mercoledì 16 ottobre 2013

Pietas l’è morta...


di Alessandra Colla

Mi ero ripromessa di non scrivere neppure una riga su quello che ormai è il “caso Priebke”. Ma dopo le scene di ieri ad Albano Laziale, mi smentisco volentieri.

È dai tempi di Omero che l’oltraggio al cadavere viene ritenuto biasimevole: Achille che trascina nella polvere il cadavere di Ettore vinto non ci fa una bella figura; e su Antigone che spiega alla sorella Ismene perché è disposta a morire per dare sepoltura al fratello Polinice, condannato dalle nuove leggi a finire in pasto ai corvi, ha scritto mirabilmente Sofocle (chissà se a scuola lo si studia ancora).

[...] ma il corpo
di Polinice, che perí di misera
morte, per ordine indiscusso vieta
che sia sepolto o pianto da nessuno,
ma, senza tomba e illacrimato resti
caro ambìto tesoro agli occhi ingordi
degli uccelli, che possano cibarsene.
Questo col bando impose il buon Creonte
a te, dicono, e a me — capisci? a me! —
e verrà qui per proclamarlo chiaro
a chi l’ignora; e che non prenda l’ordine
nessuno alla leggera; e il trasgressore
lapidato morir dovrà dal popolo
della città. Son questi i fatti.
[...]
Sepolcro io gli darò; bella, se l’opera
avrò compiuta, mi parrà la morte.
E cara giacerò presso a lui caro,
d’un pio misfatto rea: poiché piacere
piú lungo tempo a quelli di laggiú
debbo, che a quelli che qui sono. Là
giacer debbo in eterno. E tu, se credi,
disprezza pure ciò che i Numi pregiano.

Impedire un gesto di pietas, impedire ai familiari di chicchessia di onorare il proprio defunto con una degna sepoltura mi pare un sopruso inaccettabile; e infierire su un morto — che sia chiuso in una cassa o steso sul selciato non ha nessuna importanza — è per me la cosa più vile che un essere umano possa fare. Penso ovviamente a piazzale Loreto (Ferruccio Parri definì l’accaduto “esibizione da macelleria messicana”, e Sandro Pertini imputò a quell’atto di aver “disonorato l’insurrezione”), ma penso anche a scempi più recenti — i coniugi Ceasusescu, Saddam Hussein, Muammar Gheddafi, Osama bin Laden (o il suo simulacro).

E poi, vogliamo ricordare cosa dice il Codice Penale?

Capo I: DEI DELITTI CONTRO LA RELIGIONE DELLO STATO E I CULTI AMMESSI

Art. 405 Turbamento di funzioni religiose del culto cattolico

Chiunque impedisce o turba l’esercizio di funzioni, cerimonie o pratiche religiose del culto cattolico, le quali si compiano con l’assistenza di un ministro del culto medesimo o in un luogo destinato al culto, o in un luogo pubblico o aperto al pubblico, e’ punito con la reclusione fino a due anni. Se concorrono fatti di violenza alle persone o di minaccia, si applica la reclusione fino a tre anni.

Capo II: DEI DELITTI CONTRO LA PIETA’ DEI DEFUNTI

Art. 409 Turbamento di un funerale o servizio funebre

Chiunque, fuori dei casi preveduti dall’articolo 405, impedisce o turba un funerale o un servizio funebre e’ punito con la reclusione fino a un anno.

La gestione del “caso Priebke” è l’ennesima riprova di quanto in basso sia caduto questo sciagurato Paese, che niente e nessuno potrà indurmi a chiamare Stato o Nazione. E tutti voi che avete sputato sul carro funebre, o avete plaudito a chi l’ha fatto, o avete lasciato che si creassero le condizioni per poterlo fare, o sornionamente avete fatto finta di nulla perché la cosa non vi riguardava (ma “per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”, come avrebbe detto il Faber) — tutti voi, nessuno escluso, mi fate profondamente schifo.

martedì 15 ottobre 2013

Tra Himalaya e Gange le avventure di Giuseppe Tucci l’esploratore del Duce

tucci


di Francesco Perfetti (Barbadillo)

Furono Giulio Andreotti e, prima di lui, Benito Mussolini i grandi protettori di Giuseppe Tucci, patriarca degli studi orientalistica in Italia e celebre esploratore che ha legato il suo nome ad avventurosi viaggi nelle valli dell’Himalaya e nelle pianure del Gange, ma, soprattutto, in Tibet alla ricerca della «città proibita» e tra le foreste e le paludi del Nepal. Quando, allora giovanissimo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (aveva, all’epoca, 28 anni), Andreotti conobbe Tucci, venuto a sottoporgli il progetto di una spedizione scientifica in Tibet, ne rimase affascinato. Era il 1947 e Tucci, il quale da poco aveva potuto riprendere l’insegnamento universitario e che con i suoi 53 anni era nel pieno della sua maturità intellettuale, godeva di un enorme prestigio internazionale. L’incontro fu provvidenziale perché Andreotti, affascinato dalla personalità dello scienziato, mise da parte ogni perplessità di natura politica, legata al fatto che Tucci era stato un importante collaboratore del fascismo oltre che grande amico di Giovanni Gentile. Si adoperò, così, per finanziare quella impresa che avrebbe portato lo scienziato ed esploratore, primo italiano, nel cuore di Lhasa, la «città proibita» e fra i maggiori templi del paese consentendogli di portare da quei territori testi, manufatti e manoscritti fornendogli, che avrebbero costituito materiale per alcuni dei suoi libri più affascinanti. A quella spedizione ne seguirono altre alla scoperta del Nepal, un paese, come egli stesso scrisse, dei «più vari e complessi dell’Asia», un «ricco di colore ma anche di dolore» che «sotto la vivacità dei vestiti e l’allegria chiassosa dei bazar» celava «come un’angoscia il presagio di un malfido corruccio della natura».
Nelle sue esplorazioni Tucci fu sostenuto sia da una eccezionale forza di volontà che gli consentì di superare pericoli e affrontare fatiche sovrumane, sia dalla sua eccezionale conoscenza di una miriade di lingue e dialetti che gli permise di stabilire un contatto diretto con le popolazione e di superare ogni diffidenza. La sua carriera di studioso e di esploratore era cominciata presto e si era sviluppata attraverso viaggi che lo avevano portato, fra l’altro, in India, nel Kashmir, in Pakistan e gli avevano fatto conoscere personalità della politica e della cultura di quei paesi, da Gandhi a Tagore, i due uomini più rappresentativi dell’India. Il Mahatma, a vederlo, raccontò poi Tucci, sembrava «insignificante, vestito di una pezza di cotone tessuta da lui medesimo, le gambe e il torso nudi, occhialuto e calvo, sgraziato nelle mosse, di scarsa se non addirittura nulla sensibilità artistica». Tagore, invece, «aristocratico» e «ieratico» gli apparve «sospettoso del prossimo avvento della tecnica» e «spirito sommamente svelto e sottile». Eppure, queste due persone, così diverse fra loro e che gli sembrava «non si comprendessero» lo colpirono profondamente. Di Gandhi egli apprezzò la determinazione che lo consacrò come un grande «riformatore morale, sociale e religioso», mentre Tagore, con il quale ebbe un rapporto intenso, lo affascinò anche perché questo poeta che sembrava un grande saggio orientale amava profondamente l’Italia. Per la verità, Tagore fu anche (e non ne fece mistero) un ammiratore di Mussolini e del fascismo anche se, poi, ridimensionò la portata di talune sue dichiarazioni in proposito.
Al fascismo e, più propriamente a Mussolini e ai propositi espansionistici in campo culturale e commerciale verso l’Oriente, Tucci, con la sua opera di studioso ma anche con una collaborazione organica, fu certamente funzionale: le sue esplorazioni e le sue iniziative costituivano un eccezionale veicolo propagandistico e il capo del fascismo gliene fu grato.
Il volume di Enrica Garzilli – Tucci l’esploratore del Duce (Memori – Asiatica Association, volume 1 di pag. 740, il 2 di pag. 742, 35 euro cadauno) , con una scrittura affascinante e coinvolgente, offre di Tucci (ma anche del mondo che ruotò attorno a lui) un ritratto a tutto tondo, pieno di chiaroscuri, capace di penetrare i lati più segreti di una personalità eccezionale, uno di quei rari studiosi – come avrebbe detto di lui il suo grande amico Mircea Eliade – la «cui biografia non può ridursi alla loro bibliografia» perché «il suo sapere fu vasto e profondo».

lunedì 14 ottobre 2013

Casaggì Valdichiana: un anno di attività,un anno di successi

Ieri,nel giorno in cui la nostra Comunità ha compiuto un anno,abbiamo scelto di scendere in piazza a Sinalunga a fare quello che più ci contraddistingue: la militanza.




Nonostante i boicottaggi,le diffamazioni,le minacce ed i cortei antifascisti siamo riusciti a crescere ed a mantenere il nostro avamposto, percorrendo una strada impervia ma costellata di successi.
Tra mille difficoltà e mille sacrifici siamo riusciti a mettere in piedi una serie di iniziative che hanno coinvolto ragazzi ed adulti,con l'impegno e l'onestà intellettuale che da sempre ci caratterizza.
Siamo riusciti a creare un luogo che potesse conciliare la cultura con la militanza politica,al fine di portare avanti un impegno quotidiano ed un dibattito culturale finora assenti sul nostro territorio,offrendo a tutti la possibilità di confrontarsi e mettersi alla prova in un ambiente libero ed autofinanziato,tramite cui riuscire a cambiare la nostra piccola realtà territoriale.

Dopo un anno riprendiamo esattamente da dove abbiamo cominciato. Venerdì avrà luogo nella nostra sede una conferenza sulla Siria,che possa essere di aiuto per comprendere le ragioni e le conseguenze di un conflitto che ha coinvolto l'intera Comunità internazionale.

Un ringraziamento a tutti coloro che ci hanno sostenuto.


Di seguito alcune delle nostre iniziative passate:
















sabato 12 ottobre 2013

Una grande serata con il "Che" a Casaggì.



Sala piena e tanta gente in piedi. Quello sul "Che" era un evento atteso: curiosità, stupore e confronto hanno animato dal primo all'ultimo momento un evento che Gabriele Adinolfi ha saputo gestire al meglio, tracciando un profilo inedito del guerrigliero argentino e rispondendo con precisione alle domande e alle critiche del pubblico. 
Qualcuno si era stupito, perchè non avrebbe mai immaginato che anche a destra si potesse parlare di quella che, invece, certa sinistra, ha ridotto ad un'icona pop. Ma qualcuno non sa che, senza alcun complesso di inferiorità, il nostro mondo è stato il primo a tributare omaggi a Guevara. Lo fecero gli artisti del Bagaglino con la canzone "Addio Che"; lo fecero i fascisti che parteciparono al primo sessantotto; lo fecero tanti movimenti in tutta Europa; lo hanno fatto e lo fanno tante figure e tante realtà che animano questa parte politica. Lo continua a fare chi riconosce, pur senza dimenticarne la collocazione di fondo, l'abnegazione e il romanticismo del Che, il suo continentalismo, la sua capacità di andare a cercar la bella morte...
Una serata di sintesi e di scambio, un momento ricco, di libertà totale e di superamento di schemi preconcetti, pregiudizi e frasi fatte. Il senso dell'evento è chiaro: anteporre l'analisi al giudizio e allargare la mente, rifuggendo ciò che è scontato, banale e configurabile a priori. Del resto, una tradizione identitaria che sa tributare i giusti onori a chi lotta, non avrebbe potuto fare altrimenti.

venerdì 11 ottobre 2013

L'aggressività è preziosa. Eliminarla è un pericolo

di Massimo Fini

Questa storia del Milan il cui campo è stato squalificato per un turno per 'discriminazione territoriale' perchè a Torino, durante la partita con la Juve, i tifosi rossoneri cantavano cori antinapoletani («Noi non siamo napoletani», embè?) non è solo grottesca, è pericolosa. Perchè in questa società che nella sua smania di 'politically correct' tende a reprimere tutti gli istinti e anche i sentimenti, come l'odio (vedi tutti i reati liberticidi previsti dalla legge Mancino cui adesso si è aggiunta anche l'omofobia per cui uno non puo' più dare del 'finocchio' a un finocchio senza andare in galera) a favore di un'astratta razionalità, ci si è dimenticati che l'aggressività fa parte della vitalità e che volerla eliminare del tutto ha gravi conseguenze. La prima è di svilirizzare un popolo. E questo è il motivo per cui noi ci troviamo tanto in difficoltà con gli immigrati soprattutto di origine slava che la violenza ce l'hanno, beati loro, nel sangue («Un po' di violenza non fa mai mal/leggi un romanzo di Mickey Spillane» era uno slogan di anni un po' meno codini dei nostri). La seconda è che a furia di reprimerla l'aggressività poi esplode in forme mostruose, molto meno innocue di un coro da stadio. Tutte le culture che hanno preceduto la nostra lo sapevano e il loro sforzo è stato quello di canalizzare la violenza in modo da poterla controllare e tenerla entro la soglia di una ragionevole tollerabilità. I neri africani, maestri del genere prima che l'Occidente ne violentasse le culture, si erano inventati la guerra 'finta' (chiamata fra i Bambara rotana per distinguerla dalla diembi la guerra vera), levando le alette dalle frecce in modo da rendere il tiro impreciso e innocuo, la festa orgiastica. Fra gli Ashanti, tribù, un tempo, molto bellicosa, c'era una settimana in cui tutti potevano insultare a sangue chiunque, anche il re, senza conseguenze. Poi tutto rientrava nella normalità. In fondo anche il Carnevale europeo, finchè è stato tale, aveva questa funzione di sfogo. Fra i Greci il meteco, il 'capro espiatorio' che veniva sacrificato quando in città si creavano tensioni pericolose, aveva il significativo nome di pharmakos.

In tempi moderni lo stadio aveva fra le sue funzioni, non marginali, quella di canalizzare e rendere sostanzialmente innocue l'aggressività e la violenza che devono essere, entro certi limiti, tollerate, sugli spalti e in campo. Altrimenti si finisce con 'i delitti delle villette a schiera' come li chiama Ceronetti. In Sampdoria-Torino ho visto l'arbitro, Gervasoni, appioppare otto ammonizioni per contrasti che un tempo non sarebbero stati considerati nemmeno falli. Il campo di calcio è stato trasformato in una sorta di 'tea party'. La Tv ha completato il tutto (sono stati quei morbosi segaioli di Sky a cogliere un coro che nessuno aveva sentito). Un calciatore che ha ricevuto un pestone tremendo non puo' nemmeno urlare una sacrosanta bestemmia, che l'arbitro non ha sentito o ha saggiamente ignorato, che, zac, la moviola la traduce sul labiale. La Tv ha invaso il sacrario. Basta, via, raus, foera de ball. Ridateci il calcio di una volta. «Un po' di violenza non fa mai mal».

giovedì 10 ottobre 2013

Bossi-Fini, lite tra ignoranti


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 di Antonio Rossini (Rinascita)

Sembra che il problema dell’immigrazione sia la legge Bossi-fini perché punirebbe con l’arresto chi soccorre clandestini in mare.
Ma a Lampedusa ancora si cercano i corpi della tragedia del mare e si dovrebbe piuttosto  non solo arrestare i colpevoli del tragico viaggio ma scoraggiare ogni altra avventura che fare campagna elettorale e pensare ai voti degli immigrati.
Così sui favorisce soltanto la tratta degli schiavi, i negrieri, chi lucra e opera stragi.
Anziché piangere seriamente i morti, abbiamo assistito ad esternazioni facili e discutibili. Sotto accusa è andata la legge Bossi-Fini.
Il presidente del Senato ha detto che proprio per questi eventi le norme vanno riviste, perché qualcuno per non inciampare nella Bossi-fini evita di dare soccorso.
Si confondono volutamente e per altri fini regole e consuetudini esistenti da millenni e comunque contemplate nel codice internazionale di navigazione che impone il salvataggio di chiunque in mare. Pertanto per non incappare nella Bossi-Fini è sufficiente informare via radio, via cellulare, o all'arrivo nel porto, di quanto si è dovuto fare. Favoreggiamento significa piuttosto occultare: chi salva lo dichiara e nulla può essere fatto contro di lui.
Chi non salva in mare, compie un reato e come persona non è più meritevole di considerazione.
Sembra che alcuni pescherecci si siano allontanati alla vista del barcone di clandestini. Questo ha denunciato il sindaco di Lampedusa e fa chiaro riferimento a fatti accaduti nel 2007 quando furono processati marinai tunisini. Quel processo per favoreggiamento dell’emigrazione, al limite poteva essere imputato alla allora legge Turco-Napolitano (si proprio lui re Giorgio I). Ma è comunque sbagliato imputare quella legge e l’attuale, perché non prevedono l’arresto. Leggiamo insieme:  non costituiscono reato le attività di soccorso ed assistenza umanitarie prestate nei confronti di stranieri in condizioni di bisogno (art.12 legge Bossi-Fini). Diverso è dire:  chiunque compie attività dirette a favorire l’ingresso degli stranieri nel territorio Italiano è punito con la reclusione sino a tre anni e 15mila euro di multa. La legge precedente Turco-Napolitano (re Giorgio I) prevedeva 30milioni di lire di multa. Praticamente i testi delle leggi sono perfettamente uguali (?). Se la vogliamo dirla tutta, la legge berlusconiana cautela i clandestini e si inasprisce verso gli scafisti, la mafia ecc.
Perché allora tutto questo rumore?
Si vuole approfittare della disgrazia per favorire l’arrivo in massa di altri dannati della Terra. Sono chiarissime le affermazioni dei rappresentanti della sinistra-chic in sella alle istituzioni e dei catto-comunisti del governo.
A chi giova ?
Anziché propagandare il paradiso che non c’è, bisogna invece scoraggiare questi falsi viaggi della speranza. In Italia non ha speranze il popolo italiano. I nostri giovani sono senza lavoro da un decennio, salvo chi ha qualche santo in paradiso che possa raccomandarlo di questi tempi magari come addetta stampa alla regione Puglia o fargli vincere un concorso.
In Italia ci sono persone che non hanno alcun reddito e devono pagare la casa popolare; ci sono persone che non riescono ad avere la casa popolare e vivono in baracche, scantinati, grotte e peggio ancora. Esistono persone che non possono mangiare e non masticano un secondo piatto da anni. Per loro, che non sono extracomunitari, nessun aiuto da Comune, enti, chiesa (casi esistenti anche in Lombardia). Questa è l’amara realtà.
Gli africani e altre popolazioni, vanno aiutate seriamente in casa. Se nei loro stati manca la democrazia, perché gli americani non sbarcano, non bombardano, non occupano per ristabilire (sic) la "libertà" e la  legalità? Da noi e in altre nazioni l'hanno fatto...
Perché in Africa non si mette in moto la macchina bellica angloamericana, confortata dagli alleati Nato, Italia compresa come è avvenuto per l’Iraq, l’Afganistan, i Balcani, la Somalia, la Libia etc. etc.? Perché non si minacciano gli stati Africani come si fa da decenni con l’Iran, come si fa quotidianamente con la Siria?

martedì 8 ottobre 2013

Foibe. Addio a Licia Cossetto, sorella di Norma: raccontò l’orrore dei comunisti slavi

di Geronimo (Barbadillo)

Licia Cossetto è deceduta durante un viaggio verso Trieste per commemorare il 70° anniversario della morte della sorella Norma, la studentessa seviziata e uccisa nel 1943 dai partigiani jugoslavi in Istria e gettata nella foiba di Villa Surani di Antignana (attualmente Tinjan in territorio croato).

Licia Cossetto vedova del capitano dell’Aeronautica Tarantola, 90 anni, si è spenta attorno a mezzogiorno di sabato nei bagni dell’autogrill di Calstorta Sud, al confine tra le province di Venezia e di Treviso, sull’autostrada A4. L’anziana maestra era partita alle 7,30 dalla sua abitazione di via Pascoli a Ghemme in compagnia della docente liceale Rossana Mondoni (biografa di Norma) e del marito Daniele Comero. “Erano diretti a Trieste – dice la vicina di casa Angela Tosi – per partecipare alla commemorazione per la morte della sorella Norma che per una tragica coincidenza era morta infoibata nella notte tra il 4 e 5 ottobre 1943. Ogni anno in questi giorni si rattristava perché il peso dei ricordi per quei traumatici eventi si faceva sentire“.

“Non smise mai di chiedere a gran voce un giusto riconoscimento per tutti gli istriani, fiumani e dalmati e naturalmente per la sorella Norma, seviziata, uccisa e infoibata da una banda di titini”: lo ha affermato in una nota l’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. “Ricevette – ha scritto il presidente Antonio Ballarin – dal Presidente Ciampi la Medaglia d’oro per Norma, con la motivazione: “Giovane studentessa istriana… imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di Amor patrio”. La figura e l’esempio della signora Licia, instancabile testimone del martirio della sorella Norma e del padre Giuseppe, restano e resteranno impressi indelebilmente nei cuori e nello spirito degli esuli”.

Unanime cordoglio anche dagli esponenti di tutte le associazioni: “In un anno sono mancati Ottavio Missoni, Maria Pasquinelli, altri e ora Licia Cossetto, testimoni di un mondo che il tempo sta dissolvendo ma che non dimentica, anche grazie al testimone consegnato alle nuove generazioni“, ha puntualizzato Renzo Codarin.

L’intervista a La Padania

Così Licia Cossetto raccontò a Barbara Mapelli la persecuzione etica subita dalla sua famiglia dai partigiani comunisti slavi: ”Noi abitavamo a Santa Domenica di Visinada, un piccolo paesino dell’Istria. Mio padre, Giuseppe Cossetto, era stato commissario governativo delle casse rurali per la Provincia, ufficiale della Milizia e podestà per molti anni. Fino all’8 settembre del 1943 non avevamo mai avuto problemi, tutti ci volevano bene. Dopo l’8 settembre, i comunisti del paese cominciarono a ribellarsi, a spaccare e a rubare ogni cosa. Armi in pugno, entrarono in casa nostra e ci portarono via tutto, tra insulti e minacce. Eravamo terrorizzate. Mio padre non c’era perché era stato richiamato a Trieste, quindi ero rimasta sola con mia madre e mia sorella Norma. E proprio sua sorella divenne preda dei banditi… Sì, nei giorni successivi cominciarono a tormentarla. Avevano messo gli occhi su di lei, anche perché era una bella ragazza. Vennero a prenderla due o tre volte, per poi rilasciarla e rimandarla a casa. Le prime volte no; cercarono di lusingarla in modo subdolo. Le promisero libertà e mansioni direttive se avesse accettato di aggregarsi a loro, ma Norma ha sempre risposto che era italiana e voleva rimanere tale. Vennero a prenderla per l’ultima volta il 26 settembre del 1943. L’arrestarono e la portarono nella ex caserma dei carabinieri, successivamente la trasferirono a Parenzo, nella ex caserma della Guardia di Finanza. Assieme a Norma, catturarono anche altri miei parenti, conoscenti e amici. Incarcerarono anche me, ma grazie ad un mio compagno di scuola riuscii ad uscire. Con mio cugino, Pino Cossetto, andai a Parenzo dov’era incarcerata Norma. La trovai molto provata, in lacrime. Parlai con uno dei carcerieri dicendogli che mia mamma era disposta a pagare purché lasciassero libera mia sorella. Lui mi rispose: “Non si preoccupi, questa sera li liberiamo tutti”. Invece? Era una bugia. Quella stessa sera portarono i prigionieri ad Antignana, all’interno di una scuola e fecero fare quella orrenda fine a mia sorella. Dapprima, la rinchiusero in una stanza da sola, la legarono ad un tavolo con delle corde o del filo di ferro e la violentarono. Pensate, abusarono di lei 17 persone! A “divertimento” finito, la gettarono nella foiba di Villa Surani. Quando recuperarono il corpo martoriato di Norma, una signora si avvicinò a me e mi disse che aveva visto ogni cosa dagli spioncini delle finestre. L’aveva sentita piangere, chiedere dell’acqua e chiamare la mamma”.

lunedì 7 ottobre 2013

Pecore e lupi



di Marco Cedolin (il Corrosivo)
 
 
Chiunque abbia avuto la sventura di vivere in Italia gli ultimi decenni è stato costretto a sperimentare sulla propria pelle il progressivo sgretolamento di un paese, smantellato pezzo per pezzo da una classe dirigente interessata unicamente al mantenimento del proprio status quo.
Anno dopo anno, prima lentamente, poi a ritmo sempre più incalzante, si è assistito all’annientamento dei diritti dei cittadini, all’eutanasia del sistema lavoro, allo smantellamento di un sistema sociale consolidato, alla precarizzazione di qualsiasi rapporto esistente fra l’essere umano e la realtà nella quale egli si trova ad interagire....
I risultati di questo lungo percorso a ritroso, imposto agli italiani attraverso l’uso del bastone e della carota, dovrebbero essere ormai chiari agli occhi di tutti.
I giovani si ritrovano oggi nell’impossibilità di costruire un futuro, sulla falsariga di quanto hanno fatto i loro nonni ed i loro genitori. Manca qualsiasi prospettiva occupazionale che consenta loro di aspirare alla creazione di una famiglia e alla realizzazione di una vita autonoma, e molto spesso una volta terminati gli studi inizia un calvario composto da occupazioni occasionali mal retribuite, frustrazione e senso d’impotenza, destinato a protrarsi indefinitamente nel tempo.
Larga parte degli adulti non vive sicuramente una situazione migliore, deprivata com’è di tutte quelle sicurezze che avevano contribuito alla stabilità delle generazioni precedenti. La mancanza della capacità di costruire un reddito sufficiente per fare fronte alle proprie responsabilità, il terrore di venire risucchiati insieme alla propria famiglia nel tunnel della povertà e dell’indigenza, la progressiva sparizione di qualsiasi punto di riferimento concreto al quale aggrapparsi, rendono sempre più la vita di troppe persone simile ad un calvario dal quale non esiste modo di affrancarsi.
Anche gli anziani, ormai giunti nella fase finale della propria esistenza, si ritrovano a vivere una situazione carica di angoscia. Determinata in molti casi non solamente dalla necessità di sopravvivere con una pensione spesso insufficiente a garantire un’esistenza dignitosa, ma anche dalla frustrazione derivante dal vedere arrancare i propri figli ed i propri nipoti, all’interno di esistenze precarie, deprivate di ogni prospettiva. Alla luce di questa situazione contingente non si può evitare di domandarsi come sia stato possibile arrivare fino a qui, senza che gli italiani abbiano manifestato durante il percorso una qualche reazione, senza che abbiano sentito la necessità di ribellarsi a qualcosa che veniva impropriamente spacciato come ineluttabile pur non essendolo affatto, senza che diventasse un bisogno immanente la necessità di dire basta.
“Una nazione di pecore non può che avere un governo di lupi”, recita una celebre frase del giornalista americano Edward R Murrow. Non esistono sicuramente dubbi sulla natura dei lupi che ci hanno condotto dove siamo adesso, così come è forte la consapevolezza che la scelta suicida di “farsi pecore” da parte degli italiani sia stata fra tutte quelle possibili in assoluto la più scellerata.

domenica 6 ottobre 2013

Femminismo e moda: verso l’annullamento dei sessi

di Lorenzo Vitelli (L'Intellettuale Dissidente)

"A me sembra fuor di dubbio che, se lasciaste a tutti questi alti maestri contemporanei la piena possibilità di distruggere la vecchia società e ricostruirla di nuovo, ne verrebbe fuori una tale tenebra, un tale caos, qualcosa di talmente volgare, cieco e inumano, che tutto l’edificio crollerebbe sotto le maledizioni dell’umanità prima di essere compiuto" Fedor Dostoevskij




Il 1968 dei moti studenteschi ed operai fu protesta e non rivoluzione, fu riformismo, svolta morale verso il “nuovo”, contro il “vecchio”. A questo cambiamento rispose positivamente, e con pari intensità, il ciclo consumista, che adeguandosi ed accelerando il processo di trasposizione delle mentalità da un sistema di valori ad un altro, intervenne a modificare le dinamiche della società Occidentale e la natura stessa delle entità intrapsichiche che dominano l’individuo. In questa logica si inserisce il femminismo, come ponte di transizione da un periodo storico ad un altro. Non il primo femminismo, legittimato da un bisogno sincero di parità in luogo di diritto, ma quel femminismo isterico ed esasperato che ha assunto rilevanza a livello politico e sociale tanto da influenzare totalmente il modo di concepire il rapporto tra i sessi ed i sessi stessi: si pensi alle ultime dichiarazioni della Boldrini. E l’universo della moda si dimostra una lente importante attraverso la quale guardare i recenti sviluppi, senonché le pretese, dei nostri costumi, della nostra civiltà, del nostro modo di rapportarci con il reale e di interpretare la vita. Attualmente i costumi affermano, con tripudio, la devirilizzazione dell’uomo e la mascolinizzazione della donna, l’intercambiabilità dei ruoli e degli status, e assumono, in quanto assoluta, l’uguaglianza di genere di due nature biologicamente diverse come indifferenziate.

In Germania è stata abolito l’obbligo di definire il sesso alla nascita, mentre tutte Europa dibatte sulla nuova forma famigliare: genitore 1 e genitore 2. La Svezia, tra i Paesi più avanguardisti per quanto riguarda la rivoluzione dell’egualitarismo dei sessi, sta approvando a livello anagrafico l’utilizzo di nomi neutri per i nascituri, in modo da non creare troppi problemi in caso si volesse cambiare sesso. La politica dei social-democratici si preoccupa dell’eliminazione delle toilette separate, mentre i marchi d’abbigliamento vogliono abolire la distinzione “bambino”, “bambina” a favore del capo unisex.

Già di moda nei primi anni 70′, l’unisex è, secondo gli opinionisti, una grande conquista per la parità dei sessi. Lo stilista e attivista gay Rudi Gernreich, sostenne che “in futuro gli abiti non saranno più identificati come maschili o femminili”, e questo proprio perché l’educazione istituzionale difende l’impossibilità di operare una qualsiasi distinzione. Nel corso di poco più di un secolo le sperimentazioni tecniche della moda, in risposta alle esigenze di una società in rivolta con sé stessa, hanno rivoluzionato i costumi di una civiltà, quella Occidentale, che si è sempre fondata sul valore della famiglia – pensiamo al contesto rurale – sull’idea di unione tra l’uomo e la donna, sulle virtù che di cui l’uno e l’altro sesso si fecero storicamente portatori. Ma nell’attuale era della post-storia, ovvero il presente paradigma oltre-storico perché totalmente scisso da un senso di continuità col passato, ogni valore è destinato a frantumarsi. Così l’universo dell’abbigliamento e quindi delle tendenze che imperversano nella quotidianità, tanto da definire – nel tempo in cui l’essere equivale all’apparire – l’identità dell’individuo, palesa la perversa voglia di indifferenziazione: prima il pantalone per la donna, poi la gonna per l’uomo. La donna moderna ed emancipata viene raffigurata dai più grandi stilisti in giacca e camicia, e le forme si perdono nell’anoressia delle modelle, cosicché l’impossibile e “politicamente scorretta” distinzione socio-culturale divenga irrealizzabile anche sul piano biologico-naturale. E’ infatti sempre più in voga – perché ricercato dai grandi marchi e dai designer più celebri – il fenomeno dell’androginia, ovvero la coesistenza nell’individuo di tratti ed elementi fisionomici esteriori di entrambi i sessi. Un fenomeno di generazione in generazione più frequente a causa del moderno tenore di vita scandito dalle innovazioni tecnologiche e dall’allontanamento costante dell’individuo dall’ambiente naturale.

Il futuro sembra dunque riservarci dinamiche diametralmente opposte a quelle che l’umanità ha affrontato in passato: il trionfo dell’unisex, la convergenza – sino all’annullamento – dei sessi e del valore ontologico che può significare l’essere Donna e l’essere Uomo (valore che analizza esaustivamente lo psicologo Otto Weininger nel suo saggio Sesso e carattere) a vantaggio invece di un ibrido modello androgino, di una società artificiale, inumana, “civile” perché innaturale, quindi amorfa, grigia, vuota.

sabato 5 ottobre 2013

Flussi migratori: vittime e mandanti


di Federica Poddighe e Gianni Dessi (Testelibere)

Gli avvenimenti tragici di questi giorni, nel rammarico per l'ennesima strage nel Mediterraneo, riporta drammaticamente alla ribalta l’emergenza degli sbarchi di immigrati clandestini sulle nostre coste. Già questa estate, con la visita del Pontefice a Lampedusa, così come i precedenti disordini scoppiati fra immigrati e abitanti dell’isola. Sebbene pochi si siano soffermati su questo aspetto, si deve sottolineare come le parole di solidarietà, fratellanza indirizzate dal Papa agli immigrati e le sue manifestazioni di gratitudine e lode verso gli abitanti dell’isola per l’accoglienza ai più sfortunati, non possano che scontrarsi con una realtà che nella piccola Lampedusa mostra ormai i suoi effetti più drammatici. Perché, come era inevitabile che accadesse, si sta assistendo ad una contrapposizione fra “disperati”. Da una parte la disperazione di chi lascia la propria terra (uomini, donne e bambini) nella speranza di un futuro migliore e di una vita più dignitosa e si ritrova a sostare per un periodo indeterminato in centri di prima accoglienza assolutamente inadeguati per capacità di contenimento che, di conseguenza, finiscono per assumere le caratteristiche di “lager” in cui gli occupanti versano in condizioni igieniche e di vita inaccettabili. Dall’altra la disperazione di una piccola isola che ha sempre vissuto di turismo che si trova a fare i conti con un’emergenza umanitaria che la sovrasta e rispetto alla quale gli abitanti si sentono abbandonati a se stessi.
Perché se le parole “solidarietà” e “accoglienza” hanno un proprio, nobile significato quando si parla di scelte circoscritte, di situazioni contingenti, di numeri contenuti, di fronte allo spostamento – ormai in atto da tempo – di grandi masse di individui, da una parte all’altra del mondo, questi concetti divengono inadeguati. Opportuno appare, pertanto, il richiamo ad un comune senso di responsabilità, che non investa unicamente le località o i Paesi di immediata destinazione degli immigrati e opportuna appare anche la menzione del concetto di “globalizzazione dell’indifferenza”: non si può, infatti, affrontare concretamente il problema dei flussi migratori senza comprenderne a fondo la vera natura e le cause che lo generano.
Qualunque ipotesi di intervento sul dramma degli sbarchi massivi di immigrati sulle coste del Mediterraneo non può prescindere dalla constatazione che i flussi migratori sono l’effetto diretto dell’attuale modello di crescita e sviluppo capitalistico e ad esso sono strettamente funzionali. In passato, dalla campagna alla città, poi dal meridione al settentrione; oggi, dal sud del mondo verso i paesi industrializzati ormai in declino. Qualcuno ha voluto vedere in questo fenomeno una sorta di contrappasso dell’esperienza colonialista europea nei Paesi di provenienza dei flussi migratori, ma questa lettura induce ad un errore di fondo (ammesso che di errore si tratti..) sostanziale e pericoloso: l’idea che tale esperienza colonialista possa considerarsi archiviata. Non è così, a nostro avviso: i flussi migratori massicci garantiscono ad un sistema condannato alla continua espansione manodopera a bassissimo costo e nuovi consumatori, in concomitanza con l'avanzare della globalizzazione e la sua necessità di operare su mercati globali. Questo disegno è perseguito dalle èlite politico-finanziarie, facenti capo alla grande finanza mondiale, che attualmente si identifica con le potenze di Usa, Israele e i loro alleati/satelliti - occidentali e non - tra cui anche l'attuale Unione Europea. La strategia per la creazione di un unico mercato globale, dove poter imporre un monopolio politico, finanziario, economico e culturale, mira ad ottenere dapprima il controllo economico e politico sulle nazioni e poi abbatterle definitivamente, eliminando ogni ostacolo alla sua realizzazione. E qui entra in gioco il concetto di “neo-colonialismo”: il mezzo utilizzato per la realizzazione del suddetto fine è quello delle leve finanziarie e militari: la generazione artificiosa e il possesso del debito, da una parte; l'azione militare diretta e - in alternativa - la creazione del caos permanente mediante il finanziamento e l'innesco di guerre civili e secessioni, dall’altra, in specie nel caso in cui il Paese oggetto di “attenzioni” non si presti facilmente e volontariamente al primo mezzo di coercizione. Al controllo "de facto", segue l'inevitabile depredazione delle risorse naturali e delle capacità produttive, ivi compresa la forza lavoro, sfruttata sia impiantando in loco le produzioni a basso costo (delocalizzazione), sia incentivando esportazione di manodopera verso i Paesi ad economia "avanzata".
E’ questa politica predatoria che, non consentendo alle popolazioni del sud del mondo di poter vivere delle proprie economie, esercita quella fortissima pressione - anche propagandistica - volta a spingere enormi masse di individui a cercar miglior fortuna altrove, affidandosi quasi sempre a efferati contrabbandieri di carne umana, pronti a disfarsi del loro carico, una volta ricevuto il pagamento e qualora lo stesso possa risultare per loro compromettente.
Gli effetti per le società coinvolte, sia quelle di destinazione che di partenza dei flussi, sono devastanti. Oltre a generare impoverimento e dipendenza economica nelle zone d’emigrazione, producono squilibri ed effetti analoghi nelle società di approdo: destrutturazione delle società autoctone, ribaltamento di modi di vita e produzione, annientamento delle diversità culturali e dei modelli politici nazionali da essa espressi.
Infatti, nei luoghi di destinazione dell'immigrazione, l’effetto che si viene a produrre è duplice:

- Dal punto di vista sociale, l’inevitabile appiattimento delle culture e delle tradizioni, in favore di un nuovo “meticciato” mono-culturale improntato su un unico modello consumistico ( leggersi il piano Kalergi illumina..);

- Dal punto di vista economico, si alimenta il cosiddetto “dumping sociale”.
Quest’ultimo fenomeno viene ben sintetizzato nelle parole di M. Pallante, che lo definisce come quella pratica che “ consente di instaurare una concorrenza al ribasso delle paghe, mettendo appunto in competizione la classe debole e ricattabile composta sia da immigrati che da autoctoni, avviando una guerra tra poveri con un ulteriore aggravamento dell'impoverimento generale, piuttosto che di un aumento di benessere in favore dei nuovi arrivati”.
In definitiva, il fenomeno migratorio è da considerarsi parte integrante di una complessa strategia finalizzata a generare la completa dipendenza dei popoli dai possessori delle materie prime e della produzione, sempre più concentrati in pochi oligopolisti mondiali.

Proprio l’opposizione alla nefasta e criminale globalizzazione - nonché alle cosiddette “politiche dell’accoglienza ed integrazione”, veri e propri palliativi ad essa funzionali – può e deve essere il fattore decisivo nel contenimento dei fenomeni migratori che hanno raggiunto ormai proporzioni inquietanti.
Se possono essere fatte salve le parole di fratellanza per i nuovi arrivati e di pietas per le innocenti vittime di questo ignobile traffico di esseri umani, pronunciate nella sua veste di capo religioso da Bergoglio, non può non ritenersi pericoloso, oltreché pretestuoso, l’indirizzo in materia di immigrazione, dell’attuale governo italiano, l’ennesimo istituito per conto terzi.
Le attuali condizioni economiche del Paese, infatti, non possono assolutamente garantire la possibilità alla nostra provata e compromessa situazione economica la capacità di farsi carico dell’accoglienza entro i propri confini di massicci flussi migratori di persone a cui assicurare condizioni di vita dignitose e non la certezza di un’esistenza ai margini della società, ovvero della legalità. Per identiche ragioni appara chiaramente impraticabile e insostenibile su larga scala la via dello ius soli , ovvero il riconoscimento automatico della cittadinanza italiana ai nuovi nati nel territorio nazionale, sebbene da genitori stranieri. Diritto, giova ricordarlo, riconosciuto perlopiù unicamente in quei Paesi (America del Nord e del Sud; Australia) che sono stati popolati a seguito della massiccia immigrazione, voluta e invogliata, ma sempre gestita e controllata. Nazioni giovani, ricche di opportunità e risorse, che necessitavano di manodopera, cervelli, capitali e lavoratori per lo sviluppo economico. Paesi che non hanno esitato a sterminare le popolazioni autoctone (Indiani D’America, Maori, etc) per soppiantarle con masse allogene in cerca di fortuna e più funzionali al progetto di fondo.
In ogni caso, la nostra situazione è ben diversa, se non opposta. Quali garanzie potrebbe assicurare ai nuovi venuti o ai nuovi nati stranieri un Paese come l’Italia in cui gli stessi indigeni - falcidiati dalla crisi indotta e dalle politiche economiche e monetarie scellerate - si vedono costretti a sopravvivere a malapena, assistendo - tra fallimenti e suicidi - all'erodersi di tutte le minime conquiste sociali faticosamente raggiunte nel corso di decenni?
Come mai, le stesse forze che hanno creato ciò, ci inducono, con violenza verbale e giudiziaria, ad accettare politiche immigratorie illogiche e suicide?
I nostri Ministri Kyenge e Boldrini, votate alla causa mondialista ben più che a quella italiana, non passa giorno che non ci ricordino che “l’immigrazione è una necessaria risorsa” e che “siamo un paese di vecchi (razzisti), da ringiovanire”. Guai a dire o pensare il contrario. E’ vero che siamo un paese destinato ad invecchiare, come è vero che l’incertezza economica e la mancanza di tutele adeguate alla maternità e alla famiglia ne sono la causa principale. L’azione culturale disgregatrice dell’unità familiare, il disprezzo per la donna madre e casalinga, espresso dalla Presidente Boldrini ne è un chiaro esempio.
In Italia, a maggio 2013, il tasso di disoccupazione è stato pari al 12,2%, + 0,2% rispetto ad aprile 2013. Gli inoccupati salgono a 3.140.000 (ISTAT 1 luglio 2013). La disoccupazione giovanile (15-24 anni) a maggio 2013 è stata pari al 38,5%. I "Neet" (Not in Education, Employment or Training), cioè i giovani che non studiano, non lavorano e non cercano un occupazione, sono arrivati a oltre il 23%. Servono altri giovani stranieri per cosa, se non per aumentare la disoccupazione giovanile, precariato e concorrenza al ribasso?
Il 53% degli italiani non riesce a mantenere la famiglia con il suo reddito ed il 77% dei pensionati percepisce meno di mille euro al mese. Vantiamo “8,2 milioni di poveri , quasi 4 milioni mangiano grazie ai pacchi alimentari”. Potremo snocciolare decine di freddi dati statistici, ma basterebbe stare tra le persone normali per capire la situazione. Il “buonismo” ingannevole, non risolve e non affronta il problema, ma lo aggrava volutamente e scientemente.
In questa situazione, non è lontanamente pensabile il poter garantire una vita dignitosa, lavoro e stato sociale, a masse di indigenti che si riverserebbero in Italia con irrealizzabili aspettative e speranze, si creerebbe unicamente una corsa al ribasso dei salari e delle condizioni di lavoro, una massa povera disposta ad accettare tutto, costringendo alla medesima abnegazione anche gli stessi italiani.
La frustrazione e la delusione (palesi nei ripetuti episodi di violenza e rivolta già verificatisi e richiamati in parte anche in premessa), si trasformerebbero in elementi di costante tensione sociale, con l’inevitabile formazione di sacche di emarginazione, da cui attingerebbe manovalanza la criminalità e il lavoro nero.
Il progressivo depauperamento e forse l’annullamento finale dei servizi, soprattutto socio – assistenziali, sarebbe generalizzato, dall'istruzione alla sanità. Per non parlare della reciproca perdita di identità culturale e del pericolo dell’esasperazione e del fanatismo religioso che in queste situazioni di disagio si diffonde e prospera. Un pericolo molto più concreto di ciò che non si creda, su cui bisogna vigilare, pur evitando qualunque stereotipo razzista, xenofobo e islamofobico .
Quando poi, in questo quadro di desolante disperazione e malessere, si spacciano per soluzioni del problema provvedimenti come: “riservare posti di lavoro agli immigrati” (cit. Kyenge), “favorire gli immigrati nell’assegnazione degli alloggi comunali”(es. Ravenna e Trento) o riservargliene di nuovi (es. Cagliari), giustificarne i reati (es. Kabobo) e assolverne gli autori, fornirgli i diritti senza chiedere mai i doveri…. Siamo di fronte ad una sgradevolissima discriminazione al contrario ( se mai esistesse un "giusto" verso, e così ovviamente non e'), tendente in maniera evidente ad alimentare solo l'odio e il razzismo, in una guerra tra poveri destinata a creare fratture e scontri sociali. Siamo davanti ad una vera e propria incitazione all’odio razziale e alla guerra civile.
Non interrogarsi sulle conseguenze di un simile progetto, è un lusso che il popolo italiano non si può proprio permettere. Tornare indietro, sarà impossibile.
Riteniamo, infine, che se è corretto che, chi cerca asilo politico e rifugio nel nostro paese debba essere accolto e messo nelle condizioni di vivere con dignità e rispetto, è anche vero che bisogna denunciare, con forza e senza ipocrisia, il mercato degli schiavi che si nasconde dietro un diritto umanismo di facciata, voluto e fomentato ad arte. I migranti vengono, infatti, recuperati ai margini del mare territoriale libico, portati in Italia, successivamente mantenuti dai contribuenti, e poi lasciati al loro destino. Un vero e proprio business non nascosto della forza lavoro, irregolare ed a basso costo.
Il nostro fermo convincimento è che la sola soluzione possibile al problema globale dei flussi migratori, passi inevitabilmente dalla rimozione delle cause sistemiche che l’anno prodotta: dentro questo sistema, l’immigrazione è inarrestabile perché è conseguenza dell’esistenza del sistema stesso.

venerdì 4 ottobre 2013

Urbanistica fascista: il caso Apuania, la provincia scomparsa...



di Marco Valle, Secolo d'Italia

Qualche anno fa Paolo Nicoloso, studioso di storia dell’architettura del Novecento, nel suo “Mussolini architetto, propaganda e paesaggio urbano nell’Italia fascista” (Einaudi) — un lavoro importante, critico e non inutilmente fazioso —, fu costretto ad ammettere che: «in Italia, il senso di appartenenza a una comunità nazionale è assai debole e il patrimonio architettonico è una straordinaria risorsa su cui costruire le basi dell’identità. Ma proprio a questo scopo l’architettura è stata utilizzata dal fascismo in modo eccellente, come mai nessuna nazione moderna aveva fatto… di nuovo, “l’arcana potenza” di quest’arte ritorna a produrre suggestioni collettive. Alla fine, il disegno di Mussolini, di parlare ai posteri del fascismo attraverso l’architettura, appare dunque vincente».

Una valutazione forte che sollevò a sinistra — la destra, come al solito, era in altre cose affaccendata…— un dibattito importante. Su “Liberazione” Lucia De Vezio scrisse una densa recensione dell’opera di Nicoloso, significativamente intitolata “Sta vincendo Mussolini?” ricordando, in primis, che già «Piero Della Seta e Roberto Della Seta in un testo fondamentale (“I suoli di Roma”, Editori riuniti, 1988) hanno analizzato approfonditamente la politica fondiaria del fascismo, smentendo le interpretazioni correnti circa la continuità fra l’urbanistica fascista e quella dei governi democristiani, arrivando a concludere che “lo strapotere della grande rendita fondiaria è una novità del dopoguerra, non del fascismo”. L’emancipazione dagli interessi speculativi è stata evidentemente una condizione essenziale per consentire all’architettura di svolgere al meglio quella funzione rappresentativa e simbolica che Mussolini le attribuiva». La De Vezio concludeva, concordando con l’autore, che «amaramente si registra una sorta di rivincita del fascismo, a partire proprio dall’architettura. È in sostanza la presa d’atto di una più generale crisi della cultura e della politica (a cominciare da quelle di sinistra) che non hanno saputo fornire all’opinione pubblica italiana, e ai giovani soprattutto, un’alternativa efficace alla “fascinazione” fascista».

Qualche tempo dopo, Paolo Portoghesi — antico incendiario postmoderno e oggi pompiere accademico —, ammise in un suo articolo su “L’Osservatore Romano” —sic transit…— non solo il valore del libro di Nicoloso ma anche, con qualche inevitabile banalità, le ragioni di Mussolini “architetto e urbanista” e soprattutto riconoscendo, finalmente, che «i razionalisti italiani, i critici come Bardi, Bontempelli, Belli e gli architetti come Pagano, Terragni, Moretti, erano dei convinti fascisti e tentavano la difficile impresa di italianizzare e quindi fascistizzare il razionalismo puntando sulla radice “mediterranea” e sulla vocazione mistica dell’astrattismo. Alcuni, come Michelucci, Cosenza e anche Pagano, cercavano radici e archetipi nella modernità della tradizione popolare dell’architettura senza architetti».

Insomma, una rivalutazione imbarazzata ma piena del grande sforzo modernizzatore dell’esperienza mussoliniana che, come ricorda proprio Portoghesi, ha rivelato «la capacità di definire una forma urbana che, nonostante la magniloquenza, si è rivelata adatta alle esigenze della vita collettiva assai più di certi quartieri del dopoguerra, ispirati dalla retorica collettivista».

Al tempo stesso, sulla scia del successo dei libri di Pennacchi sulle bonifiche pontine e le “città di fondazione” e, soprattutto, della sua lettura, magari confusa ma innovativa, della dialettica città-campagna, ruralismo-industrializzazione del sulfureo ventennio, la polemica sui meriti o demeriti della politica architettonica e urbanistica del regime si è ravvivata e arricchita. Ma non solo. In questi anni — nel silenzio dell’ex destra di governo, imbarazzata dinanzi a questa inattesa “rivincita mussoliniana” — sempre più storici hanno iniziato, con gran disappunto di vetero azionisti torinesi come De Luna e Revelli, ad indagare i tanti aspetti misconosciuti della modernizzazione autoritaria italiana. Senza sconti e senza paraocchi.

Pensiamo, ad esempio, ai saggi di Eugenio di Rienzo ed Emilio Gin sulla diplomazia fascista e le intricate problematiche del periodo bellico, ai lavori di Marino Ruzzenenti e Mauro Canali sulle politiche energetiche mussoliniane o alla ricerca di Stefano Pisu sulla cinematografia e i rapporti culturali italo-sovietici.

Un laboratorio futurista tra le Apuane e il Tirreno

L’elenco potrebbe continuare ma preferiamo fermarci e riflettere su un libro decisamente interessante: “Apuania, provincia di fondazione” di Paolo Camaiora (Eclettica edizioni, Massa, 2013. Ppgg. 200 – euro 25,00). L’autore, carrarese Doc, è un architetto innamorato del razionalismo e della sua terra e, fortunatamente, poco attento ai dettami del “politicamente corretto”. Supportato da un ricco apparato iconografico e documentale, Camaiora ha indagato, intrecciandoli — in un viaggio interdisciplinare, secondo l’insegnamento di Bloch e Braudel — i mutamenti sociali e politici e le politiche urbanistiche e amministrative della provincia di Massa e Carrara nel periodo tra le due guerre. Una scelta adeguata e intelligente, purtroppo appesantita un eccesso di vis polemica che rischia di penalizzare inutilmente un lavoro altresì serio e importante.
In ogni caso, ripercorrendo le vicende di questo frammento d’Italia il lettore di cultura non ovvia, accanto e oltre alla storia locale, troverà ulteriori lenti per comprendere le logiche e le dinamiche che sottintesero l’imponente sforzo di modernizzazione e razionalizzazione dell’Italia attuato dal regime.

Facciamo un passo indietro. Negli anni Venti, complice la grande crisi mondiale, l’antico dominio estense si era ridotto ad un’area depressa, terribilmente povera e sempre incatenata all’oscillante economia marmifera. Per di più, nonostante i mutamenti politici, il territorio rimaneva straziato dalle tensioni municipaliste tra Massa e Carrara e avvelenato da solidi rancori sociali. Una situazione insostenibile per l’Italia “fascista e proletaria”.

Su impulso di Renato Ricci, capofila del fascismo locale e allora Presidente dell’Opera Nazionale Balilla, e di Osvaldo Sebastiani, nel 1937 fu decisa la realizzazione di una grande zona industriale — il piano Sebastiani — a cavallo tra le due città e, nel ’38, venne istituita la ZIA (Zona Industriale Apuana). In tempi record furono sistemati e bonificati i terreni, canalizzati fiumi e torrenti, posati binari, costruite banchine e, subito dopo, innalzati gli stabilimenti. Nell’arco di pochi anni, circa sessanta aziende — attratte dai generosi sgravi fiscali — s’impiantarono nel distretto e ottomila persone trovarono lavoro.
Un successo pieno a cui corrispose un parallelo piano urbanistico che prevedeva la fusione dei tre centri interessati — Carrara, Massa e Montignoso — in un unico nuovo comune, Apuania. Come sottolinea l’autore «nel caso specifico, l’ambizioso progetto di sviluppo non prevedeva soltanto quello industriale, ma anche quello abitativo. La fusione delle tre città in una sola, la realizzazione dei viali a mare e dei viali perpendicolari alla costa, le reti viarie secondarie, altro non erano che assi di demarcazione dello sviluppo urbano del territorio dove, però, ferree erano le disposizioni in materia di costruzione e di edificabilità».

Sotto la supervisione di Ricci — che, da uomo intelligente, si avvalse dei consigli di Enrico del Debbio, l’architetto del Foro Mussolini a Roma, e dallo scultore Arturo Dazzi — il paesaggio cambiò volto e fisionomia. Il piano regolatore dell’epoca, parzialmente realizzato e nel dopoguerra stravolto, esprimeva «insieme con una visione moderna dell’assetto territoriale, anche un’idea dei rapporti sociali: le case economiche localizzate in aree vicine alle attività produttive o nelle fasce più interne, mentre villini e palazzine collocate sugli assi viari principali». Gran parte dei progetti rimasero sulla carta, ma gli edifici realizzati a Carrara — il Palazzo delle Poste e la sede della Gioventù Italiana del Littorio — e a Massa — i grandi stabilimenti della Zona Industriale—, le colonie marine sulla costa e i nuovi borghi delle zone bonificate, testimoniano tutt’oggi l’ampiezza e la forza innovativa del progetto.

Nel 1938, a sigillo e garanzia del piano di sviluppo, il governo fascista volle chiudere in modo drastico le diatribe municipaliste e decise non solo d’unificare, come sopra accennato, i tre centri maggiori in un unico grande Comune, ma di fondare una nuova Provincia, anch’essa di nome Apuania. Una scelta coraggiosa che seppelliva polemiche passatiste, razionalizzava funzioni e servizi e formava un’area socio-economica organica e funzionale al sistema Italia. Come nota Camaiori, Apuania fu «la risultante di un’operazione futurista, cioè proiettata nel futuro, partendo dal risolvere il dato oggettivo, sociale, della povertà che affliggeva la popolazione».

L’esperienza ebbe vita breve. Nel 1946, uno degli ultimi atti d’Umberto di Savoia fu proprio la cancellazione dell’effimera “Provincia di Fondazione”. Da allora, sotto le Apuane si tornò all’ordinamento post unitario e il vecchio, misero municipalismo — un impasto di grettezza, invidie e “pensieri corti” — ritrovò da spazio e fiato.

Di quel tempo ormai lontano e irripetibile restano, in Toscana come ovunque in Italia e nelle antiche colonie, le architetture. Gli edifici, le opere. Sono simboli potenti, che sfidano gli anni, i secoli. Come teme Nicolosi «le loro forme sono concepite per non essere consumate come moda passeggera, bensì per resistere nel tempo ed essere attuali “anche tra 400 anni”. L’architettura “con la sua costante presenza, modifica a poco a poco il carattere delle generazioni”, si legge nel Dizionario del fascismo, testo ufficiale del PNF. Essa dovrà ravvivare, per chi la vede, al tempo di Mussolini o tra qualche centinaio d’anni, un sentimento di appartenenza a una civiltà italiana e fascista, antica e superiore». Parole su cui riflettere.

giovedì 3 ottobre 2013

Moriremo democristiani?

di Ugo Gaudenzi (Rinascita)

Vent’anni fa, fu dichiarato il decesso della cosiddetta “prima repubblica”.
Lo sancirono, in stretta successione, Di Pietro, la Lega, il Msi e la Forza Italia in incubazione per volontà di Silvio Berlusconi.
In un pugno di settimane il “sistema” della democrazia imperfetta (potere alla dc e ai suoi valvassori di centrosinistra (pli, pri, psdi, psi) e ruolo statico, senza alternanza di opposizione per il pci) o dell’ “arco costituzionale” (la conventio ad exludendum del Msi, “sdoganato” dal Cavaliere con la conseguente quasi vittoria missina alle elezioni comunali di Roma), fu – per dirla alla Renzi – “asfaltato”, per via giudiziaria e per via politica (con i neonati “azzurri” al governo contro ogni previsione della vigilia che dava per scontata la vittoria dei beneficiari di “mani pulite”, i comunisti).
Poi il ventennio egemonizzato dalla presenza di Berlusconi nell’agone della partitocrazia, presenza realizzatrice di un’alternanza tra no-cav e sì-cav al governo.
Con la progressiva disintegrazione dell’identità nazionale italiana, del suo pluralismo di idee, della sua ricchezza culturale, sociale, economica e, anche, perché no, politica.
Infine un biennio, l’attuale, di progressiva omologazione al centro dei due ex poli della ex destra e della ex sinistra ormai “differenziati”, si fa per dire, da indistinti distinguo bizantini. Due governi destra-sinistra-centro giunti a chiudere il cerchio del ventennio con un ritorno alla… dc.
Sì. Se tutto andrà come sembra, siamo sul punto di tornare alle origini dell’Italietta a sovranità limitata messa al potere sulle rovine ancora fumanti della nazione sconfitta nella seconda guerra mondiale.
Con un’unica differenza, rispetto ad allora.
Dal 1948 al 1993 l’egemonia della democrazia cristiana aveva comunque una sorta di contrappeso nell’esistenza di un pci che – comunque condannato al non governo – poteva contare su un vasto consenso di base e su un partito quadrato e volitivo.
Oggi il pci non soltanto si è dissolto (peraltro era il suo destino, come era stato scritto già da Jalta o con la nota – ma ben celata – “svolta di Salerno”) ma i suoi epigoni “democratici” non soltanto si sono molto sbiancati rispetto ai loro padri ma stanno rischiando l’estinzione anche come organizzatori di apparato. Non sono al governo, valgono il due di picche nelle sfide interne (primarie in fieri) e stanno lasciando agli ex dc di “sinistra” tutto il “cocuzzaro” come dimostrato dall’emergere dei vari Letta, Franceschini, Renzi.
Ma – come si dice? - se Atene piange Sparta non ride.
Anche dall’altra parte della barricata (una pseudo barricata…) i democristiani, di destra, sono egemoni. Non a caso sono ben saldi al governo con Letta. Dagli Alfano in giù. Toh, gli stessi che hanno annunciato lo “strappo” e il voltafaccia pro-Letta, proDc, nonostante le dimissioni consegnate qualche ora prima a Berlusconi.
E così vent’anni di fuga dal sistema unipolare democristiano si stanno risolvendo nella riesumazione del cadavere eccellente, quello guidato allora dall’accattone De Gasperi (beneficato dall’elemosina di un milione di dollari che il grand’uomo andò a pietire dal padrone Usa, il Vincitore) e oggi da un triunvirato di “nuovi diccì” camerieri della finanza, dei poteri d’oltreoceano, delle multinazionali a cui svendere l’Italia.
Moriremo democristiani?
Vorrebbero proprio così. E ci dicono pure che quella del governo delle mezze tacche sia una medicina di rigore, tasse e salva-Italia benefica, da bere tutta d’un fiato, o senza più fiato: decidete voi.

mercoledì 2 ottobre 2013

“Famiglia e società” di Alain de Benoist: per ripensare oltre l’individualismo

famiglia e società

di Manlio Triggiani  (Barbadillo.it) 
Al centro del dibattito culturale la crisi della famiglia occupa un posto di primo piano da almeno un quarantennio, sin dalla fine degli anni Sessanta, quando cioè fu messa in discussione in nome della “libertà dei costumi”. Da allora la critica di sinistra e radical chic ha puntato non solo a minare l’istituto alzando la posta per richiedere sempre “maggiori libertà interne” ma è stato proprio la famiglia a essere messa in discussione come realtà unitaria e cellula basilare della società. Proprio il venire meno dei legami sociali e di solidarietà, un tempo molto forti, ha contribuito, insieme agli assalti della “nuova morale laica” a metter in crisi il modello di famiglia naturale. Del resto è vero anche che venendo meno la famiglia, elemento di congiunzione fra l’individuo e la società, si sono affievoliti i legami sociali.
Insomma, il dibattito attuale, rilanciato dal filosofo francese Alain de Benoist con il suol ultimo volume edito in Italia, “Famiglia e società” (Controcorrente edizioni, Napoli 2013, pagg. 223, euro 20) si articola fra i due poli “Disgregazione e diversificazione della famiglia”. De Benoist affronta in un libro ricco di riferimenti anche all”Italia, appositamente inseriti dal filosofo francese per l’edizione di Controcorrente, interrogativi di particolare interesse e attualità: dai temi della coesione sociale alla persistenza dei valori di parentalità, dai legami sociali che man mano si affievoliscono ai tentativi di opposizione alla scomparsa o trasformazione dei ruoli nelle famiglie, ai problemi di identità di genere, sino al progressivo affermarsi dell’individualismo narcisista.
De Benoist, nella prima parte, non trascura gli aspetti demografici che hanno un forte rilievo anche nel ridisegnare la composizione della società con riflessi inequivocabili nella famiglia. Il dibattito che prosegue da molti anni fra sociologi, demografi, antropologi, politologi e psicanalisti non tende a diminuire di intensità. Lo scrittore francese si inserisce a pieno titolo in questo dibattito e analizza come il legame individuale, contrattuale, di fatto inserito negli ultimi decenni nel solco della morale borghese che ha generato la visione contrattualistica di tipo liberale, incida negativamente sulla famiglia istituzione.
Infatti, il diritto di famiglia pone perimetri di carattere economico e contrattuale fra i coniugi e l’elemento individualista (proiezione dell’egoismo), nel singolo componente, ha il sopravvento sul rapporto comunitario e familiare. Insomma, la mentalità liberale che entra anche nei rapporti parentali e li mina dall’interno. Paradossalmente, afferma de Benoist, “la famiglia stava bene quando era criticata da ogni parte. Oggi che è in crisi è accettata dappertutto”.
Quale famiglia? Esistono vari tipi, fa rilevare l’autore: la famiglia naturale, quella allargata, quella nella quale coesistono una madre sola con un figlio. Ancora: in base alle innovazioni legislative introdotte negli ultimi anni in vari paesi occidentali, è possibile il matrimonio fra omosessuali, che tante polemiche, e scontri di piazza, ha suscitato in Francia dove un vero e proprio movimento di opinione ha protestato per difendere la famiglia naturale. Il prossimo passo? Forse l’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali… Così la conflittualità si diffonde e la famiglia rischia di non salvarsi.
In una situazione di tale difficoltà, nel mondo occidentale (in tutto il resto della Terra la situazione è ben altra) viene tutto ripensato: scompare il concetto di sesso lasciando posto al genere, concetto ben più neutro, riferito alla rappresentazione sociale, legata ai modelli di relazione, aspettative, ruoli, vincoli. Il sesso è distinto dal sesso che invece richiama la natura biologica del maschile e femminile e quindi alla dimensione corporea. E’ una vera e propria ideologia che tende a fornire una percezione differente della realtà: si diffondono i single, intesi come nuova condizione della società, il forte calo delle nascite in Europa mostra una società che invecchia senza avere voglia di puntare sul futuro, di scommettere su ciò che sarà la postmodernità. Un dato di per sé pericoloso, che ipoteca l’avvenire dell’Europa.
Come sottolinea De Benoist, “la famiglia resta comunque oggi una delle strutture intermedie indispensabili per costituire un ponte fra l’individuo e il sociale” ma andrebbe ripensata reinserendola “in un ambiente sociale vivo, ricco di significato, sforzandosi di restituire modi di convivialità e socialità in seno ai quali potrà svolgere pienamente il suo ruolo. L’avvenire della famiglia passa attraverso la rianimazione del sociale”. Tutto giusto, tutto vero. Ma mancano ancora politiche a favore della famiglia.

martedì 1 ottobre 2013

Possiamo ancora dirci davvero liberi?

di Marcello Foa

Ho scritto questo articolo per il Corriere del Ticino usando il mio computer. Quando l’ho finito l’ho mandato via email alla redazione. I lettori l’hanno letto il giorno dopo. Qualcun altro, però, l’ha letto prima di loro, o comunque era in grado di intercettarlo, già pochi minuti dopo l’invio; eppure non era il direttore del Corriere del Ticino, né il redattore a cui l’ho indirizzato. E’ qualcuno che non conosco, che non abita in Svizzera, che opera lontano, dall’altra parte dell’Oceano. Io non sono un terrorista, non sono ricercato, pago regolarmente le tasse; insomma, sono un normalissimo cittadino. Eppure qualcuno sa tutto di me. Sa a chi telefono, perché ha accesso ai dati del mio smartphone. Sa a chi scrivo e soprattutto cosa scrivo perché riesce a intercettare le mie email. Sa cosa leggo perché riesce a monitorare tutti i miei movimenti su internet. Ogni volta che faccio un acquisto online costui prende nota di tutto, mi osserva quando opero sul mio conto di Internet banking, dunque sa quando guadagno, qual è la mia ricchezza privata.

Usando Facebook l’intrusione è ancora più pervicace: perché attraverso Facebook l’utente, gioiosamente, mette a nudo la propria vita privata. Indica chi sono i suoi amici, pubblica le proprie foto tanto più se divertenti, insolite, bizzarre, persino intime senza rendersi che un giorno (e penso soprattutto ai ragazzi) potrebbero essere usate contro di lui. Dice dov’è andato in vacanza, chi ha visto, persino cosa ha mangiato. E non si rende conto che tutto quello che viene pubblicato su Facebook non può più essere cancellato, perché anche quando non lo rende visibile al pubblico, resta impresso in un’immensa memoria, sospesa su qualche nuvola virtuale, a cui egli non ho accesso. Perde il controllo del proprio passato e del proprio presente. Come mai prima d’ora in uno Stato Occidentale.

Da inviato speciale sono stato in Unione Sovietica, nella Ddr, in Cina, in diversi Paesi autoritari o dittatoriali. In quanto giornalista sapevo di essere seguito. Quasi sempre il mio interprete o il mio autista era una spia, incaricato di annotare tutto quello che facevo. Una volta in albergo una manina misteriosa ha aperto il mio computer e ha copiato tutti i dati dal mio hard disk; come 007 non era un granché perché ha lasciato un indizio che mi ha permesso di scoprire subito l’intrusione. Il senso di oppressione era costante e per questo ogni volta che tornavo in Europa provavo una sensazione, spesso euforica, di libertà. Sapevo che a casa mia, nel mio Paese, nessuno avrebbe potuto frugare nella mia vita privata e professionale. Oggi, invece, non è più così.

La realtà svelata dall’ex tecnico della Cia Edward Snowden è sempre più sconvolgente. Microsoft, Apple, Yahoo, Google, Facebook, Blackberry eccetera collaborano – volontariamente o sotto costrizione – con la National Security Agency (Nsa), la superagenzia dei servizi segreti americani, accordando un accesso esclusivo ai loro sistemi. E’ come se ci fosse una sorta di porta segreta di cui solo loro possiedono le chiavi.

Oggi un agente segreto non avrebbe più bisogno di aprire il mio computer e scaricare il mio hard disk. Il processo, in gran parte, è automatico. Ogni tanto, a mia insaputa, i miei dati possono essere prelevati e trasmessi altrove. Il problema è che tutto questo non accade in uno Stato totalitario, ma in Paesi che sono democratici e nell’ambito di un processo dalle conseguenze potenzialmente devastanti.
Un principio fondamentale è stato silenziosamente ribaltato usando il grimaldello della lotta al terrorismo. Prima solo chi era gravemente sospettato di aver commesso dei crimini veniva intercettato e seguito; oggi si mettono sotto controllo tutti nel tentativo di scoprire un manipolo di pericolosi eversivi. E non abbiamo nessuna garanzia, nessuna tutela su come, da chi e per quali fini siano usati informazioni private, talvolta intime, a cui nessuno in democrazia e in stato di diritto dovrebbe avere accesso. Le implicazioni sono colossali, i rischi enormi, la sproporzione tra il male e la cura evidente. Quando si può sapere tutto di te, nessuno può sentirsi davvero al sicuro.

Possiamo ancora dirci davvero liberi?