venerdì 18 aprile 2014

Libri. “L’Eni e l’Iran 1962-1970″: l’Italia e la politica estera declinata con il greggio


di Francesco Mastromatteo (Barbadillo)

Gli anni ’60, periodo di profonde trasformazioni storiche, segnano a partire dalla morte di Enrico Mattei uno spartiacque nella politica energetica dell’Eni e quindi dell’Italia, ma vedono una continuità significativa negli antichi rapporti tra il nostro paese e l’Iran.

E’ questo il tema del libro “L’Eni e l’Iran 1962-1970” diRosario Milano, giovane studioso barese di relazioni internazionali, presentato presso il dipartimento di Scienze Politiche dell’ateneo di Bari, con il patrocinio della Fondazione Gramsci e l’Associazione Dottorandi Italiani. Un testo, quello di Milano, frutto di accurate ricerche d’archivio e che ricostruisce la storia dell’Eni nel passaggio dalla visione rivoluzionaria di Mattei a quella “normalizzatrice” di Eugenio Cefis, il “borghese di stato” archetipo dell’involuzione del sistema italiano, che pone fine, con l’appoggio della corrente dorotea della Dc, condizionata dai poteri forti d’oltreoceano, come evidenziato dal prof. Michele Capriati, docente di economia politica, all’ambizioso esperimento di innovazione sociale e di politica economica di sistema concepito da Mattei. E’ l’inizio di quella progressiva rinuncia a una politica estera, economica ed industriale autonoma oggi particolarmente evidente.

La prof.ssa Marina Comei, docente di storia economica, ricostruisce la politica estera di Mattei, che si intreccia con l’idea di una strategia internazionale volta a conquistare i mercati del Terzo Mondo con proposte più vantaggiose di quelle americane. Nell’Eni, in cui il capitale privato era marginale, dovevano concentrarsi tutte le attività energetiche, nucleare compreso. Con la misteriosa morte del fondatore, l’Eni cessa di essere una controparte ed avviene una “pacificazione” con la Esso in un quadro di mediazione tra gruppi oligopolistici, mentre gli idrocarburi passano sotto la gestione dell’Agip. Non più una holding pubblica, ma una realtà sottomessa alla burocrazia ministeriale che attenua progressivamente la sua presenza sulla scena internazionale.

Si può fissare nella conferenza dell’Opec a Caracas nel ’70 l’evento che segna il tramonto dell’ordine petrolifero internazionale, con una ridefinizione dello stesso in favore dei paesi produttori e un consolidamento dei rapporti con l’Iran, crescente potenza regionale anche dal punto di vista economico e militare. Un’era, quella del decennio precedente, caratterizzata, come evidenziato dal prof. Italo Garzia, docente di relazioni internazionali, dalle modificazioni dei rapporti con il Terzo Mondo nell’ambito della decolonizzazione, di cui il tema petrolifero è una cartina tornasole: cresce progressivamente la percentuale in favore dei paesi produttori, ed il greggio diventa uno strumento di politica estera.

Un periodo di transizione nella storia iraniana, secondo Ali Reza Jalali, giovane ricercatore e studioso italo-iraniano di diritto e sistemi politici: a cavallo tra l’esperimento nazionalista e autarchico di Mossadeq, stroncato da un golpe sostenuto dall’Occidente, e le pulsioni spirituali e sociali che porteranno alla rivoluzione khomeinista del 1979, in cui l’Iran dei Pahlavi svolge un ruolo cruciale, insieme a Turchia e Pakistan, nell’alleanza antisovietica. Una dipendenza dal petrolio, quella di Teheran, che è la croce e delizia di un paese collocato strategicamente tra il Golfo Persico e il Mar Caspio, zona ricca di gas per cui si faranno le guerre del XXI secolo.

giovedì 17 aprile 2014

Ai figli di quel 'soldato della classe '40'



di Mario M. Merlino

Mattia viene a prendermi alla stazione di Chiusi e con discreta velocità si raggiunge Firenze, non lontano dalla stazione Campo di Marte, ove in via Frusa vi è la sede di Casaggì. Ci sono stato due o tre anni fa a presentare E venne Valle Giulia. Allora, come oggi, scendendo le scale a chiocciola, il primo colpo d’occhio è quello di una sala piena, soprattutto di giovani e giovanissimi. Ragazzi e ragazze di oggi, semplici puliti volenterosi direi di una sana bellezza interiore che traspira nella spontaneità del gesto, come si muovono come parlano ridono… Il salone è dipinto in giallo – un giallo solare, dunque, positivo il primo impatto (come erano bui gli scantinati dai soffitti bassi i muri scrostati dove con aria da cospiratori ci armavamo di pennello secchio rotoli di manifesti e la spranga fedele compagna di notti a caccia di zecche rosse! Eppure, lo confesso, ne conservo memoria e un non so che di nostalgia…) – con alle pareti i numerosi quadretti e poster delle attività svolte dei volantini distribuiti dei riferimenti culturali e storici a noi cari. Irridenti, sfrontati, creativi. Mi piacciono. Sono di linguaggio diverso, meno militante e ancor meno militare, ma in fondo ci appartengono, sanno esprimere una identità comune di fondo.

(Sono e rimango un professore. Persona fortunata, mi dico spesso, che ha svolto il lavoro che decise di intraprendere all’età di sedici anni. In culo ai questurini magistrati secondini compagni falliti e arroganti, non mi sento certo di chiamarli ‘colleghi’, e a tutto un mondo istituzionalizzato che mi guarda scuote il capo bisbiglia punta il dito… ma, dall’altra, quei giovani, sui banchi di stupide noiose e vuote aule, a cui raccontavo della storia negata maledetta ottenebrata, di quei coetanei in camicia nera che scelsero per non essere scelti, che andarono con nessuna certezza e poche speranze di vittoria, che seppero tutto donare senza nulla pretendere. Come non si può amare la gioventù eterna, quella che conosce il sapore della sfida della esaltazione dell’incoscienza?… Essere fedeli alla nostra giovinezza, questo l’imperativo perché solo così sapremo mantenere la fierezza e coltivare la speranza, tanto care a Robert Brasillach).

Di Robert Brasillach, appunto, invitato a parlare. Soprattutto a rispondere alla domanda se e quanto egli può essere ancora ‘vivo’ di fronte a questi ragazzi, alcuni sedicenni, che sono i figli di quel ‘soldato della classe 40’ a cui aveva scritto dietro le sbarre del carcere di Fresnes. Quel ragazzo che, negli anni ’60, aveva l’età del servizio di leva e che fu, in massima parte, disattento ignaro distratto al suo richiamo ma che, al contempo, sceso nelle piazze con parole d’ordine del vetero-marxismo (i Lenin e gli Stalin) ma anche delle correnti e dei dintorni eretici (Che Guevara, ad esempio, Mao), si ostinava di dare nuova linfa e vitale ad un percorso ormai ridottosi a rivolo melmoso e stanco e illudersi che vi fosse, tragica e feroce illusione, da qualche parte un ‘sol dell’avvenire’(che sono, a ben intendere e sapendo distinguere sempre e comunque ‘fierezza e speranza’).

A Firenze, di cui traccia alcuni periodi ne Il nostro anteguerra, ‘dall’alto di San Miniato con il duomo antico, i suoi torrioni alti nella foschia della sera, ho visto meravigliosamente fusi gli straordinari tesori plastici e la grazia toscana, il minuto popolo d’Italia ironico e musicista. Abbiamo passeggiato su Ponte Vecchio appesantito da decine di botteghe d’artigiani come i ponti di Parigi ai tempi di Luigi XIII…’. A Firenze, dove nei locali di Casaggì, attraverso il mio affetto verso questo sconosciuto fratello che fu e rimane il più caro e la capacità di ascolto, di curiosità (a Pasolini che lo sollecitava a rivolgersi ai giovani che, attraverso la televisione, per la prima volta, ne vedevano il volto scavato e ne udivano le rare e roche parole, Ezra Pound rispose ammonendoli reiteratamente con il ‘curiosità, curiosità’) di questa bella comunità, ecco snodarsi le tappe di quel destino di quell’avventura di quei versi disperati e rasserenanti.

La fierezza e la speranza, dunque. Sono convinto che la più grande colpa di questi tempi mali sia rappresentata proprio dall’aver sottratto l’idea del futuro dall’orizzonte della gioventù, asservendola al quotidiano riempito di falsi bisogni desideri inutili facili stati di depressione (ricordo l’incontro di alcune mie alunne con Giovanna Deiana che, a sedici anni, in uno dei primi bombardamenti inglesi su Verona, per salvare i fratellini era rimasta cieca. E, nonostante ciò, ausiliaria in Repubblica Sociale, con Aldo, il più piccolo della famiglia, mascotte della Brigata Nera, che viene ammazzato poco più che adolescente sulla riva dell’Adige a mesi dalla fine della guerra. Ebbene ebbe loro a dire come vi fosse una sola differenza fra la sua e la generazione di quelle ragazze e cioè che ‘noi non conoscevamo la parola problemi’…)

Ed ancora, ricordando la gioventù fra le due guerre, quella gioventù che si era lasciata tentare dal Fascismo ‘immenso e rosso’, dalla sua gioia, dalla sua poesia, egli ebbe a definirla: ‘spirito anticonformista per eccellenza, antiborghese sempre, irriverente per vocazione’ (In Brasillach non vi è la complessità dell’inquietudine esistenziale di Drieu la Rochelle o di Céline la disperazione e il pessimismo e un nichilismo aristocratico e proletario al contempo. Egli è, per utilizzare la felice espressione di Giano Accame, ‘il poeta dei balilla’. Non un piano ideologico, ma una estetica ove regna la bellezza della giovinezza con il senso dell’amicizia e della gioia di vivere). Non è poco… E avrei potuto aggiungere come, ne La ruota del tempo, egli descriva i protagonisti di questo affascinante romanzo (come rimanere indifferenti quando si leggono le pagine del secondo capitolo dal titolo La notte di Toledo?) che ‘noi viviamo nell’eminente dignità del provvisorio’ (che non va confuso, va da sè, con la condizione di precarietà a cui sono state condannate le nuove generazioni. Qui è un momento estatico creativo sognante e irridente in attesa dell’età adulta con i suoi obblighi e legami).

Avrei potuto dire tanto ed altro… Guardo questi adolescenti, vi sono fra loro militanti con fili bianchi fra i capelli, coppie di genitori che vogliono condividere l’esperienza la crescita dei propri figlioli, e so che Brasillach sarebbe contento. Là, nel piccolo cimitero di Saint Germain de Charonne, ultimo e definitivo suo rifugio, ricoperto da un tripudio di fiori, sorride. Ed io con lui…

mercoledì 16 aprile 2014

Marine Le Pen va in Russia e lancia l’idea per la crisi ucraina: la federazione


Marine Le Pen va in Russia e lancia l’idea per la crisi ucraina: la federazione

di Antonio Pannullo (il Secolo d'Italia)

Mentre l’Europa teme con terrore la cosiddetta ondata populista alle elezioni per l’europarlamento a maggio, la presidente del Front National, Marine Le Pen, ha sostenuto responsabilmente l’idea di federazione dell’Ucraina, appoggiata dalla Russia, durante una visita a Mosca.
«Spero che gli elementi più moderati della diplomazia europea riescano a mettere tutti attorno a un tavolo per riuscire a trovare soluzioni per un futuro pacifico per l’Ucraina e rispettoso del desiderio e della sensibilità di ogni parte della popolazione ucraina», ha detto Le Pen in una conferenza stampa, aggiungendo che «il progetto più logico, il più rispettoso, è quello di una federazione in seno all’Ucraina, che permetta un certo grado di autonomia ad alcune regioni». Questo permetterebbe «all’Ucraina dell’est, che per mille ragioni si sente più vicina alla Russia, o all’Ucraina dell’ovest che per mille ragioni si sente più vicina all’Ue, di poter preservare il Paese», ha spiegato. Le Pen ha incontrato a Mosca il presidente della Duma, Serghiei Narishkin, che poi è uno dei responsabili russi colpito dalle sanzioni Ue dopo l’annessione della Crimea alla Russia. Sanzioni, detto per inciso, alle quali la Serbia ha annunciato di non aderire. E in effetti, considerando la situazione sul terreno, questa sembra la soluzione più ragionevole: in Ucraina di fatto si è verificato un golpe, perché il presidente eletto è stato deposto, e ora comanda un amico dell’ex premier Julia Timoshenko, che è stata fatta immediatamente uscire del carcere dove stava scontano una pena a sette anni per reati connessi alla pubblica amministrazione, dalla magistratura ucraina, subito condiscendente verso i nuovo padroni dell’ex regione sovietica. È dai tempi della Rivoluzione arancione che l’Ucraina è squassata da forze centrifughe che ne minano la stabilità e l’unione. Oggi è un Paese nel caos: in molte zone si è sull’orlo della guerra civile, la Crimea se ne è già andata con un legittimo referendum in cui la popolazione ha espresso democraticamente la sua opinione, e l’opposizione è spaccata tra nazionalisti ed europeisti. Usa e Ue, anziché mettere in campo la diplomazia, ha soffiato sul fuoco pur di attaccare quello che vedono come una minaccia al loro potere mondiale, ossia la Russia di Putin. Dopo gli esempi dei fallimenti di Iraq, Afghanistan, Balcani, Libia, l’Occidente ancora non accetta di ragionare, e nemmeno la clamorosa figuraccia fatta con la Siria è servita a ridurllo alla ragione.

martedì 15 aprile 2014

15/04/1944-15/04/2014 In ricordo di Giovanni Gentile vittima dell'antifascismo



Oggi, 15 aprile, ricorre l'anniversario dell'assassinio di Giovanni Gentile, ucciso da un agguato partigiano. A settant'anni di distanza, nonostante le numerose richieste, le istituzioni fiorentine si sono sempre rifiutate di esporre una targa al Salviatino, sul luogo dell'omicidio. Quest'oggi, la targa, la abbiamo messa noi. Nella speranza che, simbolicamente, possa muovere le coscienze di chi, da sempre, vive una memoria faziosa e a senso unico.



"Lo stato non si restaura se non si restaurano le forze morali che nello stato trovano la loro forma concreta, organizzata, perfetta. Lo stato non si restaura se non si restaura la famiglia, e nella famiglia l'uomo, che è la sostanza della famiglia, della scuola, dello stato".

15 aprile 1944 - 15 aprile 2014
IN RICORDO DI GIOVANNI GENTILE
Vittima dell'antifascismo


lunedì 14 aprile 2014

13/04/2014 - Manifestazione per la Sovranità e l'Identità nazionale,nasce Laboratorio Identitario


Ieri abbiamo manifestato a Siena al fianco dei ragazzi di Gioventù Universitaria,per dimostrare che c'è un'intera generazione vogliosa di riscattare la dignità della propria Nazione.Con la sigla di Laboratorio Identitario,il nostro comune ed ambizioso progetto nato al fine di unire tutte le anime identitarie,nazionali e popolari presenti in provincia sotto un'unica bandiera,vogliamo costruire una cultura alternativa ad un sistema mosso esclusivamente da interessi materiali e dal nichilismo.
Tanti i temi ed i valori lanciati: dalla famiglia tradizionale ad un'economia dal volto umano,dall'identità nazionale alla coscienza popolare,dal valore del lavoro al ruolo dell'università.
Di fronte ad un'Italia dove impera il disimpegno e dove spinte disgregatrici tentano di erodere le nostre tradizioni,c'è un'Italia che quotidianamente combatte per ciò che ama e per costruire un domani migliore.

LA SOVRANITA' CROLLA
LA GIOVENTU' NON MOLLA!

sabato 12 aprile 2014

Ecco come Bruxelles ha scippato la sovranità ai Paesi dell'Europa

da: Il Giornale 
La crisi strutturale del sistema economico occidentale è una delle tematiche sulle quali più si è focalizzata l'attenzione di Alain de Benoist, saggista e filosofo, i cui libri sono ormai tradotti in una quindicina di lingue.

Nel suo ultimo lavoro (La fine della sovranità, Arianna editrice) c'è però un ulteriore irrigidimento delle posizioni.
Fino a qualche tempo fa, Lei diceva che eravamo sull'orlo del baratro. Adesso, è convinto che la fine del mondo ci sia già stata.
«Non la fine del mondo, bensì la fine di un mondo. Siamo usciti dal mondo moderno, dove i riferimenti erano stabili e la forma politica dominante era lo Stato-nazione, e siamo entrati in un mondo postmoderno, dove la visone di lungo termine è ovunque sostituita dall'effimero. È un mondo liquido, deterritorializzato, dominato dalle nozioni “marittime” di flussi e di reti».
Però Lei parla di «colpo di Stato europeo».
«Colpo di Stato è forse eccessivo, in quanto sono gli stessi Stati ad aver accettato di essere progressivamente spogliati delle sovranità politiche, finanziarie e di bilancio. L'Unione europea, che si è organizzata dall'alto (con la Commissione di Bruxelles) verso il basso ha solo seguito questa inclinazione naturale».
Che ne pensa del refrain austerità/crescita?
«L'austerità non riporterà la crescita, poiché il suo scopo principale è quello di esercitare una pressione al ribasso sui salari e sui redditi, dunque di diminuire il potere di acquisto, ossia la richiesta. E quando c'è meno richiesta, il consumo diminuisce, la produzione anche e la disoccupazione aumenta. Le classi proletarie e le classi medie sono le prime a soffrirne».
Ma quale può essere l'alternativa? Lei ha più volte affermato: “l'ideologia della crescita è un errore logico. Non ci può essere crescita materiale infinita in uno spazio finito”.
«L'alternativa è organizzare, fin da ora, una decrescita sostenibile, favorendo il ricollocamento, economizzando le riserve naturali, favorendo gli stili di vita che non si riducono a una fuga in avanti nei consumi. Ma l'alternativa è anche “ideologica”: si tratta di rifiutare l'assiomatico dell'interesse e il primato dell'economia, e di smettere di volere “sempre di più”. “Di più” non è sinonimo di “meglio”».
Altrimenti, come scrive nel libro, prevede una vera e propria marcia verso la miseria.
«Lo possiamo constatare già oggi in diversi paesi europei. Il risultato delle politiche di austerità adottate sotto la pressione dei mercati finanziari è proprio questo. La disuguaglianza tra i vari Paesi e al loro stesso interno non smette di ampliarsi, a esclusivo beneficio delle nuove classi finanziarie e politico-mediatiche».
E allora uscire dall'euro può essere la soluzione?
«L'euro ha contribuito ad aggravare la crisi, nel senso che, lungi dal promuovere la convergenza delle economie europee, ne ha invece aumentato i divari. Ma la crisi non è riducibile al problema dell'euro. I Paesi che non hanno adottato l'euro, come la Gran Bretagna, non se la passano meglio. Sono anch'essi prigionieri di mercati finanziari e dell'aumento del loro debito pubblico. In ogni caso, uscire dall'euro avrebbe un senso solo se fosse il risultato di un insieme di Paesi, e non di uno solo».
Potrebbe però essere una possibilità?
«Non c'è alcuna possibilità che possa avverarsi nell'immediato. Ad ogni modo, anche nel caso di un ritorno alle monete nazionali, l'euro dovrebbe essere mantenuta come moneta comune per gli scambi con i Paesi non europei».
Ma c'è stato un momento preciso in cui abbiamo perso la nostra sovranità?
«L'abbandono è stato progressivo. È il risultato del trasferimento all'Unione Europea di gran parte della sovranità che non è stata riportata a un livello superiore (una sovranità europea), ma scomparsa in una sorte di “buco nero”. Questo processo è stato completato dalla politica del debito, che ha posto gli Stati sotto il controllo di investitori privati e agenzie di rating».
Ed è possibile riconquistare quote di sovranità?
«Occorrerebbe ritrovare i mezzi dell'indipendenza economica e finanziaria, il che necessita un cambiamento radicale delle politiche pubbliche, a cui però nessun Paese europeo sembra propenso».
In un contesto del genere la crescita del Front National conferma che però vi possono essere spazi di manovra?
«L'ascesa del FN riflette principalmente il deterioramento del bipartitismo destra-sinistra e il discredito generalizzato della classe politica».
Dunque, il consenso potrebbe dipendere dal fatto di escludere a priori le categorie di destra e sinistra.
«Tutte le inchieste disponibili dimostrano questo: il FN ottiene voti sia a destra che a sinistra. Il suo programma economico e sociale, è nettamente orientato a “sinistra”, e possiede tutti i criteri per sedurre gli ex elettori comunisti. In generale, il FN tocca delle priorità, che sono avvertite soprattutto nel Nord della Francia, e poi dalle classi proletarie e dagli strati inferiori della classe media, che sono anche le principali vittime delle ricadute negative dell'immigrazione (disoccupazione, insicurezza, affossamento della scuola, ecc.). È da molto tempo il primo partito fra gli operai».
Potrebbero nascere altri movimenti in Europa sul modello del FN?
«Non credo molto all'esportazione dei modelli. Il FN è un movimento molto legato al contesto particolare della vita politica francese. Il modo con il quale trascende la divisione destra-sinistra non può essere meccanicamente copiato».
Ma è forse l'unico che si schiera apertamente contro quello che Lei definisce «il sistema del denaro»?
«Il “sistema del denaro” è criticato da molta gente, ma tra i suoi avversari, il FN è, oggi, il partito che ha i mezzi più importanti per farsi sentire».

venerdì 11 aprile 2014

Liberté, Egalité, Fraternité: progetto perverso dell’ideologia dominante


di Lorenzo Vitelli (L'Intellettuale Dissidente)

Con il motto “Libertà, Uguaglianza, Fraternità” la Francia dei Lumi inaugurò i nuovi valori repubblicani dopo la rivoluzione del 1789. Gli intellettuali francesi furono tra i primi teorici dell’Illuminismo con l’Encyclopédie di Diderot e il Dictionnaire philosophique di Voltaire. Essi assunsero il ruolo di think tank sovversivo per la borghesia illuminata di tutta Europa. Così il motto repubblicano divenne comune al continente Occidentale come sintesi della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.
Liberté, Egalité, Fraternité rimane tuttora massima della Repubblica francese e stemma dell’ideologia dominante, nonché legittimazione del sistema democratico e del dirittoumanismo. Ma cosa si conserva di questi concetti santificati e svuotati di senso non appena la borghesia ha dato vita al fenomeno dell’industrialismo? Cosa rimane di un elogio ideale ed universalistico dell’uomo che non si traduce in momento reale, in miglioramento concreto delle condizioni sociali, in rispetto quotidiano dei valori sostenuti? A che pro parlare ancora di Libertà, Uguaglianza, Fraternità?

Un’analisi più approfondita dovrebbe subito avallare una simile questione, per cogliere quanto, invero, questi valori si riproducano perfettamente nella realtà delle cose. E’ doveroso però comprendere in che modo le élite d’Occidente abbiano interpretato queste nozioni. Perché a seguito di questa interpretazione sopraggiunge la realizzazione di un progetto, che rende questo motto non un semplice simbolo, ma un programma ideologico da portare avanti.

Di fatti se seguiamo la logica del pensiero dominante la Libertà si è realizzata come libertinismo, l’Uguaglianza come indifferenziazione, la Fraternità come meticciamento.

La libertà ha compiuto un movimento di transizione circoscrivendosi nella sfera del libertinismo a seguito delle proteste e delle rivendicazioni sessantottine. Così essa si è realizzata nell’abolizione dell’autorità, nella possibilità illimitata, nell’edonismo, nello sfogo compulsivo degli istinti e nella canalizzazione di queste pratiche in pubblici ed aperti spazi di consumo. Il Capitale rese mercificabile, successivamente al 68′, l’istanza del desiderio per eliminare definitivamente lo spazio che intercorreva tra pubblico e privato con relativa unificazione delle due sfere nel Mercato. La libertà si realizza con e nel Mercato. Siamo liberi consumatori.

Allo stesso modo l’uguaglianza, più che tradursi come da buon senso in giusta redistribuzione delle ricchezze, si attua nell’ambito della sessualità, ovvero come indifferenziazione – a cui segue l’interscambiabilità – dei sessi. L’uomo è donna e la donna è uomo, ed entrambi non sono più portatori di una nota distintiva una volta vestiti i panni del consumatore, a cui non è più richiesta una specificità sessuale. Così il padre può divenire madre, la moglie marito e il fenomeno dell’uguaglianza diviene concretamente omologazione di massa a cui segue la perdita di qualsivoglia eterogeneità.

Ciò che banalmente possiamo definire fraternità, ovvero l’aspetto solidale e comunitario dei rapporti sociali, non è divenuto coesione di popolo ma, nella società di mercato, è sinonimo di globalizzazione, ovvero meticciamento, di modo che l’eliminazione delle frontiere possa estendere la forma merce indiscriminatamente a tutti i popoli amalgamati – tramite l’accettazione dell’ideologia della fraternità e della tolleranza – in una cultura unica, cosmopolita, indifferenziata. L’idea di fraternità legittima il processo dell’immigrazione, generato dalle guerre e dagli “interventi umanitari” nei Paesi sottosviluppati da parte dell’Occidente e delle organizzazioni internazionali ad esso affiliate, a cui si aggiunge lo sfruttamento delle risorse naturali ed umane da parte delle multinazionali.

giovedì 10 aprile 2014

Il Def è il dominio totale del capitale. Al posto di Renzi serve Putin

fusaro-diego-11di: Diego Fusaro - Adriano Scianca
“Quella di Renzi una rivoluzione socialista? Non scherziamo, dire questo è fare ideologia orwelliana”. Il filosofo Diego Fusaro non si fa incantare dalle riforme varate da Renzi e al premier italiano preferisce Putin: “Almeno lui rende il mondo plurale”.
Fusaro, ha visto il Documento di economia e finanza presentato dal governo?
«Con le mie competenze limitate, mi è sembrata una ulteriore conferma del dominio totale del capitale, Davvero non mi riesce di capire che differenza ci sia tra Renzi e Monti, tra Renzi e i liberisti. Continua a spacciarsi per l’homo novus, ma il premier mi sembra vecchissimo».
Eppure Renzi insiste molto sul valore solidaristico degli 80 euro in più in busta paga…
«Mi sembra una presa in giro grossolana, un modo volgare di spacciare dell’elemosina per un provvedimento illuminato».
La senatrice democratica Laura Puppato ha definito il Def una “rivoluzione socialista”. Uno studioso di Marx e della tradizione socialista come lei è d’accordo?
«Una rivoluzione neoliberista semmai. Spacciare tutto ciò per socialismo è tutt’al più un episodio orwelliano della storia dell’ideologia e come tale va commentato. Ricorda il Big Brother? “La libertà è schiavitù”. Siamo esattamente su quel livello…».
A proposito di libertà e schiavitù: un nuovo bug di internet, soprannominato “Heartbleed”, sta mettendo in pericolo i dati sensibili degli utenti di mezzo mondo. Ma la tecnologia non doveva liberarci?
«Internet non è il regno della libertà assoluta, tutt’altro. È il dispositivo panoptico del potere. Oggi siamo tutti controllati, è evidente. C’è un sistema che controlla i nostri gusti e persino i nostri sogni. Io invito sempre chi mette in discussione i totalitarismi, ma solo quelli del passato, a chiedersi quale regime ha mai anche solo sognato di controllarci come lo siamo noi oggi. Ci stiamo autoschedando credendo di essere liberi».
Eppure c’è gente che per accedere a tale libertà attraversa pericoli estremi. Sulle nostre coste, proprio in questi giorni, sono ricominciati gli sbarchi…
«Personalmente trovo insopportabile la retorica del migrante, ma certo non lo considero un nemico. Quello che dobbiamo fare è lottare affinché questa gente non sia costretta a emigrare. Loro sono degli sfruttati, esattamente come noi, l’immigrazione è un fenomeno tristissimo sia per noi che per loro. Il capitale, del resto, ci vuole tutti migranti: apolidi, senza diritti, senza una lingua. Per dirla con un’amara battuta: queste persone fuggono da paesi in cui si è costretti a morire di fame, qui invece siamo solo liberi di farlo».
Cosa pensa di Vladimir Putin?
«Putin purtroppo non è Lenin, ma è un bene che ci sia. Se tutto l’establishment ce l’ha con lui qualche merito lo deve avere… Bisogna sostenere Putin non perché sia “buono” ma perché lui rappresenta un contropotere al dominio unipolare del mondo. Mi piace pensare all’Obama che dice “yes, we can” e a Putin che risponde “No, you can’t”. Il mondo è bello finché è plurale».

martedì 8 aprile 2014

Trionfa Orban e l’Ungheria non cambia verso: si conferma euroscettica

orbantratto da barbadillo.it

L’Ungheria non cambia verso e si conferma eurocritica più che mai. Lo ha fatto sostenendo massicciamente alle urne il partito del premier in carica Viktor Orban: i conservatori del partito Fidesz raggiungono infatti una maggioranza di due terzi nel Parlamento con il 48%: 133 o 135 seggi su un totale di 199. L’opposizione di sinistra – Alleanza democratica – che si candidava per battere il governo “scettico” sulle politiche di Bruxelles, ha raggiunto un risultato piuttosto modesto, attorno al 25% dei voti. Terza forza ungherese è il partito nazionalista Jobbik che si attesta intorno al 20%, segnando un ulteriore avanzata.
Una vittoria significativa, questa di Orban, che conferma come sia stata premiata la prima legislatura del leader nazionalconservatore che ha spinto molto sul tasto sovranista criticando l’impianto dell’Europa di Bruxelles. La stessa stampa europea, che negli anni aveva dipinto Orban alla stregua di un dittatore tout court (per alcune scelte sull’informazione ma soprattutto per la decisione di inserire in costituzione semplicemente “Ungheria” togliendo la dizione Repubblica), sembra tirare un sospiro di sollievo nel momento in cui si temeva il boom, a scapito delle sinistre, del movimento Jobbik.
Dal punto di vista economico Orban – che ha stretto da tempo rapporti strategici con la Russia di Putin – ha portato a casa risultati innegabili: dal taglio delle bollette, all’aumento dell’occupazione grazie alla capacità di utilizzo dei fondi di coesione Ue. Accanto a questo hanno influito di certo le politiche sociali e la riforma che ha rinazionalizzato alcuni asset strategici tra cui la Banca centrale. Tutto questo nonostante Orban con il suo partito facciano parte di quel Ppe (lo stesso Helmut Kohl ha partecipato alla campagna elettorale con un saluto al suo amico premier) a trazione tedesca protagonista in negativo della ventata di austerity che ha depresso il Sud Europa. Ma in Ungheria, a quanto pare, non si sono fatti coinvolgere.
L’Ungheria non cambia verso e si conferma eurocritica più che mai. Lo ha fatto sostenendo massicciamente alle urne il partito del premier in carica Viktor Orban: i conservatori del partito Fidesz raggiungono infatti una maggioranza di due terzi nel Parlamento con il 48%: 133 o 135 seggi su un totale di 199. L’opposizione di sinistra – Alleanza democratica – che si candidava per battere il governo “scettico” sulle politiche di Bruxelles, ha raggiunto un risultato piuttosto modesto, attorno al 25% dei voti. Terza forza ungherese è il partito nazionalista Jobbik che si attesta intorno al 20%, segnando un ulteriore avanzata.
Una vittoria significativa, questa di Orban, che conferma come sia stata premiata la prima legislatura del leader nazionalconservatore che ha spinto molto sul tasto sovranista criticando l’impianto dell’Europa di Bruxelles. La stessa stampa europea, che negli anni aveva dipinto Orban alla stregua di un dittatore tout court (per alcune scelte sull’informazione ma soprattutto per la decisione di inserire in costituzione semplicemente “Ungheria” togliendo la dizione Repubblica), sembra tirare un sospiro di sollievo nel momento in cui si temeva il boom, a scapito delle sinistre, del movimento Jobbik.
Dal punto di vista economico Orban – che ha stretto da tempo rapporti strategici con la Russia di Putin – ha portato a casa risultati innegabili: dal taglio delle bollette, all’aumento dell’occupazione grazie alla capacità di utilizzo dei fondi di coesione Ue. Accanto a questo hanno influito di certo le politiche sociali e la riforma che ha rinazionalizzato alcuni asset strategici tra cui la Banca centrale. Tutto questo nonostante Orban con il suo partito facciano parte di quel Ppe (lo stesso Helmut Kohl ha partecipato alla campagna elettorale con un saluto al suo amico premier) a trazione tedesca protagonista in negativo della ventata di austerity che ha depresso il Sud Europa. Ma in Ungheria, a quanto pare, non si sono fatti coinvolgere.

lunedì 7 aprile 2014

Uccidere Giovanni Gentile? Un complotto da intellettuali



di Marcello Veneziani (Il Giornale)

Chi uccise Giovanni Gentile, chi furono i mandanti e perché fu ucciso? Non sono tre domande di un ingiallito thriller politico ma ruotano intorno a un evento simbolico cruciale per la storia intellettuale e civile d'Italia. Perché su quell'assassinio poi si legittimò la Repubblica ideologica del nostro paese, si fondò l'egemonia culturale e il ruolo dell'intellettuale organico.

Su quelle tre domande si fonda la ricerca di Luciano Mecacci, che non è uno storico e nemmeno un filosofo ma uno psicologo autorevole dell'ateneo fiorentino. Il libro che ne è nato, La ghirlanda fiorentina, uscirà il 16 aprile per le edizioni Adelphi ed è un accurato affresco storico e civile, umano e culturale del clima che precedette, accompagnò e seguì l'assassinio di Gentile.

Chi uccise Gentile il 15 aprile del 1944 a Firenze? Lo sappiamo da sempre: un commando comunista dei Gap. Sull'esecutore materiale del delitto la versione canonica dice Bruno Fanciullacci, ma Mecacci propende per un partigiano minore, Giuseppe Martini, nome di battaglia «Paolo». Ma delle tre domande da cui siamo partiti, è forse la meno importante. Non cambia molto sapere chi materialmente eseguì la sentenza di morte. Ci basta sapere che furono i gappisti del Pci. E ci basta notare che all'assassino ufficiale di Gentile, Fanciullacci, è dedicata a Firenze una strada; invece non è dedicata una strada alla vittima, l'ultimo grande filosofo d'accademia, gran ministro, gran promotore della cultura e tutore di molti studiosi antifascisti. Ci pensino il premier fiorentino Renzi e il presidente venuto dal comunismo, Napolitano. Il 70° della sua morte, il prossimo 15 aprile potrebbe essere l'occasione per un atto riparatore.

Chi ordinò l'uccisione di Gentile? Qui il quadro si complica e Mecacci per includere tutte le ipotesi ricorre alla metafora dei cerchi nell'acqua, dal cerchio dei mandanti ai più periferici, per arrivare agli esecutori. Una metafora che potrebbe adottarsi anche per altri delitti, come il caso Moro, passando dal cerchio delle Br, ai poteri interni conniventi e ai servizi segreti stranieri. Mecacci non esclude nulla: il Pci «fu il principale attore dell'organizzazione materiale dell'attentato» che poi rivendicò apertamente, ma pure i servizi segreti britannici e americani, Radio Londra, Radio Bari e Radio Cora, gli intellettuali fiorentini e milanesi, senza escludere alcuni azionisti vicini ai servizi segreti alleati, i fascisti intransigenti e i massoni. Non un complotto o una convergenza di interessi, precisa l'autore, ma «una concatenazione di decisioni strategiche». Però una sintesi più calzante si può fare. Gentile fu ucciso dall'Intellettuale Collettivo che è la definizione di Gramsci del Partito Comunista, ma è anche il gruppo di professori e intellettuali organici al Pci, vicini a Secchia, a Longo, Li Causi e Togliatti, rientrato un mese prima dell'uccisione di Gentile dall'Urss.

Fu proprio il leader del Pci a rivendicare l'esecuzione, usando definizioni infami di Gentile: canaglia e camorrista, immondo e corruttore, bandito a bestione. Più deprimenti furono i giudizi, le condanne e il plauso all'assassinio provenienti da quegli intellettuali.

Le spregevoli parole scritte da Concetto Marchesi, da Antonio Banfi, che fino a pochi mesi prima seguitava a chiedere e ottenere favori da Gentile, a Eugenio Curiel. E poi il ruolo di Bianchi Bandinelli, amico di Gentile e accompagnatore deferente di Hitler in visita a Firenze nel '38. E il ruolo Mario Manlio Rossi, di Giorgio Spini e di Carlo Ludovico Ragghianti e quello di Eugenio Garin, prima devoto a Gentile e poi compiacente verso il Pci; di Cesare Luporini, reticente sul delitto Gentile, e di tanti intellettuali. I loro nomi e le loro storie rimbalzano nelle pagine di Mecacci. Quasi tutti debitori verso Gentile o verso il suo pensiero, come del resto Gramsci e Togliatti. L'ho sottolineato curando gli scritti gentiliani raccolti in Pensare l'Italia. Fu disgustoso come poi denigrarono Gentile come filosofo e come uomo. Ai suoi funerali, scrisse il giovane Spadolini, non c'erano accademici (solo tre), non c'erano intellettuali, ma c'era un'immensa e commossa partecipazione di popolo.

Ma la trama si complica ancor più se ci chiediamo perché fu eliminato. Certo non fu punito per il passato, semmai fu un modo per eliminare attraverso lui il loro passato, per occultare le loro compromissioni col regime. Chi lo uccise volle troncare il suo appello dal Campidoglio alla pacificazione tra fascisti e antifascisti, che da Mosca Togliatti aveva attaccato duramente. Lo uccisero non per l'adesione alla Rsi ma per l'appello alla concordia nazionale. Era la tesi che un tempo circolava solo nelle ristrette vulgate della destra, fin negli opuscoli dei missini; oggi diventa la più credibile motivazione storica del suo assassinio.

Ma Mecacci allude a un ruolo futuro che avrebbe potuto avere Gentile. Qui il mistero s'infittisce e si collega a due cose: cinque giorni prima era stato ucciso il suo segretario nell'Accademia, Fanelli, da cui si cercavano documenti riguardanti Gentile. E il 18 aprile Gentile avrebbe dovuto incontrare Mussolini a Salò. A tale proposito, una collega d'ateneo di Mecacci, Daniela Coli, mi riferisce che nell'ultima lettera inviata a Mussolini, che le mostrò il nipote omonimo di Giovanni Gentile, il filosofo concludeva fiducioso: «E noi ci ritroveremo a Roma. Ci aspetta Roma, Roma Roma!». Una lettera strana, anche nel tono, se confrontata con le precedenti. Per la Coli «c'era un progetto politico forte di ricomposizione e magari di sganciamento da Hitler e passava attraverso Gentile». Mecacci non esplicita questa tesi ardita, ma sembra avvicinarvisi. E anche per lui Gentile non fu ucciso per il suo passato ma per il futuro. È un'ipotesi, naturalmente. Più chiaro è il significato e l'effetto culturale e simbolico di quell'uccisione. Fu un parricidio rituale e un paradigma a cui attenersi, un codice ideologico di comportamento per il futuro. O gli intellettuali si redimevano passando al Pci, come i Banfi, i Garin, i Bianchi Bandinelli, i Bilenchi, in parte gli Spirito e i Malaparte; oppure sarebbero stati emarginati e rimossi, come accadde ai Volpe, i Pellizzi, i Soffici, i Papini o Evola, ma anche ai Prezzolini, i Morselli, i Del Noce e poi altri. L'uccisione di Gentile, la denigrazione postuma, la rimozione di ogni memoria, fu il peccato originale su cui si fondò il sistema ideologico-mafioso italiano, fu il parametro per misurare gli ammessi e gli esclusi, in accademia e non solo, fu il preambolo alle omertà successive e alle perduranti miserie partigiane della cultura italiana.

domenica 6 aprile 2014

Un futuro da favela per il Sud Italia

di Enzo Ferro (Rinascita)

Questo giornale l'ha scritto in tempi non sospetti: vogliono fare del Meridione d'Italia una sorta di nuova Thailandia.
Lungi da noi vezzi auto-celebrativi, sia chiaro, ma in tanti eventi organizzati e patrocinati da Rinascita, per esempio quello svoltosi sette anni fa in quel di Caserta, abbiamo smascherato pubblicamente il disegno di tanti celebrati imprenditori e rappresentanti sindacali e di categoria.
Sarà anche per questo che la proposta del patron di Eataly, Oscar Farinetti, “di fare di tutto il Sud Italia un gigantesco Sharm El Sheik”, non ci sorprende minimamente. Farinetti non è impazzito all'improvviso e la sua società, Eataly, la catena alimentare di punti vendita specializzati nella commercializzazione di nostri prodotti nazionali di qualità, non è frutto di folgorazioni giocose sulla via del gusto, se si considera che è controllata per il 60% da lui e per il restante 40% da alcune cooperative del sistema Coop (Coop Liguria, Novacoop e Coop Adriatica), come si può facilmente apprendere dalla rete.
Creatore e creatura sono figlie di un apparato e di un sistema di potere che hanno ben presente dove andare a parare. Provocazione? Assolutamente no. E' lucida e consapevole pianificazione.
Il futuro della colonia Italia, privata degli ex gioielli di Stato, di infrastrutture e di rinomate e solide industrie, prevede micro stabilimenti imbottiti di manodopera “flessibile” al Nord, destinati ad essere fagocitati da quelli delle nazioni vicine, e complessi balneari e bivacchi vari nella subcolonia del Sud, preferibilmente di proprietà di “filantropi” stranieri che utilizzeranno le sue bellezze artistiche, naturali ed umane per il sollazzo di anima e corpo.
Stiamo forse farneticando? Tutto può essere ma quando un tizio che non è certamente lo scemo del villaggio afferma testualmente: “E' stato fatto troppo welfare nelle istituzioni e c'è un clima generale difficile. C'è una sola cosa da fare: un unico grande Sharm El Sheik. Il sud Italia è anche uno dei posti più belli del mondo: facciamo venire tutti i turisti del mondo lì”, qualche riflessione seria andrebbe fatta.

Anche perché il Farinetti va anche oltre nell'esplicitazione del suo (?) disegno: “Aprirei alle multinazionali di tutto il mondo, gli farei agevolazioni fiscali bestiali, non paghino tasse per dieci anni, basta che assumano tutti italiani, utilizzino prodotti italiani”.
Dunque, ricapitolando: agevolazioni fiscali “bestiali” per le multinazionali, manodopera (stagionale) locale e prodotti acquistati a buon mercato nelle zone interne più convenienti. Una colonia balneare che più colonia non si può, come tutte quelle del Sud del mondo esposte ai vizi e ai lussi dei ricconi di altre lande. Magari con corsi di formazione “turistica” a tutto tondo per i meridionali presso famiglie brasiliane, cubane e thailandesi per rendere più piacevole il soggiorno dei danarosi avventori.
Con una disoccupazione giovanile al 42% e tre milioni e mezzo di persone senza lavoro, l'industria del divertimento a sole battente o meno, non avrà troppe difficoltà a reperire carne da pruriti.
Scontato anche l'immancabile pistolotto finale contro i “cattivoni” che ostacolerebbero questo roseo futuro. “Il problema per cui non vengono, ammonisce il fondatore di Eataly, ha un nome semplice: mafia. Hanno paura di quello, e quindi come Paese e come istituzioni mi occuperei molto di questo, garantendo eventuali imprenditori”.

La priorità delle istituzioni, quindi, se non ci siamo rincitrulliti all'improvviso, dovrebbe essere quella di garantire gli affari di privati del settore turistico alberghiero. E le infrastrutture e le industrie che danno lavoro e redditi non stagionali? Ah no, questa è roba vecchia, scusateci.
Nel paese del sole e del mare si mangia solo d'estate e l'ormai ammuffito concetto di stipendio deve essere sostituito da quello di regalia, casomai con l'aggiunta di una bella pacca sul sedere.
Nel paese che vorrei, il futuro son gnocche e “sghei”. Parola di filantropo.

sabato 5 aprile 2014

De Benoist: “Il reazionario è sano quando si nutre di spirito critico”...




A ogni elezione, gli uomini di sinistra pretendono di riunire le “forze del progresso”. Ma anche un cancro può progredire! Il progresso sarebbe un fine in sé?

Gli infelici non sanno nemmeno di cosa parlano! Storicamente, l’idea di progresso viene formulata verso il 1680, prima di essere definita, nel secolo successivo, da uomini come Turgot e Condorcet. Il progresso viene quindi definito come un processo che accumula tappe, la più recente delle quali è sempre giudicata preferibile e migliore, cioè qualitativamente superiore a quella che l’ha preceduta. Questa definizione comprende un elemento descrittivo (un cambiamento interviene in una determinata direzione) e un elemento assiologico (questo progresso viene interpretato come un miglioramento). Quindi si tratta di un cambiamento orientato verso il meglio, di volta in volta necessario (non si può fermare il progresso ) e irreversibile (non si può tornare indietro). Essenso ineluttabile il miglioramento, se ne deduce che domani sarà sempre meglio.
Per gli uomini dell’Illuminismo, dato che l’uomo agirà nell’avvenire in maniera sempre più “illuminata”, la ragione si perfezionerà e l’umanità diventerà moralmente migliore. Il progresso, lungi dal mostrare solo l’aspetto esteriore dell’esistenza, trasforma l’uomo stesso. E’ ciò che Condorcet esprime in questi termini: “La massa totale del genere umano cammina verso una maggiore perfezione”.
La mitologia del progresso si basa così sull’idolatria del nuovo, poiché tutte le novità sono a priori ritenute migliori per il solo fatto che sono nuove. Il risultato è il discredito del passato che non può più essere considerato come portatore di esempi o di lezioni. Il confronto tra passato e presente, sempre a vantaggio del primo, permette allo stesso tempo di rivelare il movimento dell’avvenire. La tradizione è percepita per natura come un ostacolo al progresso e l’umanità deve liberarsi di tutto ciò che potrebbe ostacolarlo”: eliminare “pregiudizi”, “superstizioni”, “fardelli del passato”. Questo è tutto il programma di Vincent Peillon (membro del Partito socialista francese, deputato europeo, ha fatto parte dell’Assemblea nazionale tra il 1997 e il 2002, ndt)! All’eteronomia del passato, si sostituisce in realtà una eteronomia dell’avvenire: ora è il futuro radioso che è destinato a giustificare la vita degli uomini”.

In questo senso, la “reazione” può essere un sano riflesso, ma ragionare solo “contro” non significa abbandonare ogni pensiero autonomo?

La “reazione” è sana quando si nutre di spirito critico, più discutibile quando si limita a dire che “era meglio prima”. La critica dell’idea di progresso, che in epoca moderna comincia con Rousseau, spesso rappresenta il doppio negativo – il riflesso speculare – della teoria del progresso. L’idea di un movimento necessario della storia viene mantenuta, ma in una prospettiva inversa: la storia è interpretata, non come progresso perpetuo, ma come regressione generalizzata. La nozione di decadenza o di declino in realtà appare infatti poco oggettiva come quella di progresso. Inoltre, come voi dite, semplicemente pensare “contro” significa dipendere da ciò cui ci opponiamo. E’ in questo senso che Walter Benjamin potè dire che “l’antifascismo fa parte del fascismo”.

“Progresso” e “reazione” non si richiamano entrambi a una visione lineare della storia, che potrebbe anche articolarsi in cicli?

Per i greci, solo l’eternità del cosmo è reale. La storia è fatta di cicli che si succedono alla stregua delle generazioni e delle stagioni. Se c’è salita e discesa, progresso e declino, è all’interno di un ciclo al quale ne succederà un altro (la teoria delle età successive in Esiodo, il ritorno dell’età dell’oro in Virgilio). Nella Bibbia, al contrario, la storia è puramente lineare, vettoriale. Ha un inizio assoluto e una fine necessaria. La storia diventa quindi una dinamica del progresso che guarda, in una prospettiva messianica, all’avvento di un mondo migliore. La temporalità è orientata inoltre verso il futuro, dalla Creazione al Giudizio finale. La teoria del progresso secolarizza questa concezione lineare della storia, da cui derivano tutti gli storicismi moderni. La differenza principale è che l’al di là è ripiegato sul futuro, e che la felicità sostituisce la salvezza.

Ma la gente crede ancora al progresso?

L’eccellente Baudoin Bodinat (pseudonimo d’un filosofo d’espressione francese, presumibilmente francese, ndt) rimarca che “per giudicare il progresso , non è sufficiente sapere che cosa ci porta, bisogna anche tener conto di ciò di cui ci priva”. Il fatto è che molto progresso in un settore comporta una perdita, una mancanza o una regressione in un altro. I totalitarismi del XX secolo e le due guerre mondiali hanno, in tutta evidenza, minato l’ottimismo dell’Illuminismo. Non si crede più al “senso della storia”, né che il progresso materiale rende automaticamente l’uomo migliore. Il futuro stesso ispira più inquietudini che speranze, e sembra più probabile l’aggravarsi della crisi piuttosto che i “domani che cantano”. Fino alla tecnoscienza, la cui ambiguità si rivela un po’ di più ogni giorno, come testimoniano i dibattiti sulla “bioetica”. In breve, come dice lo scrittore italiano Claudio Magris: “Il progresso non è un orgasmo!”
Per essere onesti, si deve tra l’altro riconoscere che, grazie ai progressi della tecnologia e dell’ideologia dello “sviluppo”, la nozione di progresso resta ancora presente in una società che, poiché crede ancora che “più” è sempre sinonimo di “meglio”, ricerca o accetta la sovraccumulazione infinita del capitale e l’estensione perpetua delle merci.

*da Boulevard Voltaire

venerdì 4 aprile 2014

Un nuovo saggio sul delitto Gentile: il ruolo dell’intelligence britannica e l’ipocrisia degli intellettuali fiorentini...



di Renato Berio (Secolo d'Italia)

C’è qualcosa che lega l’omicidio del filosofo Giovanni Gentile – avvenuto il 15 aprile del 1944, settanta anni fa – al delitto Moro e al delitto Calabresi. Qualcosa di irrisolto, di oscuro, di inedito. Si conoscono gli esecutori, cioè, ma non i mandanti. Lo ha scritto Paolo Mieli presentando sul Corriere l’imminente uscita (il 16 aprile) del saggio di Luciano Mecacci, La ghirlanda fiorentina (Adelphi, pp. 528, euro 25) dedicato proprio ai risvolti “indicibili” dell’assassinio di Gentile. Un libro che apre squarci notevoli sulle pagine grigie del caso Gentile che segue altri titoli (i saggi di Francesco Perfetti e Paolo Poletti, rispettivamente usciti nel 2004 e nel 2005) che rimandano a una pista plausibile: il coinvolgimento dei servizi segreti inglesi nell’eliminazione di un filosofo scomodo. Anche Luciano Canfora, nel saggio La sentenza (Sellerio, 1985) si era occupato del caso. Come ricorda Paolo Mieli erano stati due filosofi, Cesare Luporini e Gennaro Sasso, a parlare di un livello “indicibile” del delitto Gentile. 

Gennaro Sasso dopo l’uscita del saggio di Canfora si spinse a dire che “i servizi segreti d’Oltremanica possono essere entrati in qualche modo nell’assassinio, in parte manovrando i partigiani comunisti, facendo così una sorta di prova generale di un’altra ben più importante uccisione: quella di Mussolini”. Nel suo libro Mecacci cerca di ricostruire i rapporti tra i servizi segreti inglesi, Radio Cora (emittente clandestina del Partito d’Azione) e un circolo di intellettuali fiorentini (tra cui Eugenio Garin e Antonio Banfi) che avrebbero avuto anch’essi un ruolo nell’affaire Gentile. Mieli spiega che probabilmente Gentile fu ucciso non per il suo passato ma per il suo futuro: attorno a Gentile “si stava creando una corrente politica pronta a offrire una soluzione di compromesso – la pacificazione nazionale – per fare uscire dalla guerra la Rsi”. Un’eventualità di cui gli Alleati non volevano neanche sentir parlare.

Retroscena che di certo sono importanti per chiarire meglio un contesto tutt’altro che limpido anche se, sopra ogni cosa, resta l’avallo e il sigillo forniti da Palmiro Togliatti all’omicidio e ricordati da Sergio Romano in risposta a una lettera delCorriere (2008). Romano ricorda che qualche giorno prima dell’uccisione di Gentile «lo storico Concetto Marchesi, già rettore dell’Università di Padova, aveva scritto in Svizzera un articolo polemico contro Gentile e i suoi inviti alla riconciliazione nazionale. L’articolo apparve anonimo su un giornale clandestino dei comunisti milanesi in una versione che terminava con queste parole: Per i manutengoli del tedesco invasore e dei suoi scherani fascisti, senatore Gentile, la giustizia del popolo ha emesso la sentenza: MORTE!. Le parole conclusive non appartenevano al testo di Marchesi ed erano state aggiunte da Girolamo Li Causi. Ma divennero parole di Marchesi quando Palmiro Togliatti riprodusse l’articolo su Rinascita dell’1 giugno 1944 e lo fece precedere da una nota intitolata Sentenza di morte di cui Sergio Bertelli ha ritrovato il testo autografo. Eccolo: Questo articolo di Concetto Marchesi venne pubblicato nel numero 4 (marzo 1944) della rivista del Partito comunista La nostra lotta che si pubblica clandestinamente nelle regioni occupate dai tedeschi. 

Esso venne scritto in risposta a un miserando e vergognoso appello di Giovanni Gentile alla “concordia”, cioè al tradimento della patria, apparso nel Corriere della Sera fascista. Poche settimane dopo la divulgazione di questo articolo, che suona come atto di accusa di tutti gli intellettuali onesti contro il filosofo bestione, idealista, fascista e traditore dell’Italia, la sentenza di morte veniva eseguita da un gruppo di giovani generosi e la scena politica e intellettuale italiana liberata da uno dei più immondi autori della sua degenerazione. Per volere ed eroismo di popolo, giustizia è stata fatta».

giovedì 3 aprile 2014

Mondialismo e Sessualità. L’avvento dell’uomo senza identità...

di Giovanni Sessa (Centro studi La Runa)


Il nemico principale di chi, nella realtà contemporanea, si batta per valori comunitari e tradizionali, senza dubbio alcuno, va identificato nell’ideologia liberale. Essa ha saputo produrre e produce allo stato attuale delle cose un’azione profonda e pervasiva tale da condizionare visioni del mondo che, almeno al loro sorgere, avevano tratti oppositivi nei confronti del dominio incontrastato dell’utile e delle prassi sociali mirate alla realizzazione di profitti sempre più ampi. Oggi assistiamo ad una fuorviante e teatrale divisione dei ruoli politici che, falsamente, contrappone una destra ad una sinistra. Nella realtà la “destra del mercato” impone le regole economico-finanziare alle società globalizzate, mentre la “sinistra del costume” indica e contribuisce a diffondere i modelli e gli stili di vita funzionali alla riproduzione del sistema economico totalitario della governance. Entrambe, come è stato ben spiegato da Guy Hermet, segnano i confini intellettuali del politicamente corretto, oltre i quali sono posti in “isolamento ininfluente” (nei migliori dei casi), i Nuovi Reprobi, coloro che ripropongono Tradizione, ragione naturale o, addirittura, valorizzano il senso comune quale difesa dai Lumi rinascenti del Nuovo Regime.

Sul tema, e su altro ancora, ha attirato la nostra attenzione un recente volume di Enrica Perucchietti e Gianluca Marletta,Unisex.La creazione dell'uomo "senza identità" edito da Arianna editrice. Dopo aver abbattuto gli ostacoli che si frapponevano alla realizzazione del mondo global, dopo aver di fatto straziato ogni appartenenza identitaria, ogni forma residuale di legame o vincolo tradizionale tra gli uomini, dopo aver de-sacralizzato la natura, ridotta a mera estensione, ecco i potentati mondialisti porsi “laicamente” (questa è la loro religione) al servizio dell’ideologia di genere. Ciò nel tentativo di creare l’uomo nuovo, consumatore “senza identità”. Secondo tale ideologia il maschile e il femminile non sarebbero distinzioni naturali ma prodotti culturali, imposti dalle scelte educative “sessiste” nel corso di millenni. Tra il maschio e la femmina esisterebbero, inoltre, un numero indefinito di altri generi, comprendenti le diverse forme di omosessualità, la pedofilia, la bisessualità, considerate naturali allo stesso modo dell’eterosessualità.

Il libro, ricco di dati e statistiche e che coinvolge nel narrato il lettore, ripercorre la storia dell’ideologia di genere. Ricordano gli autori che padre ufficiale del gender è da considerarsi lo psichiatra americano John Money, sostenitore della “nuova sessualità”. A suo dire la differenziazione culturale dei sessi sarebbe riducibile a: “…mero ornamento, una realtà che quindi può diventare superata e obsoleta” (p. 41). Purtroppo, uno dei suoi primi e tristemente noti pazienti, David Reimer, divenuto a seguito di un intervento chirurgico subito da bambino, Brenda Reimer, lo smentì drammaticamente, suicidandosi per gli squilibri indotti dal cambio di sesso. Le tesi di Money cominciarono a circolare ampiamente nel momento in cui diventarono uno strumento che i Poteri Forti decisero, dopo gli anni Settanta, di utilizzare per i loro fini: creare l’Uomo Nuovo compatibile con il progetto del Nuovo Ordine Mondiale. Un essere: “… resettato e omologabile, stereotipato e apolide” (p. 33). Il braccio militante del gender è oggi facilmente individuabile nei movimenti gay che, allo scopo, come ricordano con dati puntuali Perrucchietti e Marletta, dispongono di ingenti fondi elargiti da Fondazioni e miliardari, tra i quali figurano gli immancabili George Soros e Bill Gates. Tra i sostenitori politici d’oltreoceano del movimentismo omosessuale, del resto, non vanno annoverati solo liberal come Obama, ma anche nomi importanti degli ambienti neoconservatori.

Il successo propagandistico delle loro azioni negli ultimi decenni è stato rilevante in tutto il mondo. Non solo nelle leggi di molti paesi occidentali, ma nell’immaginario collettivo dell’uomo medio, l’omofobia è equiparata al razzismo e all’antisemitismo, un reato, quindi, punibile penalmente e ritenuto esecrabile sotto il profilo etico. Le recenti polemiche internazionali che hanno coinvolto Putin e la Russia ortodossa e antimondialista stanno a testimoniare come le cose oggi procedano. Noi italiani non possiamo certo meravigliarci. L’imprenditore Guido Barilla, uno dei nomi più noti internazionalmente del nostro settore agroalimentare, ha subito un vero e proprio linciaggio mediatico per aver sostenuto in una intervista che non si sarebbe servito di una coppia gay in spot pubblicitari, ritenendo naturale la famiglia etero. Apriti cielo! In poco tempo è stato costretto a correggere il tiro e a “edulcorare” le dichiarazioni, affinché i prodotti delle sue imprese non venissero boicottati sul mercato.

Molto interessante, in un capitolo del libro, è l’analisi delle strategie messe in atto per diffondere l’ideologia gender. Innanzitutto ladesensibilizzazione: consiste nell’inondare la società di messaggi di genere affinché l’opinione pubblica giunga a considerarli normali. Il secondo momento è detto delbloccaggio: fermare immediatamente, attraverso il discredito pubblico, bollando come reazionario, nazista, bigotto, chiunque si opponga alle tesi gender. Le prime due strategie sono mirate alla conversione finale, in parte già realizzata. Il comune modo di sentire ha accettato l’ideologia di genere. Il nuovo modello di umanità è costruito sull’idea dell’incontro di tratti somatici dell’uomo con quelli della donna. È l’Unisex trionfante. A ciò hanno contribuito la moda, la chirurgia estetica, il mondo dello spettacolo e i serial televisivi. I maggiori divulgatori di questa tendenza, in particolare presso le nuove generazioni, sono state star internazionali della musica che, a bella posta, hanno giocato sulla presunta o reale ambiguità sessuale. Basti al riguardo fare il nome di Lady Gaga. Lo stesso sistema educativo è ormai condizionato da un modello umano sessualmente e moralmente incerto, si parla di Genitore 1 o 2, anziché di padre e madre. In alcuni paesi europei, al momento della nascita, la definizione del sesso è facoltativa, si può addirittura indicare sul certificato il genere intersessuale con una “x”.

Siamo destinati, pertanto, ad andare verso un mondo che non conoscerà più le diversità che si attraggono e si respingono nell’eterno gioco cosmico della vita? Ci auguriamo di no. In ogni caso rispetto alla situazione attuale, descritta organicamente dai due autori, è necessario attivare degli anticorpi che inneschino una reazione salutare. E’ indispensabile recuperare la tensione all’originario, sempre centrale nelle dottrine tradizionali dell’eros. L’androgino platonico è l’archetipo cui guardare quale ancestrale aspirazione alla completezza perduta. L’uomo potrà incontrarlo di nuovo solo se la tensione che muove le polarità opposte e complementari del maschio e della femmina, sia esperita, prima che nella realtà fisiologica del corpo umano, sotto forma di potenza spirituale. Al riguardo, nel momento in cui il consumismo nell’Italia degli anni Cinquanta cominciava a travolgere le radici tradizionali del nostro popolo,Julius Evola scrisse un’opera in grado di rispondere alla follia del gender,Metafisica del sesso.Bisogna tornare a leggerla con attenzione. Nelle sue pagine l’eros apre all’Alto, è forza riconnetteva e realizzante. Una risposta forte alla debolezza, anche erotica, della modernità.

mercoledì 2 aprile 2014

Piazza della Loggia, un libro di Adinolfi confuta la tesi della strage fascista. Ma a Brescia non se ne può parlare


tratto da Redazione Secolo d'Italia

Una conversazione intercettata sul telefono dell’ambasciatore cubano. La presenza di un brigatista a Brescia proprio il giorno della strage di piazza della Loggia. Un altro br che cerca asilo politico in Germania est ma viene respinto per “opportunità politica” perché accusato di aver preso parte a un attentato dinamitardo in Italia. E, infine, il nome di un gappista che ricorre fra le vittime della strage di piazza della Loggia, trovato con un arto spappolato. Elementi finora totalmente ignorati. E ora riemersi, dopo anni di ricerche e di analisi dell’imponente mole di documenti che formano i faldoni dei processi che si sono susseguiti per la strage di piazza della Loggia, il 28 maggio 1974 a Brescia.
Gabriele Adinolfi oggi scrittore e, negli anni Settanta, membro fondatore dell’organizzazione Terza Posizione, ha ripreso in mano i fili intricati della vicenda andando a rileggersi quelle carte ingiallite dal tempo che custodivano particolari volutamente ignorati. E ne ha scritto un libro. Deciso a presentarlo dopodomani a Brescia sfidando il niet di quanti, sinistra in testa e poi ex-partigiani Anpi e familiari delle vittime, non accettano una rilettura della strage marchiata, come tante altre, con la parola “fascista”.
“Quella strage fascista. Così è se vi pare” recita il titolo del libro che ha provocato un terremoto prima ancora, questo è il bello, di essere presentato. Adinolfi aveva prenotato una sala dell’hotel Vittoria di Brescia per presentare il volume. «Abbiamo telefonato e chiesto, appunto, una sala. Ma, quando è stato il momento di pagare, ci è stato detto che non era più possibile».
Ora i proprietari del prestigioso 5 stelle che si affaccia in via X Giornate minacciano denunce per presunti danni di immagine. Il Prc locale ha convocato una riunione d’urgenza. L’Anpi e la rete antifascista annunciano una mobilitazione. Insomma, la solita storia già vista. E Adinolfi? Dopodomani, come detto, spiegherà in una conferenza stampa – ma la location è mantenuta per il momento segreta per evitare altri passi indietro – come si ricostruisce il puzzle utilizzando quelle prove e anche quelle perizie che sono state ignorate. Il risultato del puzzle, una volta ricostruito, porta dritto agli ambienti dell’eversione rossa contigui ai partigiani comunisti.
Di qui la decisione conseguente di Adinolfi: «Sfido i partigiani dell’Anpi a un confronto pubblico, il 28 maggio prossimo a Brescia». Sul tavolo le prove raccolte in questi anni di indagine. E le perizie che portano in una direzione precisa. Non esserci, a quel tavolo di confronto, potrebbe essere un errore clamoroso per chi continua, imperterrito, a puntare il dito sulla strage fascista e a restare arroccato sulle sue posizioni ideologiche.

martedì 1 aprile 2014

De Benoist: “Il Front National? Verso destra o sinistra. Come il gollismo”

front-estremadi:  Nicolas Gauthier (barbadillo.it)


Ultimamente, i media fanno spesso riferimento alla “scivolamento a destra” della vita politica francese. La diagnosi è pertinente?
Tutto dipende da cosa intendiamo. Lo “scivolamento a destra” non ha assolutamente lo stesso senso a seconda che lo si intenda radicalizzazione politica della destra classica, o slittamento presunto della maggioranza delle opinioni a destra (che implicherebbe uno spostamento dell’asse centrale del dibattito politico) o una evoluzione generale della società – compreso il Partito socialista – verso una sorta di consenso liberale visto non come di destra (in questo caso, la proposta politica della sinistra si sarebbe a sua volta spostata, essendosi questa sinistra social-liberale raccolta intorno al sistema di mercato e al consumismo). Si parla di uno “scivolamento a destra”, risultante dall’offerta politica o dalla domanda dell’elettorato? Finché non si risponde a queste domande, parlare di “scivolamento a destra” è soltanto gossip. La domanda implica, peraltro, che ci sia una destra e una sinistra, la cui definizione possa essere oggetto di consenso. Dunque, questo non è più il caso oggi, non solo perché ci sono sempre destre molto differenti (liberale, conservatrice, repubblicana, contro-rivoluzionaria ecc.) e sinistre molto differenti, ma anche perché si assiste, da circa trent’anni, a una crescente instabilità dei criteri che determinano la contrapposizione fra destra e sinistra. Quando si sta assistendo a una ridefinizione o a una profonda trasformazione di concetti tradizionali di destra e di sinistra, è difficile affermare che una di queste categorie supera l’altra.
Quello che i sondaggi indicano di più è che la maggior parte della gente pensa che i concetti di “destra” e “sinistra” non significano più nulla…
Ci sono dei motivi. Recentemente si sono diffusi “a destra” temi come la critica dell’individualismo, il richiamo alle tutele sociali o la preoccupazione per una vera “ecologia umana”, che si trovava in altri tempi a “sinistra”. Si aggiunga un rifiuto del laissez-faire in economia e un sostegno più pronunciato a favore dell’intervento dello Stato per sostenere il mercato. La critica della PMA (Procreazione medica assistita, ndt) e della GPA (Media generale dei crediti, ndt), per esempio, riflette una inquietudine per l’invasione della logica ultraliberista che tende a trasformare la vita stessa in una merce. L’appello a un controllo politico dell’economia è “a destra” nuovo. I sondaggi mostrano che oggi gli elettori di destra  sono più favorevoli all’intervento dello Stato nell’economia di quanto non lo fosse l’elettorato di sinistra nel 1988! Soprattutto in periodo di crisi, la richiesta di autorità di uno Stato forte e protettore supera le contrapposizioni di parte.
I sondaggi rivelano anche una forte rivalutazione positiva dei valori di ordine, di tradizione e di autorità, come anche un aumento di opinioni critiche in materia di immigrazione e di sicurezza. Ma si tratta davvero di valori “di destra”?
Culturalmente, le classi popolari sono sempre state conservatrici, anche quando hanno votato a sinistra (negli anni Cinquanta, il Partito comunista stigmatizzava la contraccezione come un “vizio borghese”). Ciò che è vero, è che oggi si constata “a destra” una presa di coscienza di questioni culturali che una volta era del tutto inesistente. Non c’è mai stata tanta differenza su questioni culturali tra “destra” e “sinistra” quanto dalla fine degli anni Novanta.
Allo stesso tempo, altre autorità morali denunciano la “Lepenizzazione degli spiriti”.
La spinta del Front National nei sondaggi e nelle elezioni, è interpretato dalla opinione dominante come una prova di “scivolamento a destra”. E’ possibile constatare che c’è una porosità crescente nella frontiera che separa il FN e l’UMP, e quest’ultimo è accusato di “scivolare a destra” per seguire l’evoluzione dell’elettorato. Ora, il FN rifiuta di situarsi nell’ottica della differenza destra-sinistra e non c’è dubbio che è il programma economico e sociale “di sinistra” che attira molti ex elettori del Partito socialista e del Partito comunista. Il successo del FN potrebbe anche essere interpretato come la prova di uno “scivolamento a sinistra” della pubblica opinione di fronte ai problemi economici e sociali: il rifiuto dell’aumento della disuguaglianza, il rifiuto dei danni sociali della logica liberale e del dogma del libero scambio che ha portato alla globalizzazione. La forza di Marine Le Pen è di navigare di volta in volta sia “verso destra” sia “verso sinistra” allo stesso modo cui il gollismo, a suo tempo, s’era impegnato a conciliare l’aspirazione nazionale e l’aspirazione sociale. Questo è ciò che sta facendo il partito del momento.
Ma qui è meno sullo “scivolamento a destra” che bisognerà insistere piuttosto che sul divorzio tra la sinistra e le classi popolari. Trenta anni fa, i dirigenti votavano soprattutto a destra e gli operai soprattutto a sinistra. Dal 2007 avviene il contrario. I lavoratori restano oggi conservatori in materia culturale e anti-liberali in materia economica, mentre i dirigenti sono diventati sostenitori del liberismo economico e del liberalismo “sociale”.
Se Jean-Francois Copé (dirigente dell’Ump entrato in polemica con le associazioni islamiche per una dichiarazione sul consumo di pane al cioccolato, ndt) incarna lo “scivolamento a destra” e se François Hollande e il suo odio per i “ricchi” sono la sinistra, che cosa rimane all’uomo di buon senso?
Gli resta innanzitutto da capire che non c’è che il “nativo francese” ad amare il pane al cioccolato, poi che François Hollande, dal suo avvento al potere, non ha smesso di servire la zuppa a questi “ricchi” che dice di detestare. L’essenziale è che la destra abbia preso il sopravvento in materia di immaginario collettivo perché la sinistra al potere ha rinunciato al suo programma sociale e oggi si ritrova completamente disarmata di fronte alle richieste popolari. Non avendo nulla da offrire, avendo perso tutta la consistenza ideologica, diventa “inascoltabile”. Soprattutto perché il sogno europeo, che Mitterrand aveva venduto al Partito socialista come un sostituto della costruzione del socialismo, si è ora trasformato in un incubo. Jean-François Kahn ha recentemente osservato che “la socialdemocrazia ha contribuito a inculcare la sensazione che nulla è più possibile [ ... ] in un momento in cui le persone aspirano a un profondo cambiamento del modello di società”. In altre parole, la speranza ha cambiato campo.