martedì 25 ottobre 2016

CASAGGì alla manifestazione in favore del grano italiano


Appoggio totale alla protesta degli agricoltori italiani. La battaglia che stanno conducendo in favore della tutela dei prodotti del nostro territorio, nello specifico del grano, è assolutamente encomiabile e degna di tutto il nostro sostegno.
Abbiamo voluto partecipare a questa protesta con i nostri militanti e uno striscione che recitava: DIFENDERE IL GRANO ITALIANO. La nostra presenza è apparsa, ad alcuni, inaspettata date le sigle presenti e anche alcuni oratori non proprio vicini al nostro pensiero. Noi crediamo che su battaglie come questa si debbano superare gli steccati dettati dalla politica convenzionale e stringerci in un fronte comune contro le ingiustizie partorite da qualche burocrate di Bruxelles. La nostra presenza è stata assolutamente propositiva e questo è stato apprezzato dai tanti agricoltori presenti. Crediamo che la battaglia che stanno conducendo sia sacrosanta e noi ci uniamo a loro contro queste politiche mirate ad affossare il comparto agricolo italiano. La terra è da sempre uno dei settori trainanti della nostra economia nazionale e vogliamo che continui ad esserlo. La qualità e la biodiversità che tutti ci invidiano va difesa contro gli attacchi esteri.
Vogliamo ribadire la nostra vicinanza a tutti coloro che oggi hanno avuto il coraggio di scendere in strada e dare un segnale inequivocabile a chi ci governa. Per noi il concetto è chiaro: DIFENDERE IL GRANO ITALIANO.

lunedì 17 ottobre 2016

AVANTI RAGAZZI DI BUDAPEST

Di Mattia Savelli

In questi giorni gira in rete un video con alcuni ragazzi in divisa scolastica intenti a cantare la canzone che meglio rappresenta l’impeto rivoluzionario del popolo ungherese: “Ragazzi di Budapest”. Le prime strofe in lingua magiara si trasformano improvvisamente nella versione italiana e il battito dei piedi scandisce il tempo, il tutto coronato da bandire ungheresi sventolate con onore dai ragazzi più grandi. Per dei romantici come noi un idillio, per qualche trombone integralista del politicamente corretto un oscenità nazionalista. Nella nostra Italia, dove l’antipolitica e antitalianità la fanno da padroni, noi sappiamo apprezzare i popoli che sono ancora fieri di appartenere ad una Nazione, ad una terra e alla sua storia. Possiamo solo immaginare cosa si direbbe se in una scuola italiana si facesse intonare una canzone nazionalista a degli studenti in grembiule, come minimo il preside sarebbe processato sommariamente da qualche tribunale del “popolo”. 
Il testo intonato dai piccoli magiari è forse la cosa che unisce di più noi italiani alla lotta dei loro nonni, infatti non molti sanno che quelle parole sono state scritte proprio da un nostro connazionale. Nel 1977 un giovane Pier Francesco Pingitore detto Ninni, si avete capito bene proprio l’ideatore del Bagaglino il programma di cabaret per antonomasia, scrisse questo testo e chiese al musicista Dimitri Gribanovski, artefice di svariate colonne sonore di spettacoli e film italiani, di fare un arrangiamento incalzante per quelle strofe. Probabilmente l’autore italiano, da sempre legato alla destra e che mai rinnegherà la sua simpatia per il fascismo e per la Repubblica Sociale, voleva dare il suo contributo al tentativo di rottura del muro di silenzio che si levò attorno alla causa ungherese. Il risultato fu un potente grido di libertà contro l’oppressione sovietica e il riscatto di un intero popolo che in “quell’alba radiosa di ottobre” mise sotto scacco una delle due superpotenze mondiali costringendola a reprimere la rivolta nel sangue. Negli anni successivi le parole vennero spesso mutate e il testo adottato da vari gruppi rock identitari tanto che il Fronte della Gioventù di Triste fece incidere la canzone in un disco, dal titolo “Giovani d’Europa”, nel 1984.  Da quel momento non si contano le cover e le curve di calcio che spesso e volentieri intonano quelle parole. Probabilmente Ninni non pensava a questo tipo di evoluzione ma sarà sicuramente fiero di vedere quei bambini ungheresi cantare a squarciagola, dopo più di trent’anni, la sua canzone divenuta un vero e proprio monumento alla storia della Rivoluzione Ungherese.


mercoledì 12 ottobre 2016

PRECISAZIONI IN MERITO AL DIVIETO DI MANIFESTARE CONTRO IL BUSINESS DELL'IMMIGRAZIONE



SINALUNGA - Leggiamo sul Corriere di Siena un articolo dove in maniera piuttosto maldestra, il sindaco di Sinalunga e un giornalista compiacente cercano di giustificare il motivo per cui ci è stato negato il sacrosanto diritto di manifestare contro le scellerate politiche di accoglienza del governo e dell'UE.
Ci teniamo a precisare 3 punti non tanto perché vogliamo giustificarci, come potrebbe pensare il giornalista che ha già usato impropriamente questo verbo nella sua intervista, quanto per far notare come ormai risulti normale che un sindaco cerchi di mettere a tacere le opposizioni e la stampa abbia una gestione così disinvolta nel riportare le notizie da scadere nella faziosità, facendo di fatto da stampella a questo genere di politica della censura.

Visto che hanno riportato solo due frasi del nostro comunicato, cercando di dargli un taglio che non rispecchia la realtà, ci teniamo a precisare quanto segue:

1)L'accostamento che il giornalista fa tra la nostra azione e la lotta all'abusivismo è fuorviante oltre che ridicolo.
Manca l'identità dei metodi e dei fini.
Noi non saremmo andati a vendere qualcosa per intascarci i soldi e non pagare le tasse, ma abbiamo chiesto un regolare permesso per svolgere un'azione di natura politica contro l'immigrazione, il primo fattore che peraltro fornisce mano d'opera a basso costo a chi gestisce il racket delle vendite abusive.
Qualsiasi persona di buon senso comprende che tra il diritto di manifestare regolarmente e l'abusivismo dei "vucumprà" (come ha scritto il giornalista) ci passa la stessa differenza che corre tra scrivere un giornale e venderlo.

2) Il sindaco ci ha sì offerto un altro luogo dove manifestare (cosa che era scritta nel nostro comunicato tagliato dal solito giornalista che si diverte a fare taglia-copia-incolla) peccato che questo posto fosse in mezzo al niente,lontano dal passaggio e dalla vista di tutti. Qualsiasi persona normale non va a manifestare nel nulla giusto per poter dire di aver fatto qualcosa e rendersi ridicolo.
Dal momento che siamo persone corrette invece di fare una manifestazione abusiva abbiamo rifiutato, indotti dall'inspiegabile diniego del sindaco; il parere preventivamente espresso dalla questura dimostra come non ci fosse alcun motivo che si scontrasse con la necessità di garantire l'ordine pubblico.

3)Noi, come afferma Agnoletti, non intendiamo "strumentalizzare" proprio nulla.
Il caso politico lo ha creato lui e di conseguenza abbiamo ritenuto opportuno denunciare il fatto che un sindaco invece di farsi garante di tutti i cittadini, si diverta a censurare e spillare divieti che ledono il diritto di manifestazione delle opposizioni senza alcuna ragione.
Il caso politico finirà quando cambieranno i metodi spregiudicati di certi amministratori nel rapportarsi con gli avversari.
Cogliamo questa occasione per invitare il sindaco ad un incontro pubblico dove potremo ad armi pari confrontarci su quella che è la realtà dei fatti, visto che tramite la stampa non è stato possibile.

lunedì 10 ottobre 2016

Azione contro immigrazione e business dell'accoglienza a San Giovanni d'Asso


Riteniamo un serio campanello di allarme la protesta dei richiedenti asilo che hanno messo a ferro e fuoco l’albergo del piccolo comune di San Giovanni d’Asso, danneggiando sensibilmente la struttura di cui sono ospiti. Queste situazioni di tensione che sono all’ordine del giorno in tutta Italia, sono originate dall’impossibilità di controllare un numero sempre crescente di immigrati che nella maggior parte dei casi non avrebbero diritto di rimanere in Italia e dal triste business dell’accoglienza, ormai alla ribalta nella cronaca nazionale, che solo quest’anno è costato all’erario ben 4 miliardi di euro. Episodi del genere mettono in serio pericolo la tranquillità e l’incolumità dei cittadini. Siamo sempre stati fortemente contrari all’accoglienza indiscriminata, vorremmo che ci fossero dei seri controlli a monte su tutti coloro che vogliono entrare in Italia. Attualmente il Governo Renzi non è riuscito a risolvere questa situazione e si dimostra un attore passivo all’interno dell’Unione Europea.
Vorremmo inoltre che in Italia si facesse un referendum, come avvenuto in Ungheria, in modo tale da chiedere il parere dei cittadini in merito alle attuali politiche dell’accoglienza. Infine condanniamo questa corsa ai finanziamenti da parte delle cooperative che cercano di racimolare soldi accaparrandosi qualche decina di immigrati. In merito a questo ultimo punto c’è da sottolineare che chi si aggiudica la gestione dei richiedenti asilo non ha l’obbligo di rendicontazione e quindi non si sa come spenda i soldi pubblici, soldi che noi preferiremmo fossero impiegati per le famiglie italiane ma visto che così non è vorremmo almeno sapere che fine facciano.
Nel ribadire la nostra vicinanza ai cittadini di San Giovanni d’Asso, continueremo a sostenere con fermezza la lotta a questa politica dell’immigrazione incontrollata che porta inevitabilmente allo scontro e al degrado. Noi siamo e saremo sempre schierati dalla parte dei cittadini italiani che si trovano a subire questa situazione.

Divieto di manifestare contro il business dell’accoglienza.


SINALUNGA - Avevamo programmato, per domenica pomeriggio alla Fiera di Sinalunga, un’azione dimostrativa contro le politiche d’accoglienza messe in atto da Unione Europea e Governo Renzi. Come di consueto avevamo comunicato a tutte le autorità competenti la nostra intenzione, con tutti i dettagli del caso come numero dei partecipanti e luogo. Sarebbe stata un’azione rapida e tesa a scuotere le coscienze dei cittadini in merito ad un tema, come quello dell’immigrazione, quanto mai attuale anche nelle nostre zone. Dopo parere positivo da parte della Questura di Siena, ci siamo visti negare il permesso da parte del Comune di Sinalunga, il quale ci ha proposto di spostarci in una zona limitrofa all’area interessata dalla Fiera, lontana dal flusso principale dei cittadini impegnati nella consueta passeggiata. A giustificazione di questa scelta ci è sta addotta la motivazione della sicurezza, nonostante le nostre manifestazioni siano sempre state ordinate e rispettose delle regole di condotta. Questa decisione è stata scorretta e a dir poco discutibile, visto che la nostra iniziativa avrebbe coinvolto esclusivamente i nostri militanti per un tempo limitato. Ci sembra evidente che si tratti di una scelta politica, tesa a zittire e censurare le voci fuori dal coro che si battono contro le politiche di accoglienza incontrollata e finalizzata al mero guadagno di qualche cooperativa.
Vogliamo altresì ribadire che non saranno questi mezzucci degni del peggior Kim Jong-un a fermare la nostra protesta contro il business dell’accoglienza che si sta dimostrando fallimentare su tutto il territorio nazionale. I divieti e le censure ci mostrano la pochezza dei nostri avversari politici e ci dimostrano che siamo sulla strada giusta.

domenica 2 ottobre 2016

Il referendum sull’immigrazione di Orban avviso patriottico ai burocrati Ue

di: Cristiano Puglisi (barbadillo.it)

Nell’ambito dell’agone politico del centrodestra, il Partito Popolare Europeo è spesso utilizzato nella retorica quotidiana per segnalare una certa distanza dalla destra più intransigente. Soprattutto parlare di Partito Popolare Europeo significa affermare una certa fede europeista, laddove l’aggettivo collima con la visione dominante all’interno dei circoli tecnocratici di Bruxelles e della Commissione Europea.

La storia politica di Fidesz

Eppure, anche se in pochi lo sanno, esiste un altro Partito Popolare Europeo. E’ quello di Viktor Orban, premier dell’Ungheria e del suo partito Fidesz. Tutt’altra pasta rispetto ai centristi nostrani, il primo ministro di Budapest è infatti visto al di fuori dei propri confini come un conservatore e un nazionalista intransigente.

Nonostante questa percezione Fidesz, movimento nato nel 1988 come “Alleanza dei Giovani Democratici” e fiorito prevalentemente all’interno delle Università, era sorto come una forza di ispirazione totalmente opposta, che si opponeva in maniera dura al regime comunista ungherese proponendo un modello liberale e libertario di stampo occidentale. Con il crollo della “cortina di ferro” Fidesz è riuscito a sdoganare la propria presenza sul panorama politico. Ma il successo elettorale ha eluso a lungo le speranze dei suoi giovani esponenti.

A metà degli anni ’90 il movimento vede l’emergere della figura di Viktor Orban, giovane giurista tra i primi fondatori del partito, che si propone come leader liberalconservatore e punta su un’opposizione ancora più dura al maggioritario Partito Socialista che, nel 1998, anno della consacrazione con la vittoria elettorale, si tramuta in esperienza di governo. Il primo Orban è a favore delle liberalizzazioni, dell’integrazione europea, della Nato, nella quale l’Ungheria entra nel 1999.

Finito il mandato nel 2002, Viktor Orban dovrà attendere otto anni per tornare a sedersi sullo scranno di primo ministro con la spettacolare vittoria alle elezioni del 2010, con la conquista di oltre i due terzi dei seggi parlamentari. E’ da quel momento che la politica di Fidesz cambia radicalmente. Il liberalconservatorismo lascia spazio a un più rigido nazionalismo: l’Assemblea Nazionale vede ridotto drasticamente il numero dei parlamentari e la Costituzione vede modifiche di stampo tradizionalista, con l’inserimento di riferimenti espliciti ai valori della famiglia e della fede.

Nel 2011 Orban da il via a un massiccio piano di nazionalizzazioni, o megli di “rinazionalizzazioni”: sotto il controllo statale tornano infatti i fondi pensionistici che proprio Orban aveva privatizzato nel suo primo mandato. Vengono inoltre introdotte consistenti tassazioni sui profitti bancari e finanziari privati.

Il rimodellamento nazionale della Banca Centrale Ungherese

Queste manovre sono il preludio alla decisione di contestare il principio di indipendenza della Banca Centrale Ungherese rispetto al Ministero delle Finanze, fino al punto in cui il governatore è venuto nuovamente a essere indicato dal Governo ungherese, che rifiuta inoltre di aderire al processo di ingresso nella moneta unica europea.

Ma le scelte di Orban sono anche motivate dal sentimento prevalente della popolazione, ovvero quello di un potente rigurgito del sentimento nazionale che porta Jobbik, movimento di estrema destra ultratradizionalista, a diventare il principale partito di opposizione con consensi oltre il 20% che vengono confermati dalle più recenti elezioni, quelle del 2014.

Il nuovo successo di Orban porta però a una sempre maggiore distanza dall’Unione Europea e a una sempre maggiore vicinanza a modelli alternativi, quale quello della Russia di Putin, tanto che lo stesso Orban viene a dichiarare in più occasioni come il suo modello di riferimento sia quello della “democrazia illiberale”, al quale egli accosta non solo la Russia, ma anche la Cina e la Turchia.

Eppure, nonostante il prevedibile criticismo di molti Paesi dell’Occidente, l’eterodossa (per i canoni eurocratici e progressisti) Ungheria di Orban è una realtà felice, economicamente parlando. Il Paese ha infatti visto diminuire costantemente e drasticamente il tasso di disoccupazione a partire dal 2010, pur in piena crisi economica globale.

La sfida di Orban ai dogmi di Bruxelles tuttavia non si limita all’aspetto economico e sociale ma anche alla gestione del fenomeno migratorio dovuto ai conflitti mediorientali. Il suo Governo è infatti fautore di una politica di rifiuto della retorica immigrazionista vigente nelle principali capitali politiche europee (Italia inclusa ovviamente, nda) e improntata a un certo pragmatismo, più che a un rifiuto ideologico del migrante in quanto tale.

Così lo scorso anno è partita l’edificazione del famoso “muro anti immigrati”, che è poi in realtà una lunga barriera fatta di filo spinato al confine con la Serbia, in aperta sfida al trattato di Schengen. Una misura che ha fatto inorridire la stampa liberal occidentale. Una decisione che ha però funzionato, fermando l’enorme flusso di migranti che, attraverso i Balcani, attraversavano l’Ungheria per introdursi in Europa. Una scelta che ha condotto oggi all’ultima battaglia, in ordine di tempo, del premier ungherese: l’indizione di un referendum per rifiutare le quote di ripartizione dei richiedenti asilo previste dall’Unione Europea.

Il referendum: tappa cruciale per la Nuova Europa

Il referendum, che si terrà nella giornata di domani, domenica 2 ottobre, sarà un momento molto caldo per i vertici europei. Paragonabile forse alla Brexit, pur se Budapest non ha lo stesso peso di Londra. Se la vittoria del “no” non è infatti minimamente in dubbio, a pesare saranno i dati di affluenza. Un’affluenza sotto il 50% indicherebbe un fallimento per il premier, che si esporrebbe così agli attacchi provenienti da destra, con Jobbik pronto a rimarcare la rischiosità di una simile operazione qualora un flop fornisse gli strumenti all’Ue per criticare le linee politiche ungheresi, e da sinistra con il Partito Socialista che si è prevedibilmente schierato contro la propaganda di Orban e potrebbe così vantare il disinteresse della popolazione per la questione.

Tuttavia, in caso di elevata affluenza o di percentuali bulgare, il segnale rivolto all’Europa sarebbe fortissimo e la piccola Ungheria potrebbe diventare un faro per tutte le voci fuori dal coro che sentono sempre più l’insofferenza verso questa Unione Europea e i suoi dogmi politici.