venerdì 14 febbraio 2014

Eros, civiltà e godimento: l’antropologia del liberalismo


di Lorenzo Vitelli (L'Intellettuale Dissidente)

La scena finale di The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese si chiude con una carrellata in cui vediamo ripresi i volti dei partecipanti al meeting di Jordan Belfort. Le espressioni esplicano chiaramente la matrice che impegna la trama del film. E queste facce le abbiamo viste milioni di volte, ovunque, in ognuno. Perché tutti hanno sognato di condurre la vita di Jordan Belfort, la corsa all’oro, lo sballo, le droghe, le prostitute, fottere il sistema per divenire, finalmente, il sistema. Hollywood non ha mai mancato al suo ruolo, mutatis mutandis, di descrivere l’american way of life, l’universale modello di vita dell’individuo d’Occidente di cui Scorsese si rende testimone. Il denaro si è insediato nelle coscienze ed è divenuto l’obiettivo ultimo della società improntata sul modello capitalistico liberal-libertario. Perché? Perché il denaro, pur non essendo fonte di felicità, è il ponte diretto con il piacere. Non c’è altro da aggiungere. Questa è l’antropologia dell’Ultimo Uomo.

Se pensiamo di conseguenza che la concezione freudiana della psiche pensa all’Eros come la più potente delle forze intrapsichiche, lo psicanalista tedesco non potrebbe contraddire, oggi come oggi, l’importanza del denaro per quel che riguarda il soddisfacimento dei propri desideri, sessuali o meno. Freud infatti presuppone l’esistenza di un principio di piacere in cui l’entità psichica dominante è l’Es: la libertà istintuale e sessuale, la libido, la volontà di soddisfazione illimitata. L’uomo è dunque naturalmente e inizialmente incline al piacere e al suo appagamento tanto da volersi libero da questo desiderio: all’Eros segue infatti Thanatos, ovvero la completezza e la liberazione dalla brama, l’inconscia voglia di tornare in un stato pre-uterino, nel nirvana, che è inevitabilmente autodistruzione e morte.
A contrapporsi, tuttavia, a questa dimensione che comporta, appunto, il principio dell’hybris, dell’illimitato e perciò stesso impossibile desiderio di appagamento, vi è il principio di realtà, rappresentato dal mondo esterno, dalla Cultura, e integrato psicologicamente attraverso la creazione di quell’istanza intrapsichica denominata Super Io. Essa detta la norma, la morale ed il comportamento, decide i valori del bene e del male, secondo quella che è, marxianamente, la sovrastruttura ideologica di un determinata società.

Tralasciando l’analisi storica che vede il principio di piacere soccombere sotto il principio di realtà, è a questo punto lecito pensare, come sostiene Freud, che questi due principi vivano in eterno conflitto e che l’uomo, incline al desiderio, è condannato – per evitare una potenziale autodistruzione – ad accettare la repressione da parte del principio razionale, dell’ordine, della morale civile. Per Freud non è infatti plausibile né auspicabile un dominio incondizionato del principio di piacere, e una liberazione incondizionata di questo principio implica la degradazione della vita sociale.

Tuttavia la condizione post-moderna sembra rappresentare un ribaltamento di quest’ordine in favore di un dominio dell’Es. E la post-modernità – permeata da un consumismo totalizzante e regolata dal solo principio della forma merce – sembra riempire ogni contenuto di una connotazione sessuale, cosicché la realtà invita alla libido, all’emancipazione delle pulsioni istintuali, all’appagamento, e il denaro è divenuto il mezzo di scambio attraverso cui soddisfare il proprio piacere, perché, finalmente, caduto ogni tabù all’egida del riformismo sessantottino, la realtà si è mercificata. La civiltà Occidentale è quindi entrata in un processo regressivo, proiettato tuttavia in avanti nel tempo, che è la sua stessa autodistruzione, rappresentata da questa smania di soddisfacimento, alla quale segue l’estinzione, l’implosione in un Nirvana inaccessibile, se non con il proprio tramonto.

L’ultimo film di Scorsese apre necessariamente uno scenario lampante, e interviene a mostrarci come anche il lavoro, che Freud intendeva come luogo privilegiato della repressione culturale dell’individuo, viene invece ribaltato completamente e reso luogo in cui il principio di piacere può esprimersi meglio. Non è più il principio di piacere che si adatta al principio di realtà (o di prestazione), ma è la cultura stessa che si adegua alla sessualità, alla distruzione, alla violenza, e non solo la legittima, ma la esalta. Il mondo della grande finanza, prisma attraverso il quale vediamo agire, esasperatamente, le dinamiche che si vengono a normalizzare in tutti gli strati sociali, è forse l’esempio migliore per esplicare questa trasformazione.
I desideri e gli istinti non sono più sublimati in altro, canalizzati in forme “alte” di soddisfacimento, ma sono invece incanalati in una logica altrettanto repressiva: l’imposizione del godimento. La necessità di sopraffare il prossimo per garantirsi la propria parte di piacere, attraverso la merce, il sesso, la droga, e tutte quelle dimensioni su cui il sistema consumistico può rapidamente monetizzare e alimentarsi.
Sembra dunque necessario, secondo Marcuse, trovare un equilibrio tra i due principi – di piacere e di realtà – e riuscire a sublimare il desiderio nel mondo in modo creativo e non distruttivo, canalizzando la pulsione erotica – di cui anche Platone avverte la potenza positiva – in un ciclo virtuoso. Fu proprio il filosofo greco ad insegnarci per primo che l’Eros (il cavallo nero nel mito dell’auriga) è la più forte delle nostre entità intrapsichiche , ma limitarlo nell’ambito della sessualità, come fa lo stesso Freud, incentrandosi sul complesso edipico, non coglie quelle potenzialità che vanno ben oltre l’accumulazione di denaro in vista del godimento. Noi siamo altro.

giovedì 13 febbraio 2014

Cara figlia mia, non vergognarti di un papà fascista

di Marcello Veneziani

Ritrovo una lettera che scrissi a mia figlia tredicenne, la dedico a Daria Bignardi che ha chiesto al grillino Di Battista se si vergogna di suo padre «fascista».




«Cara Federica, sei tornata da scuola sconcertata perché la professoressa d'italiano ti ha chiamato in disparte e ti ha detto: hanno scoperto che sei la figlia di..., ne hanno parlato in consiglio d'istituto. Te la faranno pagare. Qui sono tutti dell'altra parrocchia. E l'anno prossimo che vai al liceo, mi raccomando, se ti chiedono se sei figlia di... nega, dì che è un caso di omonimia. Ti possono fare del male. Non dire ai professori né ai compagni di scuola chi è tuo padre... Cara Federica, non so se la tua professoressa abbia esagerato, soffra di mania di persecuzione oppure no. A me sembra impossibile che succedano oggi queste cose. Mi sembra impossibile che in una società liberale e indifferente, cinica e buonista, aperta a ogni diversità, che non crede praticamente in niente, ci sia qualcuno che crede ancora all'esistenza del diavolo di destra. Un male per giunta genetico, razziale, ereditario, se ricade su di te, ignara tredicenne, solo perché sei mia figlia.

Mi hai raccontato che un gruppo di tuoi compagni di scuola ti ha accolto una volta con canti e slogan antifascisti. E mi hai raccontato di un amico che è venuto a trovarti a casa e si è meravigliato di trovare così tanti libri in casa di un “fascista”, e per giunta molti libri su Che Guevara. Non conosceva gli altri autori, ma ce ne sono tanti di tanti diversi orientamenti. Ma a loro avevano raccontato che i fascisti leggono solo le massime di Hitler e in casa non hanno libri, solo manganelli. Per fortuna non hanno scoperto che tuo fratello è nato lo stesso giorno di Mussolini, un segno evidente di neo-fascismo ereditario.

No, Federica, non credere alla tua professoressa e nemmeno ai tuoi compagni. Non devi nascondere di essere mia figlia. Non devi vergognarti di tuo padre. Non solo perché non ci si vergogna mai dei propri padri, dei loro limiti, dei loro errori e della loro povertà. Ma anche perché non hai nulla di cui vergognarti. Devi sapere, Federica, che sarebbe stato assai tanto più facile per tuo padre professare altre idee. Avrebbe avuto la vita più facile se avesse scelto la via opposta. All'università, nei giornali, sui libri, nella vita.

Oggi a te chiedono di buttarla sull'omonimia; ieri a lui, e non solo a lui, chiedevano di firmare gli articoli con lo pseudonimo. Eppure tuo padre non ha mai ucciso, picchiato e minacciato nessuno. Non ha mai impedito a nessuno di esprimere le sue idee. Non ha mai derubato, corrotto e truffato nessuno, semmai ne è stato vittima. Non ha mai discriminato e rifiutato il dialogo con nessuno. Non ha nemmeno solo teorizzato di eliminare gli avversari né ha mai sottoscritto manifesti di cui debba vergognarsi. Non ha cambiato casacca, e nutre le stesse idee che aveva da ragazzo. Non è rimasto imbalsamato ma non è pentito di nulla, non ha dovuto rimangiarsi nulla e si professa “di destra”, per quel che può valere, oggi come allora.

Tuo padre ha creduto in idee che tu potrai liberamente accogliere o rifiutare, ma che hai il dovere di rispettare: perché sono idee e non mazzate, sono pensieri scontati sulla propria pelle e non su quella altrui. Un giorno capirai che l'amore aspro per la libertà, anche trasgressiva, era più dalla parte di tuo padre, “il fascista”, che dei suoi censori. Che gli negavano la libertà d'opinione nel nome della stessa. Alcuni lo fanno ancora adesso. No, Federica, non dire che è un caso di omonimia. Non ti chiedo di essere orgogliosa di tuo padre, ma di non nascondere le tue origini. Oltretutto un po' mi somigli, anche se la cosa ti fa inorridire. Non ci si deve vergognare dei propri padri».

P.s. Smettetela di tirare in ballo per ogni fesseria e per ogni torto subìto fascismi, dittature, colpi di stato. Non confondete miserabili farse con tragiche grandezze e meschine intolleranze con l'avvento di regimi dispotici. Abbiate rispetto per la storia, per chi la fece e per chi la patì. E la Bignardi si ricordi, essere figli di fascisti non è una scelta, mentre diventare nuore di Sofri sì. E poi, al di là di quel che dite, essere fascisti non è un crimine, uccidere un commissario di polizia invece sì.

mercoledì 12 febbraio 2014

La “colpa” di essere italiani: quei giorni dell’esodo e delle foibe…


di Antonio Pannullo (Secolo d'Italia)

In questi dieci anni le pagine di storia strappate dal libro dell’Italia stanno lentamente cominciando a essere reinserite. Piano, piano, ma sempre più italiani stanno venendo a conoscenza di due delle maggiori tragedie nazionali: l’esodo giuliano-dalmata e le foibe. Dal 1945 al 2004, infatti, nelle scuole nessun professore ha mai raccontato agli studenti cosa accadde ai nostri confini orientali in quegli anni. E il cittadino della strada non sapeva neanche cosa volesse dire il termine “foiba” né era a conoscenza del fatto che centinaia di migliaia di suoi compatrioti furono costretti ad abbandonare le loro vite in fretta e furia. perché minacciati dalle truppe jugoslave. 

Né, soprattutto, si fece mai luce sull’atteggiamento supino dei governi italiani nei confronti della tracotanza di Tito, allora dittatore della Jugoslavia e a capo dei partigiani rossi, grazie al quale atteggiamento molte terre italiane sono oggi straniere. E il perché di questa sordina imposta ai masse media, agli storici, alle istituzioni, è presto spiegato: nessuno ci faceva una bella figura. Il Partito comunista, perché di fatto appoggiava i partigiani titini e le rivendicazioni jugoslave, in contrasto quindi con l’interesse nazionale, i democristiani e i loro sodali, perché avevano rinunciato alle rivendicazioni e perché avevano nascosto gli esuli, non sostenendoli in alcun modo e facendoli vivere ai limiti della sopravvivenza in campi profughi. Addirittura, la sezione del Msi di Colle Oppio, ubicata dentro un rudere romano, si chiama ancora oggi “Istria e Dalmazia” perché negli anni intorno al 1945 vi dormivano profughi e rifugiati da quelle terre. Insomma, erano tutti d’accordo nel silenziare la tragedia. Se non fosse stato per il Movimento Sociale Italiano, unico custode della memoria degli esuli e degli infoibato, oggi probabilmente della questioni nessuno parlerebbe più. 

Furono infatti il Msi e i suoi esponenti e militanti che, ogni anno, puntualmente, solitari, ricordavano e commemoravano le vittime in cerimonie disertate da tutte le istituzioni. Ma per sessant’anni il Msi con il suo organo ufficiale il Secolo d’Italia, ha ricordato, ricostruito, denunciato, raccontato, testimoniato cosa accadde a quei nostri connazionali colpevoli solo di essere italiani. E le uniche canzoni che li cantavano, i nostri esuli, erano quelle dei gruppi alternativi di area, musica che più underground non si può, che raccontavano che «in Istria, non vi sembri strano, anche le pietre parlano italiano». Ma la cosa non andava oltre il ristretto e criminalizzato ambiente missino, così per decenni accadde che gli esuli istriano erano ricordati solo da altri esiliati, esiliati in patria. I profughi infatti non erano ricchi, non avevano amici potenti, non facevano pena all’intellighentzia di sinistra che in Italia ha raccontato la storia come le faceva comodo. Non potevano contare su nessuno, se non su un pugno di associazioni di esiliati e appunto sull’Msi. “Silentes loquimur” era una di queste associazioni della memoria, ossia, “noi silenti parliamo”, riferendosi ai morti infoibati. 

Già: sappiamo tutto delle atrocità commesse durante la guerra, ma non abbiamo mai saputo nulla su ciò che hanno subìto i nostri compatrioti del confine orientale: sevizie di ogni genere, stupri collettivi, torture, menomazioni e infine la morte terribile, precipitati giù negli inghiottitoi carsici legato col fil di ferro uno all’altro e costretti all’agonia dolorosa accanto ad altri che erano pietosamente morti sul colpo. Per tutto valga il nome di Norma Cossetto. E non erano fascisti o nazisti, come i negazionisti della sinistra hanno detto per anni, no: erano solo italiani, e colpevoli proprio – e solo – di questo. Chi non ha perso la vita, ha perso un parente, un amico, le case, i beni, i ricordi, l’identità, tutto. E ha perso soprattutto la comprensione dello Stato italiano,che invece di accoglierli e aiutarli, li ha nascosti per sessant’anni. 

Le cose sono cominciate a cambiare con la legge che ha istituito il Giorno del Ricordo per il 10 febbraio , legge varata dal governo Berlusconi ma fortemente voluta dalla componente di Alleanza Nazionale, “erede” del Msi. Da allora faticosamente si sta squarciando il velo di omertà che ha sempre ostacolato la memoria. È un percorso difficile, lento, perché ancora oggi molte amministrazioni rifiutano di celebrare il Giorno del Ricordo, ma se non altro oggi molti italiani sanno davvero quel che accadde. E accadde che in quei giorni in cui le truppe jugoslave avevano invaso l’Istria e Trieste, migliaia e migliaia di italiani hanno perso la vita assassinati barbaramente per la loro etnìa, altri sono stati annegati, altri ancora deportati nei lager titini, dai quali non sono più tornati. Ma oggi, finalmente, malgrado il negazionismo fazioso delle sinistre, la verità sta emergendo.

martedì 11 febbraio 2014

La Rai “infoiba” il racconto di Cristicchi sulla tragedia degli esuli: “Magazzino 18” in onda a mezzanotte…



di Gloria Sabatini (Secolo d'Italia)

“Grazie mamma Rai, più che seconda serata è un notturno per chi soffre d’insonnia!!! Va beh…”. “Simone non c’impediranno di vederti nemmeno se mandano Magazzino 18 alle 3 di notte! Rai ha cercato di calmare le “acque”, ma l’orario è improponibile…ci vediamo a Udine!!”. È la voce del web all’indomani della Giornata del ricordo dell’esodo giuliano-dalmata e del dramma delle foibe, troppo ingombrante persino per il servizio pubblico. Dopo una giostra di stop and go, annunci e ripensamenti, per la Giornata istituita dieci anni fa dopo mezzo secolo di silenzio e occultamenti, la rete ammiraglia Rai ha scelto una soluzione a metà, un compromesso all’italiana: relegare in seconda serata dopo Porta a Porta (per fortuna dedicata alle foibe) lo spettacolo Magazzino 18 di Simone Cristicchi. Il monologo, registrato a ottobre al Politeama Rossetti di Trieste, è apparso sul piccolo schermo pochi minuti prima della mezzanotte, orario in cui gli sbadigli sono in agguato. Chi ha resistito al richiamo del letto ha potuto apprezzare il musical recitato da Cristicchi. accompagnato dall’Orchestra Sinfonica e dal Coro dei bambini del Friuli Venezia Giulia. per “ricordare” i 350.000 italiani di Fiume, Istria e Dalmazia che nel 1947 furono costretti ad abbandonare tutto per sfuggire all’occupazione titina e al disegno ella Grande Jugoslavia comunista. Nessun intento revisionista, nessuna apologia di fascismo nell’opera di Cristicchi che vuole recuperare una pagina di storia strappata, ignorata dai libri di storia, messa a tacere dal Partito comunista italiano, trascurata dai governi democristiani, insabbiata dall’Italia ufficiale e dagli alleati che non mossero un dito per impedire l’esodo disperato di quelli italiani (tra i quali preti, bambini, partigiani e comunisti, non solo fascisti).

«Contro ogni negazionismo – ha spiegato Jan Bernas coautore di Magazzino 18 – la storia non appartiene a nessuno ma la verità è di tutti. E deve diventare coscienza e conoscenza nazionale». Questo il senso dello spettacolo, messo all’indice dalla sinistra militante, dai nostalgici della guerra civile, contestato a teatro da patetiche incursioni dei centri sociali a suon di slogan pro Tito in un crescendo di veleno fino alle minacce di ieri (Cristicchi boia!) durante la rappresentazione a Roma dello spettacolo Mio nonno è morto in guerra.Magazzino 18 si apre con la visione dell’impressionante mole di oggetti personali (che gli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia costretti a evacuare lasciarono al Servizio Esodo) ancora ammassati dopo sessant’anni al Porto di Trieste all’interno, appunto, del Magazzino 18 abitato da fantasmi e da topi. L’escamotage dell’archivista inviato dal ministero per inventariare “quella roba” permette di riportare alla luce le vite che si nascondono dietro una sedia, una chitarra, una lettera, una panca.

Spalancando le porte del magazzino vengono riesumati brandelli di un’immensa tragedia di cui quasi nessuno sa nulla. Le foibe, le esecuzioni sommarie che non risparmiarono donne, bambini e sacerdoti, la vita nei campi profughi, il dolore straziante degli italiani imbarcati sulla nave Toscana nel vedere via via all’orizzonte all0ntanarsi la loro terra. I “fantasmi delle masserizie” evocano Norma, figlia di un fascista, violentata e poi scaraventata in una foiba con i seni pugnalati; Mafalda, caricata con centinaia di prigionieri su una nave lanciata verso mine galleggianti; Marinella, la bambina di appena un anno morta di freddo in un campo profughi vicino Trieste; Geppino Micheletti, il medico che prestò soccorso ai sopravvissuti della strage di Vergarolla nella quale aveva appena perso i suoi due figli. È una narrazione forte e schietta, che ti entra dentro, che non scade mai nella retorica commemorativa, un piccolo capolavoro che gli addetti ai lavori hanno ribattezzato “Musical Civile”. Un’opera coraggiosa che ha stregato il pubblico triestino riscuotendo un successo crescente in tutte le tappe della tournée, che proseguirà anche all’estero e toccherà la città di Pola a metà marzo. E che viale Mazzini poteva offrire ai telespettatori con qualche ora di anticipo, a costo di “stravolgere” il palinsesto della prima serata. Anche perché, alle 23.30, Raitre faceva una curiosa scelta, dedicando la puntata di “Correva l’anno” alla famiglia Mussolini e alla “vicissitudini” successive alla caduta del Duce. Forse nel giorno del ricordo delle foibe, Paolo Mieli avrebbe potuto fare una scelta diversa.

lunedì 10 febbraio 2014

Casaggì Valdichiana commemora i Martiri delle Foibe a Sinalunga

Ieri a Sinalunga si è svolta la commemorazione in onore dei Martiri delle Foibe promossa da Casaggì Valdichiana,senza simboli di partito ma corredata soltanto da tricolori.
Esattamente come un anno fa,ci è parso doveroso il gesto di deporre almeno una corona di fiori per celebrare il ricordo dei tanti innocenti uccisi dai partigiani titini.
L'ottima partecipazione denota ancora una volta come questa ricorrenza sia sentita e considerata importante dai cittadini,nonostante l'indifferenza delle istituzioni.

RICORDARE E' UN DOVERE!



domenica 9 febbraio 2014

9/02/1983 - 9/02/2014 in ricordo di Paolo Di Nella


"Rivoluzione non è qualcosa di astratto,che sa di miracolo: è qualcosa che si costruisce giorno per giorno,pezzo per pezzo,sbagliando e riprovando,anche col sacrificio personale".

venerdì 7 febbraio 2014

Foibe. Micich (Museo di Fiume): “La storia si difende anche preservando i documenti”



micich
 di: Martina Bernardini (Barbadillo)




Marino Micich, figlio di esuli della Dalmazia, è direttore del Museo Archivio Storico di Fiume, nato grazie alle donazioni degli esuli e mantenuto in vita dalle stesse. Micich lo abbiamo incontrato in occasione di una conferenza che si è tenuta presso l’Istituo Alberti di Roma, su iniziativa degli studenti. “Bisogna iniziare proprio dalla scuola a parlare di storia – racconta – E’ importante che i giovani si formino una coscienza attraverso lo studio, e soprattutto attraverso lo studio della propria storia di italiani. Un popolo è popolo quando conosce la storia della collettività e quando è in grado di apprendere la lezione che quella storia vuole trasmettere. In questo caso parliamo di Foibe, dei massacri perpetrati contro gli italiani della Venezia-Giulia e della Dalmazia, dell’esodo forzato di oltre 300mila italiani da quelle terre ad opera degli jugoslavi comunisti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Solo conoscendo queste pagine, anche se brutte e tristi, possiamo diventare uomini migliori”.
Marino Micich è nato nel 1960 nel campo profughi del villaggio Giuliano-Dalmata a Roma. Città che lo ha salvato. Perché “a Roma – ci racconta – l’accoglienza, rispetto a molte città del Nord, è stata migliore. “Noi figli di esuli siamo cresciuti insieme. Siamo stati più fortunati anche di quelli che sono cresciuti in ex manicomi o caserme per tanti anni. E siamo stati fortunati anche perché eravamo una comunità”.
Raccontare questa pagina tragica della storia d’Italia, per Marino Micich è l’unico modo per rendere “un doveroso omaggio a quegli italiani che hanno pagato oltremodo il prezzo di una guerra persa da tutto il Paese, uccisi barbaramente, senza processo e senza giustizia”. E loro, il prezzo di quella guerra persa da tutta l’Italia, non l’hanno pagato solo con la vita, ma anche con l’oblio, visto che “per molti anni si è voluto tacere su questa vicenda”. Un oblio che diventa “dannazione”, la “dannazione giornaliera dei nostri padri e di noi figli che siamo nati nei campi profughi tanti anni fa”, racconta  Micich.
Parlando di dannazione viene in mente la damnatio memoriae dei Romani, la pena con cui si ordinava la cancellazione della memoria di una persona, e si distruggeva qualsiasi traccia potesse tramandarne il ricordo ai posteri. “E’ proprio questo il meccanismo che si è innescato nei confronti degli italiani della Venezia-Giulia, di Fiume e della Dalmazia per motivi ideologici”. Micich, infatti, ha anche ricordato le responsabilità dei partiti comunisti dell’epoca, che “vedevano nella Jugoslavia un Paese progressista – spiega ancora – E anche se avevano commesso dei crimini alla frontiera, si è ritenuto che quei crimini si potessero, se non perdonare, almeno tacere”.
Alcuni passi in avanti sono stati fatti: 10 anni fa, con la legge n. 92 del 2004 si è istituita la Giornata del Ricordo in onore delle Foibe. “Si è aperta una finestra – ha commentato Micich – Quella legge fu voluta e votata dal Parlamento italiano, come a denunciare la strumentalizzazione ideologica che si fa della storia”.
Ma forse non basta. “Bisogna portare avanti altri discorsi e altri progetti, delle politiche precise, iniziate qualche tempo fa, che però fanno fatica a svilupparsi anche a livello ministeriale. Se condivisa e se discussa democraticamente anche dai partiti politici, la memoria può aiutare a creare quel senso di casa comune in cui gli italiani si sentano innanzitutto italiani. Non si può creare una memoria sulle menzogne e sulle omissioni. Bisogna conoscere per poi camminare in avanti”.
Quando si riferisce a politiche precise, Micich fa anche riferimento ai fondi stanziati a favore del Museo di cui è direttore, che dai 100mila inizialmente previsti sono passati a 35mila. Inutile la battaglia in Parlamento del senatore Di Biagio e del deputato Rampelli per ripristinarli, anche solo parzialmente. “Ho inoltrato un comunicato – ci racconta ancora – in cui spiego che è giusto ricordare tutto ciò che riguarda la nostra società civile, e che pertanto è doveroso evitare la discriminazione della nostra cultura. Cultura che passa anche attraverso le parole e il ricordo, ma non solo. Perché – spiega – una volta che saranno morti gli anziani e i vecchi, se non provvediamo a conservare documenti, immagini e fotografie, tutto sarà sparito. La storia si testimonia anche con i documenti. E se un domani il Museo sparirà perché noi figli non ce la faremo più a tenerlo in piedi, e verranno i rigattieri a vendere tutto, cosa diventerà la storia?”.

giovedì 6 febbraio 2014

Fight Club, lotta al consumismo e al disagio sociale


di Antonino De Stefano (L'Intellettuale Dissidente)

Fight Club: inizialmente romanzo introspettivo e pungente di Chuck Palahniuk e successivamente ispirazione per il celebre prodotto cinematografico ormai decennale firmato da David Fincher dalla posizione altrettanto critica verso una società eccessivamente fondata sul sistema bancario, consumistico e lontana dalle esigenze delle persone.

Apparentemente risulta illustrazione di un forte disagio individuale, un’invadente esplorazione della coscienza e della psiche di un impiegato, uno come tanti, intrappolato in uno sporco sistema di assicurazioni che calcola il valore della vita umana in dollari, sottostando ad un triste algoritmo comprendente numero di morti in incidenti d’auto, futuri rischi di incidente e relativi guadagni o perdite derivanti dal ritiro dal mercato di automobili mal fabbricate e insicure. L’impiegato, oppresso dal suo lavoro sintomo della malattia che un mercato infetto ha diffuso nella civiltà, soffre di insonnia, e vive in un continuo dormiveglia nemmeno degno di essere chiamato vita perché ‘’con l’insonnia niente è reale. Tutto è lontano. Tutto è una copia di una copia di una copia…’’. Per quante persone la vita è una copia, magari di una brutta copia, di un modello imposto dall’alto e di cui i primi beneficiari non sono certo loro stessi? All’inizio l’uomo cerca di curare il suo ‘male di vivere’ con una sorta di shopping therapy, comprando in maniera quasi maniacale mobili di Ikea, come se la creatività impiegata nel suo appartamento potesse in qualche modo distinguerlo dagli altri. Esamina costantemente il catalogo e compra, compra, compra chiedendosi‘‘Quale tipo di salotto mi caratterizza come persona?’’: Ovviamente non funziona. Quello che a tanti può sembrare una sorta di riscatto o di rivincita è in realtà l’ennesima catena che ci stringe: anche un colorato appartamento può diventare una prigione se al di fuori di esso la personalità non si sviluppa e ‘’le cose che possiedi alla fine ti possiedono’’. L’unico modo per uscirne e dormire sonni tranquilli è visitare i gruppi parrocchiali di malati terminali, affetti da malattie di vario genere, e stringerli, abbracciarli, non certo per compassione, bensì per egoismo, e assaporare, oltre al prominente seno di Bob (un massiccio uomo affetto da cancro ai testicoli) il loro dolore, immergersi nella tristezza dell’abbandono. Proprio così, i malati sono emarginati e vivono per l’incontro settimanale con altri malati. L’abbandono dei figli, delle mogli, dei colleghi, i malati sono abbandonati dal mercato del lavoro, dalla società, e nell’oscura saletta parrocchiale sembrano abbandonati dallo stesso spirito vitale che tanto vitale non è. Estraniarsi dal suo dormiveglia e fingersi malato per osservare e vivere del dolore altrui, sì, proprio da osservatore, in una sorta di consolazione all’insegna del ‘‘c’è chi sta peggio di me’’ è la soluzione ideale per l’impiegato. Finché non incontra Marla, che come lui è sana fisicamente, non per questo estranea a una forte spaccatura psichica, e che disturba il suo metodo rinchiudendolo nuovamente nella stretta gabbia dell’insonnia e privandolo del benessere guadagnato dalla sofferenza altrui, rendendolo consapevole che lui non è altro che un impostore, fautore di una folle e falsa messinscena.

Ma non è abbastanza, tanto che l’insonne viene affiancato da un alter ego rivoluzionario, menefreghista, assolutamente anticonformista,impulsivo e pressoché nichilista Tyler Durden, uno che alle regole della società che opprime l’impiegato non ci sta. Lui produce ‘sapone’, vive in una casa abbandonata e viene visto dal protagonista come un alternativa allo schifo di tutti i giorni. Quando ‘misteriosamente’ il colorato appartamento dell’impiegato è luogo di una violenta esplosione inizia la convivenza con Tyler. E’ l’inizio del Fight Club. Il protagonista e Tyler danno vita a una serie di combattimenti clandestini e segreti. Sempre più persone sono coinvolte. L’impiegato capisce di non essere il solo a sentirsi alienato dalla propria esistenza. La violenza funge da antidoto alla monotonia quotidiana, al mancato riscatto della maggior parte degli individui. Potente valvola di sfogo sicuramente, ma per Tyler non è abbastanza. Lui punta a una vera e propria rivoluzione. Ma Tyler non è nient’altro che l’altra faccia dell’impiegato, quella nascosta, arrabbiata, esasperata, a cui non importa più nulla né delle assicurazioni né tantomeno di Ikea. Il Fight Club si trasforma nel ‘progetto Mayhem’ e non si parla più di lotte clandestine, ma di battaglie, combattute dichiarando guerra al sistema, alle banche, ai luoghi di lavoro.

Lo stesso impiegato sottomesso è incarnazione dell’ inetto sveviano e, con il prodotto del suo subconscio Tyler, dichiara guerra alla società che lo ha ridotto a solo corpo, con due anime o forse nessuna. I lottatori si trasformano in esercito, non ci sono regole se non quella di abbattere il sistema. Il sapone diventa esplosivo. Un vortice trascinatore che porta confusione, lutti, altra violenza, vandalismo; una dinamica alla quale difficilmente si riesce a stare dietro, vortice che comincia con una pistola puntata in bocca e si conclude allo stesso modo. L’evoluzione del pensiero di Tyler è coinvolgente, è sicuramente sintomo di rottura con il sistema corrotto che con la sua corruzione miete milioni di vittime, che si identificano con ragazzi, padri di famiglia, medici, professori, artigiani, artisti…tutti quanti.

Isolamento, alienazione, perdizione, esasperazione, rabbia, violenza, oppressione, assicurazioni, banche, malattie, frustrazione, abbandono, caos, estraniamento, collasso: un quadro tutt’altro che ottimista quello della società che Palahniuk propone. Ma sono termini che si trovano solo nel film o nel romanzo? Oppure ci appartengono più di quanto pensiamo? E allora si parla di un racconto frutto della fantasia di uno scrittore pessimista oppure dei risultati a cui una società con i suoi aspetti negativi portati agli estremi può condurre?

E allora si comincia a sentire una voce, simile a quella di Tyler, che ti spinge a voltare le spalle a questo maledetto sistema, a questi sballatissimi criteri di giudizio, a questa infinita e insensata classificazione delle persone in classi che appartengono al sistema consumista. Quella voce ti grida che ‘’Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo!’’ Non contano i sogni, le ambizioni, i meriti, i talenti e tutte quelle cose su cui ruotano polemiche e dibattiti in questo mondo in crisi, dove la crisi più in rilievo è quella economica, non quella di valori, non quella dell’individuo, non quella della mala distribuzione delle risorse; no è la crisi economica quella intorno a cui gira tutto. E quindi si danza e si canticchia nello stesso mondo in cui si è costretti a puntare la pistola alla nuca di un cassiere immigrato e minacciarlo di ucciderlo nel caso in cui non prosegua i suoi studi da veterinario e insegua il suo sogno. Ma a parte Tyler, frutto di una mente collassata, non c’è nessuno che ti costringa a seguire quello che sei, e quello che sei non conta più, perché tanto la vita è solo una lunga attesa della morte, un lungo tentativo inutile di sopravvivenza. Inutile perché il corpo vive, ma le facoltà intellettuali muoiono ogni giorno, schiacciate sotto al peso dei soldi, del lavoro che non hai mai voluto fare, dei politici che non ti rappresentano e degli oggetti che ti fanno sentire ricco, benestante, ma che alla fine ti rendono solo un umile schiavo, che correndo all’impazzata diventa solo un fantoccio delle multinazionali, delle banche, le cui uniche leggi non sono morali ma sono quelle dell’ obsolescenza programmata, della sopraffazione, dell’isolamento, dell’obbedienza e della distruzione.

Distruzione, è proprio questa che ottiene Tyler con il Progetto Mayhem (‘Progetto Caos’ nel libro). La distruzione di sé stesso, in un folle dialogo su uno dei piani alti di un grattacielo, tra lui, quello a cui non importa di morire, quello che ‘tanto il sistema si può abbattere’, e l’altra parte, quella che con il sistema ci convive, che in fondo in fondo della ribellione ha paura. E’ l’esplosione delle sedi dei maggiori istituti di credito l’obiettivo di Tyler, e da quel grattacielo ci si può godere lo spettacolo. Il dialogo diventa scontro tra le due facce opposte di un individuo che non ha retto il peso del sistema, individuo che a sua volta viene sopraffatto da sé stesso, talmente la società l’ha indebolito, che si rassegna, e che alla fine, quasi con aria serena, si gode il belvedere dell’implosione dello stesso mondo che l’ha oppresso, della metaforica distruzione dei pilastri della società completamente sbagliata in cui è nato.

mercoledì 5 febbraio 2014

Francia. Vittoria di Manif pour tous: il governo fa marcia indietro sulla riforma del diritto di famiglia




marion


 di: Francesco Filipazzi (Barbadillo)


Dopo l’imponente manifestazione della Manif Pour Tous, contro la nuova riforma del diritto di famiglia, il governo francese ha deciso di fare un passo indietro e il primo ministro Jean Marc Ayrault ha annunciato che fino al 2015 il governo non proporrà nessuna legge riguardo le politiche familiari. “Le mariage pour tous”, il matrimonio fra omosessuali ormai in vigore in terra transalpina, aveva provocato proteste di piazza durante tutto il 2013 e il 2014 si stava già preannunciando caldo, a causa sella riforma del diritto di famiglia che prevedeva la possibilità per una coppia gay di accedere alla fecondazione assistita, la rivisitazione del ruolo del padre e della madre, madri surrogate e via dicendo. Una serie di provvedimenti controversi che, a detta dello stesso Ayrault, di fronte alla veemenza delle proteste, «meritano un dibattito a parte». Fra le cause del rinvio il premier elenca un calendario parlamentare troppo denso e una necessità di condurre meglio l’iter di approvazione.
Nel frattempo i coordinatori della Manif Pour Tous cantano vittoria perché per la prima volta il governo Hollande ha dovuto cedere alla pressione della piazza. Una delle organizzatrici, Ludovine de la Rochère parla di una legge che «non era favorevole all’interesse superiore dei bambini e della famiglia» e che quindi giustamente è stata fermata. Anche il mondo politico di destra è soddisfatto. Alla manifestazione erano presenti esponenti dell’UMP, e personaggi come Marion le Pen dell’FN, contrari ai matrimoni gay e quindi ora in grado di rivendicare una vittoria politica. Forte delusione invece per i sostenitori della legge e le associazioni LGBT che accusano il governo di non rispettare gli impegni e minacciano una smobilitazione elettorale ai danni del Partito Socialista francese alle prossime elezioni amministrative.

martedì 4 febbraio 2014

Marò, la farsa continua. L’India è orientata a non chiedere la pena di morte, ma c’è poco da festeggiare


di Antonio Pannullo (Secolo d'Italia)


Ancora un rinvio, l’ennesimo, in un caso giudiziario che si trascina ormai da due anni, quello dei marò Latorre e Girone, accusati di aver ucciso due pescatori indiani nel febbraio 2012 al largo delle coste del Kerala, in India. Di fronte all’ormai evidente difficoltà del governo indiano di formulare i capi di imputazione contro i marò – che tuttavia qualcuno crede essere invece un “metodo” preciso – l’Italia intende giocare fino in fondo la carta del ritorno immediato in patria di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. L’ormai probabile dietrofront di Nuova Delhi sull’applicazione della controversa legge antiterrorismo del Sua Act avrebbe l’effetto di allungare considerevolmente i tempi del processo. La National investigation Agency (Nia), sarebbe costretta a gettare alle ortiche il fascicolo delle accuse già pronto. O addirittura ad abbandonare l’inchiesta per l’impossibilità di incriminare i due Fucilieri di Marina. Tra le soluzioni al “pasticcio” giuridico ci potrebbe essere la modifica della legge sulla Nia per permettere l’utilizzo del Codice penale indiano, per esempio dell’articolo 302 previsto per il reato di omicidio. Ma è necessario l’intervento del Parlamento che si riunirà dal 5 al 21 febbraio per approvare la Finanziaria, prima della fine del suo mandato quinquennale. Inoltre l’India dovrebbe trovare un altro solido escamotage per far valere la sua giurisdizione nella cosiddetta zona contigua al di fuori delle acque territoriali – dove è avvenuto l’incidente – che richiederebbe di sicuro molto tempo e che corre il rischio di essere contestata dalla difesa italiana. «Si prendano tutto il tempo che vogliono, ma con i due marò in Italia», è la chiara posizione dell’inviato del governo Staffan de Mistura a proposito dei possibili scenari che si presentano nell’udienza di lunedì della Corte Suprema. Il diplomatico ha così posto una nuova linea rossa che si aggiunge a quella della non applicabilità della pena di morte più volte ribadita e che ha trovato anche il supporto dell’Unione Europea. De Mistura però dimentica che i due marò in Italia c’erano, e che il governo li ha poi rispediti in India grazie al ricatto del governo asiatico di trattenere il nostro ambasciatore. Perché stavolta le cose dovrebbero andare diversamente? Parlando ai giornalisti dopo la seduta, il diplomatico ha precisato che «insisteremo che siano autorizzati immediatamente a tornare in Italia». La richiesta è stata formulata anche dall’avvocato Mukul Rohatgi, che guida il team legale italiano nel ricorso al massimo organo giudiziario di Nuova Delhi. «Siamo pronti a dare tutte le garanzie che la Corte richiede», ha detto al giudice B.S. Chauhan. L’ipotesi ha però sollevato l’obiezione dell’Attorney General G.E. Vahanvati, che ha ricordato l’incidente diplomatico dello scorso anno, quando l’Italia decise di non rispedire i marò in India dopo la licenza elettorale, salvo poi cambiare idea all’ultimo momento, quando New Delhi assicurò con una garanzia scritta che il caso non rientrava tra quelli che sono puniti con la pena di morte. Pochi minuti prima dell’udienza, il rappresentante legale del governo indiano aveva avvicinato de Mistura per proporgli una proroga, ma l’inviato, come ha spiegato dopo ai giornalisti, gli ha risposto un «secco no». Il diplomatico non ha rivelato il contenuto del colloquio Lo stallo sulla vicenda, causato dalle divergenze tra i ministeri dell’Interno, Giustizia e Esteri, ha segnato un ritorno dell’interesse dei media indiani nella crisi diplomatica con l’Italia. Sul caso siamo a una possibile svolta, ma bisognerà aspettare ancora una settimana. E mettiamo che i marò tornino in Italia e che in seguito l’India li condanni. Che succederebbe, allora? Ritireremmo per sempre l’ambasciatore per evitare che possa essere messo agli arresti domiciliari?

Chi non crede assolutamente che il governo indiano sia in difficoltà, ma che lo sia quello italiano, è il presidente dei deputati di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni: «Ennesimo rinvio, ennesima umiliazione per l’Italia. Da due anni i marò Latorre e Girone sono illecitamente detenuti in India, in piena violazione del diritto internazionale e senza neanche un capo di accusa formulato dal governo di Nuova Delhi», ha detto, aggiungendo: «La Corte Suprema Indiana ha dato al governo indiano ancora una settimana per formulare questo fantomatico capo di accusa, come se 24 mesi di tempo non fossero già troppi. E le notizie, riportate dalle agenzie di stampa, secondo cui sarebbero intenzionati a rinunciare all’uso della legge antiterrorismo dimostrano quanto strumentale e beffardo sia l’atteggiamento assunto nei riguardi dell’Italia dall’India che ha trasformato i nostri militari in bandierine da sfoggiare in campagna elettorale. Il governo italiano – ha concluso la Meloni – intervenga immediatamente in sede Onu, Nato e Ue, visto che almeno a parole sembra essersi svegliato dal letargo. La pazienza è davvero finita e il popolo italiano non è più disposto a subire questo ignobile oltraggio: i marò devono tornare a casa».

lunedì 3 febbraio 2014

L’attualità di Berto Ricci? L’eresia visionaria dell’Italia imperiale...



di Michele de Feudis (Barbadillo.it)

Una personalità fuori dagli schemi, senza macchia che non sia il coraggio e la ferrea volontà di difendere le proprie idee fino alle estreme conseguenze. Berto Ricci, giornalista e scrittore (1905-1941), è stato uno degli intellettuali fascisti più anticonformisti e irriducibili alle categorie che la vulgata resistenziale ha spesso affibbiato acriticamente ai protagonisti della vita culturale del Ventennio. Figura molto amata da Beppe Niccolai e Giano Accame, che ne introdussero la lettura nelle fila della gioventù postfascista, da alcuni anni resta imprigionata nella camicia di forza tracciata dal saggio di Paolo Buchignani “Un fascismo impossibile” (Il Mulino). La sua eresia, infatti fu coerente con una visione del mondo critica del capitalismo, sensibile al superamento del conflitto tra imprese e lavoratori, incardinata su una lucida visione imperiale della civiltà italiana.

La sua ultima opera si doveva intitolare “Tempo di sintesi”, ma di essa ne resta solo la scaletta dei temi che avrebbe trattato: ambiva a essere un manifesto politico che saldava “unità politica e millenaria esperienza spirituale (…) creatrice di armonia”. Eppure “Tempo di sintesi” è il filo rosso della ricerca culturale e politica svolta per tutta la vita da Ricci: riannodare le fila della prospettiva imperiale dell’Italia, porsi come modello nel superamento dello scontro tra capitale e lavoro contro le pulsioni ultraliberiste che erano presenti già allora. “I difensori a oltranza dell’iniziativa privata ci permetteranno di dire che l’iniziativa privata non fa un accidenti per gli artisti, poeti, scrittori italiani. Il fatto è che, in questa come in altre cose molte, l’iniziativa privata quando c’è da riscuotere si aderge inviolabile ed intangibile; quando c’è da dare si ritira e si scopre il capo dinanzi alla maestà dello Stato. Parlate un po’ d’aprire la borsetta, e il più fervido campione dell’iniziativa privata si trasforma di colpo in uno statolatra da far invidia a quelli del Kremlino”. Insomma prevedeva già negli anni trenta, in uno dei suoi “Avvisi” su “L’Universale”, le furbizie di certi manager antinazionali che, dopo aver tenuto in piedi i bilanci aziendali con i contributi pubblici straordinari, non hanno avuto nessuna remora nel delocalizzare la produzione delle proprie aziende oltre confine.

L’idea imperiale, per Ricci, era intesa come “un’esigenza dello spirito e un lineamento essenziale”, tutt’uno “con le macchine veloci e liberatrici, colla gioventù in marcia fuori dell’ombre famigliari e sagrestane, con questo avventuroso sgranchirsi di corpi e di cervelli, col composto clamore delle città, col nostro credere e cercare”.

La parte più viva del suo pensiero politico è raccolta ne “Lo scrittore italiano”, proprio nella definizione delle categorie “Nazione, impero”. Qui Berto Ricci recide ogni legame con il “nazionalismo stretto”e ogni particolarismo antistorico: “Le polemiche di frontiera, balcaniche e meschine, consideriamole per quello che sono, cioè episodi. Le riffe, le picche, l’avversioni cieche, i risentimenti patriottici, sono sintomi d inferiorità e non di forza: e per noi vogliono dire metterci a tu per tu co’ sottoposti. Niente è così stupido, e poco italiano, come l’intolleranza, il disprezzo preconcetto verso gli stranieri, e il volersi chiudere nel suo guscio. Vale ancora e varrà per sempre quel pensiero di Cesare Balbo: “Questo fu fin dal principio, nelle arti, come nelle lettere, il carattere dell’originalità italiana: che ella risultò appunto dall’eccletismo, dallo scegliere e prendere, onde che fosse, ciò che era o pareva bello ad ogni volta, senza impegno, né esclusioni, e quasi senza scuola, senza quelle grettezze di nazionalità che si vorrebbe ora introdurre”. Era distante dai moralisti e dai censori della libertà dei costumi, riconosceva che “il vivere libero, e senza troppa moraletta, specie in cose di donne, fu usanza nostrale prima che forestiera”, e affermava la preminenza gerarchica della spiritualità sul morale, della divinità sull’onestà. Aveva un’idea alta, mistica dell’impegno politico, che portò fino alle estreme conseguenze, chiedendo raccomandazioni ad Alessandro Pavolini e perfino a Benito Mussolini, non per ottenere prebende, ma per andare volontario in guerra e una volta giunto in Nord Africa per essere inviato in prima linea.

Matematico e poeta, giornalista e scrittore, artista armato che rifuggiva la deriva salottiera di certa letteratura, Berto Ricci non potrà mai diventare un santino da sventolare davanti alla propria coscienza ogni qual volta – per motivi di stringente opportunità – si baratta la propria storia per uno strapuntino partitocratico. Lo scrittore toscano non si ritirò in nessuna “turris ebunea”, rifuggì il conformismo di tanti intellettuali di ferrea osservanza mussoliniana e spinse con i suoi scritti per accelerare una svolta sociale delle politiche italiane, non rifiutando mai la dialettica. Del resto aveva questa visione dello spazio pubblico: “Affogare nel ridicolo chi vede nella discussione il diavolo; chi non capisce la funzione dell’eresia; chi confonde unità e uniformità [...] muoversi, saper sbagliare. Sapere interessare il popolo all’intelligenza [...] libertà da conquistare, da guadagnare, da sudare [...] una libertà come valore eterno, incancellabile, fondamentale».

Intatto e cristallino resta la sua testimonianza come “maestro di carattere”: «Viene, dopo le finte battaglie, il giorno in cui c’è da fare sul serio, e si ristabiliscono di colpo le gerarchie naturali: avanti gli ultimi, i dimenticati, i malvisti, i derisi. Essi ebbero la fortuna di non fare carriera, anzi di non volerla fare, di non smarrire le proprie virtù nel frastuono degli elogi mentiti e dei battimano convenzionali. Essi ebbero la fortuna di assaporare amarezze sane, ire sane, conoscere lunghi silenzi, sacrifici ostinati e senza lacrime, solitudini di pietra, amicizie non sottoposte all’utile e non imperniate sull’intrigo».

La prudenza di certa storiografia nei confronti di personaggi maestosi dell’Italia del Ventennio si è spinta spesso a limitarne il valore con aggettivi superflui nei titoli delle opere che ne tracciano le biografie. E’ il caso di “Giuseppe Bottai fascista critico” di Giordano Bruno Guerri, che poi fu rieditato senza l’aggettivo finale. Stessa sorte meriterebbe lo studio di Paolo Buchignani per il Mulino su Berto Ricci e il suo “fascismo impossibile”. Essere con la schiena dritta, tutti d’un pezzo, coerenti con una visione romana e imperiale era certamente possibile nell’Italia di Mussolini. E questa opzione fu la cifra dell’esistenza controcorrente di Berto Ricci. Sulle cui visioni si soffermò così Indro Montanelli, che scrisse su “L’Universale” prima di “disertarne” la bandiera: “Non ha molta importanza che idee dibattemmo. Perché le idee non si dividono soltanto in quelle buone e in quelle cattive, ma anche in quelle in cui si crede e quelle in cui non si crede. Noi, nelle nostre, ci credevamo”.

venerdì 31 gennaio 2014

Miseria della povertà


di Lorenzo Vitelli (L'Intellettuale Dissidente)

La post-modernità può essere definita come un’immensa sintesi di una serie di contraddizioni di natura economica, politica e sociale. Infatti in quella che è l’era dell’abbondanza, dell’obesità e dell’iper-consumo – fenomeni prima del Novecento sconosciuti – si è creato, paradossalmente, un movimento inverso: la miseria. In un’epoca in cui i benefici della rivoluzione industriale e della tecnica – fin troppo esaltati dai fautori spudorati del “progresso” – sarebbero in grado di saziare ampiamente i bisogni primari della popolazione del nostro continente e non solo, l’Euorpa conta 43 milioni di poveri e 4 milioni di “senzatetto”. E questo termine si aggiunge ad una lunga lista, tra cui “disoccupazione”, “precarietà”, “miseria”, che intasa quotidianamente i nostri Mass Media e che è apparsa soltanto dopo la rivoluzione industriale, apogeo dell’ideologia materialista borghese.

Prima esistevano poveri, ma non disoccupati, vagabondi, ma non “senzatetto”. La miseria fu un fenomeno del tutto sconosciuto all’Occidente pre-industriale che inseriva il povero non solo in una realtà cristianamente dignitosa ma invero nell’ambito di una solidarietà intracomunitaria di cui la famiglia allargata – antenata sicuramente più efficace del moderno welfare state – fu l’organismo portante. La povertà divenne miseria una volta compiutasi la rivoluzione industriale, quando l’esodo urbano che la succedette fu la causa dello sradicamento di intere popolazioni che volevano inseguire il mito – esclusivamente “cittadino” – sintetizzato nell’american way of life. Un sogno che tuttavia fu destinato a scontrarsi con la realtà dei fatti e che espose all’emarginazione sociale tutti quei poveri che non vi ebbero accesso. Cossicché la povertà divenne miseria quando perse la sua dimensione dignitosa – peraltro con il collasso definitivo della morale cristiana -, quando la mancata riuscita nel contesto lavorativo – divenuto luogo di alienamento della propria forza lavoro sul mercato – divenne fallimento, e, nell’etica protestante che pervase il capitalismo occidentale, il fallimento fu assunto come “peccato originiale”. Il povero divenne misero, perché totalmente situato in un luogo altro, al di là delle logiche della produzione e del consumo, dunque del tutto inutile all’organismo sociale che si autocontempla nella sola dialettica dello sviluppo: produrre per consumare e consumare per produrre. Misero perché moralmente e culturalmente privo di radici, di origini e di identità, credenziali necessarie all’individuo moderno ma che solo l’accesso al consumo può stanziare.

Così siamo di fronte ad un paradosso patologico della nostra cultura che non solo accumula una classe povera sempre più grande, ma non la rende più in nessun modo partcipe dell’attività umana e sociale della collettività, non la rende parte integrata, rappresentante almeno di sé stessa, peraltro priva di una reale coscienza di sé, e allo stesso tempo, essa viene diabolizzata perché incapace di accedere agli standard del consumo.

giovedì 30 gennaio 2014

Europa. Perché i parlamentari del M5S partecipano agli incontri di Soros?


di Eric Cantona (Barbadillo)

I pentastellati sedotti da Soros? I parlamentari del Movimento 5 Stelle hanno partecipato a due meeting lo scorso dicembre, a Berlino e Barcellona, promossi dalla fondazione tedesca Mercator che fa capo alla famiglia Schmidt e dalla Open Society del finanziere George Soros. Per il quotidiano di via Solferino, che ha pubblicato un articolo di spalla sul Corriere Economia, l’iniziativa rientra in un programma che con una parola inglese si definisce “appeasement” – in italiano significa accomodamento – per avvicinare i possibili interlocutori che verranno eletti nel fronte euroscettico alle prossime elezioni europee. Nel prossimo parlamento di Strasburgo, infatti, la terza forza sarà costituita dai movimenti critici nei confronti dell’Europa delle banche e dell’austerità: dai populisti di Grillo a Syriza in Grecia, fino alle forze di sinistra spagnole.

Agli incontri promossi da Soros e c. hanno preso parte, scrive il Corriere Economia, tra i grillini “hanno aderito l’ex candidato alla presidenza del Senato, Luis Orellana, il capogruppo in commissione ambiente, Mirko Busto”, e i parlamentari Cristina De Pietro, Manlio Di Stefano e Maria Edera Spadoni.

La domanda allora sorge spontanea: che ci sono andati a fare nel salotto intellettuale delle fondazioni ultracapitaliste i parlamentari di Beppe Grillo? Dopo gli slogan “tutti a casa”, si costruisce così una opposizione anti-sistema?

mercoledì 29 gennaio 2014

Il commento. Legge elettorale: democrazia o sovranità popolare?



di Mario Bozzi Sentieri


È veramente bizzarro un “sistema democratico” che teme i voti di preferenza, mette sbarramenti alla libera espressione politica, “premia” i partiti principali, che non hanno però la maggioranza assoluta del consenso elettorale.
È la cronaca di questi giorni, abilmente nascosta sotto l’immancabile patina della “governabilità”, malgrado, ad ogni occasione, si chieda più rappresentanza della volontà popolare, più partecipazione al voto, più impegno nel sanare la cesura tra Paese reale e Paese legale.

Ed è insieme la plastica rappresentazione di un “modello” di rappresentanza politico-parlamentare che mostra, nella sua essenza, tutte le sue debolezze e contraddizioni. Tra tanti lambiccamenti sulle leggi elettorali, di questo vorremmo vedere parlare, in un Paese in cui gli indici di gradimento verso i partiti sono ai minimi storici e la tenuta delle istituzioni sempre sull’orlo del baratro. Magari per scoprire i limiti del “sistema” e poi conseguentemente per correre ai ripari cercando forme nuove e sostanziali di rappresentanza della sovranità popolare.

Sul piano “destruens”, la letteratura è ampia. Ancorché datate, certe analisi “d’annata” continuano a conservare la loro forza. Difficile – da questo punto di vista – non vedere spicchi di verità in chi ha colto nel “sistema” democratico, quale ci è stato consegnato dalle rivoluzioni borghesi, il regno dell’individualismo e dell’astrattismo (Joseph De Maistre); la fabbrica dell’incompetenza (René Guénon); il luogo deputato della partitocrazia (Robert Michels); il dominio dell’oligarchia capitalistica sulla realtà politica (Julius Evola); la capacità di agire sull’ingenuità delle masse attraverso l’aiuto della stampa influente e di “una infinità di astuzie” (Georges Sorel).

È anche partendo dalla consapevolezza sui limiti, politici e culturali, del “sistema” che si può iniziare a cercare nuove forme di rappresentanza-partecipazione popolare alla vita nazionale.

Al di là delle dispute filosofiche, delle giuste critiche al “sistema dei partiti”, della deriva antipolitica, questo rimane il vero problema. Problema che pochi sembrano, oggi, volere affrontare direttamente, mimetizzandosi alcuni dietro un piccolo riformismo istituzionale (via il Senato e le Province, più per problemi di bilancio…), altri in una difesa formalistica dell’esistente, altri ancora guardando alla legge elettorale come alla madre di tutti i cambiamenti.

Nel frattempo il “popolo”, nel cui nome i sistemi politici occidentali dicono di operare, è “altrove”, lontano; non partecipa e non si sente rappresentato; non vive la politica, la subisce.

Nella misura in cui il senso più vero della crisi del sistema partitico-parlamentare sta nel “suicidio” culturale dei popoli d’Europa e nella loro “uscita dalla Storia” , è ad una democrazia vista come “partecipazione di un popolo al proprio destino” (Moeller van den Bruck), attivata e controllata da un’ampia e complessa trama di gruppi intermedi, di associazioni, di categorie produttive, di funzioni differenziate, di comunità, che si deve guardare e a cui si deve lavorare.

Attivando rotture con il passato, ridefinendo limiti, creando ex novo, ma anche recuperando all’attualità, alla riflessione e all’azione sociale quella critica certo non antidemocratica, ma neppure fideisticamente e formalisticamente democratica, in grado di sollecitare, su nuove basi, un rapporto originale con le tematiche della rappresentanza, del consenso e del controllo popolare.

Il resto è puro chiacchiericcio, buono per animare un dibattito politico sempre più asfittico e lontano dai reali interessi della gente. Anche quelli di vedere finalmente rappresentata la propria volontà.

martedì 28 gennaio 2014

Fronte della Gioventù, una storia a lungo attesa

fronte


di Marco Valle (Destra.it)


Un libro può diventare una trappola. Un mare procelloso e fascinoso. Se indugi un attimo in più del dovuto sulla battigia, vedi spiaggiarsi sulla scogliera della memoria manciate di ossi di seppia, ondate di “triste meraviglia, cocci aguzzi di bottiglie”. Resti di un naufragio.

Un libro può assomigliare ad un oceano profondo e impietoso. Le onde riportano, a volta, spezzoni di vita vissuta che — come Guccini insegna — ti avvolgono come miele: la nostalgia è un sentimento ambiguo e pericoloso. Da evitare. Non sempre, però, riesci a sottrarti alla malia delle maree, al loro richiamo e, allora, ti attardi sul litorale dei ricordi, dove ritrovi resti di bandiere stracciate, polene marcite, vele strappate, pennoni spezzati. Malinconia mista a tenerezza e un po’ d’incazzatura.

Un libro — centinaia di fogli, migliaia di righe, decine di capitoli — talvolta non ti risparmia nulla.Soprattutto se chi scrive ti ricorda l’affondamento del grande battello tricolore, un vascello un po’ vecchio e scassato, ma abbastanza dignitoso. All’improvviso dal gorgo riaffiorano carte, date, nomi. Volti. In lontananza scorgi nocchieri, nostromi, capitani, ammiragli che abbandonano il povero relitto incagliato sulla scogliera. I mozzi, no. Loro sono affogati mentre i marinai annaspano tra le onde, ma non importa. È il destino della “bassa forza”, quelli che faticano e sgobbano. Le scialuppe — poche, come quelle del Titanic — sono piene di gallonati comandanti, incapaci e impomatati come uno Schettino qualsiasi. Un tempo, affollavano la plancia e applaudivano il grand’ammiraglio — l’infallibile che ha fallito —; oggi tutti, compreso il navarca supremo, asciugano i loro panni sulla spiaggia e fissano l’orizzonte con occhi liquidi.Disorientati. E disoccupati.

Un libro così ti obbliga a riflettere. Intanto sulle sabbie umide si accumulano bottiglie senza messaggi. Contenitori vuoti. Nemmeno i fratelli Grant saprebbero ritrovare “l’isola misteriosa” di verniana memoria. Onda dopo onda, il mare cancella le tracce sulla sabbia e tutto rischia, nel tempo dell’effimero e del provvisorio, di sparire. Eppure c’è ancora — riprendendo Montale — “un filo da disbrogliare che finalmente ci metta/ nel mezzo di una verità”. E allora usciamo dalla poesia e dalle metafore.

Punto di partenza, il naufragio della destra politica italiana: un dato devastante e incontestabile. Un disastro senza onore e senza gloria. Inutile e noioso ripercorrere le tappe, stucchevole e ipocrita far finta di cercare i colpevoli. Tutto è noto, tutto è chiaro. Tutto è scritto. Nessuno è innocente, nessuno è senza colpa. Chiunque abbia avuto responsabilità è corresponsabile. Ma — domanda centrale — un’altra narrazione, un’altra storia e, soprattutto, un altro finale erano possibili?

Su questo nodo irrisolto, questo interrogativo sospeso si sviluppa il lavoro di Alessandro Amorese dedicato al Fronte della Gioventù. Un libro importante che ricostruisce — con organicità e onestà intellettuale — un’esperienza complessa, scomoda, contradditoria ma anche terribilmente generosa, che coinvolse negli anni decine di migliaia di ragazzi italiani. Con stile asciutto e scansando ogni trimpellio retorico, l’autore ha riunito con minuzia le tessere disperse di quel mosaico frantumato che un tempo componeva “la destra che sognava la rivoluzione”, cercando di riannodare percorsi interrotti e/o rimossi, dando voce ai protagonisti più o meno noti ma soprattutto, come Bloch e Le Goff insegnano,“interrogando i documenti”, esplorando archivi, ritrovando materiali, indagando in modo critico i contesti.

Su queste coordinate il ricercatore toscano ha costruito un lavoro ben più solido dai precedenti tentativi — pensiamo, ad esempio, al libro di Marco di Troia, interessante ma incompleto, e all’imbarazzante opuscolo apologetico di Tatarella Fabrizio… — e ha focalizzato la sua attenzione sul periodo più fecondo e meno conosciuto del Fronte della Gioventù, ovvero al ciclo 1982-1995. Una scelta temporale a nostro avviso corretta. Forse a caso o forse no, la narrazione s’incastona e diparte dalle ultime pagine de “La rivoluzione impossibile – dai campi Hobbit alla Nuova destra”, il fondamentale libro di Marco Tarchi dedicato all’esperienza del FdG (e non solo) tra il 1977 e il 1980. Mentre il pensatore fiorentino ritenne dopo ’80 conclusa la possibilità “d’aiutare la destra a pensare” e decise di intraprendere nuovi percorsi, nei primi anni Ottanta prese forma un’altra vicenda. Ed è la storia narrata da Amorese.

Tutto iniziò (o ricominciò) nel 1982. Dopo la fuoriuscita di Tarchi e dei suoi amici, Gianfranco Fini, convinto d’avere nuovamente in mano lo strumento, accettò la convocazione di un’assemblea nazionale e l’indizione di assemblee provinciali che (per la prima volta) potevano eleggere il segretario. Un calcolo sbagliato, poiché contro ogni previsione l’opposizione interna si rianimò e strappò agli almirantiani oltre la metà dei delegati insidiando pesantemente la segreteria uscente. Alla plumbea assemblea di Milano, Gianfranco riuscì a farsi rieleggere solo grazie ad un accordo in extremis con la pattuglia romualdiana, uno dei tanti inutili giochetti interni. In ogni caso, all’indomani della riconferma del segretario nazionale, si affacciò sulla scena un nuovo personale politico (Andriani, Pasetto, Raisi, Marzio Tremaglia, Valle, Zanon, Granata, Perina, Sangiuliano, Frassinetti, Buttafuoco e altri amici) e per il FdG iniziò una fase di rilancio, d’entusiasmo. Al centro come in periferia. Si trattò di un fenomeno inatteso che stupì avversari e osservatori esterni e spiazzò il notabilato missino — tutto intento a festeggiare il centenario mussoliniano e curare le candidature parlamentari — ed invero poco entusiasta di un “revival” del mondo giovanile, considerato da sempre un’“eterna fonte di guai”.

L’autore intelligentemente analizza quest’accelerazione imprevista proponendo una lettura del clima culturale e politico del tempo e ne fissa le ragioni nell’intrecciarsi di fattori diversi — la crisi dell’Unione Sovietica (i fatti polacchi, l’Afghanistan, la guerra cino-vietnamita), il reaganismo, il nuovo pontefice e (perché no?) i fenomeni televisivi e le nuove mode giovanili — la cui somma determinò uno scenario post-ideologico penalizzante per la sinistra e, al tempo stesso, favorevole alla destra giovanile. Un approccio corretto: tra “Happy Days” e “Il Cacciatore”, il neoedonismo reganiano e l’eclisse del gramscismo, prese forma il nuovo inizio del FdG. Non era la marcia su Roma o il palazzo d’Inverno ma non sempre si può scegliere e, in ogni caso, tanto ci bastò.

Come ricorda Amorese in quegli anni, più o meno confusamente, ovunque avvertimmo una nuova sintonia con la galassia giovanile e, consci dell’obsolescenza dei messaggi di ieri, tentammo di tracciare categorie innovative, immaginando percorsi differenti. Penso alle battaglie del FdG per l’indipendenza nazionale, le denunce — in anticipo su Cossiga e Priore — delle responsabilità straniere nelle stragi italiane, a Fare Fronte e il protagonismo studentesco, alle prime riflessioni sul pluralismo e la democrazia. Ricordo le iniziative per il “superamento” degli anni di piombo (i convegni di Roma e Milano, ma non solo), il primo filo di dialogo con settori cattolici (CL) e spezzoni di sinistra (i radicali, i socialisti autonomisti), il coraggioso impegno del Fronte siciliano contro la mafia, l’ipotesi di un movimento giovanile europeo, l’adesione ai referendum craxiani e le battaglie (da me, ieri come oggi, non condivise…) contro il nucleare. Ma non solo. Il FdG fu anche uno sguardo inedito verso la rivoluzione tecnologica (il saggio di Gasparri e Urso su “L’Età dell’intelligenza”, il convegno su “Il muro del tempo” a Milano), la riscoperta del Futurismo grazie a Pietrangelo Buttafuoco e la critica all’americanismo, culminata nella festa nazionale di Siracusa. Insomma, intelligenze disordinate, dibattiti furibondi, letture confuse, tanta curiosità e buone energie: un “mutamento antropologico” e un netto salto di qualità (disomogeneo ma concreto) rispetto al primitivismo politico missino e al cupo settarismo extraparlamentare.

Raccontare la storia del FdG senza però evidenziarne le criticità e le mancanze è inutile. L’autore lo sa bene e, fortunatamente, non indulge in manierismi rassicuranti. Con lucidità il ricercatore individua nel correntismo il punto di crisi principale. Concordiamo con lui: il frazionismo è una vecchia malattia dell’ambientema nella prima fase (1982-87) riuscimmo a sopirlo e innescare un circolo virtuoso tra le diverse sensibilità. Dal 1988, il fenomeno, esasperatosi dopo il congresso di Sorrento, diventò devastante: nell’indifferenza dei leader del MSI, il Fronte si balcanizzò, amicizie e collaborazioni trasversali s’interruppero e ogni dibattito si trasformò in una assurda polemica. Nonostante qualche iniziativa interessante (come le feste di Assisi, Spoleto e Siracusa e le mobilitazioni contro la droga), ci rinchiudemmo — quasi senza accorgercene — in una bolla di autoreferenzialità, slegata ed avulsa dalla società italiana. Smarrimmo così la capacità di leggere e interpretare il nuovo, la contemporaneità — requisito fondamentale per un movimento politico alternativo — e i messaggi si fecero sempre più deboli se non talvolta incomprensibili. Come annota Michele Facci parlando di Bologna (ma la riflessione è generale) “certe idee e certi atteggiamenti volutamente provocatori, altro non facevano che isolarci e a renderci incomunicanti”. Le responsabilità ancora una volta sono di tutti, nessuno escluso.

Va aggiunto anche un altro dato, consequenziale del primo, un problema che Amorese sfiora in più punti: l’esasperazione del c.d “comunitarismo”. Senza scomodare i maestri di sociologia è noto che i gruppi chiusi sono limitanti ed incapaci di aggregazioni vaste; non a caso le realtà cintate diventano inevitabilmente il triste rifugio di elementi caratterialmente deboli o problematici e la fucina di settarismi imbarrazzanti. Fu questa la sorte, dopo il 1988 di diverse situazioni locali (con l’eccezione, va riconosciuto, del laboratorio di Colle Oppio). Con alcune differenze sostanziali. L’ala “finiana” — salvo le solite eccezioni, Padova ad esempio — fu travolta da una deriva iper identitaria che la inchiodò in un lungo ripiegamento culturale mentre una parte, purtroppo consistente, della componente “rautiana” rivelò una subalternità psicologica (e, spesso, estetica…) alla sinistra, una vocazione pauperista e un’insana passione per ogni sorta di “pensiero debole”. In ogni caso, ogni cultura di Partito svanì dai nostri orizzonti e il mesto epilogo dell’incolore segreteria Rauti frantumò ogni ulteriore ipotesi di ricomposizione.

Accanto a queste valutazioni, l’autore più volte sottolinea e documenta — sono pagine che le tante prefiche della Fiamma che ci affligono tutt’oggi dovrebbero leggere e meditare… — l’atteggiamento guardingo del gruppo dirigente del MSI verso i quadri giovanili. Volutamente il FdG fu lasciato dalla Segreteria in una sorta di limbo giuridico e i fondi erogati furono sempre terribilmente limitati. Negli anni, mentre si finanziavano generosamente i Comitati Tricolori dell’intero globo terracqueo — i risultati sono noti…—, Almirante, Fini e Rauti centellinarono ogni contributo, ogni appoggio. Non deve quindi sorprendere la mancata immissione di quadri negli organi elettivi e non valorizzazione del gruppo dirigente giovanile. Ad Almerigo Grilz, il migliore tra noi, il partito offrì la rappresentanza dei volumoni della Dino editori…

Fortunatamente, Amorese non si limita alla rivisitazione dei momenti attivistici e alle problematiche interne, ma restituisce vivacità e luce anche a tante storie apparentemente minori che dalla Sicilia al Piemonte hanno segnato una generazione di ragazzi entusiasti e allegri. Bene. Vi è però un punto che meno ci convince ed èil capitolo dedicato all’editoria. La scolastica romana — imperniata sulla “formazione spirituale del militante” e mutuata dall’extraparlamentarismo —, non riassume ne rappresenta il forte fermento che attraversò il FdG nazionale. Non molti tra noi prestarono attenzione ai “codreanisti integrali” capitolini e alle loro dogmatiche letture di Degrelle e del tercerismo. In tutt’Italia, con diverse sensibilità e profondità, il dibattito — come si può ricavare all’ottimo libro di Bozzi Sentieri “Dal neofascismo alla nuova destra, le riviste”, edizioni Nuove Idee — si inanellò su due coordinate principali. In primo piano vi fu l’influenza della Nuova Destra e della Nouvelle Droite francese. Nonostante le distanze sempre più marcate di Tarchi dal mondo giovanile, il lavorio degli anni Settanta aveva penetrato profondamente l’ambiente; sempre più distanti dall’evolismo, proseguimmo ad approfondire e riprendere categorie e schemi della ND calandoli, con grande sconforto (almeno apparente) di Marco, nell’impegno politico.

In quegli anni, oltre ai testi citati di De Benoist, Locchi e Veneziani etc, le letture si ampliarono notevolmente. Quindi Junger, Schmitt, Weber, Sombart, Heidegger, Faye, Cardini, Freund e Miglio e la riscoperta dell’avventura con Langendorff, T.E Lawrence, Saint Euxpéry e, ovviamente, i fumetti di Hugo Pratt. Nel frattempo scoprimmo grazie a Beppe Niccolai il Fascismo di Berto Ricci. La lettura del fiorentino ci riconciliò con l’esperienza del Ventennio — ridotta dal neofascismo a “legge e ordine” — e ci diede spunti per studiare con occhi nuovi De Felice e la sua opera e aprire un rapporto fruttuoso con Giano Accame sul pensiero economico di Pound e sul “socialismo tricolore”.

Torniamo all’oggi. Come sopra accennato “Fronte della Gioventù” non è un mero “amarcord” o un racconto consolatorio e nostalgico. È un libro importante che pone domande importanti. Sul passato prossimo e anche e soprattutto sul presente e sul futuro. Al netto delle nostre ingenuità e di tutti gli errori commessi, la piccola grande storia del FdG indagata da Alessandro Amorese dimostra che a destra, nonostante lo scetticismo di Tarchi, era possibile riflettere, pensare e, soprattutto, costruire buona politica.

Da Milano a Roma e Siracusa, da Padova a Bologna e Cagliari, in modi e forme diverse intuimmo i tempi nuovi e rifiutammo il piccolo cabotaggio nostalgico, inoltrandoci spensieratamente verso il mare aperto. Purtroppo le nostre scialuppe erano troppo piccole e fummo ributtati a riva. Fallimmo, certo. Per presunzione, per stanchezza. Poco importa. Ma la rotta era quella giusta.

Speriamo che qualcuno, leggendo questo libro, trovi un sestante, aggiorni le coordinate e, con spalle forti e schiena dritta, intraprenda un nuovo viaggio. Abbandonando gli inzuppati navarchi sulla spiaggia dell’oblio.

lunedì 27 gennaio 2014

Un giorno i giapponesi getteranno 30 Atomiche su New York


di Massimo Fini

Caroline Kennedy, figlia di JFK, nuova ambasciatrice americana a Tokyo, ha denunciato la mattanza di 40 delfini avvenuta nella baia di Taiji, nel distretto di Wakayama, dicendosi "profondamente preoccupata dalla disumanità della caccia e dell'uccisione dei delfini" e ricordando che "il governo degli Stati Uniti si oppone a questa pratica". La caccia ai delfini, specie non a rischio di estinzione, in Giappone comincia in autunno e finisce a marzo e "come la signora ambasciatrice deve sapere noi viviamo di questa attività" ha detto il capo dei pescatori di Taiji.

Sono curiosi questi americani, negli ultimi anni con i loro bombardamenti alla 'chi cojo cojo', con i loro dardo senza equipaggio, hanno ucciso, in Afghanistan e in Iraq, centinaia di migliaia di persone, uomini, donne, vecchi, bambini, ma poi si inumidiscono fino alle lacrime per 40 delfini. Il governatore di Wakayama, Yoshinobu Nisaka ha replicato "La cultura alimentare varia ed è saggio che le diverse civiltà si rispettino a vicenda. Ogni giorno vengono abbattuti maiali e vacche per la catena alimentare. Sarebbe crudele solo uccidere i delfini?". E il governo nipponico ha tenuto il punto: "Questa forma di caccia è una tradizione culturale".

E' il secondo incidente diplomatico che, in soli due mesi, la signora Kennedy provoca in Giappone. A dicembre si era detta "delusa" perché il primo ministro Shinzo Abe si era permesso di visitare il sacrario di Yasukuni dove sono onorati "anche 14 leader politici e militari giapponesi", condannati per crimini di guerra nel 1946 (nei processi di Tokyo, l'equivalente nipponico di quello di Norimberga. Nel settembre 1986 il ministro dell'Educazione giapponese, Masayuki Fuijno, sollevò un putiferio ponendo l'elementare domanda: "Chi ha dato ai vincitori il diritto di giudicare i vinti?").

In realtà dietro queste schermaglie c'è qualcosa di molto più profondo. Qualche anno fa mi recai in Giappone invitato dall'università di Kyoto (nemo propheta in patria) a tenere una conferenza su "Americanismo e antiamericanismo. Il ruolo dell'Europa". In apparenza i rapporti fra Stati uniti e Giappone, che nel Pacifico è 'la quarta sponda' degli Usa, erano ottimi, i rapporti commerciali intensissimi. Ma nell'animo dei giapponesi cova un sordo rancore, anche se, chiuso nel loro impenetrabile formalismo, non viene mai espresso. Lo si può notare solo da dei dettagli. Nel periodo in cui ero in Giappone c'era stata una partita di baseball fra americani e giapponesi, che in questo sport sono assai forti, vinta dai primi 4-3 con un punto contestatissimo. Ebbene per giorni e giorni lo Yumiuri Shimbun e l'Asahi Shimbun, giornali serissimi, che parlano solo di economia e di politica internazionale, sono andati avanti a polemizzare su quel punto a loro dire 'rubato'. La partita era solo un pretesto. I giapponesi non hanno mai digerito l'Atomica su Hiroshima e Nagasaki e, ancor meno, anche se a noi può sembrare strano, che gli americani, vinta la guerra, gli abbiano imposto di 'dedivinizzare' l'Imperatore. L'Imperatore è la simbolica e intoccabile anima del Giappone, non è un uomo in carne e ossa (tanto che il mio giovane interprete, Ken, non ne sapeva nemmeno il nome, non per ignoranza, ma perché non ha importanza). In tanti secoli non c'è stato un solo tentativo di attentato all'Imperatore. Eppure le mura del palazzo imperiale di Kyoto, in legno, sono così basse che anche un ragazzino potrebbe saltarle agevolmente. Attraverso la 'dedivinizzazione' dell'Imperatore gli americani, col consueto tatto da elefanti in un negozio di cristalli, hanno cercato di uccidere l'anima stessa del Giappone. I giapponesi non glielo hanno mai perdonato. E sono convinto che verrà il momento in cui getteranno una trentina di Atomiche su New York.