombra, ombra fresca come di cantina, poche finestre ma, in compenso, sovente, un bel cortiletto interno che, nella bella stagione, diventa il luogo ideale per sedere in santa pace a bere qualche bicchiere di buon vino in compagnia degli amici.

Quella delle osterie di quartiere è una vera e propria civiltà, una offerta di rapporto umano basato sulla serenità e sulla simpatia, fuori dalla fretta del mondo moderno, dai ritmi incalzanti dei rituali consumisti, dal vano agitarsi per fare mille cose di dubbia utilità; uno squarcio di democrazia pratica, ove si può incontrare il professore universitario che si gusta il suo bicchiere accanto al fruttivendolo o al falegname, in spirito di perfetta uguaglianza, accomunati dai discorsi sulla partita di calcio o su come preparare un piatto secondo l’antica ricetta.

In osteria non si andava, e non si va, solo per ingollare del vino; mentre si centellina il contenuto del bicchiere, accompagnandolo con un mezzo uovo sodo o con qualche fetta di patata lessa aromatizzata col prezzemolo, con qualche bocconcino di pomodoro secco, con due carciofini o con una acciuga sott’olio, per qualche minuto almeno ci si spoglia della veste affannosa della vita moderna e si ritorna uomini, si parla con gli altri, si riscopre il valore del tempo fuori dal tempo, il piacere di un buon bianco secco o di un rosso sincero che scorrono giù per la gola; il piacere di lasciar vagare lo sguardo sulle persone e sulle cose senza fretta, sena ansia; il piacere di assaporare pensieri ed emozioni; di tessere inconsciamente, ciascuno per la propria parte, la trama complessa della vita collettiva.

Ci si scambiano le ultime notizie, dov’è finito questo, dov’è andato quello; si viene a sapere di chi è nato e di chi è morto, di chi è partito e di chi è tornato, di chi si sposa e di chi si separa; e ci si accorge, vedendolo scritto sul volto del prossimo, del tempo che passa, impercettibile ma inesorabile, una capigliatura nera che è diventata grigia, un passo baldanzoso che si è fatto più incerto, una schiena dritta che si è incurvata; ma, nello stesso tempo, si vedono le nuove generazioni che subentrano a prendere il posto delle vecchie, come in un perenne respiro.

La partita a carte, la lettura del giornale, la chiacchierata senza pretese, ma non necessariamente insulsa, o anche il piacere del silenzio, nelle ore assonnate del primo pomeriggio o della sera tardi: tutto questo è socialità e, senza dubbio, è anche civiltà; molto più che lo stare chiusi in un ufficio, fra i computer, tutto il giorno; molto più che lo stare fermi alla catena di montaggio, ridotti a semplici appendici e servitori delle macchine, obbligati ad assumere i loro ritmi, a rispettare le loro esigenze, ad adeguarsi ai loro meccanismi.

Magari la vecchia osteria non è dotata dell’impianto ad aria condizionata e, d’estate, vi farebbe davvero troppo caldo, se non fosse per un ventilatore che ronza piano, appeso al soffitto; magari, d’inverno, bisogna sedere vicino alla stufa per scaldarsi come Dio comanda, perché il freddo si fa sentire; magari le mosche si posano sul bordo dei bicchieri e, scacciate, ritornano sempre, insistenti e fastidiose: e che, forse per questo ci sarà meno cara? Nemmeno la casa dei nostri vecchi genitori possiede tutte le comodità moderne: il deumidificatore, il videocitofono, l’ascensore; ma non per questo l’amiamo di meno, anzi semmai di più.

Così ha rievocato il clima delle vecchie osterie lo scrittore Cino Boccazzi, in un articolo apparso a suo tempo sul quotidiano «Il Gazzettino» e poi raccolto, con altri, in un volume (C. Boccazzi, «Vetrina», Riese Pio X, 1983, pp. 83-84):

«OSTERIA ALLE SCIATICHE. Una vecchia osteria sul vicoletto che da via Avogari porta al Cortiletto degli Sbirri: si entrava da una porta, a vetri d’estate, spostando certe tendine di tubicini di latta.

A una tavola di legno scuro stava sempre seduto, alla sera, uno squisito umanista, Oreste Battistella, uno squisito umanista e un gran signore, alto imponente, il viso illuminato oltre che da un perpetuo sorriso, dal soffuso rossore del naso dovuto alle molte ombre di bianco di Soligo, un secco per cui il locale andava famoso.

Il nome picaresco veniva da una vicina clinica dove si curavano le sciatiche e negli intervalli fra i massaggi di erbe medicamentose che poi erano ortiche, raccolte nei prati di Cantarene, i malati venivano a dissetarsi e a raccontare le loro disgrazie.

Proprietaria e cuoca la siora Nina, identica ala strega di Biancaneve, tanto che quando a Treviso venne il film di Disney, si sussurrò che l’avessero presa come modella, il che la faceva sorridere compiaciuta, mettendo in mostra l’unico dente canino, lungo e verde. Eccelleva nel preparare la “fongadina”, un piatto che pareva fatto di tubi e invece era trachea e polmone, pressappoco la stessa cosa. Scriveva il conto su una lavagnetta e al momento di pagare, Oreste Battistella declamava un poema in latino che le aveva dedicato, ma non arrivava mai oltre il primo verso, che poi - scoprimmo dopo - era il solo: “Nina, sciaticarum, vacarumque regina…”. Vacarumque adirata scacciava tutti dal locale e Oreste se ne andava a San Nicolò, nella sua bella casa sulla piazza, a rintanarsi nella biblioteca, dove la madre lo attendeva per sgridarlo, perché, anche se aveva 67 anni e la madre 90, era sempre un bambino e trovava uno scodellone di latte che doveva bere d’un fiato.

L’osteria, alla sera, era frequentata dai vecchi scapoli di Treviso, abituati a cenare fuori di casa e c’era uno che s’era rovinato coi cavalli e con le donne, rovina meravigliosa paragonata a quelle di adesso, un altro on le carte, il giovedì sera arrivava i vecchio Gobbi, padre di Gilmo a portare il baccalà, la Paccagnana, unica cameriera, correva indaffarata dalle cantine alle tavole e qualcuno di quegli incontinenti si alzava sesso per raggiungere un locale che altro non si poteva chiamare che cesso, antro tenebroso comunicante con la cucina, a significare emblematicamente le esistenziali comunicazioni dei clienti, col mondo esterno.»

È importante che le osterie di quartiere sopravvivano; certo, per mandar giù un bicchier di vino si può entrare anche in un bar all’americana, non importa che razza di vino sia e non importa l’ambiente, che sia freddo o accogliente, anonimo o caratteristico: ma nelle veccie osterie quel che conta non è tanto l’atto di bere in sé, ma l’atmosfera, il ritmo, la filosofia di vita, se è vero che l’uomo non è soltanto un animale cui basta soddisfare i bisogni primari perché si senta sazio e soddisfatto.

Così, le osterie rappresentano molto di quel che ancora vi è di umano nella vita delle città e dei paesi; sono come delle minuscole oasi in cui il tempo scorre con un altro ritmo e i sapori, gli odori, le parole e gli sguardi si aprono su di una diversa prospettiva, restituiscono altre emozioni e delineano un altro modo di porsi davanti alla vita; in un certo senso, rappresentano la misura di quanto una città o un paese siano ancora vivibili, siano ancora a misura d’uomo.

Certo: c’è stato un momento in cui le osterie, non che un fattore di aggregazione e di socialità, hanno costituito un elemento di disorientamento e di disordine; per mettersi nella prospettiva di Padron ‘Ntoni, esse erano il polo opposto rispetto al “focolare domestico”, dove si sprecavano i magri guadagni del lavoro nel vizio del bere e in vuote chiacchiere all’inseguimento di impossibili sogni di fortuna.

Ma è stato, appunto, un momento: il momento in cui la “fiumana del progresso”, per dirla sempre col Verga, ha investito le strutture patriarcali della società contadina; passato il momento peggiore e giunte a un compromesso fra modernità e tradizione, le osterie sono tornate ad essere luoghi tutt’altro che negativi, luoghi essenziali per l’equilibrio sociale non meno che per il benessere dell’individuo.

Potrebbe sembrare una prospettiva minimalista, specialmente a noi che siamo figli della grande ubriacatura ideologica del XX secolo; potrebbe sembrare che, se non ci si occupa dei massimi sistemi, dell’economia, della politica, della cultura, si perde del tempo e si fa del narcisismo individualistico e piccolo borghese; o, almeno, così sembrava agli assatanati protagonisti della contestazione sessantottina, ardenti di sacro zelo rivoluzionario e tutti chiusi nella loro immacolata e orgogliosa purezza di “avanguardie” dell’uomo nuovo.

Ma questa è una sciocchezza, anche se c’è voluto un bel po’ di tempo per arrivare a capirlo; perché le cose grandi sono fatte di tante cose piccole e perché non si avanza mai in civiltà, se non si è capaci di preservare la civiltà delle cose umili e semplici, delle cose minime.

Chi non è capace di considerare importante saper bere in compagnia, con moderazione ma in spirito di serenità, non può arrogarsi il diritto di costruire teorie sulla società perfetta del futuro e neanche, semplicemente, di una società migliore di quella presente.

Bisogna diffidare dei profeti che disprezzano le occasioni quotidiane di socialità, dei puritani che non si vogliono contaminare con i piccoli piaceri della vita, degli intellettuali saputelli e superciliosi che danno più importanza al bicchiere che a quello che c’è dentro, all’abbigliamento dei clienti che all’umanità e alla gradevolezza dell’ambiente. Per trangugiare hamburger e Coca-Cola basta un barbaro; per gustare e apprezzare un bicchiere di vino buono in compagnia degli amici, ci vuole un signore: e sovente le persone di condizione modesta sono più signorili dei ricchi.

La signora Alice, per esempio, andava sempre all’osteria, ogni volta che poteva. Vecchia, curva, mezza cieca, le mani callose di chi ha sempre lavorato, i vestiti sdruciti di chi non ha mai avuto il portafogli pieno; il suo bicchier di vino era un modo di mettere un po’ di spazio fra lei e le sue tristezze: una nuora cattiva, un figlio egoista, povertà e solitudine; e nemmeno un angolino tutto suo per piangere in santa pace.

Eppure, a suo modo, la signora Alice era una regina: aveva più dignità e più nobiltà di tutte le squallide divette, di tutte le Minetti dal seno rifatto che pretendono persino di far politica; e la sapeva più lunga di tutti gli evirati intellettuali che stanno sempre lì a intonare le giaculatorie del femminismo, per mostrarsi politicamente corretti e progressisti.

Ce ne fossero di più, di donne come la signora Alice. E ce ne fossero di più, di osterie di quartiere e di paese, dove la gente lascia cadere la maschera e si mostra per qualche minuto almeno, agli altri ed a se stessa, come realmente è.