venerdì 16 novembre 2012

Gaza: l'invasione di terra è solo questione di tempo


di Alessia Lai (Rinascita)

È un copione tristemente già visto.
Sono sacrifici umani quelli che Israele fa, ciclicamente, per mostrare al mondo chi ha veramente il potere nella terra di Palestina. Come accadde in occasione di “Piombo Fuso”, l’operazione a cavallo fra il 2008 e il 2009 fece più di 1400 morti in 20 giorni di bombardamenti - 800 erano donne e bambini – l’altare di questo nuovo olocausto palestinese sono le urne elettorali. Tra pochi mesi, a gennaio, Benjamin Netanyahu si ripresenterà alle elezioni e una nuova offensiva contro Gaza gli garantirà di certo i voti delle destre radicali israeliane. Sarebbe altrimenti inspiegabile un’operazione militare arrivata poche ore dopo la disponibilità manifestata da Hamas e dalla Jiad islamica a una tregua, anche unilaterale. Ahmed Jabari, il capo dell’ala militare di Hamas la cui uccisione mirata ha dato inizio all’operazione “Colonna di nuvole”, è stato eliminato mentre era in corso una trattativa per stabilire una tregua permanente con Israele.
A sostenerlo è stato in una intervista a Ha’aretz il pacifista israeliano Gershon Baskin, in passato mediatore tra Israele e Hamas per il rilascio di Gilad Shalit e da allora in contatto con il movimento islamista e l’intelligence egiziana. Ma da Tel Aviv la versione ufficiale rimane quella della reazione ai lanci di razzi da parte di Hamas e di altri gruppi palestinesi, le stesse motivazioni di quattro anni fa. Cambia solo lo schieramento politico, allora a guidare Israele era una coalizione di centrosinistra che non riuscì ad essere riconfermata a causa del passaggio del laburista Barak tra le fila della alleanza di centrodestra guidata da Netanyahu. Lo stesso Ehud Barak che da allora ha mantenuto il suo incarico di ministro della Difesa, attraversando intonso due schieramenti opposti e segnando la continuità tra “Piombo Fuso” e “Colonna di Nuvole”. Una continuità, nei metodi e nelle strategie, confermata - pur con l’intenzione di negare un collegamento con l’imminente voto - dall’ambasciatore israeliano in Italia Naor Gilon, che ha evidenziato come “tutti i maggiori partiti israeliani d’impronta sionista” siano favorevoli - senza distinzioni fra maggioranza e opposizione - all’azione militare scatenata mercoledì, osservando che questa è stata ordinata da “un governo di centrodestra” mentre l’operazione “Piombo Fuso” fu decisa da “un governo di centrosinistra”. La guerra, insomma, è un’opzione che trova sempre appoggio tra i politici israeliani. Come pure tra i loro alleati internazionali. Ieri il presidente americano Barack Obama ha avuto un colloquio telefonico con il premier israeliano Benjamin Netanyahu sui raid a Gaza. Un’ora di telefonata durante la quale Obama ha avuto modo di parlare anche con il presidente israeliano Shimon Peres. Il neo rieletto presidente Usa ha ribadito a Netanyahu l’appoggio degli Stati Uniti a quello che ha definito “il diritto di auto difesa di Israele”. Totale appoggio a Tel Aviv è arrivato anche da Londra, che nelle parole del ministro degli Esteri, William Hague, ha accusato Hamas di avere la “principale responsabilità” della nuova crisi, affermando che la resistenza palestinese dovrebbe cessare “immediatamente” i lanci di razzi. Più o meno le stesse parole di Ban ki moon, che parlando telefonicamente con Netanyahu ha ribadito la sua ferma condanna del lancio di razzi da Gaza, limitandosi a invitare Tel Aviv ad avere reazioni misurate.
Sullo sfondo di queste chiacchiere le vittime dei bombardamenti israeliani restano fotografie un po’ splatter da relegare ad effetto secondario del diritto all’autodifesa israeliana. Talmente marginali da non meritare nemmeno una dichiarazione formale al termine della riunione indetta d’urgenza mercoledì sera dal Consiglio di Sicurezza Onu. Le uniche voci indignate sono state quelle dei Paesi arabi, primo fra tutti l’Egitto dei Fratelli Musulmani, che ha deciso tra l’altro la riapertura del valico di Rafah per permettere l’evacuazione dei feriti e la consegna di aiuti ospedalieri all’enclave palestinese. “Gli israeliani devono capire che l’aggressione contro Gaza è inaccettabile e che non potrà che portare all’instabilità nella regione”, ha affermato ieri il presidente egiziano, Mohamed Morsi, “braccato” da Obama, Ban Ki moon e dalla stessa Tel Aviv perché si faccia garante di una sorta di mediazione, che in realtà a questo punto sarebbe un cessate il fuoco unilaterale palestinese. Se Mubarak fosse ancora al suo posto gli israeliani e i loro alleati non avrebbero di che preoccuparsi, ma la nuova dirigenza egiziana potrebbe riservare sorprese. Il governo de Il Cairo ha convocato ieri una riunione straordinaria per esaminare la situazione a Gaza e pare che il capo dei servizi segreti egiziani, il generale Mohamed Raafat Shehata, sia rientrato all’improvviso nel Paese da una visita in Turchia. Dopotutto il confine con Israele è lungo e sensibile e pare che gruppi di jiadisti si stiano muovendo nel Sinai con l’intenzione di agire. In ogni caso, almeno per ora e cioè finché Washington non minaccerà di sospendere i fondi destinati alla Difesa egiziana, Il Cairo è apertamente schierata al fianco di Gaza. Tanto che il primo ministro egiziano Hisham Qandil si recherà oggi nella Striscia “accompagnato da numerosi ministri”, ha dichiarato ieri un portavoce del governo di Hamas, Taher al Nounou. L’offensiva israeliana fino a ieri pomeriggio aveva causato 15 morti, tra i quali diversi bambini e una donna incinta, e centinaia di feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni.
La risposta palestinese avrebbe fatto invece tre morti nella cittadina Kiryat Malachi. Una controffensiva che si è spinta sino a Tel Aviv, nelle cui vicinanze è caduto un missile lasciato dalla Jiad islamica senza però causare danni. Un fatto che non accadeva da molti anni e che potrebbe far inasprire la reazione dell’esercito israeliano che già nei giorni scorsi non aveva escluso la possibilità di un attacco via terra alla Striscia e aveva richiamato i riservisti in vista di un’escalation militare. Ieri pomeriggio le forze armate di Tel Aviv hanno iniziato a concentrare carri armati lungo il confine con l’enclave palestinese. L’invasione sarebbe un’ulteriore dimostrazione dello “sproporzionato” uso della forza da parte di Tshaal denunciato ieri dal portavoce del ministero degli Esteri russo, che citato dalla Ria Novosti ha definito “completamente inaccettabile” la reazione di Israele, riferendosi ai bombardamenti della notte tra mercoledì e giovedì. Ma la spirale è stata oramai innescata: Hamas ieri pomeriggio ha respinto qualsiasi ipotesi di tregua. “Non ci esporremo ad altri inganni orditi dalle forze di occupazione”, hanno detto durante una conferenza stampa a Gaza, trasmessa in diretta da Al Jazeera, i due portavoce Fauzi Barhum e Sami Abu Zah. Parole dalle quali si intende che effettivamente erano in corso dei negoziati per una tregua, falliti con l’uccisione del principale interlocutore. “Gli israeliani hanno cominciato la guerra - hanno concluso i due - ma non hanno il potere di deciderne la fine”.

giovedì 15 novembre 2012

Totalitarismo mediatico.Così ci sequestrano il futuro


di  Luigi & Maufil (Rinascita)

Si sa. Sabato hanno invaso la storica piazza del Popolo, a Roma, per ballare sulle note del tormentone del rapper sudcoreano Psy. L’iniziativa, propagandata sul social network Facebook, serviva a entrare nella storia dei flash-mob. Un altro termine demente che definisce una demenza di massa.
Finché ci saranno individui simili, mentalmente degradati, i Monti e i loro padroni potranno godere di ottima salute.
Un tempo i popoli si riunivano nelle piazze per decidere del loro destino, o per protestare contro chi, quel destino, aveva sequestrato. Si ritrovavano nelle piazze per festeggiare i trionfi o per piangere le sconfitte.
Oggi, si fanno i flash-mob...
Missione compiuta, il nulla avanza incontrastato.
Il totalitarismo moderno non controlla la società attraverso la violenza, ma con i divertimenti, con la droga mediatica.
Sono quelli che da bambini piangevano perchè tutti i compagni delle elementari avevano le scarpe della Nike o dell’Adidas e loro no; quelli che a scuola, complici gli insegnanti, facevano i loro comodi e poi, a casa, passavano ore ed ore a vedere insulsi cartoni animati mentre i genitori si affannavano in doppi e tripli lavori per poter comprare tutti i beni superflui e partecipare a ogni evento consumista.
Poi, i virgulti, sono passati ai video giochi, ogni anno da cambiare (così il mercato tirava...). Quindi, da grandicelli uscivano di casa per recarsi allo stadio o ai concerti e la sera del sabato giù a sballarsi in discoteca. I loro desideri? Piercing, tatuaggi, capi firmati o da portare consunti, rattoppati e a “braghe calate”. Le femmine a mostrare un pezzetto di mutanda e fino a quasi tutto di fuori, che oltretutto, più che indecente, è volgare e disgustoso. E con capelli acconciati con il gusto dell’orrido, secondo le mode dettate da stilisti che dell’essere “diversi” hanno fatto una bandiera.
Per strada girano, anche in moto o in macchina con Ipod o il telefonino all’orecchio, aggeggi per cui, quando esce il modello nuovo, fanno la fila dalla notte precedente per comprarli, ovviamente con i soldi di papà e mamma. In tanti succubi di ogni genere di droga, anche psicologica, esistente.
Tutti con in mano un computer sul quale possono farsi un profilo tutto loro, virtuale e falso come una moneta bucata, e il gioco è fatto: il simile si attira con il simile, e tutti si ritrovano in piazza al comando di qualche marchio pubblicitario.
Ecco servita la... “rivoluzione colorata”.

mercoledì 14 novembre 2012

Giovane Italia: blitz alla riunione del club Bilderberg


"Abbiamo organizzato questo blitz in pochi minuti, ma non potevamo non correre a gridare in faccia la nostra rabbia contro questa riunione di illuminati che da troppi anni influenza negativamente le economie mondiali soggiogando i Popoli e privandoli della Sovranità Popolare. 

Ci impressiona come queste riunioni nascano e si sviluppino nell'ombra: quasi nessuno infatti era a conoscenza di questo incontro e che ad esso partecipassero oltre a banchieri e a qualche giornalista selezionato, alcuni esponenti del nostro Governo.

Vogliamo sapere cosa si dice in quella riunione. Vogliamo sapere perché 130 personalità influenti si accordino per decidere le sorti degli stati sovrani. Mario Monti ha il dovere morale di riferire il Parlamento sugli esiti di questo incontro, perché è una vergogna che un premier partecipi a riunioni segrete, nelle quali si influenzano negativamente i futuri dei popoli a guadagno della tecnocrazia e della finanza”. 

È quanto dichiara Cesare Giardina, presidente della Giovane Italia Roma.

martedì 13 novembre 2012

La vittoria di Obama

di Aldo Giannuli

Alla fine Obama ce l’ha fatta su Romney, ma parlare di “trionfo”, come fanno molte testate fra le più note, mi pare fuori luogo. Certo lo stacco dal rivale è considerevole e superiore al più favorevole dei pronostici (+126 voti “pesanti” rispetto al rivale), ma è ingigantito dal particolare sistema elettorale americano (che attribuisce tutti i grandi elettori a chi abbia 1 voto in più degli altri) ed ad un pizzico di fortuna di Obama che ha vinto, pur se di pochissimo, in tutti gli swing states (gli stati-bilico). Però non si può passare sotto silenzio che:

a- Obama ha perso 10 milioni di voti popolari, rispetto alla volta scorsa, raccogliendone oggi meno di quel che ne ebbe Mc Caine, il suo rivale, in quella occasione;

b- anche i repubblicani hanno perso elettori che hanno preferito astenersi, ma in misura decisamente più ridotta, per cui il distacco percentuale è sceso dal 7 al 2%;

c- ha perso tre stati e, di conseguenza 33 grandi elettori;

d- la Camera dei rappresentanti resta a maggioranza repubblicana ed in un momento delicato nel quale occorre fare i conti con il problema del debito pubblico;

Con ogni evidenza, si è trattato di una prestazione non eccezionale, che è ulteriormente ridimensionata dal fatto che Obama era il presidente uscente (e in otto casi su 10 l’uscente, negli Usa, è rieletto), ma, soprattutto, l’avversario era quanto di meno presentabile si potesse immaginare: un nanerottolo della politica che ha fatto tutto il possibile per rendersi odioso a neri, donne, gay, chicanos, poveri ecc. Non alla piccola minoranza cristiano ortodossa del paese ed agli armeni, ma solo perché si è dimenticato di citarli in qualcuna delle sue insuperabili gaffes.

Con un avversario così ed essendo il Presidente in carica, non mi pare si possa parlare di trionfo. Certo Obama ha pagato il prezzo della crisi (a proposito è il solo ad esse riuscito a farsi rieleggere con un margine di disoccupazione superiore all’8% e, se i dati fossero quelli reali, la percentuale crescerebbe), ma, se è per questo, ha pagato anche il suo modo di affrontarla solo a colpi di emissioni di liquidità e crescita del debito pubblico, e guardandosi bene dal mettere in discussione l’architettura del sistema che è l’evidente causa della crisi.

Da questo punto di vista, Obama (come Clinton prima di lui) è il simmetrico di Eisenower e Nixon che furono i presidenti repubblicani dell’epoca del welfare: per quanto potessero cercare di rappresentare interessi sociali contrapposti, non si azzardarono a muovere un dito contro la costruzione del Welfare creato dai democratici Roosevelt e Truman. Simmetricamente, Obama ha cercato di rilanciare il welfare con una pur zoppicante riforma sanitaria e di limitare di eccessi finanziari, con una modestissima ed abortita riforma della finanza, ma, nel complesso, si è mosso all’interno dell’architettura di potere neo liberista creata dai repubblicani Reagan e Bush (padre e figlio).

Gli americani amano le variazioni sul tema e non le svolte radicali e per di più,il sistema elettorale, come tutti i sistemi maggioritari, tende a rendere simili fra loro i partiti, premiando i candidati moderati e di centro rispetto a quelli più polarizzati. Una relativa eccezione costituirono Roosevelt per i democratici e Reagan per i repubblicani, candidati più radicali che moderati, ma il primo venne dopo la grande crisi del 1929 ed il secondo dopo il culmine della crisi fiscale dello stato degli anni settanta, entrambi momenti piuttosto eccezionali; comunque, le loro riforme, per quanto radicali, furono pur sempre tutte interne al sistema.

Obama avrebbe potuto essere questo: un presidente riformista di rottura, proprio per la gravità della crisi in atto, ma non ha avuto il coraggio necessario.

Una riflessione finale: si è trattato della campagna elettorale più costosa della storia americana (e quindi mondiale), il solo Obama ha speso l’iperbolica cifra di 1.000 miliardi, l’equivalente del Pil del Messico o della Corea del Sud. Una domanda semplice semplice: secondo voi, quanto è democratico uno stato nel quale quello che è eletto ha dovuto procurarsi 1.000 miliardi di dollari?

lunedì 12 novembre 2012

Censurato da Lotta Continua per John Wayne

di Maurizio Cabona (Secolo d'Italia)

Nel 1975 “Rollerball” di Norman Jewison annunciò la globalizzazione; ma già nel 1972 “Sbatti il mostro in prima pagina” di Marco Bellocchio aveva annunciato a me il futuro personale. Infatti, a interpretare l’assassino e l’assassinata in quel film, dove un quotidiano milanese gonfiava come delitto politico un delitto sessuale, erano Massimo Patrone e Silvia Kramar, che diverranno miei amici. Come la Kramar, poi, avrei lavorato per un quotidiano milanese la cui testata, “Il Giornale”, ricalcava quella ideata da Bellocchio (nella realtà “Il Giornale” ideato da Indro Montanelli uscirà solo nel 1974). Quanto a Bellocchio, il suo cammino avrebbe incrociato il mio di critico a ogni Festival del cinema: a Cannes ero giurato quando concorreva nel “Certain regard” il suo “Il regista di matrimoni”... Dunque come sottrarmi alla curiosità per “Sbatti Bellocchio in sesta pagina. Il cinema nei giornali della sinistra extraparlamentare 1968-76”, curato da Steve Della Casa e Paolo Manera (Donzelli, pp. 227, euro 18)? 
Ex direttore del Torino Film Festival, conduttore di Hollywood Party su Radio3, Della Casa è un Tex dell’ultrasinistra. «Mi sono politicizzato – racconta – al liceo Cavour di Torino, militando nel Psiup (Partito Socialista Italiano d’Unità Proletaria), un milione e mezzo di voti nel 1968, cinquecentomila nel 1972 (tanto che da allora l’acronimo Psiup significò Partito Scomparso In Un Pomeriggio, ndr). Passai così – continua Della Casa – a Lotta Continua. Ero piuttosto serio e molto impegnato: per fortuna mi piaceva anche il cinema. Così, già allora, ho diversificato, come si dice oggi». 
Della Casa, perché il 1968 è terminato nel 1984?
«Perché l’informazione, prima di allora, era così imbalsamata che chiunque sarebbe stato un innovatore. In particolare lo è stato chi auto-produceva informazione. Stare nel movimento creava molti eccessi, ma anche un’apertura e conoscenze mancanti alle generazioni precedenti. Ciò vale specie per chi, come me, veniva dalla borghesia piemontese. Mio nonno, che era molto sveglio, non aveva mai visto un quartiere popolare. Se sai le cose, poi le racconti meglio».
Le rudezze della stampa estremista di allora sono oneste, se paragonate ai soffietti della stampa borghese odierna.
«Sono oneste nel senso che non erano pagate da nessuno. Ma hanno dato il là a una critica che preferisce la stroncatura senza appello alla dialettica con chi fa qualcosa (cinema, teatro, musica, letteratura...). I soffietti non mi piacciono, ma nemmeno mi piace chi pensa che una stroncatura sia una catarsi culturale. Sono figli di chi, allora, parlava di film come fosse stato pubblico ministero del tribunale del popolo. Che (per fortuna) non esisteva».
Chi è stato il regista più sottovalutato dall’ultrasinistra?
«Elio Petri. Il Pci lo trattava male perché spirito libero; gli extraparlamentari l’odiavano perché era scritto al Pci. In realtà un sognatore e un grande talento visivo». 
Un altro sottovalutato? 
«Dario Argento, trattato come un macellaio, mentre faceva i suoi film migliori». 
E il film più sopravvalutato qual è stato?
«“Bronte” di Florestano Vancini. Non era un brutto film ma, siccome si guardava solo al contenuto, lo si è visto come un manifesto della rivolta del proletariato meridionale. E non era così».
Un film unanimemente apprezzato, sempre in quegli ambienti?
«“Sugarland express” di Steven Spielberg piacque al pubblico e lo meritava. Peccato che la sinistra stroncasse i film di Sam Peckinpah, un grande che, per fortuna, piaceva al pubblico».
Nel 1975 esce “Rollerball”. Viene dopo “Alphaville” di Jean-Luc Godard (1966). Opere diversissime, ma più chiaroveggenti di “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick (1972). Film che affascinano i rari critici neofascisti, ma sono quasi ignorati dai molti critici d’ultrasinistra...
«Sulla società industriale le critiche da destra erano più articolate di alcune posizioni di sinistra. L’industrialismo ha attraversato anche la sinistra extraparlamentare, che se ne è liberata solo dopo, quando si è lottato contro il nucleare. Prima l’equazione era “più fabbriche, più occupazione”, ovvero meno esercito industriale di riserva e proletariato più forte. I due film citati sono anti-industriali, “Arancia meccanica” (sopravvalutato, concordo) direi di no».
Lei elegge “Sbatti il mostro in prima pagina” di Bellocchio a simbolo di un cinema impegnato discusso dal pubblico di elezione. 40 anni dopo, il cinema italiano è come certa musica anglosassone: prigioniera del ricordo di Beatles e Rolling Stones?
«Forse sì. Ma preferisco i Beatles ai Rolling Stones. E mi piacevano molto anche altri gruppi. Il film più impegnato di allora mi pare “Vamos a matar, companeros” di Sergio Corbucci (1970). Anche se Bellocchio mi piace molto».
Militante di Lotta Continua, lei ne seguiva le indicazioni cinematografiche o quelle di altri fogli d’ultrasinistra?
«Neanche per idea. Nel 1974 avevo aperto un cineclub e passavo le giornate tra i cancelli della fabbrica, dove facevo militanza politica, e il Movie Club, dove proiettavo senza problemi Sacha Guitry (accusato di collaborazionismo nella Francia occupata) e John Wayne, mio attore preferito. Ho scritto su Lotta Continua, ma non di cinema. L’unica volta che ho mandato un pezzo di cinema è stato nel 1979, quando morì John Wayne. Non è stato pubblicato, perché “non potevo santificare l’emblema dell’imperialismo”. Non ho mai più voluto scrivere nulla».

domenica 11 novembre 2012

La città da sogno a incubo

tratto da Area

Nei tempi più remoti, quando uomini che da poco si erano differenziati dalle bestie si aggiravano in branchi, cacciando con armi di selce e di corno, qualcuno di loro comprese che scegliere un luogo adatto alla difesa comune e prossimo alle riserve alimentari poteva rappresentare la salvezza.

Fu la prima tappa dell’evoluzione sociale, in senso moderno: nacque il villaggio. Questo determinò l’affermarsi di una serie di valori specifici, legati alla necessità di coniugare la convivenza con le diversità degli individui: la società domocultile impose la nascita dell’homo legalis. In un certo senso, possiamo dire che la legge si affermò come sistema di riferimento collettivo, proprio quando le comunità nomadi divennero stanziali: prima, chi creava problemi alla comunità, veniva eliminato o ne veniva allontanato, semplicemente, creando una nuova comunità a sua volta. La città, perciò, divenne il luogo della legge: fonte di diritto e, al contempo, roccaforte del diritto. Essere un cittadino era una condizione giuridica.

La tragedia classica, che rappresenta una formidabile allegoria dell’evoluzione culturale e spirituale del mondo greco, ci dice a chiare lettere che il vecchio diritto di sangue, legato strettamente alla religione preindoeuropea delle divinità ctonie, dovette sciogliersi nelle leggi cittadine: si trasformò in mito religioso, cedendo lo scettro della giustizia ai tribunali. Questo emerge con straordinaria chiarezza dalla trilogia dell’Orestea, che si conclude, appunto, con il giudizio dell’Areopago, chiamato dagli dèi a dirimere la controversia sulla colpevolezza di Oreste, matricida e vendicatore insieme. Eschilo, trasformando le Erinni (divinità preindoeuropee legate ai delitti di sangue) in Eumenidi, ossia “le benevole”, protettrici della città, descrisse esattamente questo processo.

È talmente ovvio da apparire quasi superfluo ricordare come questa lezione sia stata ulteriormente elaborata e perfezionata dalla civiltà romana, che proprio sul diritto cittadino fondò interamente la propria forza e la propria Weltanschauung. La città divenne insieme Patria e Casa: la massima ambizione di un suddito di Roma fu sempre quella di ottenere lo status di cittadino, tant’è vero che gli imperatori estesero via via questo diritto a sempre più abitanti, fino a Caracalla, che, nel 212 d.C., lo concesse a tutti i liberi, indistintamente. A quel punto, però, se n’era completamente perduto il valore spirituale: ne sopravviveva, soltanto, la valenza sociale.

È a Roma che, probabilmente, nacque quella nostalgia per i bei tempi antichi, per la semplicità e la morigeratezza di una società cittadina ristretta, quasi chiusa entro le mura urbane, come in una placenta rassicurante: il mito del passato, i laudatores temporis acti, comparvero a Roma, perché l’apogeo ateniese era durato, forse, troppo poco per delineare chiaramente i termini della decadenza di una società cittadina.

Quest’idea di una cittadinanza piccola, coesa, responsabile, sobria, si ripropose, tingendosi di colori ancora più crepuscolari, quando le piccolissime città quadrate dell’Alto Medioevo cominciarono a lasciare il posto alle prime metropoli: Palermo, Parigi, Firenze, tra il XIII e il XIV secolo stavano già assumendo l’aspetto di una città moderna. E ne stavano sviluppando i difetti…

Fiorenza dentro de la cerchia antica, che Dante evoca nella sua Commedia, è una meravigliosa icona di questo rimpianto struggente per una semplicità perduta, per un mondo ritenuto perfetto: in un certo senso, questa città in cui tutti ancora si conoscono per nome e si giudicano e si aiutano, è il medio proporzionale tra il villaggio contadino e la megalopoli; un luogo in cui i vantaggi dell’associarsi non hanno ancora portato le iatture della modernità.

La città stava diventando labirintica: i quartieri crescevano come villaggi di tribù diverse all’interno degli stessi confini. I servizi, certo, erano più accessibili: ma si stava perdendo l’idea di città-comunità, a vantaggio di quella piramidale, di città come stratificazione per gruppi sociali.

Tutta l’Età Moderna rappresentò un progressivo maturare di questo concetto contrastivo di civiltà urbana: possiamo, in un certo senso, affermare che la Parigi del XVIII secolo rappresentasse una convincente allegoria della società umana, all’epoca dell’Ancien Régime, con le sue strade sporche, le sue abitazioni degradate e i fastosi giardini e palazzi della nobiltà a renderne ancora più stridenti i contrasti.

Nascono proprio in quel periodo le prime distinzioni antropologiche veramente significative tra i cittadini: a cominciare dalla lingua, che divenne uno strumento di distinzione e di difesa di classe, insieme. Si pensi, ad esempio, al cockney degli eastender londinesi: un arguto sistema di rime e di giochi di parole il cui scopo era quello di non farsi capire dalle classi agiate del West End (lo stesso nome “cockney”, che poi divenne sinonimo, a un dipresso, di popolano di Londra, era nato da un nonsense: un gallo che nitrisce, cock-neigh).

I cittadini non cercavano più strumenti per essere uniti, ma, semmai, per distinguersi e dividersi: la città spirituale, la città le cui mura erano sacre, era divenuta, semplicemente, il luogo di una convivenza aspra e difficile tra uomini che non avevano nulla in comune, neppure le parole. Non è un caso se, in questa atmosfera, si svilupparono le moderne dottrine sociali, contemporaneamente ai fuochi di una ribellione delle classi subalterne che, dalla fine del ’700 alla Grande Guerra, incendiò l’Europa. E in particolare le grandi città europee, che divennero l’epicentro d’ogni rivolta e d’ogni rivoluzione: Parigi, Berlino, Napoli, si trasformarono in altrettante polveriere, che, tra il 1789 ed il 1848, segnarono il barometro delle tensioni sociali del Vecchio Continente.

Il fenomeno che, tuttavia, in epoca moderna, segnò maggiormente il carattere della città fu la seconda urbanizzazione, strettamente legata allo svilupparsi della società industriale del XIX e XX secolo: per certi versi, possiamo paragonare i fenomeni migratori e, per conseguenza, sociali, derivanti dalla rivoluzione industriale, all’urbanesimo medievale, che modificò radicalmente la società europea, tra il Mille e la scoperta dell’America. Se nel Medioevo questo fenomeno antropico diede origine ai “borghi” (e, per conseguenza, al concetto di “borghesia”), intesi come luoghi suburbani in cui si trasferivano e risiedevano i commercianti e gli artigiani, nel XIX secolo il flusso costante e poderoso di manodopera dalla campagna verso la città stravolse completamente il tessuto urbano, causando la formazione di immensi quartieri dormitorio, sostanzialmente sprovvisti di servizi e di luoghi di aggregazione.

È in questo periodo che nacquero e si svilupparono le abnormi periferie urbane, che, ancora oggi, sono la principale nicchia di disagio sociale delle città europee: le banlieue, gli slum, l’hinterland, vere e proprie terre di nessuno che non erano certamente campagna ma neppure si potevano definire città, mancando d’una propria identità e perfino d’una morfologia coerente. In questi quartieri periferici il cittadino iniziò a spersonalizzarsi e, al contempo, a omologarsi: ormai non vi era praticamente differenza tra un operaio parigino e uno londinese; e Londra e Parigi sembravano la stessa città, se si visitavano i luoghi in cui questi operai abitavano.

Di qui, crediamo, prese le mosse l’idea dell’internazionalismo marxista: il mondo, secondo Marx, non era raffigurabile con una carta geografica in cui gli Stati avessero colori differenti, ma come un’immensa piramide alla cui base tutto il proletariato fosse uguale, senza tener conto della sua cittadinanza. Nasceva un lavoratore apolide e moriva l’idea stessa di cittadino: il popolo non cantava più “…aux armes les citoyens…”, adesso le armi le doveva impugnare un operaio sfruttato, e non aveva alcuna importanza la lingua in cui gridava la propria protesta.

Per certi versi, questo fenomeno si ripropose, con molte analogie in tempi più recenti: nell’Italia del secondo dopoguerra, ad esempio, oppure nei grandi quartieri-ghetto francesi e inglesi del primo periodo post-coloniale. Tuttavia, anche se il quadro può apparire precocemente catastrofico, la città manteneva un suo carattere: vantava dei pregi, possedeva un’anima, che quasi sempre coincideva con la sua impronta monumentale. Gli immigrati che venivano ad abitarci, volenti o nolenti, ne assorbivano lo Stimmung: anno dopo anno, perdevano i loro connotati allogeni e assumevano una fisionomia comune. In altre parole, diventavano cittadini. Alla base di questo complicato processo osmotico stava, in sostanza, il concetto di accettazione della cittadinanza: l’idea di diventare parte d’una comunità definita veniva introiettata e fatta propria. E non è un passaggio da poco: da questo scatto mentale e spirituale dipende, oggi, l’idea stessa di cittadinanza e di Patria.

Per fare comprendere come, oggi, il concetto di cittadinanza non possa più essere collegato né allo ius soli né allo ius sanguinis, ma, piuttosto, a uno ius animi, Giano Accame, indimenticato maestro, usava paragonare un ascaro o un dubat, che fosse morto combattendo per il Tricolore, a un italiano che, in tempi di Guerra fredda, avesse tifato Urss o avesse sputato sulla nostra bandiera: quale dei due sarebbe stato il vero cittadino d’Italia? Ovviamente, quasi chiunque avrebbe indicato l’africano, tranne forse uno di quei buontemponi che urlano “10, 100, 1000 Nassiriya!”.

Ecco, nel cittadino avviene qualcosa di simile: pur provenendo da realtà diverse per cultura, stile di vita, abitudini, quando decide che quella in cui vive è la sua città, automaticamente, quasi senza volere, ne assume l’accento, i modi di fare, la facies. O, meglio, nel cittadino avveniva così, perché nell’anno di disgrazia 2011 la città appare radicalmente cambiata da quella che era anche solo pochi decenni o, addirittura, pochi anni fa. È diventata più estranea, più indistinta e in definitiva più minacciosa.

Dove risiedano le cause di questa malattia che sta corrodendo alle radici quella che era stata per millenni la matrice dell’identità e dell’appartenenza è problema di difficile soluzione, a meno che non ci si voglia rifugiare nella sociologia d’accatto. Siccome, invece, per chi scrive, proprio quell’approccio ai problemi è una delle cause del disastro etico nel quale ci stiamo dibattendo, cercheremo, in maniera estremamente sintetica, di spiegare quali siano secondo noi le origini del problema.

Innanzi tutto, la città paga pesantemente un deficit di bellezza, che affligge il mondo occidentale, e l’Italia in particolare. Fino a qualche decennio fa, architetti, pubblici amministratori, semplici privati, lavoravano per abbellire gli spazi comuni: per dotare la propria città di monumenti, ma anche di belle costruzioni. Così, nei secoli, le città assunsero il loro carattere specifico, che a Firenze è bianco e nero come le pietre delle chiese, mentre a Roma assume i toni dorati del travertino. In questi tempi senza luce si costruiscono brutte case, brutti palazzi, brutti quartieri: e tutta questa bruttezza - anche se a qualcuno può far ridere - fa vivere peggio, ci rende tristi, nervosi, insoddisfatti.

Ma la questione non è soltanto estetica, naturalmente: un altro enorme ostacolo alla vita comunitaria è la diffidenza o, se si preferisce, l’indifferenza. La diffidenza deriva dalla non riconoscibilità degli altri cittadini come tali: nel percepire come estranei determinati individui o gruppi d’individui. Vi è in questo, certamente, un fondo di pregiudizio: dall’altro, però, c’è una spaventosa e strumentale sottovalutazione del problema dell’immigrazione extracomunitaria, ossia dell’immissione nel tessuto urbano di gruppi etnici del tutto estranei alla civiltà europea per religione, costumi, convinzioni e carattere. Si ha un bel dire che siamo tutti fratelli: la comunità è come un corpo fisico, che ingerisce il necessario, ma quando esagera poi s’intossica e vomita il di più. Lo rifiuta.

Di nuovo dobbiamo tornare ai primordi della storia della città: quelli da cui siamo partiti. La città nacque da un bisogno di darsi delle regole: non si può pensare che sopravviva all’immissione di persone che non accettino e, anzi, contrastino queste regole. Costoro non sono e non saranno mai dei cittadini, ma solamente degli intrusi o, peggio, degli incursori: ce lo dicono millenni di esperienza urbana. Come si diceva poco sopra, è un cittadino chi decida di condividere un’idea di città, non chi si trovi, per caso o per comodità, a risiedere in un determinato territorio, come una mucca che bruchi l’erba qua e là, a seconda di dove cresce.

L’altro volto di questo problema è quello dell’indifferenza: l’estraneità fa paura e conduce a farsi gli affari propri, a non condividere nulla dell’esistenza degli altri cittadini. Così, si arriva agli eccessi londinesi, di gente che ti passa accanto mentre agonizzi per un infarto, e nemmeno ti guarda, pensando che il tuo problema sia solamente tuo: si arriva ai morti a Napoli e a Roma, in stazione, nell’indifferenza della gente. Ma sarebbe meglio dire: nella paura. Le nostre città hanno paura: vi sono zone d’ombra vaste e desolate, come in una Gotham City livida e notturna.

Ma non pare verosimile che si tratti di una paura semplicemente determinata da un oggettivo peggioramento della microsicurezza: c’è dietro qualcosa di più profondo e terribile. C’è una completa assenza di meccanismi solidali: un totale tracollo dello scambio interpersonale causato dall’abnorme crescita del tessuto urbano e suburbano. Insomma, le nostre città sono dei deserti di cemento. E sono sempre più sporche, sempre meno simili a casa nostra e sempre più casa di nessuno.

Se questo avviene a casa nostra, cosa succede nelle megalopoli che stanno crescendo nel resto del mondo? Mumbai, il Cairo, Teheran, San Paolo del Brasile, Città del Messico… agglomerati di quindici, venti milioni di abitanti che svuotano le campagne e snaturano il tessuto sociale, creando formicai informi stretti intorno alla speranza di sopravvivere.

Quale potrebbe essere la soluzione, almeno per le città nostre? A breve termine, nessuna, per certo: inutile illudersi che una tendenza tanto radicata e profonda possa essere invertita dall’oggi al domani. A lungo termine, bisogna lavorare sulla cultura, sullo spirito dei cittadini: restituire loro, nella teoria, qualche speranza e qualche convinzione e, nella pratica, la sensazione di non essere soli e abbandonati. Questo significa un enorme sforzo politico e sociale, che va dai vigili di quartiere all’edilizia monumentale, dai parchi alla raccolta differenziata. In conclusione, se si vuole che la città torni a essere un luogo dotato di un’anima, si deve andare avanti: il che, molto spesso, significa non dimenticarsi del passato.

Per esempio, e qui si conclude, con un suggerimento buttato lì, questa breve chiacchierata sulla città, pensare ai quartieri come a tanti villaggi, autonomi per servizi, strutture, trasporti e identità: questo manterrebbe viva la città, che apparirebbe come una sorta di federazione di quartieri - la “città stellare” - in cui potrebbero felicemente convivere i vantaggi dell’economia di scala e quelli della piccola comunità coesa.

In Europa ci si sta già muovendo in questa direzione. E noi, in via puramente teorica, di questa Europa dovremmo far parte. Come cittadini.

sabato 10 novembre 2012

L'Italia crolla,gli studenti NO




ROMA - Il corteo all’Eur, poi il sit-in davanti al ministero dell’Istruzione nel pomeriggio. Il Movimento Strudentesco Nazionale guida cinquemila studenti in corteo.

Cinquemila studenti degli istituti romani della zona Eur hanno manifestato questa mattina contro il governo e i tagli all’istruzione a Roma, secondo il Movimento studentesco nazionale (Msn) che promuove il corteo. Al grido di “Le scuole crollano, gli studenti no”, i giovani, provenienti dalle scuole del quartiere, si sono riuniti per dare vita al grande corteo che ha sfilato per le vie della Capitale, in contemporanea con le manifestazioni in tante altre città italiane. Nel pomeriggio è previsto un altro sit-in nei pressi del ministero della Pubblica istruzione, mentre un terzo corteo di Blocco studentesco a Talenti è stato annullato. 

«Siamo stanchi di quello che sta succedendo in Italia. Le tasse aumentano, il nostro futuro sarà segnato dalla precarietà e nel mezzo del caos nessuno si occupa fattivamente della scuola - afferma nel comunicato Edoardo Stacchiotti, rappresentante della Consulta per l’istituto Alberti e militante del Msn -. Cosa ha fatto il Ministro in questi mesi? L’unica proposta che ci ricordiamo è quella di eliminare l’ora di religione, proposta inutile davanti ai grandi problemi che stanno devastando le nostre scuole. A Profumo chiediamo: cosa ha pensato per risolvere il problema dell’edilizia scolastica? Quali proposte per abbattere il caro libri? A quando la riforma della classe docente? Siamo stanchi di essere presi in giro, di attendere che qualcuno si dia una svegliata, e ci sembra che questo Ministro abbia meno risposte di noi. La grande partecipazione di oggi dimostra solo un grande fatto: non siamo passivi ed inermi come ci descrivono, ma siamo ribelli armati di speranza».


venerdì 9 novembre 2012

PISA: NASCE RONIN, LA DESTRA IDENTITARIA!




SU FACEBOOK CERCA "RONIN PISA"



CHI SIAMO 


RONIN PISA, nata in seno al progetto del "centro sociale di destra" Casaggì Firenze, attivo dal 2005 nel capoluogo toscano, è una Comunità militante libera e identitaria, che si pone l'obiettivo di creare, sul territorio, un avamposto culturale e politico che possa produrre manifestazioni, cortei, dibattiti, eventi, volontariato, corsi di sport e gruppi di studio con autonomia e trasversalità rispetto alle strutture di partito. Nella nostra Comunità, oltre a respirare l'aria pulita del cameratismo e dell'impegno disinteressato, potrai trovare uno spazio quotidiano di approfondimento e di attivismo volto alla formazione di una coscienza critica e pensante. 


RONIN PISA ha lo scopo di creare una rete di individualità unite secondo norma gerarchica e pratica organica, che collaborino e si completino al fine di realizzare un progetto fatto di metapolitica, partecipazione sociale e cultura, senza cadere in squallidi personalismi. Un progetto concreto e impegnato che non si rinchiuda nei labirinti dell'immobilismo e dell'autoreferenzialità, ma che sia saldo nelle radici e aperto negli obiettivi, fermo al centro e flessibile nella circonferenza.

RONIN PISA si batte per il primato della politica sull'economia, dell'uomo sull'automa, dello spirito sulla materia, della natura sull'artificio, della vita sulla morte, della libertà sull'oppressione, della giustizia sociale sulle oligarchie, della Comunità sull'agglomerato collettivo, della gerarchia sull'assenza di regole, della disciplina sulla superficialità, della fedeltà sul tradimento, della solidarietà sul menefreghismo, del diritto alla proprietà della casa e al lavoro garantito sulla speculazione edilizia e l'usura bancaria, del donarsi sul richiedere, dell'etica sul profitto, della Patria sull'internazionalismo, dell'Identità sulla massificazione, dell'anticonformismo sul pensiero unico, dell'autodeterminazione sull'imperialismo culturale, dello spirito critico sui modelli imposti al gregge, del coraggio sulla viltà, della militanza di strada sul marketing, della Tradizione sul modernismo, dell'Europa dei popoli e delle Patrie sulla Comunità Europea delle banche e dei dazi, dello Stato e della Polis sul mercato, dell'esempio sull'apparenza, del cuore sul portafogli, dell'essere sul sembrare, della lotta sul disimpegno. 
PERCHE’ RONIN 

Nel Giappone feudale il RONIN era il “samurai senza padrone”. Un guerriero, dunque, che aspirava a mantenere l’elevazione e l’abnegazione della propria casta, ma senza doverne rendere necessariamente di conto e nessuno. Spesso considerato “pericoloso”, il RONIN era un ribelle, molto spesso aldilà del comune senso morale della massa. Il RONIN non serviva qualcuno, ma una causa. 

Era un uomo libero, che continuava a coltivare la via della spada e la rettificazione di se stesso, l’eroismo e l’accettazione di una condizione che affondava le radici nell’etica del Bushido e nell’etichetta dell’Hagakure. 

Il RONIN può servire il popolo e può scegliere di riconquistare il proprio onore riprendendosi ciò che gli spetta, come accadde ai 47 RONIN paziente e operosa attesa, per poi compiere il rito del seppuku e passare alla storia. 

Ci piace questa libertà guerriera, questa scelta controcorrente, questa introspezione, questa tensione perenne verso l’alto e oltre se stessi, questa volontà di riscatto e di conquista, questo sforzo atavico verso l’infinito, verso lo spirito, verso la morte dell’ego. 

Ci riconosciamo in questa scelta di indipendenza, spesso obbligata o frutto di delusioni pregresse e incidenti di percorso: la nostra azione politica è libera, senza padrini, senza padroni, senza sponsor, senza capobastioni; ma anche senza paura. 

Ci riconosciamo nelle gesta eroiche di chi, pazientemente, attese il momento opportuno per riprendersi tutto, sacrificando quanto di più caro per un fine più alto e più nobile. Con la tenacia e il coraggio di chi ha sconfitto sé stesso e si appresta ad andare oltre. 

PERCHE’ IL 9 NOVEMBRE… 

Abbiamo scelto di lanciare RONIN nella ricorrenza del 9 novembre, anniversario della caduta del muro di Berlino, perché in quella data riconosciamo il valore storico della fine dell’inferno comunista che per decenni ha tenuto sotto pressione mezza Europa, sezionandola e umiliandola con chilometri di filo spinato e di cemento. Ma quella del 9 novembre, per noi, è una vittoria a metà. Sono ancora tanti, infatti, i muri che devono cadere. 

Sono ancora tanti i 9 novembre che ci separano dalla libertà, quella che riconosciamo nella costruzione di un’Europa unita, sovrana e armata. Un’Europa indipendente, con un proprio esercito, con delle tradizioni condivise e delle radici comuni, con una direzione chiara, con la precisa volontà di svincolarsi dalla lunga mano del potere americano e occidentalista. Un’Europa dei popoli, delle Patrie, delle differenze. Un’Europa sociale, che sappia abbattere i muri della tecnofinanza, del signoraggio della moneta, dei diktat economici, dell’egemonia bancaria e speculativa, della società multietnica, della globalizzazione selvaggia e del liberismo sfrenato. 

Quei muri sono lì, e dobbiamo avere il coraggio di abbatterli, iniziando da quelli che abbiamo eretto dentro di noi.

9 NOVEMBRE: DEMOLIAMO L'EUROPA DEI BANCHIERI!



giovedì 8 novembre 2012

L'economia non è tutto per una comunità


di Massimo Fini

Non credevo ai miei occhi quando ho letto che nella legge di stabilità c’è una norma che in materia edilizia, sostituisce il silenzio-rifiuto col silenzio assenso. Di che si tratta? Secondo la normativa vigente se un imprenditore vuole costruire in deroga a "vincoli ambientali, paesaggistici o culturali" deve ovviamente chiederne l’autorizzazione alla Pubblica Amministrazione. Se questa non risponde equivale a un rifiuto. Con la nuova normativa la non risposta entro 45 giorni è invece un "liberi tutti". Già la normativa vigente si prestava a ogni sorta di abusi e di corruttela. Un vincolo è vincolo e dovrebbe valere per tutti. Invece non valeva per alcuni, i soliti noti. È con le deroghe al Piano Regolatore che Ligresti, per fare un esempio noto, ha realizzato il sacco edilizio di Milano. In proposito ho un’esperienza personale. Nel 1989 fui chiamato a processo per diffamazione dall’avvocato amministrativista Cutrera (che con Ligresti e il costruttore Brenda formava la "banda di viale Helvetia" come veniva familiarmente chiamata) per aver descritto sull’Europeo i metodi usati dal "trio". C’era un terreno vincolato, su cui il proprietario non poteva far niente nonostante promettesse, in cambio dell’autorizzazione, di costruire, a spese sue, ogni genere di infrastrutture. Ligresti trafficava con gli Uffici tecnici del Comune, otteneva l’impegno allo svincolo dell’area, poi si presentava dal proprietario: "Quanto vale il tuo terreno? Uno, dato che non ci puoi far niente. Io te lo compro a tre. Il proprietario accettava, tutto contento, ma in quel momento il suo terreno, segretamente svincolato, non valeva tre ma dieci volte tanto. Fui assolto. Dirà il lettore. ma adesso, col sistema del silenzio-assenso, almeno questi truffoni non saranno più possibili. Al contrario: saranno facilitati. Basterà che l’imprenditore disonesto induca, con argomenti convincenti, i tecnici dell’Ufficio a essere neghittosi e, oplà, il gioco è fatto. E non ci sarà nemmeno una delibera del Comune che consenta di risalire al malaffare. Che colpa ne ha l’impiegato del Comune se, sommerso da migliaia di pratiche, se n’è dimenticata qualcuna?

Le nostre coste sono tutte una lunga striscia di cemento. E le città? Milano. Io abito in una brutta casa anni ’50 ma, per una serie di circostanze fortunate, avevo il privilegio di vedere l’arco delle Alpi. Un tempo c’era la stazione delle Varesine, poi è stata spostata un paio di chilometri più in là. Si è aperto uno spazio immenso. Per parecchi anni è stato occupato da un grande Luna Park, perlomeno, o ci si portavano i bambini. Poi il Luna Park, sconfitto, immagino, dalla playstation se né andato ed è nato un bosco, un vero bosco. Miracolo a Milano, un piccolo polmone verde quasi nel centro della città. Una mattina mi alzo: in una sola notte il bosco era stato raso al suolo. In poco più di un anno hanno innalzato lavorando giorno e notte, una serie di ecomostri che hanno distrutto la fisionomia del quartiere, ancora semipopolare, costringendo barini, macellai, formaggiai, drogherie e ogni sorta di negozietti a sloggiare per il rincaro degli affitti.

Capisco che la nuova legge ha lo scopo di incentivare l’imprenditoria edilizia per aiutare l’economia. Ma l’economia non è tutto per una comunità. Esiste anche la qualità della vita. Ma è proprio l’economia, anche quando va bene, anzi soprattutto quando va bene, ad averla distrutta.

mercoledì 7 novembre 2012

Quando Rauti spiegò la crisi della sinistra. Trent'anni prima...

Di seguito riproponiamo l’editoriale di Pino Rauti sul primo numero di “Linea”, uscito il 1° marzo 1979. Il titolo era «Per andare oltre». Alcuni brani di questo articolo sono stati letti durante i funerali di ieri dalla figlia Isabella. 

Pino Rauti

Se credessimo alle coincidenze facilmente gratificanti, faremmo notare che usciamo con questo giornale mentre imperversa la più difficile e torbida crisi che abbia mai conosciuto nel dopoguerra l’Italia; che usciamo, mentre la crisi, d’altronde, appare come il riflesso, la conseguenza, la cassa di risonanza di una situazione generalizzata di degrado e di scollamento; e, ancora, che tutto quello che accade e occupa le cronache, straripandone con flutti sconvolgenti, è soltanto l’effetto di un “male” più profondo che ha ormai pervaso sin le fibre più riposte della comunità nazionale (o di quella che, una volta, si usava definire così). Ma da quanto tempo, esattamente, siamo in piena crisi?

I politologi di tutto il mondo che guardano al “caso Italia” – e hanno l’aria di curvarsi su un letto di un malato inguaribile, quasi riuniti a cronico consulto – alla sua specificità e peculiarità, questo almeno hanno stabilito: che la crisi viene da lontano e dal profondo, e appunto per questo è vasta e pare irriducibile; che in essa confluiscono fattori antichi di fragilità e, nuovi, di tensione crescente, sempre peggio fronteggiati. Anche altrove, in Occidente, vi sono sintomi dello stesso male, ma l’Italia è in testa con una serie di primati negativi. Forse, anticipa i tempi altrui; certo, ne vive di gravissimi e ne deve presagire di ancora più duri. Come in nessun altro Paese dell’Occidente, la crisi del regime è diventata crisi del sistema e si intreccia al quotidiano, anche al più riposto privato in cui si rifugiano un po’ tutti quasi in ultima, disperata, ridotta difensiva.

Ma proprio questo connubio, questo annodarsi intossicante e defatigante, alimenta un altro aspetto del male italiano dei nostri giorni: l’assuefazione, l’abitudine a tutto, la opaca, spenta, passività del puro vegetare. I sociologi – anch’essi impegnatissimi a sfornar diagnosi sull’Italia – notano che, in genere, la cosiddetta “affluent society” è quella che “scansa il cadavere”; la gente non si ferma, qualsiasi cosa le avvenga di incontrare. Devia i propri passi, o gira al largo con la macchina, per superare l’ingorgo, il nodo, il problema. Solo così, si dice, può continuare a vivere; perché altrimenti sarebbe sommersa dal flusso delle troppe vicende emotive e traumatizzanti che la assediano e la incalzano.

Qui da noi scansiamo cose enormi, eccezionalmente visibili. Al reiterarsi frenetico delle varie emergenze fa da contrappeso la capacità di assorbire sempre di più i colpi, di consumarli, quasi; di diluirli e sgualcirli nella gradualistica sfilacciatura dei giorni che, comunque, passano.

Ogni tanto, un sussulto; e si scopre, ad esempio, all’improvviso la cosiddetta economia dell’Italia sommersa; con sette-otto milioni di italiani che lavorano per conto proprio, magari assentandosi dall’altro lavoro, quello ufficiale, e producono un reddito di otto-diecimila miliardi. Rifiuto del collettivismo, anche; corsa verso il “privato” come ultima spiaggia produttivistica; ma altresì colossale operazione di ristrutturazione neocapitalistica compiuta sotto la superficie delle strutture socio-economiche, all’ombra del compromesso storico che si era avviato, sotto lo sguardo distratto di pressioni sindacali tanto laceranti nella forma quanto ottocentesche nella sostanza visto quel che accadeva e che è già accaduto.

La crisi ha, dunque, due aspetti: da un lato è quella che tutti vedono e che anche nelle nostre file viene seguita fin nei dettagli, la crisi del regime dei partiti e – anche, ormai – del sistema che lo esprime e che ne è alla base. Ma c’è crisi anche sull’altro versante, meno analizzata sinora e ancor meno assunta come punto di riferimento per nuovi orientamenti e valutazioni; ed è la crisi delle sinistre nel loro complesso, e del Pci in particolare, in termini di incapacità a prospettare un modello di sviluppo e di società che sia alternativo a quello attuale e che, già in itinere, abbia la capacità di incidere positivamente sulle strutture socio-economiche.

Scardinare, è stato facile; eppure sconsacrare e dissacrare e mettere in crisi. Per il semplicissimo motivo che non c’era quasi più niente di solido né di sacro. Il re era nudo da gran tempo; e non abbiamo aspettato che venissero a dimostrarcelo quelli della scuola di Francoforte, con Marcuse in testa.

Ma le febbri, specie quelle alte, che non sfociano alla fine in atti compiutamente rivoluzionari; in ordinamenti nuovi, alla lunga stancano, sfibrano, disgustano. Ci si può aggirare tra le macerie per ricostruire; oppure, per bivaccarci a mo’ di tribù chiassosa, incapace, impotente. Da certe tensioni prolungate o si esce in avanti, e possibilmente verso l’alto, oppure si tende a ricadere indietro. Ecco, il riflusso, lo sfaldamento anche umano che si va facendo strada anche a sinistra; la disperata corsa deviata, e deviante, che ne getta una parte nel meccanismo terroristico e ne spinge il grosso verso stati di delusione diffusa e generalizzata, disimpegnanti e amari. Il Pci se ne è accorto; e per questo ha battuto banco, chiedendo che la Dc onorasse le tante cambiali compromissorie fin qui firmate; perché altrimenti, si torna all’opposizione prima che sia troppo tardi; si torna a Livorno, al ritualismo delle origini. Tentativo patetico, perché il problema non è lì o non è tutto lì. L’incapacità rivoluzionaria delle sinistre italiane e occidentali in genere non dipende solo da fattori specifici, locali. Viene anch’essa da lontano, dai fallimenti che si accumulano a ritmo crescente sulla vasta area del mondo socialista, dove Stato-compagno invade e occupa Stato-compagno e riemergono retroterra, anche etnici, anche culturali che si credevano appiattiti per sempre.

E tuttavia, bisogna andare avanti; bisogna andare oltre; è necessario superare questo regime e questo sistema. Anche laddove esso, come suol dirsi, ancora funziona in termini di meccanismo produttivo e di assetto sociale (vogliamo dire la Germania occidentale, gli Stati scandinavi, gli Stati Uniti) noi vediamo, e gettiamo sul piatto della bilancia, dei nostri contenuti e del nostro spessore, altri costi, umani ed esistenziali, quotidiani e di fondo, personali e comunitari che a tanto ci sollecitano e ci stimolano.

Certo, c’è un’immensa, astronomica differenza tra i Paesi che vivono sotto la sferza del “socialismo reale”, i loro gulag allucinanti, i loro fallimenti assoluti, a ogni livello; ma Solgenitsin, che ha ben conosciuto e sofferto quella realtà terribile, ci ammonisce senza perifrasi: a che serve vivere meglio, se si perde l’anima, lo spirito? A che serve – e a “chi” serve, aggiungiamo noi – vantare, ancora, superbe superiorità tecnologiche e scientifiche, se poi la gran massa di coloro che formano i popoli, le comunità, le nazioni, nel loro vivere quotidiano sono appiattiti da altri meccanismi alienanti e disgreganti; e corrosi nel loro intimo; e ridotti al puro economicismo cui obbediscono quegli stessi meccanismi; e diventano, o tendono a diventare, quella poltiglia senz’anima e senza volto che già è, diremmo fisicamente, visibile nelle grandi aree metropolitane dei nostri giorni?

Molte bandiere si stanno stingendo, si stanno abbassando in questo periodo; molti miti stanno andando in frantumi, di quelli che sembravano, sin qui, occupare ed egemonizzare il campo delle speranze e delle volontà dei più. È il momento delle nostre bandiere. È il momento – per andare oltre – dei nostri miti.

martedì 6 novembre 2012

Obama o Romney? Ma gli USA sono già sull'orlo del burrone



di Ugo Gaudenzi (Rinascita)

Salvo dinieghi e rimozioni dei suoi rappresentanti più esposti agli umori della pubblica opinione, il rumore di fondo di ogni analista di politica internazionale, anche di scuola atlantica, è monocorde.
Gli Stati Uniti d’America, raggiunto venticinque anni fa l’apogeo della crescita - politica, economica, militare - quale unica potenza mondiale, hanno superato un quinquennio di assestamento per imboccare la strada di un lento, ma graduale e ineluttabile, declino.
Ogni indicatore è concorde. Il ciclo egemonico nordamericano, culturalmente radicato nel “God we trust” e in un’etica capitalista di stampo calvinista, ha sì, dal suo interno, innescato quella che può essere definita la terza rivoluzione industriale (informatica), ma ha esaurito così la sua stessa spinta propulsiva.
Ne fanno fede i più disparati elementi (negativi) fattuali.
L’egemonia culturale, priva di idee-forza di base, se si eccettua l’originaria religione sul “dirittoumanismo” ormai diventata il contrario del suo principio, ha verniciato, americanizzandole, omologandole verso il basso, varie società civili del mondo - e l’Europa (quasi) tutta - ma non ne ha sovvertito i valori e le virtù radicali. Che ovunque - nella stessa colonia-Europa - riprendono l’identitario vigore.
L’egemonia militare, pur forte di una sorta di monopolio tecnico-scientifico della ricerca applicata, fondata sul dominio geopolitico degli altri continenti sulle tre direttrici dell’aria, dell’acqua e degli insediamenti di controllo terrestri (le circa mille basi militari che costellano il mondo), soffre di evidente debolezza strategica. Le guerre moderne - pur ammantate dalle bandiere “umanitarie” - non reggono alla guerra di guerriglia degli insorti ormai estesa ad ogni terra omologata o invasa o occupata. Ne fanno fede i flop delle “democrazie imposte” in Somalia, in Iraq, in Afghanistan e, in fin dei conti anche in Serbia (non “normalizzata”) o negli stessi Stati arabi destabilizzati da “primavere” che ora si rivoltano contro i loro stessi mentori.
L’egemonia economica, messa a dura prova dalla nuova grande depressione (recessione) appena iniziata e che non ha ancora raggiunto il suo acme. Un’egemonia economica peraltro che, ceduto il passo alle politiche di usura della finanza internazionale, è costretta a puntellare il suo status quo con politiche monetarie di equilibrio negli scambi (dollari contro prodotti: il caso Cina è emblematico). E con politiche di predazione militare delle risorse energetiche altrui (la “Grande scacchiera” di Brzezinski per il progressivo insediamento Usa nelle regioni più ricche di materie prime) un grande gioco che sta inanellando per gli Usa sconfitte su sconfitte. E anche con sconfitte - le più pesanti - nella preservazione dello stesso tessuto sociale interno alla superpotenza, devastato dalle irruzioni speculative della finanza derivata.
E’ per questo che le elezioni presidenziali di questo martedì sono chiamate in realtà non a scegliere tra due “presidenti” fisici, ma tra due linee alternative di gestione del potere in una fase di delicato equilibrio “sull’orlo di un burrone”.
E’ pacifico che al timone della Casa Bianca ogni quattro anni venga scelto un rappresentante di forze - centri di pressione, lobbies finanziarie ed economiche - che poco o nulla hanno a che fare con l’anima profonda dei popoli che vivono negli States. Come è pacifico che gli stessi due partiti che si sfidano per il potere politico siano in realtà contenitori, ambedue, di similari e ampie gradazioni di spinte o idee sia di destra che di centro che di sinistra (se mai queste categorie significhino ancora qualcosa...). Come è pacifico che sull’uno o sull’altro sfidante vengano calate poste di scommesse sulla vittoria anche provenienti dalla stessa corporazione o dalla stessa multinazionale.
La scelta di questo martedì è, dunque, una scelta puramente metodologica.
Se prevarrà Obama, con la sua timidissima politica di tutela sociale delle classi meno abbienti, con la sua incertezza di fondo sul continuare o meno una politica militar-avventurista di dominio nei vecchi continenti, prevarrà una volontà “temporeggiatrice” di fronte al disordine in atto (che è anche frutto delle politiche espansionistiche atlantiche).
Ove prevalesse Romney, convertito alle teorie reaganiane anti-tasse e di tutela delle classi più abbienti, e corifeo di una più dura presenza militare Usa nel pianeta, prevarrà una politica che tenta, con un’accelerazione pilotata, di acquisire vantaggi immediati giocando d’anticipo sul ciclo in declino.
Se il risultato delle due tattiche - il crollo ineluttabile nel lungo termine - è scontato, non è dato prevederne le destabilizzazioni che provocheranno sul breve termine.
E che riguardano soprattutto la loro colonia-avamposto sul fronte di prima linea: purtroppo la nostra Europa.

lunedì 5 novembre 2012

L’incendiario di anime che faceva sognare i giovani



di Annalisa Terranova (Secolo d'Italia)


Tra pochi giorni Pino Rauti avrebbe compiuto 86 anni. Con la sua morte un altro pezzo importante, indimenticabile, del mondo della destra italiana viene consegnato alla storia. Rauti ha attraversato il Novecento facendosi contaminare dalle contraddittorie passioni e dalle incendiarie speranze di un secolo che sfidava gli animi più inquieti e avventurosi, gli intelletti più acuti, i giovani più disposti a mettersi in gioco. 

Rauti fu uno di quei giovani: a 16 anni si arruola nella Rsi e alla fine del 1946 partecipa alla fondazione del Movimento sociale. Negli anni Cinquanta fu vicino al pensiero radicale di Julius Evola, fonda il Centro Studi Ordine Nuovo ritenendo di dare continuità a un fascismo di tipo spirituale, quello legato al mito dell’«uomo nuovo». Rientra nel Msi nel 1969 (da dove era uscito con l’avvento alla segreteria di Arturo Michelini) con l’arrivo di Giorgio Almirante al timone del partito. 

È alla metà degli anni Settanta però che Rauti diventa punto di riferimento di un’ampia area giovanile, affascinata dall’idea di nuove parole d’ordine che giungono a contestare la stessa identità di destra del Msi, indicando la strada del dialogo con i nemici dell’altro fronte, da considerare ormai come avversari con cui cercare il confronto e non più lo scontro. Intuizioni che consentirono di strappare molti giovani alla deriva terroristica e offrirono a molti altri un modello alternativo all’attivismo classico. 

Prospettive che troveranno forma nella mozione congressuale Linea Futura (al congresso del Msi del 1977), che rappresentò un esperimento di rottura nella dialettica interna al partito. In questi termini ne parla Marco Tarchi nel suo libro “Dal Msi ad An”: «Il progetto di innovazione politico-organizzativa più radicale è quello di Linea Futura, che denuncia l’insufficienza della strategia di Destra nazionale e si propone di organizzare la protesta meridionale e spingere il partito a contestare il modello di sviluppo neocapitalistico, promuovere iniziative anticonsumistiche, prestare attenzione ai temi ecologici e urbanistici. Le nuove strutture auspicate dai rautiani – continua Tarchi – mirano ad un “partito di quadri, di organizzazione moderna, di militanza politica e sociale, proiettato verso l’esterno”, che deve distinguere tra aderenti e militanti, creare cooperative e comitati di mobilitazione, uscire alla routine con interventi in ambito sociale e puntare su un’offerta politica diretta in primo luogo a giovani e donne, che delinei una controffensiva politica razionale e accantoni nostalgie e ribellismo». 

Un modello movimentista difficilmente conciliabile con il partito-apparato da cui scaturirà la stagione creativa dei Campi Hobbit, uno dei fenomeni più studiati (e più imitati negli anni successivi) che caratterizzarono il mondo giovanile a destra. Quell’esperienza aprì orizzonti inediti per i ventenni di allora, non più costretti nel clichè del militante anticomunista “duro e puro”. La lezione di quei raduni (malvisti dal vertice del Msi) è molto semplice: si poteva incidere nel proprio tempo anche facendo musica, scrivendo poesie, tentando di dar vita a un modello comunitario che potesse rappresentare la naturale evoluzione del “cameratismo” reducistico. Era paradossale che a capo di questi fermenti vi fosse un uomo come Pino Rauti, che aveva combattuto, che aveva creduto nella “milizia” senza compromessi di chi «sta in piedi tra le rovine», che non aveva mai rinnegato il fascismo, un intellettuale raffinato, scrittore e giornalista, poco incline a far maturare le sue sintesi dalle complicità con le platee giovanili. 

Eppure i giovani trovavano nei suoi discorsi un’ampiezza, una profondità, uno stimolo per uscire dal “ghetto”, per dare prospettive persino vincenti a una condizione di minorità politica e culturale che era dura da sopportare. Nei suoi discorsi, soprattutto in quelli, Rauti sapeva toccare le corde giuste. La memoria corre a quelle parole (non a caso fu definito, un «incendiario di anime») più che alle schermaglie congressuali, che lo videro avversario prima di Giorgio Almirante e poi di Gianfranco Fini. Ai giovani Rauti parlava di un fascismo “metafisico”, non quello dei compromessi, dei treni in orario, delle sciagurate leggi razziali, delle leggi liberticide, ma quello che andava incontro al popolo, quello che si chinava sugli ultimi per tentarne il riscatto, quello sociale e socialista. E con quel “fascismo immenso e rosso”, che poteva piacere a destra come a sinistra, che era al di là della destra e della sinistra, declinava alla sua maniera personalissima il motto “non rinnegare non restaurare”. 

Là, diceva, stavano le radici, lì stava il senso, lì stava il retroterra da cui si poteva attingere ancora per non autocondannarsi all’inattualità. Quelle parole piacevano e commuovevano, come quando raccontava dell’incontro in Francia con i “falchetti rossi” del Fronte Popolare di Leon Blum, ormai anziani, e li paragonava alle schiere di bambini derelitti che il fascismo italiano aveva portato nelle colonie marine, per ritemprarli nel corpo e nello spirito. Ma Rauti non sapeva animare solo la memoria. Era uomo capace di sfide intellettuali. La più ardita: lo sfondamento a sinistra. Anticipò la fine del comunismo, una fine che sarebbe avvenuta – diceva – non per le armi americane ma per la diffusione del capitalismo. 

E chi se non chi proveniva da certe radici, (dalla “nostra storia”, sintetizzava) poteva rialzare il vessillo dell’anticapitalismo, denunciare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, opporsi al materialismo che offusca lo spirito e rende le società incapaci di risollevarsi? Su questo terreno, predicava Rauti, con la sinistra si potevano trovare punti di contatto, superando al contempo la paludosa politica democristiana e il logoro antifascismo militante. Un sogno. Una speranza. Un tema che fu tra i più osteggiati e ridicolizzati all’interno del Msi ma che allo stesso tempo, anche attraverso gli articoli del quindicinale “Linea”, aveva modo di ricollegarsi a un filone di autori come Sombart e Max Weber. Un tema capace di scavare nel solco aureo di pensatori trascurati e marginalizzati dalla cultura progressista. Perché bisognava leggere, e tanto, per dialogare con gli avversari, per convincerli, per dimostrare loro che la destra non soffriva di alcun complesso di inferiorità. 

Un invito che Rauti rivolgeva soprattutto alla classe dirigente di un partito che a suo avviso si accontentava di vivacchiare sulle parole d’ordine dell’anticomunismo: «Dovete mettervi a studiare», esortava. Ed era un’esortazione che conteneva anche una pesante critica all’approssimazione di una politica fondata sulla “pesca delle occasioni”. Anche sull’immigrazione, altro tema ruvido per la destra, Rauti seppe indicare la strada difficile ma salutare per uscire dal recinto ottuso della xenofobia e proprio quando conquistò la segreteria del Msi, nel 1990. 

L’immigrato non è un nemico, diceva, ma uno “sradicato”. Un’analisi che diventava aneddotica nei suoi discorsi, come quando raccontava di avere visto a Birmingham un gruppo di bambini di colore che sguazzavano in una pozzanghera: «E io mi chiedevo e mi chiedo: che ci fanno questi bambini sotto il cielo grigio di Birmingham?». Anche loro sfruttati da un Occidente in preda al tramonto spengleriano, ingranaggi di quella logica del profitto che assurgeva, nei suoi discorsi, a vero, reale, «nemico principale». Eccola la lezione più grande: ci vuole l’analisi, oltre all’elmetto. 

E ci vuole l’orgoglio delle radici europee e italiane per non morire schiavi delle mode Usa: «Ricordate: c’è più storia nella piccola Pienza che in tutta Los Angeles». A Fiuggi Rauti si oppose, solo e negletto, alla trasformazione del Msi in An. 

E si condannò lui stesso, politico che aveva sempre saputo guardare più in là di tutti, a rivestire i panni del nostalgico. Ma memorabile rimase la chiusa dell’intervento con cui diede l’addio agli ex camerati: «Trasformerete questo partito in una vecchia baldracca».

domenica 4 novembre 2012

Memento Audere Semper! Buon 4 Novembre!


Ezra Pound,un poeta.Tutto il resto è scorie...

di Miro Renzaglia

Ricordarsi del 40° anniversario della morte di Ezra Pound solo perché era fascista, e non per la sua poesia, è roba da destra terminale. Ignorare il monumento letterario che ci ha lasciato in eredità, e per lo stesso motivo, è cosa da sinistra idiota. Chi era veramente e soprattutto Ezra Pound? Lo avessero chiesto direttamente a lui, non avrebbe esitato un attimo a rispondere: io sono un poeta, solo un poeta, e tanto basta. Provate a smentirlo, se vi riesce.
E non fu un poeta qualsiasi ma uno dei massimi del Novecento. I suoi Cantos(ma non solo quelli) sono una tappa fondamentale della poesia di ogni tempo. Chi ha voluto fare poesia dopo di lui, senza ricadere nell’indietro del liricheggiar leggiadro – penso a Edoardo Sanguineti, per esempio – non ha mai negato né misconosciuto il suo debito di formazione con l’americano. Né lo negarono quegli altri mostri della letteratura che sono James Joyce e Thomas Stearns Eliot. Il quale ultimo, non si fece remore di riconoscere il merito “Al miglior fabbro” per il suo capolavoro The waste land. Come dire? I giganti riconoscono i giganti. I nani, al massimo dello splendore, appena i loro simili.

«La poesia si fa con qualsiasi cosa» sosteneva. E allora giù, a montar versi con i titoli dei giornali, con gli scarti delle confezioni pubblicitarie, con le frasi monche orecchiate per strada, al mercato o in qualche cena dove, magari, conveniva Keynes, con le citazioni dotte stralunate dai provenzali, con i passaggi autobiografici rivisitati in chiave onirica, con gli ideogrammi cinesi, con le lingue morte, con l’abbecedario di età sepolte. E, soprattutto, con la musica. Oh! sì: proprio con la musica. Provate ad ascoltare su Youtube qualche sua interpretazione personale: non recita, canta. E perché mai, sennò, avrebbe titolato il suo capolavoro proprio Cantos? Ecco, è proprio nella ritmica che la poesia si ricongiunge alla sua natura primigenia: quella di essere musica fatta con le parole… utilizzare la ritmica delle parole per restituire al termine il suo senso più profondo, al di là del significato e del significante… per raggiungere sfere ulteriori a quelle dell’intelletto puro. Voi chiamatele, se volete: emozioni…

Eppure, è vero: un poeta non è quasi mai “solo” un poeta. Il poeta è “anche”, talvolta, un uomo curioso. Un uomo che cerca il senso delle cose che lo circondano, magari solo per tradurle in versi. E in questa curiosità, a volte coltiva delle manie. Quella di Ezra Pound si chiamava “economia”. Oh! sì: proprio quella materia arida che da qualche decennio governa le nostre vite. Credo che a nessun altro poeta sia riuscito, prima di lui, di trasformare una materia così arida in poesia. Del resto – se ci pensate bene – nemmeno la teologia era materia poetica, prima che Dante Alighieri ne facesse la Commedia. Prima di lui, di Dante, magari si può ritrovare qualche lode al Signore o ai Signori di qualche fervente devoto, pagano cristiano ebreo o musulmano che sia. Ma mai nessuno, prima di Dante, si era spinto tanto in là dal concepire un’intera cosmogonia in versi. Dante lo fece con la teologia, Pound con l’economia. Il risultato è identico: poesia.

“Con usura” il fatidico canto XLV dell’opera, è solo l’epifenomeno altamente concentrato, la sintesi – se volete – del suo pensiero economico. Ma è il quadro d’assieme dell’omnia che eleva l’americano al rango di chi ha saputo vedere meglio e prima il cancro che corrompe la vita di noi, uomini d’oggi. E lo ha fatto usando la chiave a più alta intensità che a noi, uomini, è dato conoscere: la bellezza. Dovremmo ricordarlo e amarlo per questo. Come direbbe lui: «Ciò che veramente ami, rimane / il resto è scorie».