mercoledì 12 marzo 2014

Cultura. L’attualità di Prezzolini per la destra disincantata e critica verso la politica

di Renato de Robertis (Barbadillo)

Siamo tutti Prezzolini. Tutti un po’ influenzati dallo spirito del ‘grande vecchio’ del conservatorismo. Nel nostro cuore fluisce il disincanto prezzoliniano. Ci hanno infuso la sfiducia nel homo politicus. A Destra, poi, la diffidenza è radicale; non c’è neanche l’ombra di un leader; manca pure il Renzi di Destra! (cfr. de Turris, Il borghese) Non confidiamo in nessuno; e proprio i leaders di Destra continuano a litigare, giocano con i simboli, rinnegano le amicizie… Siamo, insomma, come Giuseppe Prezzolini, uomini di Destra colmi di pessimismo, assolutamente critici verso la politica.

Chi conosce le lettere di Prezzolini indirizzate a Elio Vittorini? Sono queste pagine dimenticate. Sono lettere del 1947 pubblicate in Nuova Antologia nel 1978. E sono una considerevole espressione della sfiducia verso la politica. Ovvero la sfiducia “di esser italiano” come scrive Prezzolini conducendo una polemica con gli “intellettuali italiani che si conquistano facilmente con uno stipendio o con la speranza di esso.” (Nuova Antologia, pag.211) Che pagine! Prezzolini è attualissimo. Elogia un duro “Togliatti-Starace” e denuncia i consueti intellettuali che frequentano le segreterie dei partiti. 

La critica prezzoliniana al sistema politico è estrema, “La politica voglia altri scopi che l’intelligenza (…) e non si cura altro che di raggiungere il suo fine.” (Nuova Antologia, pag. 214) Quindi, per lui, la dignità umana non è rintracciabile nella realtà politica e la cagione sta nell’umanità sfasciata. Prezzolini, studioso dell’uomo, appare come un umanista rassegnato - l’ultimo umanista! - più propenso a fissare principi che tattiche. In lui si figura la visione di una Destra critica, non rappresentata dalle ragioni politiche. Attenta essenzialmente agli ideali, la destra prezzoliniana, mentre tenta un salvataggio degli ideali dell’Occidente, esprime una riflessione sulla rottura tra il patrimonio delle idee e la pratica politica in Italia. 

Nella storia di questo intellettuale, i summenzionati motivi sono leggibili già a partire dall’esperienza de La Voce. Nel 1908, Prezzolini denuncia tutto, additando conclusioni morali, senza chiedersi con quale forza politica tentare di trasformare il paese o con quale alleanza salvare il salvabile. Insomma, una critica al costume sociale e politico, con tanti colpi di frusta contro, “la ciarlataneria di artisti deficienti e di pensatori senza reni, la mondanità chiacchierina che trasporta le abitudini dei salotti e delle alcove nelle questioni di arte e di pensiero, il lucro e il mestiere dei fabbricanti di letteratura, la vuota formalistica che risolve automaticamente ogni problema, l’egoismo e la paura di ogni mutamento o di scossa sociale.” ( La Voce, 1908, II)

Il tutto sembra scritto ieri. Il suo discorso pare quello di un uomo non schierato, un uomo impegnato nella difesa delle ‘cose dello spirito’, giacché “Noi sentiamo fortemente l’eticità della vita intellettuale e ci muove il vomito a vedere la miseria e il rivoltante traffico delle cose dello spirito” ( La Voce, 1908, II)

Per questo ci sentiamo prezzoliniani. Abbiamo poche coordinate, ma tracciate chiaramente, e scritte in quella testimonianza morale che fu Intervista sulla destra (1977). Coordinate che rappresentano il motivo per cui stare a destra significa “porre l’accento sull’essere più che sul divenire” (Intervista.., pag. 178) I programmi andrebbero scritti con l’idea di essere; cioè essere uomini per la nazione, essere uomini per la legalità, essere uomini per una più giusta unione europea, essere…

Invece, nella storia della Destra di questi ultimi anni, è decifrabile un’attenzione critica alla categoria del divenire o il divenire come cambiamento in altro o per forza. Prezzolini è affascinante perché rammenta a tutti che l’uomo è immodificabile. Perché denuncia la natura corrotta dell’umanità. Perché resta coinvolto nella sua insistita riflessione morale, “Tutti noi cento volte al giorno ricordiamo ai nostri simili che non sono onesti e gli altri lo ricordano a noi. (…) E la sfiducia generale di tutti verso tutti…” ( Intervista.., pag. 186) E’ la sfiducia di un uomo di Destra che ha concetti che riflettono un pensiero machiavelliano. Ed è la sfiducia che proviamo per il nostro presente. Quella sfiducia per la quale non sappiamo cosa stiamo diventando. 

Rileggere Prezzolini per iniettarsi una ‘buona dose’ di ‘pessimismo dell’intelligenza’. Riprendere i suoi libri per capire che è necessario andare oltre la difesa degli interessi di parte e per disporre di un giudizio non partigiano. Questi sono solo alcuni doveri per un uomo di Destra. Questi sono i doveri prezzoliniani del Manifesto dei conservatori (1972) per i quali proporre,“…virtù che fanno guadagnare autorità: ossia il compimento dei propri doveri, l’onestà personale, la capacità di giudizio non partigiano, il mantenimento della parola data, la specchiatezza dei costumi, la coerenza dell’azione con il pensiero, la modestia nella vita sociale.” (pag.53)

In questo momento di smarrimento dei valori, due documenti prezzoliniani sembrano bussole morali. In più, ilManifesto dei conservatori e Intervista sulla destra hanno un carattere comune, forse mai notato dagli studiosi; cioè i due testi propongono – in maniera anti-prezzoliniana!- una visione fiduciosa; o meglio, infine, guardano, con speranza, all’ uomo di Destra, il quale “…è persuaso di essere, se non l’uomo di domani, certamente l’uomo del dopodomani.”(Manifesto.., pag. 47) E’ una speranza questa, per la Destra, che appare scritta anche nelle seguenti parole, “La Destra, giacché non può sperare in un successo in tempi brevi, deve puntare sui tempi lunghi, ricostruendo e affinando la sua cultura – anche politica – invece di esaurirsi nella politica spicciola del giorno per giorno.”(Intervista.., pag. 188) E trascriviamo questa frase di valore mentre i più noti uomini di Destra continuano ad esprimeregiudizi partigiani; si rinfacciano le reciproche farse fiuggiane; sembrano incapaci di tornare sulla terra o di uscire dallapolitica spicciola; invece, farebbero bene a rileggere, al meno una volta, Giuseppe Prezzolini.

martedì 11 marzo 2014

Nel romanzo “Vittoria” gli anni Settanta visti con occhi di ragazza. Perché anche i “fasci” riuscivano a sognare…



di Alessandro Moscè (Il Secolo d'Italia)


Raramente è successo, in letteratura, che la rivoluzione di chi voleva cambiare il mondo e i movimenti giovanili dopo il Sessantotto, fossero accompagnati da uno sguardo proveniente dalla destra missina e non dalla sinistra ideologica. Il romanzo Vittoria (Giubilei Regnani 2014) di Annalisa Terranova ci offre uno sguardo verso l’altra parte della sponda. Una storia degli anni Settanta, come recita il sottotitolo, scritta dalla giornalista del Secolo d’Italia, che è anche un romanzo di formazione, quel “bildungsroman” di derivazione tedesca attinente all’evoluzione della protagonista dall’infanzia all’età adulta in una sorta di rotocalco sentimentale, denso di episodi, di memorie circostanziate, rapide e indelebili.

Quelli di destra erano i “lebbrosi” della politica italiana, ma il padre di famiglia, rigoroso reazionario, e la madre, discreta ancella della casa, sembrano una coppia serena, risolta. Nelle scuole e nelle università si diffonde la protesta che Annalisa Terranova narra come fosse un’avventura svilente, e al centro figura la scoperta di molte altre cose del tutto estranee alla tensione e alla guerriglia romana. Per esempio l’amore per la Lazio, i pranzi domenicali che si concludevano con i bignè al cioccolato e la glassa rosa, la gita con la 850 color crema verso Venezia, le canzoni di Dalida e Edoardo Vianello, il libro e il film Via col vento. Vittoria incomincia a respirare un clima diverso quando partecipa ai funerali dei fratelli Mattei uccisi nel rogo di Primavalle. Annota l’autrice: “Il padre leggeva che nelle scuole accadeva di tutto: fascisti accerchiati, comunisti in spavalda maggioranza, spalleggiati dai professori compiacenti e complici. E diceva che era colpa del Sessantotto”. Quindi le foto dei volti sfatti del Duce e di Claretta Petacci, ma anche l’osservanza rituale di alcuni gesti, come quando, sul vassoio di alluminio, nel più completo silenzio, il 2 novembre si disponevano le foto dei morti di famiglia e un santino di Mussolini. O la visita a donna Rachele, a Villa Carpena, a questa donna dignitosa, con il fazzoletto in testa alla contadina, piccola e dagli occhi azzurrissimi. E poi l’entrata rabbiosa nell’atmosfera della piazza, i ragazzi che portavano il tricolore senza vergogna, gli anni tesi al liceo autogestito, “l’ostilità rocciosa e persistente” che circonda Vittoria, fino ai dubbi dell’amore e al bisogno di tenerezza oltre la semiclandestinità degli incontri nelle polverose sedi missine.

Infine le pagine conclusive con le bombe messe davanti alla saracinesca di una sezione, tra sconcerto e collera, la morte prima di un compagno e poi di un camerata, l’incontro con un distaccato Almirante e il tentativo di riannodare un filo intricato. Rimangono le domande esistenziali a fare da sfondo scenico: quella, era davvero la guerra? “Uno finisce abbattuto, a terra, uno del gruppo a caso, uno che poche ore fa rideva e si faceva le sigarette con le cartine”. Tutto si cancella con la morte di Aldo Moro, in uno stato di eccezione e in una consapevolezza maggiore dell’Italia intera: “Centinaia di persone pallide, sconvolte, si guardavano tra loro come se fossero in attesa dell’apocalisse”. Anni pazzi, anni di promesse, anni di entusiasmo e di morte. Cosa rimane? La nostalgia dell’età del sogno, ci sembra, dove tutto è in continua metamorfosi. Non l’attivismo e neppure i tragici epiloghi. Non l’appartenenza, ma una sola panchina, dopo trent’anni, “dove dare tempo a quel peso di sciogliersi”.

*Alessandro Moscè, scrittore, è autore del libro “Il talento della malattia” da cui è stato tratto un film che uscirà nelle sale quest’anno.

lunedì 10 marzo 2014

Anche l’ex ministro Saccomanni riconosce che il debito pubblico è aumentato per colpa UE


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 di: Luciano Lago (controinformazione)


Della serie “meglio tardi che mai”, l’ex ministro Saccomanni adesso ammette che il debito pubblico dell’Italia è nettamente aumentato in buona parte grazie al finanziamento imposto dallo sciagurato trattato del MES/ESM (Fondo di Stabilità Europeo) che ha obbligato l’Italia a versare 54 miliardi per provvedere al salvataggio delle banche tramite il fondo istituito dalla BCE e dalla Commissione Europea.
I miliardi del fondo erano ,andati principalmente a finanziare le banche francesi, spagnole e tedesche che erano esposte con i crediti verso la Grecia, il Portogallo ed altri paesi in difficoltà. L’Italia dovrà contribuire a questo fondo fino all’importo totale di 125 miliardi (71 ancora da versare).

Saccomanni riconosce implicitamente la fondatezza delle denunce fatte da economisti e studiosi quali fra gli altri il prof. Antonio M.Rinaldi, Claudio Borghi, Lidia Undiemi, il prof. Guarino, ed altri quando ci fu la ratifica di questo trattato capestro che ha prodotto l’effetto di ulteriore indebitamento dell’Italia.
Inutile sottolineare come la stampa e le TV, tutte allineate allora con il governo Monti (il “salvatore dell’Italia” ci raccontavano) ha omesso di parlare di questo fondo, salvo descrivere la sua istituzione con un trafiletto in quarta pagina del Sole 24 ore, la stessa stampa e tv che ha sempre indicato come “populisti” ed euroscettici tutti coloro che osavano criticare le scelte della Commissione Europea e dei suoi servitori al governo italiano.
Una magra rivincita che dimostra, quando ormai è tardi per rimediare, come tutte le critiche e le denunce fatte contro la sciagurata politica economica imposta all’Italia dall’oligarchia europea abbiano portato esclusivamente vantaggi al cartello bancario sovranazionale e danni irreparabili all’economia ed alle imprese italiane, costrette in buona parte a chiudere o a delocalizzare.
Il milione di disoccupati in più (circa), record raggiunto grazie alle misure prese dai governi Monti e Letta, sono lì a dimostrare quanto siano state efficaci e produttive quelle misure.
Tutti i dati economici indicavano che era in corso una riduzione del deficit di bilancio (passato dal 5,5% del 2009 all’attuale 3%) ma nello stesso periodo il debito pubblico è passato dal 116,4% al 132,9 nel 2013 e la spiegazione della causa veniva data, dagli economisti sopra citati, nel versamento di quegli svariati miliardi che il governo italiano ha effettuato nello stesso periodo a favore dei fondi europei in ossequio alle direttive di Bruxelles prontamente eseguite prima da Monti e poi da Letta, fedeli esecutori di Bruxelles e della BCE. Superfluo anche aggiungere che, a quanti chiedevano conto del perché il governo italiano, che non aveva soldi per ridurre le imposte come l’IMU o pagare i debiti della P.A. alle imprese, dovesse essere così solerte a versare tutti quei miliardi ai fondi europei, il prof. Monti e successivamente Enrico Letta, rispondevano con un sorriso beffardo: “l’Europa ce lo chiede, non possiamo tirarci indietro”.
D’altra parte Enrico Letta lo aveva scritto anche nel suo libro: “Morire per Mastricht”, si poteva prenderlo in parola.
Questa è una delle tante prove provate che il governo italiano ormai non conta più nulla ed a Palazzo Chigi disponiamo ormai soltanto dei “camerieri” di Bruxelles e delle banche, personaggi di facciata, come l’attuale presidente del Consiglio Matteo Renzi, gonfiati da campagne di pubblicità finanziate dalle banche, contornati da giovani ministre belle ed inconsistenti che sono in quei posti per “fare scena” ed eseguire prontamente quanto viene loro suggerito dagli oligarchi europei.
L’unico personaggio che conta davvero, colui che ha preso il posto di Saccomanni, il ministro dello sviluppo economico, brutto e dall’aspetto tetro, Pier Carlo Padoan, l’uomo del FMI, quello che sostiene che “le misure dolorose portano effetti benefici per l’economia” sarà lui ad eseguire prontamente le direttive dell’oligarchia e ci metterà anche del suo. Se qualcuno ha dei dubbi su quali misure ci attendono, può informarsi in Grecia dove ha operato lo stesso ministro quando lavorava con gli organismi finanziari. Quel nome i cittadini greci se lo ricordano ancora.

domenica 9 marzo 2014

“Vita di Don Chisciotte e Sancio”



don chisciotte

di: Nico di Ferro (azionetradizionale.com)

Raramente un’opera che si presenta come un commento ad un’altra, per di più un grande classico della letteratura mondiale, risulta essere così essenziale e di fondamentale importanza alla sua comprensione come il libro di Miguel De Unamuno.
Facciamo riferimento all’opera “Vita di Don Chisciotte e Sancio” un libro straordinario nel quale lo scrittore basco De Unamuno si propone di esporre in maniera esplicativa la filosofia di vita donchisciottesca, con la sua visione del mondo, etica, metapolitica e religiosa, tratta dalla famosissima opera di Cervantes dedicata all’errante cavaliere.
Un libro che nelle intenzioni dell’autore non vuole essere letteratura ma un incitamento reale a osare qui e ora, come Don Chisciotte che con la sua follia trovò il coraggio di sfidare il buon senso livellatore del suo tempo, trasformando la propria esistenza in una milizia sulla Terra, volta a coltivare sentimenti divini e spirituali.
De Unamuno ci ricorda, commentando le gesta della nobile figura di Don Chisciotte, che ognuno è figlio delle proprie azioni ed il mondo lo si crea con la volontà e non con l’intelligenza. Una volontà, quella di Don Chisciotte, alimentata dal fuoco della fede e sfidando la coerenza logica che appartiene solo alla ragione.
Un libro geniale dunque che, capitolo per capitolo, prende in rassegna le azioni e i discorsi di Don Chisciotte e del suo scudiero, Sancio Panza, per estrapolarne i significati nascosti delle loro avventure, paragonandole e confrontandole tra loro mostrando al lettore, da diverse angolature, la realtà vista attraverso gli occhi di un eroe ardente nella fede e da coloro che pensano solo con lo stomaco e non credono che ai loro occhi.
Ma guai a coloro che considerano questo libro alla stregua di quelli per passare il tempo e Don Chiosciotte un personaggio inventato. Lo scrittore per questi che si approssimano all’opera in tal modo, non prova altro che ribrezzo, nausea e compassione.
L’intera opera è stata tradotta e curata da Mario Polia, noto archeologo e antropologo di fama internazionale, nonché Professore presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Primo in Italiaa scrivere su J. R. R. Tolkien, è competente ed esperto circa le civiltà andine, al contempo straordinario conoscitore della cultura medievale, di Roma arcaica, della cultura folclorica e di tradizioni popolari italiane.

sabato 8 marzo 2014

“Vita di Charles Bukowski”: quando nello scrittore riconosci te stesso

Bukowskida Il Giornale

Promessa. Qui non si parla delle sue sbornie. Neppure della parte sporca di Hollywood o di quanto fosse stronzo con tutti quelli che non sopportava. Non si parla neppure di donne. Niente Hemingway e niente Cèline. Nessun racconto sulle sue giornate da postino precario. Niente sesso. Nessun consiglio su come scrivere un romanzo che puzza di vero. Tanto certe cose non si insegnano. Non c’è neppure la malattia, i gatti, le scommesse, le risse, i colpi bassi sulle strade della beat generation e neppure di quella volta che disse a Ginsberg: «Sei finito, dopo Howl non hai scritto più nulla di decente». Tutto questo naturalmente Roberto Alfatti Appetiti lo racconta. È nella biografia Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski (Bietti, pagg. 300, euro 19). Quello che manca invece è la parte più insopportabile di Bukowski, cioè il poster. Bukowski è morto. È morto vent’anni fa e da allora è diventato uno stereotipo. Ogni tanto incontri qualcuno che assomiglia a Bukoswki e ti vomita addosso. Poi non si scusa perché è alternativo. Poi comincia a declamare, fingendo di biascicare, bestemmie banali sullo schifo del mondo. Poi ti dice che Hank è antiamericano e la sua scrittura rivoluzionaria. Poi occupa un teatro. E infine si fa pagare il conto perché è un’artista e per grazia divina e volontà della nazione va a scrocco. A questo punto per fortuna arriva una vera reincarnazione di Bukowski e gli chiude la bocca.
Il Bukowski di Roberto Alfatti Appettiti si mette a fare il poster solo se ha molto bisogno di soldi, se non è ancora abbastanza nervoso da mandare a quel paese i suoi lettori, se serve a rimorchiare. Il resto è uno che sogna di fare lo scrittore e ci riesce dopo i cinquanta. È disprezzo per accademici, colleghi, intellettuali e affini. È individualismo e egocentrismo. È quello che scrive. Sono le lettere che scrive a tutti quelli che gli scrivono. È menefreghismo verso le sorti del mondo. È rabbia verso i capatàz. È ammirazione per chi ha coraggio. È umano troppo umano. E ci sono tre figure che svelano la sua umanità. Tre uomini. Uno è il dolore, il secondo è l’occasione, il terzo è quello in cui sceglie di riconoscersi.
Non si sceglie il padre. Ti tocca in sorte e se ti va male lo disprezzi e ti disprezzi. Bukowski padre era un ubriacone di Philadelfia rotto in culo che abitava in via del nulla. Un fallito, ma questo è il meno. Il peggio è che ti picchia tre volte a settimana fino a tirarti fuori le budella. La paura è assomigliargli. Essere o non essere come lui. È quello che confessa nella poesia I gemelli. «Allargo le braccia come uno spaventapasseri al vento, ma non serve a niente: non posso tenerlo in vita, non ha importanza quanto ci odiassimo. Sembravamo identici, avremmo potuto essere gemelli, il mio vecchio e io. Questo è quello che dicevano… Va bene così. Concedeteci questo momento: in piedi di fronte a uno specchio, con addosso l’abito di mio padre morto, aspettando anch’io di morire».
Non si scelgono neppure i benefattori. Ti scelgono loro e ti cambiano la vita. Hank si arrabatta. Sogna di scrivere un romanzo, ma i racconti sono più veloci e lo fanno guadagnare. Serve un mecenate. Lo trova. Ora come cavolo gli è venuto in testa a John Martin di puntare sul poeta ubriacone? Oltretutto Martin è astemio. Non fa neppure l’editore. È un lettore seriale, un maniaco collezionista di prime edizioni, ma per lavoro fa il direttore di una ditta di forniture per ufficio. Questo signore della middle class trova i fondi per una casa editrice, la Black Sparrow Press, e passa a Bukowski 100 dollari al mese. È abbastanza per lasciare il posto da postino e scrivere romanzi. Uno dice: Martin sarà un riccone che non sa dove spendere i soldi? No, è solo uno che ha scommesso su un cavallo e ha vinto. È Bukoswski ad aver paura, perché un conto è sentirsi un grande scrittore, altro dimostrarlo. Ti dicono vai, non preoccuparti, devi solo scrivere. A quel punto o ti ubriachi o batti sui tasti. Oppure tutte e due le cose. Non con tutti funziona.
Gli ultimi tempi andava così. Quasi tutti i giorni stava lì, in quell’ospedale, seduto accanto al suo letto. «Mi trovai davanti a un omino sotto le lenzuola. Non gli rimaneva molto delle gambe. Gli avevano lasciato braccia e mani. La faccia era portentosa, da piccolo bulldog». Che si dicevano Chinaski e Bandini? Dicono che fosse l’italoamericano a parlare. Il diabete segna i giorni che ti mancano alla fine. Chinaski ascoltava. Trovi uno scrittore che riconosci come te stesso. Lo scovi nei romanzi dimenticati in una biblioteca pubblica. Dici al mondo che esiste un genio chiamato John Fante. Fai in modo che la tua fama lo renda immortale. Fai per la prima volta qualcosa di davvero grande per un tuo simile. Lo scegli come maestro. E finalmente ti ritrovi in lui. Bukowski come Bandini. Un personaggio che ha trovato l’autore.

venerdì 7 marzo 2014

L’inchiesta. I padroni del digitale: Paperon de’ Paperoni 2.0 poco orizzontali e poco social


di Federico Callegaro (Barbadillo)

Di getto non lo direbbe nessuno, ma Paperon de’ Paperoni rappresenta l’archetipo del moderno imprenditore di servizi digitali. È vero: è poco glamour, poco orizzontale, poco social. Ma, a differenza dei prodotti che vendono, tanto social, glamour e orizzontali non lo sono nemmeno i nuovi padroni del vapore digitale, i proprietari di Facebook, Apple, Amazon e Google. Stando ai dati relativi a questi colossi del fatturato, il business delle nuove tecnologie e dei servizi ad esse connessi è quanto di meno pop si possa immaginare.

La parola chiave per descrivere questo mercato, infatti, è monopolio, termine che fa pensare di più a signori con cilindro che fumano sigari, piuttosto che a startupper ventenni che rivoluzionano il mondo tra garage e dormitori di ateneo. Eppure i numeri parlano chiaro: Facebook ha un miliardo di utenti. La quota di mercato di Google nel settore delle ricerche online copre il 90% in Europa e il 70 negli Usa, con Android, poi, controlla il 75% dei sistemi operativi per smartphone. Amazon è il negozio online più grande del mondo e Apple controlla la metà delle vendite globali di musica digitale. Grandi gruppi con grandi affari come tanti altri, verrebbe da pensare, ma in realtà non esistono paragoni possibili con nessun altra azienda impegnata in nessun altro settore. L’industria automobilistica statunitense, per fare un esempio, non vende produttori che detengono una quota di mercato superiore al 20%. Lo stesso vale per l’Europa, dove Volkswagen, la più diffusa, resta sotto il 15%. Anche l’oro nero non ha nessun monopolista degno di sfidare Mark Zuckerberg e Co. e se si sommano le quattro più grandi società petrolifere del globo si arriva a coprire soltanto il 40% del mercato complessivo.

Ma l’egemonia dei “grandi quattro” non si limita a vederli spadroneggiare nel mercato ma anche a detenere quote azionarie bulgare delle loro compagnie: il papà di Facebook possiede quasi il 30% del social network che ha creato, i fondatori di Google, Sergey Brin e Larry Page, il 60% di azioni della società. Questo a fronte del fatto che di General Motors o Ford nessun singolo azionista possiede più dell’1%. Quali sono gli effetti pratici di un modello di business del genere? La nascita di super-capitalisti che detengono enormi fette di mercato e accumulano profitti vertiginosi nelle proprie tasche. Dei veri e propri Paperon de’ Paperoni che, tra l’altro, come il personaggio Disney, vivono la ricchezza come accumulo e non come potenziale per creare posti di lavoro.E qui si pone l’ennesimo problema legato alle potenzialità reali del mercato digitale: le mega aziende di servizi web non creano posti di lavoro o crescita economica.

Principalmente per tre motivi: in primo luogo perché pagano poche tasse, come dimostrano gli esempi di Amazon e Facebook, che hanno sborsato all’Italia rispettivamente 950mila e 132mila euro, grazie a una struttura societaria che permette loro di non fatturare gli introiti della pubblicità nel nostro Paese ma dirottandoli dove le aliquote risultano essere più basse (in Irlanda Facebook e Google, in Lussemburgo Amazon). In secondo luogo perché offrono servizi gestibili con un numero irrisorio di dipendenti: il sistema di messaggistica WhatsaApp, comprato da Facebook per 19 miliardi di dollari e utilizzato da 400 milioni di persone, ha soltanto 55 dipendenti in tutto il mondo. Per intenderci, sulla carta WhatsaApp in Italia potrebbe essere considerata una media e non una piccola impresa per soli 5 dipendenti in più rispetto ai 50 che servono per accedere alla categoria.

E lo stesso vale per aziende come Facebook e Google. La prima con una capitalizzazione di mercato pari a 57 miliardi e la seconda di 222 miliardi ma rispettivamente con 4300 dipendenti e 53mila a testa. Il terzo motivo è quello accennato in precedenza, la maggioranza delle azioni di questi colossi rimane nelle mani dei loro fondatori e, anziché spargersi nel pulviscolo di utili distribuiti tra infiniti azionisti, vengono reinvestiti nel consolidamento del monopolio, finanziando l’acquisto di tutte le giovani compagnie che un domani potrebbero diventare loro concorrenti.

Alla faccia dello studio di due ricercatori di Princeton che, applicando modelli presi in prestito dagli studi epidemiologici, hanno predetto la morte di Facebook per il 2017, i quattro monopoli/virus del virtuale sembrano molto lontani dal perdere energie, anche grazie alla capacità di nutrirsi dei piccoli concorrenti e all’assenza di regolamentazioni anti-monopolistiche. Insomma, nuotano in vasche di monete d’oro, assomigliano a Paperon de’ Paperoni ma all’orizzonte non si profila nessun Rockerduck che si rispetti.

giovedì 6 marzo 2014

Una bellezza così grande da spiazzare i salotti snob



di Stenio Solinas (Il Giornale)

La grande bellezza è il film più malinconico, decadente e reazionario degli ultimi anni, epitaffio a ciglio asciutto sulla modernità e i suoi disastri, ostinata quanto patetica difesa della memoria e del ricordo, nostalgia del passato, lancinante proprio perché inutile, consapevolezza che il futuro è solo una morte a credito.
Fa piacere che abbia vinto, sorprende, ma non più di tanto, che ad applaudire di più in Italia sia tutto quel milieu genericamente progressista che in esso è ritratto spietatamente e senza sconti.
Le avanguardie e/o post-avanguardie artistiche di cui ormai nessuno capisce più né il senso né il significato; gli intellettuali legati a una stagione «rivoluzionaria», il comunismo di lotta e di governo del tempo che fu, riciclatisi adesso in custodi di un moralismo accigliato da garanti di una democrazia possibilmente senza popolo; i giovani emergenti che hanno dalla loro solo l'età e la voglia selvaggia di apparire...
È una sorpresa relativa, perché ormai da più di mezzo secolo il camaleontismo che l'ha permeata le ha consentito le più incredibili capriole dialettiche: la condanna a morte delle tradizioni e lo slow food; il rifiuto del romanzo borghese e la logica del bestseller; la mitizzazione delle piazze, della «gggente», della vita in diretta e la tv pedagogica; il disprezzo per la propria storia nazionale e lo stupore sussiegoso se all'estero ci prendono a calci; l'estetica del brutto tenacemente difesa in nome del nuovo che avanza e la retorica della bellezza affidata a comici e presentatori. Sicché, verrebbe voglia di dire a Paolo Sorrentino, che il premio Oscar se l'è più che meritato, di guardarsi dagli abbracci della cosiddetta «classe dei colti»: nel migliore dei casi fingono, nel peggiore non hanno capito nulla.
Naturalmente, La grande bellezza non è solo un sermone funebre sulla decadenza di Roma e dell'Italia. Racconta anche la dissipazione del talento che ne è alla base, l'angoscia esistenziale di chi si trova ad assistere a un finale di partita e per molti versi è il Tempo il suo tema più grande, quel tempo che abbiamo sprecato, ce lo siamo lasciati sfuggire fra le mani e ora non resta altro che il rimpianto, il non aver colto l'attimo, illudendosi che sempre ci sarebbe stato il momento propizio, che sempre lo si potesse fermare. E invece dopo c'erano solo cenere e illusione.
È che nel frattempo è avvenuta la «grande mutazione» e non resta che muoversi fra i fantasmi e la realtà di una città talmente eterna nel suo aver visto tutto e il suo contrario, da poter irridere l'attualità.
Regista molto letterario, per il quale ciò che si dice vale quanto, e non meno, di ciò che visivamente si racconta, Sorrentino dissemina La grande bellezza di citazioni colte, a cominciare dal Céline di Viaggio al termine della notte con cui il film si apre: «Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. È dall'altra parte della vita». C'è spazio per Flaubert, Dostoevksy, Bellow e una delle sue chiavi, quella del Tempo, è in un altro scrittore francese, Paul Morand, di cui il protagonista parafrasa il fastidio di dover trascorrere la sera con una donna che, una volta fatto l'amore, si rivela vacua, nessun interesse in comune: «Non ho più l'età per sopportare una serata perduta».
Il senso del film è però racchiuso nel mai citato Ferito a morte di Raffaele La Capria, uno dei grandi romanzi del Novecento italiano: il mito della «bella giornata», dell'armonia che si pensava fosse gratuita ed eterna e che invece, proprio perché data per scontata, si perde per insipienza e malagrazia.
Il falò delle vanità e delle volgarità che il film racconta sta anche in questo, nell'esibizione insistita e orgiastica con cui si celebra il proprio funerale, privato e insieme nazionale: la mancanza di certezze, il venir meno delle fedi (lo strepitoso cardinale che dall'esorcismo è approdato all'arte culinaria) e delle certezze individuali: «“Ti ha deluso la gente?”. “No, io sono stato deludente”». L'esagerazione non è che una cartina di tornasole: «Ho esagerato. È quello che fanno gli scrittori falliti».
L'altro grande protagonista è Roma, e all'estero il film lo vedranno per questo: Palazzo Barberini e il Palazzo dei Cavalieri di Malta, villa Medici, l'Isola Tiberina e il lungo-Tevere, la Roma monumentale, miracolosamente intatta prima dell'invasione di tutto il brutto che con essa convive: il traffico, gli eterni lavori in corso, la sporcizia, la romanità sempre più becera, il turismo di massa sempre più sbracato... Una Roma che vive solo in quanto città morta, che respira solo in virtù di ciò che è stata, bellezza in rovina, fragile e inafferrabile, coinvolgente e deludente, in grado di fiaccare ogni volontà, di ridurre tutto a recita, di spegnere ogni soffio vitale. Anche il sindaco Ignazio Marino ha ringraziato il regista per il film. Un altro che non ha capito niente. O che fa finta. Del resto, è di Genova, ha fatto carriera negli Stati Uniti...

martedì 4 marzo 2014

NO AL RENZI SHOW!




Nella giornata del Martedì Grasso abbiamo voluto dire il nostro NO al Governo Renzi e lo abbiamo fatto a nostro modo: con dei fantocci caratterizzati dalla faccia del Presidente Renzi con tanto di parrucca e naso da clown e li abbiamo posti nelle varie sedi del Partito Democratico della Valdichiana.
Renzi vince le primarie del PD e si ritrova a fare il Capo del Governo senza legittimazione popolare! Gli italiani sono così governati da un politicante innamorato delle luci della ribalta, un ex Sindaco che non è riuscito a risolvere nessuno dei problemi della città che amministrava (come possiamo sperare che risolva i problemi dell’Italia tutta?), un demagogo d’avanspettacolo che non perde occasione per parlare e dire tutto ed il contrario di tutto. La democrazia, di cui lui per primo si riempie la bocca, è stata messa in un angolo per la terza volta consecutivamente in favore di logiche figlie delle pressioni internazionali e dei mercati che mirano ad impoverire il nostro Stato e a relegarlo ad un ruolo marginale.
Crediamo che questo sia inaccettabile, vogliamo quindi che vengano indette nuove elezioni per formare un Governo legittimo,non immobilizzato dalle larghe intese e con a capo una persona che non è stata eletta dai cittadini.

 







Noi diciamo NO alla politica imposta dalle grandi lobby!

Noi diciamo NO alla politica imposta da Bruxelles!

Noi diciamo NO alla politica imposta dalle banche!

Noi diciamo NO al RENZI SHOW!



lunedì 3 marzo 2014

CASAGGì FIRENZE: BLITZ A "I GIGLI". SVEGLIA, ITALIANI!



Può capitare che una tranquilla domenica di shopping possa rallegrarsi con una nota di colore. E' quanto accaduto nella giornata di ieri a "I Gigli", quando un nutrito gruppo di militanti di Casaggì ha fatto "irruzione" nel centro commerciale lanciando volantini e trattando il tema della sovranità. Mentre c'è chi fa la fila per l'Iphone, infatti, l'Italia è piegata dalle delocalizzazioni, dai governi delle staffette e degli incarichi affidati senza consultazioni popolari, dalla svendita di Bankitalia, dalle larghe intese che difendono solo gli interessi di quei poteri forti che stanno letteralmente affossando la Nazione. Un gesto simbolico, futurista, per risvegliare le coscienze e destarle dal sonno del consumismo, da quel sonnambulismo che sembra essere l'unico orizzonte di un quotidiano scandito dal suono dei registratori di cassa. Perchè la prima crisi non è nel mercato, ma dentro di noi. 


SVEGLIA, ITALIANI!
SABATO 15 MARZO TUTTI IN PIAZZA
PER IL CORTEO TRICOLORE
ORE 15 PIAZZA SAVONAROLA, FIRENZE

domenica 2 marzo 2014

Il Fronte della Gioventù di eresia e d’avanguardia. La storia “mai raccontata” in un libro di Amorese...

di Romana Fabiani (Secolo d'Italia)


«La gioventù sa vincere, ma non sa conservare la vittoria», firmato Lawrence d’Arabia. È il distico che apre il libro di Alessandro Amorese (edizione Eclettica) dal titolo Fronte della Gioventù. La destra che sognava la rivoluzione: la storia mai raccontata. Il giovane autore, giornalista e scrittore toscano, la prima tessera del Fdg solo nel ’90, è il primo nel panorama editoriale a ricomporre le mille tessere del mosaico di una delle più grandi organizzazioni giovanili del dopoguerra. Il volume denso di testimonianze inedite, presentato in anteprima ad Atreju 2013, è il frutto di un anno e mezzo di lavoro, un racconto «non di muscoli ma di cervelli» che intreccia l’evoluzione politica dell’organizzazione giovanile missina, troppo stretta nei recinti del partito, alle vicende umane in un percorso generazionale che parte dai primi anni ’80 (reduce dall’esperienza dei Campi Hobbit e della repressione del post-Bologna) e si ferma al 1995 con un occhio speciale al periodo 1990-95 che rappresenta la più grande novità espressa dalla destra politica italiana. Fu la stagione che vide in tutta Italia (da Roma a Verona, Bologna, Firenze, Siracusa, Reggio Calabria, Bari) un proliferare di sperimentazioni in campo politico e culturale e un mutamento antropologico dell’ideal tipo di destra. E la nascita di un nuovo movimento che fu l’avanguadia del partito, laboratorio permanente di progetti ereditati dalla successiva destra di governo. «Un dirigente periferico dell’Emilia Romagna mi ha detto di scrivere che fu come il Guf per il fascismo – racconta Amorese – non lo credo, ma l’ho scritto perché probabilmente a Modena fu davvero così». È un Fdg raccontato senza intenti autocelebrativi né fastidiosi tic autoreferenziali, parlano invece i fatti che ne fanno uno degli interpreti della fine del 900 italiano. Si parte dal congresso provinciale romano del 1982 che segnò il nuovo inizio con l’elezione di Gianni Alemanno nel nome dell’Autonomia giovanile, titolo del documento congressuale, con l’apporto decisivo della sezione Colle Oppio che “sponsorizzò” il futuro ministro e sindaco di Roma per superare la logica delle rissose e rigide correnti interne al Msi, viste come un bubbone e un freno a mano per i giovani. Sul fronte opposto Andrea Augello, rautiano doc che sfidava l’organizzazione ufficiale rappresentata da Fini.

«Era troppo importante per noi trovare una sintesi, non essendo né rautiani né almirantiani – spiega Rampelli – avevamo a cuore la ricostruzione del Fronte ed eravamo consapevoli che le condizioni storiche che si profilavano erano una irripetibili». «Alemanno – conferma Augello – si configura allora come l’uomo possibile della mediazione perché non spaventa le controparti ed è un ragionevole compromesso». Da quel “compromesso” nasce una giunta romana “fantastica” con Rampelli, Augello e i fratelli Buffo. Ma non finiscono le spaccature di un movimento diviso tra due correnti, due “mondi” che si tiravano le sedie ma che poi cantavano insieme il Domani appartiene a Noi. Oltre ai romani la nuova generazione Effedigì vide protagonisti Marco Valle e Paola Frassinetti a Milano, Raffaele Zanon a Padova, Fabio Granata a Siracusa, Enzo Raisi a Bolgona, Nicola Pasetto a Verona, Carlo Ciccioli nelle Marche, Roberto Menia e Almerigo Grilz a Trieste. E molti altri.

Paolo Di Nella è il ritratto del nuovo militate frontino, certo nazional-rivoluzionario ma lontano mille miglia dall’identikit del neofascista. «Di Nella è un ragazzo del futuro», scrive Franz Maria D’Asaro sul Secolo d’Italia. Nel suo nome si gioca la scommessa del futuro, a partire dalla scelta sofferta di non rispondere con la violenza alla violenza, di lasciarsi alle spalle il buio degli anni di piombo appena trascorsi. L’uccisione del militante ecologista ante-litteram, impegnato per il recupero del parco romano di Villa Chigi, è uno spartiacque per il Fdg. Da allora nulla è più come prima: si comincia con il superamento degli opposti estremismi e si finisce a occuparsi di ambiente, anti-mafia, politica estera, di un patriottismo “differente” che non è nostalgia post-risorgimentale, di comunità, si legge il sociologo Toennies, si guarda alle analisi di Pino Rauti, alFascismo immenso e rosso di Accame, all’eresia di Beppe Niccolai. Si torna nelle scuole e nelle università nel nome di un movimentismo capace di uscire dal ghetto e dalla mera testimonianza. E i fatti danno ragione ai pionieri del nuovo Fronte, che determinano un cambiamento di clima testimoniato dalle prime tiepide espressioni di solidarietà degli “altri” agli studenti di destra aggrediti, si sperimenta il dialogo con l’avversario (memorabile l’assemblea contro alla violenza alla Sapienza con ospite il compagno Duccio Trombadori). Nell’84 il successo della lista Fare Fronte per il contropotere studentesco (che adotta come simbolo la Croce Bretone) inaugura la stagione delle sigle parallele che fanno breccia nella società, un nome tra i tanti “Fare Verde” di Paolo Colli, anti-nuclearista doc.

Anche il linguaggio, persino i caratteri tipografici e la grafica, si trasformano: nell’84 appare il primo manifesto con l’immagine del gabbiano Jonathan Livingston con la scritta “per uscire dalla palude”, un anno dopo si entra a pieno titolo nel movimento dell’85 che vide in prima linea Marco Marsilio. E ancora, in un crescendo di “esperimenti” che cominciano a interessare i media, che scoprono per la prima volta “una destra normale”, il sindacalismo goliardico (“inventato” dagli universitari guidati prima da Fabrizio Crivellari e poi da Marco Scurria), l’avanguardia “paninara” che fa tendenza a Milano, la straordinaria esperienza della Comunità giovanile di Busto Arsizio, ideata da Giovanni Blini morto in un incidente stradale al ritorno dalla Festa di Siracusa, ed ereditata da Luca Pesenti e Checco Lattuada. Il successo editoriale del mensile Morbillo prurito avventura (diretto da un “inconsapevole Adolfo Urso) con le sue provocazioni culturali, l’ingresso del Che (magari accanto a Nietzsche) nella nuova narrazione underground perché «tutti gli uomini di valore sono fratelli». Un viaggio lungo vent’anni che arriva alla generazione Meloni con i nuovi dirigenti nati negli anni ’80. «Non sono riuscito a trovare nessuno che si sia pentito degli anni di militanza, certo i delusi sono tanti», scrive Amorese nelle conclusioni. Anche le occasioni sprecate: ma questa è un’altra storia.

sabato 1 marzo 2014

Miki “Il Greco”


di Franca Poli (Ereticamente)


Il 28 febbraio del 1975 durante l’assalto a una sezione di partito, fu assassinato con un colpo di pistola un giovane studente greco. Quando appresi la notizia, pur trattandosi di un avvenimento successo nella capitale, rimasi molto scossa perché di quel ragazzo avevo già sentito parlare qualche anno prima a Bologna.

Mikaeli Mantakas, detto Miki, era nato nel 1952 ad Atene, era venuto in Italia per studiare e si era iscritto proprio alla facoltà di Medicina di Bologna. In città aveva uno zio che esercitava la professione di medico in una clinica privata e che gli forniva anche supporto logistico. In quegli anni in Grecia vigeva il regime dei “Colonnelli”, all’Università di Bologna invece, vigeva il regime non dichiarato, ma praticato, del comunismo stalinista, dunque quando Miki si trovò coinvolto in alcuni disordini fuori dall’Università venne tacciato di essere un provocatore, spia del regime ellenico. L’equazione era presto fatta se si trovava in Italia e non era antifascista, secondo gli spiccioli canoni della massa di studenti bolognesi di sinistra, doveva essere un fascista che sosteneva il regime greco e dunque andava punito. Miki subì una vigliacca aggressione davanti all’istituto di Biologia e fu ricoverato in ospedale con quaranta giorni di prognosi.

Oramai aveva la nomea dell’infiltrato e non c’erano tanti posti dove sentirsi al sicuro dalle nostre parti, così scelse di cambiare città e approdò a Roma. Forse all’epoca non era nemmeno certo di avere idee politiche precise, ma quella gratuita punizione e le conseguenze subite, lo portarono sicuramente a sposare la causa contraria. Arrivato a Roma, iniziò a frequentare il bar di Via Siena, vicino alla Facoltà, lì conobbe e prese confidenza con i giovani del FUAN, ragazzi come lui, che la pensavano allo stesso modo.

Entrò a far parte di una comunità affiatata, con spirito cameratesco, un po’ di goliardia, un po’ di politica, un po’ di gioco, un po’ di vita vera, quello che ci voleva per lui lontano da casa e in cerca di affetti. Miki era giovane e si era anche innamorato di una ragazza del gruppo, Sabrina Andolina, bella, di qualche anno più piccola e che lo ricambiava, forse sognò anche di sposarla e di non lasciare mai più la città dove si sentiva felice e accettato. Era un bel ragazzo biondo con gli occhi azzurri e il naso diritto come nel più classico dei profili delle statue greche. Non gli rende giustizia la foto che è divenuta poi per tutti la sua icona, dove è ritratto con i capelli corti e il ciuffo anni cinquanta oramai fuori moda. Era quella del passaporto, di quando era arrivato in Italia e vecchia ormai di cinque anni. All’epoca dei fatti Miki aveva ventitré anni, i capelli lunghi, portava la riga a sinistra con una pettinatura moderna che ricordava uno dei caschi lisci dei Beatles, aveva coltivato folti baffi e barba. Indossava camicie di jeans e pantaloni a zampa di elefante come tutti i suoi coetanei e portava un foulard al collo. Miki a detta dei suoi amici era un ragazzo posato, gentile, amante della libertà, e contrario a ogni forma di violenza. La sua Sabrina lo definiva estremamente educato e rispettoso: “un ragazzo d’oro, meraviglioso, come qualunque ragazza avrebbe voluto avere…era davvero tanto dolce e premuroso”.

“Il greco”, come lo avevano soprannominato, era sempre un po’ a corto di denaro perché viveva con la rimessa dei suoi genitori ai quali era consentito per legge, mandargli ogni mese dalla Grecia la cifra massima di 157.000 lire. Con quei soldi riusciva a pagare l’affitto di una stanza in un appartamento che divideva con altri tre ragazzi, le telefonate che regolarmente faceva alla madre in Grecia, comprava qualche libro e raramente gli restava qualcosa per uscire a divertirsi. Forse fu per gli occhi dolci di Sabrina chissà, Miki, a Roma fece anche quello che non aveva fatto a Bologna, firmando in calce, diede il suo aperto sostegno alla lista “anticomunista” per il consiglio di Facoltà di Medicina e Chirurgia alle elezioni universitarie de La Sapienza e prese la tessera del Fuan, ironia della sorte, solo pochi mesi prima di venire ucciso dai nemici giurati di quel movimento. La sua fidanzata lavorava come segretaria nella sede nazionale dell’MSI di via Quattro Fontane, 22, lui andava spesso a Palazzo del Drago a trovarla e insieme pranzavano coi buoni pasto della segreteria, commettendo anche una piccola frode. Infatti lei era la sola avente diritto, ma con l’aiuto di una fotocopiatrice, i buoni si moltiplicavano e a mangiare erano spesso in quattro o cinque, gli amici più stretti: Miki, Umberto, Stefano e Sabrina, tutti militanti. Nella trattoria scherzavano, come fanno i giovani della loro età, ma parlavano anche di progetti e di politica. Fu proprio in una di quelle occasioni, il giorno prima che Miki morisse, che Umberto Croppi lo rimproverò bonariamente di essere presente solo quando si trattava di mangiare e di defilarsi invece al momento di agire. Miki diede la sua disponibilità, come sempre e, l’indomani andarono insieme davanti al tribunale dove si stava tenendo il processo contro gli assassini dei fratelli Mattei.

In quei giorni a Roma era in atto una vera e propria guerriglia urbana fra gli studenti di sinistra e quelli di destra. L’apertura del processo “Mattei” aveva surriscaldato gli animi, quel frangente era diventato motivo di scontro tra due mondi, tra due eserciti. Imputati dell’eccidio erano Manlio Grillo, Marino Clavo, latitanti e Achille Lollo che invece era alla sbarra, tutti e tre militanti di potere operaio.

I due fratelli arsi vivi e la loro immagine apparsa su tutti i giornali per i giovani di destra era una ferita che bruciava ancora, andava placata con la presenza alle udienze e il sostegno alla famiglia. Si sentiva il bisogno di prendere possesso dell’aula del tribunale, del territorio circostante per cercare di trovare respiro da quel fumo che nel ricordo recente, ardeva e bruciava le narici e nasceva nei cuori di tanti ragazzi l’impellenza di vendicare quegli sguardi imploranti di Virgilio e Stefano in agonia.

Di contro la campagna fatta dalla stampa volutamente cieca e faziosa e da Soccorso Rosso, nelle persone di Franca Rame e Dario Fò, voleva gli imputati vittime innocenti e scaldava gli animi di chi si lasciava manipolare dalle falsità raccontate di “faide interne” all ‘MSI. Lotta Continua con veementi articoli di Adriano Sofri, inneggianti la mobilitazione, accusava addirittura Avanguardia operaia di aver abbassato la tensione e chiedeva a gran voce, di scendere in piazza per la liberazione del compagno Lollo. Il risultato fu che si era pronti a tutto, sia a destra che a sinistra.

Dopo tre giorni di processo fra scontri in piazza, molotov e sprangate, si contavano diversi feriti fra entrambi le fazioni, e qualche fermato dalle forze di Polizia. Le colluttazioni avvennero anche in tribunale, quando fu chiamata a intervenire la signora Annamaria Mattei che, subito dopo aver invocato il nome dei figli, svenne in aula colta da malore e fu portata fuori a braccia. Nonostante questo clima, Miki con i suoi camerati, continuava la vita di ogni giorno, lontano anni luce dall’odio che attanagliava e ottenebrava le menti dei suoi assassini. La sera del 27 febbraio era al cinema con alcuni universitari del FUAN a vedere “Mondo candido”, un film liberamente tratto dal Candido di Voltaire e che nonostante il successo che stava riscuotendo, veniva giudicato da molti “un guazzabuglio di luoghi comuni”. A lui invece piacque e gli amici ricordano di averlo sentito dire “ Per me è giusto morire per il proprio ideale. Almeno è coerente”. Come fosse una profezia di quello che gli sarebbe accaduto il giorno dopo.

La mattina successiva, la giornata di battaglia cominciò alle sei mezza del mattino con lanci di pietre, bulloni, e mentre la sassaiola mandava in frantumi i vetri del Palazzo di Giustizia, gli scontri iniziavano anche sulle strade, nelle piazze e in via Suore della carità venne esploso un colpo di pistola contro un dirigente del Fronte della Gioventù. Davanti al tribunale alcuni ragazzi schiacciati dalla pressante onda d’urto dei “compagni” che arrivavano da tre direzioni diverse convergendo verso le gradinate, dove loro si trovavano in attesa di entrare, vennero aggrediti e feriti.

Uno sarà ricoverato per la frattura a un braccio provocata dal lancio di un mattone, un altro invece per una ferita da arma da fuoco a un ginocchio. I tafferugli continuarono anche quando si aprirono i portoni e i giovani si ammassavano all’interno. Proprio nel vestibolo del Tribunale quella mattina due ragazzi vennero alle mani, furono fermati e identificati.

Uno era un giovane di destra proveniente da Reggio Calabria che, per aver colpito l’altro con un pugno al volto, tre anni più tardi, sempre secondo il metodo dei “due pesi e due misure” che la giustizia usava con i contendenti, fu regolarmente condannato. Il secondo era un certo Alvaro Lojacono e verrà invece rilasciato alle undici della stessa mattina, per il pronto e pressante intervento degli avvocati del collegio di difesa. Quello che potrebbe sembrare un irrilevante avvenimento in mezzo ai tanti, acquisisce importanza se visto alla luce dei fatti avvenuti successivamente. Alvaro Lojacono risultò infatti essere l’assassino di Miki Mantakas: se le forze dell’ordine lo avessero trattenuto, forse il giovane studente greco non sarebbe morto.

In quei momenti anche Miki e i suoi amici erano in tribunale, ma l’incontro fatale avverrà più tardi quando all’una, rinviata l’udienza, lui e altri giovani di destra si diedero appuntamento alla sezione di via Ottaviano. Gli appelli di Lotta Continua erano stati accolti, fuori una marea di giovani in assetto di guerra era pronta a caricare i ragazzi che uscivano. I giovani di destra si organizzarono, per sottrarsi al linciaggio, qualcuno li faceva salire in macchina, quattro a quattro, e li portava a destinazione. Miki fu tra i primi a lasciare la zona del Tribunale e a sottrarsi ai disordini in atto, forse pensò anche di essere stato fortunato, così all’una e un quarto era già in via Ottaviano, quando iniziarono a piovere le bombe molotov all’interno della sezione.
L’aria si era fatta irrespirabile nei corridoi, il timore era quello che rintanandosi dentro si potesse fare la fine dei topi, allora un gruppo, con un atto di coraggio decise di uscire da una porta posteriore, per attaccare alle spalle gli aggressori, nella speranza di allontanarli, ma la trappola era stata preparata nei dettagli e appena i giovani usciti girarono l’angolo del palazzo, li accolse una pioggia di fuoco. Miki Mantakas, armato solo di una cintura arrotolata sul pugno, venne raggiunto da un proiettile che gli perforò il cranio e cadde.

La pioggia di molotov continuava, furono momenti di autentico terrore, gli amici con la forza della disperazione, rientrarono dal portone ancora aperto e, nell’angosciante tentativo di salvarlo, lo portarono dentro un garage del palazzo. A confortarlo nei suoi ultimi momenti di vita, Franco Anselmi, che per anni conservò, come una reliquia il suo passamontagna intriso del sangue del camerata.

Quello che successe dopo nelle concitate ore successive fu un susseguirsi di sparatorie e inseguimenti, assalti, fumo, fiamme, i portoni dei garage dove era ricoverato Miki vennero crivellati di colpi e un altro missino cadde ferito nel cortile, e in quella che fu una vera e propria guerriglia anche alcuni passanti subirono ferite da arma da fuoco.

Quando tutto finì Miki Mantakas, “il greco”, era morto. E come sempre succedeva, ebbe inizio la danza delle menzogne, dei mistificatori che ne fecero un “truffatore” ucciso dai suoi stessi camerati. Una certa stampa inzuppò il pane anche nelle dichiarazioni della madre del giovane che professava lui e la sua famiglia come “antifascisti”. Il meccanismo ineffabile di dietrologia era stato innescato e Mantakas fu dipinto vittima di bieche vendette interne all’ MSI, come già era stato per i fratelli Mattei.


La fortuita cattura di Fabrizio Panzieri uno dei criminali con la pistola, da parte di un appuntato di passaggio, libero dal servizio, e l’arresto di Lojacono, riconosciuto da molti testimoni anche esterni alla sezione, diedero il via comunque a un processo che si concluse in primo grado con l’assoluzione di quest’ultimo e la condanna del primo a nove anni e sei mesi. Si scatenò l’ennesima campagna innocentista portata avanti dai soliti di Soccorso Rosso e da decine di intellettuali di sinistra che si prodigarono in una prolifica stesura di articoli e libri e di cui si fece portavoce persino la scrittrice Natalia Ginzburg che si diceva “turbata” ritenendo che i giudici avessero voluto in quel giovane innocente “condannare un’astratta idea di violenza”.

Astratta capite? Ancora oggi, dopo tanti anni, mi riesce impossibile immaginare come si possa essere così volutamente ciechi per definire violenza astratta quella che lasciò sull’asfalto un giovane di ventitré anni.

In Appello, nonostante la “minacciosa” e intimidatoria presenza di alcuni giudici di Magistratura democratica, che parlottavano col collegio di difesa, la sentenza fu di sedici anni per entrambi gli imputati, ma nelle more tra un ricorso in Cassazione e la condanna definitiva i “bravi” giovani fuggirono e si dettero alla latitanza. Lojacono, per tutti coloro che avevano sostenuto la sua causa, si fece onore negli anni a venire militando nelle Brigate Rosse, facendo parte del commando che rapì Aldo Moro, partecipando al rapimento Cirillo, fu accusato dell’omicidio dell’assessore Delcogliano e condannato all’ergastolo per l’assassinio del magistrato Tartaglione, del consigliere Schettini e di altri rappresentanti delle forze dell’ordine: carabinieri, marescialli di Polizia e non so chi altri dimentico nell’elenco, per un curriculum di tutto rispetto degno di un vigliacco che mai affrontò la giustizia italiana. Condannato solo in Svizzera, dopo nove anni era in libertà e dal 1999 è a tutti gli effetti un uomo libero.

Miki Mantakas però sopravviverà ai suoi assassini nel ricordo di chi non dimentica, di chi ha valori in cui credere che non tramonteranno mai. Una generazione di ribelli, di sognatori forse, o forse solo di incoscienti che hanno rischiato e osato sempre con onore. Una generazione di uomini e donne che anche nel ricordo di chi è caduto ha giurato di non arrendersi, di mantenere vivi i propri sogni e gli ideali che li rendono liberi “lanciando sempre il cuore oltre le stelle.”