sabato 9 agosto 2014

Quando Bukowski invitava a “non parlare così forte e a leggere Cèline”...


tratto da Rivista Politica

Ho iniziato a leggere Bukowski in prima liceo, alla fine degli anni ’90 – lo scrittore era venuto a mancare pochi anni prima, nel 1994. Un qualche compagno di classe aveva sentito parlare di Post Officee l’aveva preso in prestito in biblioteca: la versione originale era del 1971 e quella che era arrivata a noi era una ristampa economica, che ci siamo passati di mano in mano, leggendola con avidità (va da sè che nel caso in cui la copia in questione non sia mai stata restituita, ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale).
Quando il programma di italiano prevedeva il Dolce Stil Novo, Petrarca e Poliziano, Bukowski era inaspettato, rivoluzionario. Ne parlavamo all’intervallo; quando la ricreazione era finita se ne discuteva nei gabinetti – perché i bagni dei licei italiani come è noto ne sono il salotto letterario e la tribuna politica. Bukowski raccontava addirittura Los Angeles quando non c’era nemmeno Ryan Air a portarci a Londra al prezzo di un paio di jeans nuovi; ne raccontava il degrado, la rabbia e lo faceva con disprezzo o ironia, e noi lo capivamo tutto o così ci sembrava: a sedici anni gli scrittori ci parlano in privato e i libri ci cambiano la vita. E poi: che grammatica, che stile, che punteggiatura! Niente rime, niente metafore, poche lettere maiuscole e molte imprecazioni: Post Office non fu per me che l’inizio di un amore duraturo per l’opera di un autore complesso e prolifico.
Bukowski ha condiviso con i lettori un’infanzia dolorosa (Panino al prosciutto) e una profonda vena poetica; l’alcolismo e la solitudine; il cinismo e la tragica inutilità di molti lavori dell’età contemporanea, la spaventosa chimera della possibilità di carriera. Ci ha messo in guardia contro il cosiddetto successo, ha espresso riserve sulle trappole del posto fisso e l’alienazione delle masse: è stato l’antitesi della gauche caviar e dei benpensanti. In povertà, combattendo per farsi pubblicare, scriveva in una Los Angeles agli antipodi dell’American dream con rabbia e disgusto per alcuni aspetti della civiltà contemporanea (prima di tutto il mercato del lavoro), sentimenti vivi più che mai nell’Occidente riemerso dalla crisi dei mutui subprime.
A vent’anni dalla morte, una biografia celebra la vita e l’opera di Bukowski: Tutti dicono che sono un bastardo (edizioni Bietti), di Roberto Alfatti Appetiti.
Il libro prende in considerazione molti aspetti della vita dello scrittore: dalla travagliata storia familiare al lavoro da postino alle prime pubblicazioni, dal (difficile) rapporto con le donne e il femminismo a quello con la corrente letteraria beat (altrettanto difficile). Ne emerge un ritratto molto umano, lontano dai clichés e non privo di contraddizioni: nel mondo dell’editoria, Bukowski sembra incapace di mantenere rapporti amichevoli anche con quei pochi che lo appoggiano quando non apertamente ingrato e sfacciato, in linea con il titolo del libro. Anche se le donne vanno e vengono (ma per di più vanno), un amore immenso ha caratterizzato la vita di Bukowski – l’amore per la letteratura: profondo e totalizzante, pare essere un sentimento ideale che ammette pochissimi eletti e non risparmia mostri sacri (sì a Dostojevskij, no a Gogol’; sì a Fante, no a Shakespeare).
La visione politica di Bukowski è controversa e radicale, un riflesso della vita e del carattere dello scrittore: Alfatti Appetiti ne fa un resoconto dettagliato, dedicandogli un capitolo apposito.
Essere di origine tedesca nell’America del dopoguerra non era stato facile, nè lo era stato sopravvivere ad un padre dispotico e violento e ad una forte forma di acne giovanile: l’adolescenza di Bukowski pone le premesse per un’esistenza ai margini, da outsider. In questo contesto, una volta all’università, si avvicinerà a gruppi filo nazisti, naturalmente più a suo agio fra i reietti che fra i vincenti. Non legge il Mein Kampf nè si cura di Hitler ma ammira gli eroi di guerra tedeschi e, soprattutto, vuole provocare. Anche più avanti, presto stanco del fanatismo dei nazisti e lasciata l’università, ci tiene a mantenere la fama guadagnata: «una sera venne uno studente a casa mia e dopo alcune birre mi disse: “il mio prof dice che sei un nazista e che venderesti tua madre per cinque centesimi”. “Non è vero, mia madre è morta”». Di certo detesta quanto percepisce come ipocrisia di sinistra e non ha simpatie per il comunismo, ma il credo politico ed umano di Bukowski non è semplicemente un’ideologia: è il disgusto profondo per il politicamente corretto, è l’opposizione alla dittatura del pensiero prevalente, ad ogni costo. Meglio ancora se si può essere additato come nazista, beffandosi dei benpensanti.
Lontanissimo da queste provocazioni, oggi Bukowski è per di più un nome a piè pagina per giustificare aforismi di dubbia provenienza da condividere su Facebook. Una ricerca su Google per citazioni di e su Bukowski dà circa 165,000 risultati – davvero mainstream per un autore che si era trovato a suo agio soltanto con gli emarginati: una biografia sincera e senza reticenze, che raccontasse un Bukowski appassionato, difficile, a volte anche bastardo era necessaria.
Irriverente, irrispettoso, disincantato e ironico, non risparmiava le opinioni – alla fine degli anni ’80, intervistato da una giornalista italiana che gli chiede ovviamente «che cosa vorrebbe dire al pubblico italiano?», risponde: «di non parlare così forte e di leggere Cèline». 

giovedì 7 agosto 2014

Il mondo a misura di "Selfie"? Soffoca la voglia di cambiare

di Marcello Veneziani

Ogni civiltà è animata e sorretta da una visione del mondo. I tedeschi la chiamano Weltanschauung , è una concezione della vita in relazione al cosmo e alla cose visibili e invisibili, concrete e spirituali. Proviene dalla religione, attinge dall'arte e dal pensiero, si lega ai caratteri, i costumi e le tradizioni, si riconosce in una storia.

Una visione del mondo funge da modello e da idea fondativa, da riferimento comunitario e da orientamento per la vita; è stato il punto di coesione di ogni civiltà. Per la prima volta nella storia la nostra società si connota invece per l'assenza di una visione del mondo, anzi per il suo rovesciamento: la globalizzazione è infatti il mondo come fatto, senza visione. Il suo principio metafisico è la libertà da ogni visione, il suo orizzonte è la tecnica, il suo paradigma è l'economia, la sua sovranità è l'individuo, a prescindere dalla comunità in cui è situato. Tutto è revocabile rispetto alla natura, tutto è inarrestabile rispetto alla tecnica. Questa è la prima società che rifiuta di riconoscersi in una visione del mondo; la prima senza un modello. La prima società che volta le spalle a Platone, respinge un'idea del mondo che vede destituito d'ogni fondamento; o se preferite, rigetta un pater , cioè un paradigma di riferimento. Il pater , o il canone, puoi anche confutarlo e perfino ribellarti, ma è necessario.

Critichiamo il Pensiero Unico ma cambia secondo i punti di vista: chi lo vede nel liberal-liberismo, chi nel conformismo radical-progressista, chi nel politically correct o nel tecnoscientismo. Ma a ben vedere non c'è pensiero, c'è solo un processo teso a uniformare le differenze e a spegnere idee, pensieri e visioni. Per altri versi si tratta dell'elevazione dei mezzi a scopi di vita, la tecnica che da strumento diventa fine a se stessa, l'economia che si costituisce da serva in regina. È il dominio della ragione strumentale, direbbe Max Horkheimer; la tecnica ha come unico scopo l'accrescimento della sua potenza, aggiunge Emanuele Severino. La storia va fuori corso, il processo è automatico.

Nella società cieca, priva di visione del mondo, la prospettiva di ciascuno è nella sua feritoia o nel suo campo d'accesso alla rete; non ha più senso avere una visione generale delle cose, in rapporto alla nascita e alla morte, all'anima e al corpo, all'essere e al divenire, alla comunità e alla tradizione, ai padri e ai figli, al ciclo cosmico e a quello biologico, al senso religioso e al legame patrio. E se qualcuno si ostina a coltivare questa pretesa, deve renderla introversa, legata alla sua dimensione privata, riducendo visioni del mondo a hobbies, altarini privati o intime convinzioni. Ciascuno ha le sue collezioni di farfalle...

Ogni estensione dei diritti e delle libertà individuali viene salutata come una liberazione da una visione del mondo: ciascuno sceglie la sua strada, non impedirglielo, tu farai la tua, non c'è un modello generale a cui attenersi. Così una società non ha più un mondo comune, eccetto quello dello scambio economico e tecnologico. Chi vuol avere visioni del mondo, diceva Max Weber, vada al cinema; oggi diremmo accenda il video, della tv, del pc o dell'iPad. Solo nella dimensione della fiction e dell'hobby, ai margini della vita o nella pieghe del privato, è possibile coltivare visioni provvisorie. Mille visioni del mondo, private e cangianti, a cui votare la propria infedeltà di utente; rispetto a cui siamo in minima misura agenti e in larga misura spettatori e ricettori. Il mito si fa icona o game sul display, la visione si riduce a figura, o figurina. Il mondo sono io, il selfie lo certifica. Si perde di vista l'intero.

Lascio ad altri il compito di giudicare se sia un progresso o un regresso, se sia un segno d'emancipazione o di degrado. A me basta sapere che questa svolta sta trasformando radicalmente l'umano, lo rende geneticamente modificato. Gli ogm postumani seguiranno la loro strada; ma chi appartiene come noi alla genia precedente preferisce vivere alla luce di una visione del mondo. Non è detto che l'avvenire sarà esclusivamente abitato dagli ogm senza visione, si può perfino figurare una divaricazione radicale; la mutazione antropologica potrà produrre due o più tipi, magari anche intermedi, polivalenti o anche solo ambivalenti. Ma da umano quale sono, reputo una grave riduzione delle mie facoltà intellettive, spirituali e morali, la perdita della visione del mondo e la sua sostituzione con un automatismo digitalizzato. È come se si spegnessero o si staccassero i nessi che legano il corpo alla mente, gli uomini tra loro e al mondo stesso, l'anima all'apparato biologico, gli stati d'animo al paesaggio, colto tramite i sensi e l'intelletto. La visione del mondo è il tentativo dell'uomo di costituirsi dei fini e non solo dei mezzi di sussistenza. O di riconoscere finalità superiori al puro procedere del tempo, dei corpi e delle macchine. Ma è anche la possibilità di trascendere lo stato di cose presenti, di non accontentarsi degli assetti vigenti, e dunque cimentarsi in imprese, proiettarsi in scenari futuri. 

Dalla visione del mondo sorge lo spirito visionario di chi sa vedere oltre e realizzare quel che ancora non c'è. L'utopista parte dall'abolizione della realtà, dall'opposizione radicale tra la città presente e la città futura. Il visionario invece è legato profondamente alla realtà dalla visione del mondo e nel nome di quella intende realizzare l'opera. Riconosce una vita potenziale in quel che già c'è, si sente maieuta, ostetrico teso a far divenire ciò che è, non ad abolirlo. Il visionario non cerca l'uomo nuovo, ha uno sguardo meta-fisico, non anti-fisico, va oltre e non contro la realtà e gli umani, vede l'idea come il compimento della realtà e non come la sua negazione. È il fiore che dà frutti, è l'acerbo che matura, è la potenza che si fa atto. Ogni visione del mondo ci collega alla vita, al passato e al futuro. Non separa uomini e fatti, non li isola nel loro accadere o nei loro impulsi momentanei, ma li coglie in un contesto, all'interno di un mondo e una continuità. Viceversa domina la barbarie dello specialismo, diceva Ortega y Gasset, che perde di vista l'intero e si fissa sul particolare. La visione del mondo è connessione e relazione, come logos, polis e religio; genera attività spirituale, suscita il pensare e l'agire che connota la nostra umanità. È intelligenza del reale. Dalla visione del mondo sorge la linea di confine che tracciò Dante tra i bruti e chi segue virtù e conoscenza. Anche la brutalità evolve col tempo. Si può viver come bruti anche navigando in borsa e maneggiando lo smartphone...

mercoledì 6 agosto 2014

Quando Ezra Pound insegnava a Patty Pravo “il valore del silenzio”



di Marco Minnucci (Barbadillo)

Nello scorcio di una Venezia dei primissimi anni 60, si sono incrociati gli estremi di due vite: quella dell’immenso poeta Ezra Pound e quella di una ragazzina, Nicoletta Strambelli che, prima di venire regina del Beat e di diventare Patty Pravo “La ragazza del Piper”, ha vissuto una brevissima adolescenza nella città veneta, a Santa Marta, nella casa dei nonni a cui i genitori, industriali che risiedevano nella vicina Mestre, l’avevano affidata.

Ezra Pound e Patty Pravo si trovarono nella medesima ipotetica “stazione”, l’uno con il bagaglio del ritorno, enorme, pieno di vita, ideali, pensieri, scritti, e l’altra con una leggerissima valigia di cartone, quella di chi qualche anno dopo, nel 1965, avrebbe lasciato Venezia per scrivere una delle pagine indelebili della musica italiana.


L’anima prava racconta a Malcom Pagani, per “Il Fatto Quotidiano”: “Sono cresciuta in una Venezia bellissima, in cui potevi ascoltare i passi di chi camminava nella calle a fianco e Piazza San Marco somigliava a un grande parco giochi. Nel giardino di famiglia, all’ora del tè, si affacciava Angelo Roncalli e in spiaggia marciavo al ritmo di Ezra Pound senza fiatare. Io, lui e sua moglie ci incontravamo alle Zattere per mangiare gelati nelle mattine in cui a scuola facevo le manche” (uno dei tanti sinonimi disseminati per l’Italia per chiamare l’assenza scolastica all’insaputa dei genitori, ndr).
“Ezra Pound mi ha insegnato che troppe parole non fanno un grande pensiero” continua Patty Pravo ricordando il grande Poeta: “Mi ha insegnato lo straordinario valore del silenzio. Si può comunicare benissimo con la mente e con gli sguardi godendo delle medesime cose. E’ raro però… ringraziando il cielo succede”.

La donna al fianco del poeta, a cui fa riferimento Patty Pravo, è Olga Rudge e non la moglie legittima di Ezra Pound, Dorothy. Olga, infatti, pur avendo vissuto molti anni in un’atipica competizione con la consorte, è stata l’unica donna ad accompagnare gli ultimi dieci anni di vita di Pound quando, liberato dalla prigionia, si trasferì nella casa di Venezia e poi in quella di Rapallo.

Per immaginare la figura del poeta negli anni veneziani, è significativa la raccolta fotografica di Lisetta Carmi che, nel 1966, andò nella casa a Sant’Ambrogio di Rapallo e scattò una delle più rare gallerie fotografiche dedicate a Ezra Pound. La raccolta di immagini, editata con il titolo: “L’ombra di un poeta” (Milano, ObarraO edizioni, 2005) ritrae un Ezra Pound invecchiato, silenzioso, “in pigiama con una vestaglia scura e ampia che tiene chiusa con mani scheletriche.”


Non ci siano testimonianze o documenti che attestino che Pound e Patty Pravo si siano visti o sentiti dopo il 1965, ma siamo certi che il sommo poeta americano nutrisse un certo interesse per la musica, sufficiente per venire a conoscenza del successo dell’artista. L’attenzione per la musica di Ezra Pound ci è testimoniata dalle note biografiche che riportano come nel 1967, cinque anni prima della morte, andò a trovarlo a Venezia Allen Ginsberg e, dopo cena, racconta Mark Kurlansky, i due fumarono, ascoltarono i Beatles: «Ascoltandoli – scrive il giornalista – Pound sorrideva, sembrava apprezzare in particolare certi versi, batteva il tempo con il suo bastone dal manico d’avorio…».

martedì 5 agosto 2014

Basta immigrazione


Ogni giorno sbarcano sul suolo italiano centinaia di clandestini. L’Operazione “MARE NOSTRUM”, fallimento totale del governo Renzi costato agli italiani milioni di euro, ha il solo scopo di riempire le tasche di quei poteri che lucrano sull'accoglienza dei migranti. 

Il nostro Paese,colpito dalla crisi e da una disoccupazione da record, non è in grado di offrire aiuti concreti a chi raggiunge le nostre coste. Le politiche buoniste di certa sinistra, che blaterano di integrazione dal caldo dei salotti buoni, non riescono a fronteggiare un'emergenza che ci travolge.
I milioni di euro sperperati, l'abolizione del reato di clandestinità e l'assoluta mancanza di una strategia di respiro europeo sono solo alcune delle follie di questo esecutivo, l'ennesimo che nessun italiano ha mai votato.

CASA, LAVORO E GIUSTIZIA SOCIALE:
PRIMA GLI ITALIANI.
APRIAMO GLI OCCHI.
DIFENDIAMO L’ITALIA.

domenica 3 agosto 2014

Un esempio di soft power occidentale: la propaganda omosessuale contro la Russia

putin


di Enrico Galoppini (Azione Tradizionale)

(eurasia-rivista.org)–Per comprendere correttamente la propaganda omosessuale esercitata dall’America e dai suoi alleati contro la Russia, è necessaria una premessa che permetta d’inquadrare la questione nel più vasto contesto di quelli che vengono definiti i “valori occidentali”.
Tra questi si contano senz’altro quelli della “libertà” e della “tolleranza”.
Bisogna però intendersi bene su cosa s’intende con queste parole. 
Per l’occidentale medio moderno – ovvero colui che è il portato di almeno due secoli e mezzo di speculazione filosofica illuminista e laicista, delle “rivoluzioni” politica, industriale e tecnologica, oltre che di due guerre mondiali che ne hanno minato le preesistenti “certezze” – concetti come “libertà” e “tolleranza” trovano il loro fondamento nell’idea che ciascuno disponga di un inalienabile “diritto di scelta”.
Un “diritto” che si esplica dall’acquisto di un prodotto all’abbigliamento preferito, dalla preferenza per il luogo in cui vivere a quella per una religione o un’altra, fino alla libertà di scelta del genere sessuale.
Di pari passo, l’occidentale soddisfatto di essere “moderno” considera il “relativismo” quale la pietra angolare di ogni relazione sociale e culturale. Ogni “assoluto” è apertamente considerato un retaggio di una mentalità “barbara e retrograda”.
Il “relativismo”, a sua volta, si sposa con l’individualismo e l’utilitarismo: l’essere umano, che si concepisce come mero “individuo” in grado di prescindere da ogni dimensione nazionale e comunitaria, opta per ciò che più gli fa comodo in un certo momento.
Siccome tutti sono incoraggiati (dai “media” e dagli “intellettuali”) a pensare e a comportarsi in questo modo, ecco che l’Occidente postula un mondo senza più “confini”, fisici o mentali che siano. La nozione stessa di “limite” dà tremendamente fastidio.
L’uomo moderno si considera di conseguenza come il più “aperto” tra tutti i suoi simili che lo hanno preceduto o che ancora si “attardano” su visioni del mondo “del passato”.
Ma sebbene tutto ciò sembri preludere ad una radiosa “nuova era” dell’umanità, di cui l’Occidente coi suoi “valori” sarebbe l’avanguardia, c’è da considerare il fatto che vi è un Grande Assente.
Il Grande Assente è Dio.
Bisogna tuttavia intendersi. Anche nell’Occidente propriamente detto esistono uomini per i quali Dio ha un posto nella loro vita. Ma il più delle volte “l’idea di Dio” che si fanno è quanto mai distante da quella che tradizionalmente si sono fatti tutti i popoli e le civiltà precedenti.
Il ‘dio occidentale’ – ovvero la maniera in cui i moderni s’immaginano il Principio, l’Origine di tutte le cose – è una proiezione delle loro predilezioni e dei loro desideri più o meno frustrati ed inconfessati. Un “dio” siffatto è l’anticamera del “mondo senza Dio”, poiché per tutte le tradizioni religiose che ci hanno preceduto Dio “ha parlato”, indicando chiaramente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per le Sue creature. Destinate alla beatitudine o alla dannazione.
Per il “pensiero moderno”, detto “laico”, ciò è inconcepibile. Per esso è l’uomo a dover decidere, in prima persona, quel che è “bene” e quel che è “male” per lui. La religione, in un simile contesto, finisce per svolgere un ruolo ‘consolatorio’, oltre che quello di agenzia per il sostegno di alcune categorie di “bisognosi”.
Le conseguenze devastanti dell’ateismo di fatto occidentale non sono forse ancora state considerate appieno, né si sono manifestate in tutta la loro funesta tragicità.
Il risultato, comunque, comincia a delinearsi chiaramente, e va sotto il minimo comun denominatore del “caos”. Una mancanza di un Ordine, quello patito dalle “società occidentali”, che non può non estendersi al basilare ambito dei sessi e delle relazioni tra di essi.
Nelle suddette aggregazioni umane regolate in base allo schema “contrattualistico” (simulata societas), opposto a quello “natural-comunitario” (innata societas), ciascuno viene educato alla massima del “fai come vuoi”, la quale, tanto per chiarire ulteriormente le cose, era la stessa di Aleister Crowley, considerato uno dei capostipiti del Satanismo moderno.
Siamo partiti dalla “libertà” e dalla “tolleranza” e ci troviamo nel Satanismo.
Non è affatto uno scherzo, né un’esagerazione.
Il Satanismo, ridotto alla sua essenza, è – più che l’adorazione di qualche strano essere raffigurato con le sembianze d’un caprone – la deificazione di se stessi, di quell’ego illusorio che ogni tradizione religiosa regolare indica come il “nemico principale” (e fondamentalmente l’unico).
Questo nemico dell’uomo, che gli è più vicino della sua stessa vena giugulare, che non l’abbandona mai e, anzi, eleva il tiro a seconda del grado di realizzazione spirituale di ognuno, è alla base di ogni deviazione moderna, da quelle teologiche a quelle politiche, da quelle economiche a quelle culturali eccetera.
Non si va lontani dal vero affermando che il “mondo moderno” è un ambiente nel quale le forze più basse che traggono l’uomo nei recessi più reconditi ed oscuri della sua coscienza confusa hanno avuto, mai come ora, una piena libertà di esprimersi.
Ad ogni modo, di fronte a tali forze, provvidenzialmente, si erge sempre un “katéchon”, ovvero “ciò che trattiene o colui che trattiene”, che con la sua stessa presenza dilaziona l’avvento del Regno parodistico dell’Anticristo.
Non è facile individuare nel concreto chi o che cosa svolga tale funzione nella nostra epoca. Tuttavia, ci sono vari indizi che permettono di scorgere nella dirigenza della Federazione russa, e, nello specifico, in Vladimir Putin, un elemento che frena lo scatenamento di quelle forze, evitando il crollo definitivo della “muraglia”.
Tale ruolo non è appannaggio esclusivo di nessuno, pertanto si può ascrivere a questa provvidenziale funzione anche l’azione di altre organizzazioni o altre personalità. È universalmente noto, infatti, il ruolo dei santi e delle loro preghiere.
Ma qui stiamo parlando di politica, e poiché ciascuno fa la sua parte, va detto che Putin ha contribuito non poco, con le sue iniziative, a non far precipitare la parte di mondo che egli amministra nella medesima spirale “egoica” che altrove ha visto dispiegarsi, uno dopo l’altro, fenomeni edonistici di massa o elitari, tutti parimenti distruttivi.
Questo ruolo la dirigenza russa lo condivide con altre dirigenze “non allineate”: si pensi alle pressioni mediatiche esercitate su Ahmadinejad, il quale, ospite in Europa, venne bersagliato con domande sui “diritti degli omosessuali” in Iran, rispondendo ai giornalisti che “il problema non sussiste”, poiché nella Repubblica Islamica non è previsto un “terzo genere”, visto che ad un certo punto chi non si sente bene nel sesso che la Natura gli ha dato deve prima o poi cambiarlo (cosa non proibita dall’Islam sciita, che ammette il necessario intervento chirurgico), senza restare indefinitamente coi proverbiali piedi in due staffe.
L’Occidente, nel frattempo, è andato molto più avanti, avendo cernito ben ventitré “generi sessuali” (1)! Ciò non è affatto strano, poiché, come premesso, una volta reso l’ego (cioè il proprio Satana interiore) la propria guida e il proprio metro di giudizio, ogni “libertà” è ammessa.
Ma questa “libertà” richiede, a suo modo coerentemente, di essere legittimata e resa perciò “legale”.
Di qui la propaganda e le pressioni che investono in primis i Paesi posti sotto diretto controllo dell’America, che devono adeguare le loro leggi in materia, accogliendo le nuove idee sui diversi “orientamenti sessuali” (2), mentre il medesimo apparato persuasivo viene scatenato contro il resto del mondo non ancora “al passo coi tempi”.
Le occasioni non mancano, in particolare in Russia: dalla mancata concessione delle autorizzazioni per il “Gay Pride” a Mosca (3), all’inaugurazione delle Olimpiadi invernali a Sochi nel febbraio del 2014.
Proprio in concomitanza con quest’evento, in un articolo per il sito della rivista, che invito a leggere (4), mi sono occupato della questione, cercando di individuare alcuni elementi che val la pena di ripetere ed approfondire.
Per prima cosa, è da rilevare che non si tratta di mera “propaganda”.
Il cosiddetto “soft power” – nel quale possiamo inscrivere la propaganda pro-omosessuali – è importante per l’America e gli occidentali quanto le armi vere e proprie. L’attacco a quelle realtà rimaste immuni dal contagio edonistico viene portato, in mancanza della possibilità di attaccare con le “cannoniere”, con una capillare opera di penetrazione nelle mentalità di cui si fanno carico “intellettuali” e “giornalisti”. A montare “il caso” bastano inoltre pochi “attivisti”, circondati dalle telecamere dei “media”: ciak, si gira, va in scena la “repressione”! Come da manuale della “sovversione” nella quale si sono specializzate alcune agenzie governative e non, appositamente create per diffondere la retorica dei “diritti umani”.
Nel succitato articolo rilevavo anche lo sprezzo del ridicolo da parte dei dirigenti americani quando affermano di “difendere la diversità” (5). Ricordavo infatti la fine che hanno fatto i popoli nativi del “nuovo continente”, al confronto con quelli d’Eurasia che hanno conosciuto da secoli la colonizzazione russa. Da una parte lo sterminio e la riduzione alla fame, dall’altra l’inglobamento in una “casa comune” che conta una miriade di etnie e religioni, di cui periodicamente il presidente Putin tesse orgogliosamente l’elogio in quanto rappresenta il fiore all’occhiello del “rispetto delle differenze” così come viene concepito dalla dirigenza russa (6).
Il contrasto tra il “communitarianism” anglosassone e la naturale interazione di popoli diversi, che vivono sulle loro terre storiche nell’ambito di una compagine plurinazionale con una guida comune non potrebbe essere più evidente.
Oltretutto, le “comunità”, tra cui si annovera anche quella LGBT (7), sono un terreno fertile per le “rivendicazioni” all’insegna proprio di quella “libertà” astratta che abbiamo testé denunciato e che viene alimentata coi mezzi più subdoli. Si tratta della strategia del divide et impera che crea per l’appunto “minoranze”, “popoli oppressi” ed altre “categorie” – tra cui quelle “di genere” – meritevoli d’un qualche tipo d’interessamento da parte dell’America e delle sue schiere di nuovi “missionari” (8).
Siamo di fronte a due modelli antitetici: la Russia persegue l’unione nella diversità, cercando ciò che unisce seppur nelle inevitabili differenze; l’America alimenta ed esalta le “differenze”, con l’obiettivo di appiattire tutti quanti su una parvenza di unità che si regge non sul riconoscimento della fondamentale unità delle rispettive radici e tradizioni (“modello russo”), quanto su un “contratto sociale” di tipo utilitaristico che permette, proprio a scapito delle radici e delle tradizioni, di dare libero sfogo alle “libertà individuali”.
La Russia, consapevole della portata distruttiva della cosiddetta “ideologia del genere”, che sta producendo altri capolavori come l’idea balzana che possa esistere una particolare forma di omicidio denominata “femminicidio” (9), nel gennaio 2013 ha così proibito ogni forma di propaganda da parte dei militanti per la “causa omosessuale”.
Subito, le catene mediatiche occidentali, hanno parlato di “legge anti-gay”. Ma non è vero che questa legge, approvata da 388 membri della Duma (con un voto contrario ed un astenuto), sia “contro i gay”. Essa è semplicemente contraria alla propaganda omosessuale (10). O meglio, è “contro i gay” nella misura in cui il termine “gay” indica il militante di una causa che i nemici della Russia utilizzano per scardinarvi ogni ordine naturale (11).
La legge in questione colpisce in maniera particolarmente severa la diffusione di quest’ideologia tra i bambini. Tutto il contrario delle scuole occidentali, nelle quali appositi “programmi educativi” sono destinati proprio alle scolaresche d’ogni ordine e grado, senza risparmiare quelle delle scuole materne…(12). Ma è tutto il sistema occidentale che va adeguandosi, con l’industria dello spettacolo a fare da “avanguardia dell’Inferno” (si pensi a video di certe “popstar”) e le amministrazioni locali che istituiscono “servizi” appositamente dedicati (13).
Il “politicamente corretto” fa il resto. Così, appena qualcheduno esce dai “limiti del discorso”, peraltro sempre più ridotti, ecco che viene bollato come “omofobo”.
Le leggi “contro l’omofobia” sono così diventate all’ordine del giorno dei Paesi cosiddetti “avanzati”, e quel che più sbalordisce chi osserva questo fenomeno è il pressoché completo allineamento all’opinione pro-gay di tutti coloro che hanno una qualche “posizione” nella società.
La questione presenta varie analogie con quella dell’“antisemitismo”. In entrambi i casi nessuno può fiatare, pena l’esclusione e la morte civile, ma la “categoria intoccabile” non è né amata né fondamentalmente rispettata dai “padroni del discorso”. Tant’è vero che né gli omosessuali non militanti (che non pretendono di essere sposati, per esempio) né gli ebrei non appiattiti sulla politica e l’ideologia israeliane dispongono di qualche spazio sui “media” (14).
Le possibilità che questa propaganda attecchisca anche in Russia non sono molto alte. È evidente che il lavaggio del cervello funziona solo nei Paesi prima occupati militarmente e poi sottoposti ad una rieducazione forzata mirante a snaturarne completamente il carattere (15).
Ma una falla può sempre aprirsi.
La disponibilità ad ammettere che una famiglia (con figli!) possa essere formata da due elementi del medesimo sesso nasce in un contesto destabilizzato per quanto riguarda ciò che forma le basi stesse della vita delle persone: gli stili di vita, il cosiddetto tempo libero, l’arte e la cultura, per finire col lavoro e le norme che lo regolano. Queste non sono “neutre”, ma condizionano pesantemente l’assetto familiare, quando non vi sono più orari definiti, “feste comandate”, la certezza del deprecato “posto fisso” e, soprattutto, ruoli e funzioni diverse ma complementari nella relazione coniugale.
L’idea che sta alla base delle “società moderne” è quella della fluidità. Nulla è stabile, nulla è dato una volta per tutte. Nulla è “così come è”.
I giorni sono perciò tutti uguali, tutti utili per fare “shopping”. La “flessibilità” e la “mobilità” sono la regola aurea non solo dei rapporti di lavoro, ma anche familiari. Si divorzia con disinvoltura come ci si cambia un paio di scarpe, così, mentre il terreno diventa sempre più instabile, qualcuno può cominciare a porsi seri dubbi sulla sua normalità (16), a maggior ragione se fin dalla scuola è stato indottrinato e “aiutato” a scoprire il suo vero “orientamento sessuale”.
L’interesse delle élite che mirano all’instaurazione d’un “Governo mondiale” è evidente: un essere destabilizzato ed in balia delle correnti “sociali”, “economiche” eccetera è senz’altro più facile da controllare e manipolare. Questo perché è in preda al proprio ego, che in ogni tradizione religiosa regolare è indicato come quell’anima concupiscente che si pone come ostacolo ad ogni autentica “liberazione”. La quale sta ad uno stato dell’essere che trascende quello della mera individualità come la parodistica “liberazione” dei moderni sta ad una completa resa alle forze più basse e confuse che si agitano nel profondo (il cosiddetto “subconscio”).
Stia bene in guardia, dunque, la Russia, nel non fare alcuna concessione a questo tipo di propaganda e ai suoi aedi (17). E, in particolare, a non adeguarsi a quelle manifestazioni della “modernità” più distruttive per l’integrità delle basilari cellule sulle quali si fondano l’unità e salute della nazione.


NOTE
1) “Maschio e femmina li creo?”. Ma va là, esistono 23 generi sessuali, “Tempi”, 20 gennaio 2013 (http://www.tempi.it/maschio-e-femmina-li-creo-ma-va-la-esistono-23-generi-sessuali).
2) Qui si può consultare una mappa dei Paesi che ammettono le cosiddette “nozze gay”: http://it.wikipedia.org/wiki/Matrimonio_fra_persone_dello_stesso_sesso.
3) Nel 2007, la lobby omosessuale ed i suoi “attivisti” hanno provato ad imporre alla città di Mosca, sebbene non fosse autorizzata, una “marcia dell’orgoglio omosessuale” (il cosiddetto “Gay Pride”). Cfr. “La Repubblica” [giornale di proprietà dei De Benedetti dichiaratamente schierato con la suddetta lobby] del 27 maggio 2007, Gay Pride a Mosca, aggrediti i radicali. Picchiata anche Vladimir Luxuria [si noti la “a” di “picchiata”, nda]: http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/esteri/mosca-gay-pride/mosca-gay-pride/mosca-gay-pride.html.
4) E. Galoppini, Sochi 2014: di nuovo “sport e politica”, Eurasia-rivista.org, 19 dicembre 2013 (http://www.eurasia-rivista.org/sochi-2014-di-nuovo-sport-e-politica/20543/).
5) “La nostra delegazione a Sochi rappresenta la diversità che gli Stati Uniti costituiscono”, ha affermato la portavoce della Casa Bianca annunciando che la guida della delegazione degli atleti americani era stata affidata ad una “icona” del “movimento gay” nello sport.
6) Concetto, questo, ribadito anche nel mezzo della “crisi ucraina” dallo stesso presidente Putin e dal suo consigliere per le questioni culturali Vladimir Tolstoy: Putin advocate single cultural space within Russian borders, “Russia Today”, 24 aprile 2014: http://rt.com/politics/154292-putin-culture-russian-unity/.
7) Acronimo che sta per Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender.
8) Fondamentale è il ruolo di istituti specializzati nelle tecniche di controllo mentale e di “guerra psicologica”. Cfr. D. Estulin, L’Istituto Tavistock, (trad. it.) Macro Edizioni, Cesena (FC) 2014.
9) E. Galoppini, L’ultima trovata dell’ego ribelle: il “femminicidio”, “Europeanphoenix.it”, 31 dicembre 2012 (http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=44820).
10) Russian Duma gives first not to nationwide ban on gay propaganda, “Russia Today”, 25 gennaio 2013 (http://rt.com/politics/russian-first-ban-gay-722/).
11) E. Galoppini, Aspetti del degrado occidentale: 2 – L’omosessualità ostentata, “Europeanphoenix.it”, 8 agosto 2012 (http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=50938&start=0&postdays=0&postorder=asc&highlight=).
12) Si registrano ad ogni modo delle resistenze da parte di rilevanti settori delle popolazioni occidentali: è il caso della Francia, dove i genitori contrari alla propaganda omosessuale e all’ideologia “di genere” nelle scuole ha proclamato, con un discreto successo, un boicottaggio delle scuole da parte dei loro stessi figli.
13) Per esempio: http://www.comune.torino.it/politichedigenere/lgbt/.
14) Oltre a ciò, è degno di nota il fatto che gli stessi “media” non disdegnano d’insinuare l’omosessualità di personaggi scomodi per il sistema: si pensi all’austriaco Haider, ufficialmente morto in un incidente stradale, sul quale uscirono delle “rivelazioni” riguardanti una sua relazione omosessuale, onde screditarlo in quando uomo politico “di destra”.
15) E. Galoppini, Dalla “Repubblica delle banane” alla Repubblica “Gay-friendly”, “Europeanphoenix.it”, 13 aprile 2013 (http://ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=45383).
16)La parola “eterosessuale” è da respingere poiché anche se di per sé sarebbe l’opposto di “omosessuale” ha preso un significato tendente ad offuscare il fatto che una normalità esiste. Una normalità che contempla, in percentuali ridotte, la presenza di esseri umani attratti da altri dello stesso sesso. I quali, però, per il semplice fatto che la Natura non consente loro la riproduzione devono per forza di cose non costituire la maggioranza, altrimenti la specie umana rischierebbe l’estinzione pura e semplice.
17)A mero titolo d’esempio: Russia, nuova sfida di Navalny a Putin: “Se eletto porterò il gay prode a Mosca”, “La Stampa”, 27 agosto 2013: http://www.lastampa.it/2013/08/27/esteri/russia-navalny-lancia-la-sfida-a-putin-se-eletto-porter-il-gay-pride-a-mosca-EHIQ4TG9Y6GEnogWJwRFfJ/pagina.html [“La Stampa”, di proprietà degli Elkann, è un altro quotidiano apertamente schierato con la propaganda omosessuale].

sabato 2 agosto 2014

Strage di Bologna: chi ha paura della verità?


Riportiamo un articolo uscito su Area il 14 ottobre del 2010. Lo riteniamo un ottimo spunto per comprendere alcuni dei particolari che avvolgono il contesto relativo alla strage di Bologna del 2 agosto 1980. Dal canto nostro, come facciamo da sempre, non abbiamo alcuna intenzione di cedere un metro, dal momento che siamo convinti, come altre migliaia di persone anche politicamente distanti da noi, che la strage di Bologna non abbia niente a che fare col neofascismo. 

Chi ha paura della verità sulla strage di Bologna? Chi vuole ancora insabbiare e depistare, a venticinque anni di distanza dal più grave attentato che la storia italiana ricordi? Chi tira i fili di questa ennesima manipolazione della verità? Quali sono gli interessi ancora attivi che qualcuno sente minacciati? Interrogativi, questi, sui quali converrebbe riflettere perché - dai minuti successivi alla presentazione della nostra inchiesta - si è alzato un fuoco di sbarramento, all’interno di una spaventosa rissa mediatica, scandita da prese di posizione, illazioni, insinuazioni, accuse e minacce di calibro pesantissimo, sparate per nascondere fatti e circostanze con un’impenetrabile cortina fumogena. Tanti commenti, parole, insulti.

Ma mai alcun elemento, non una circostanza è stata contrapposta per confutare il quadro dei fatti da noi presentato. Sono intervenuti un po’ tutti, i professionisti della parola, e con un solo obiettivo: demolire, sul nascere, ogni tentativo di chiarimento, serio, documentato e coerente sull’attentato del 2 agosto 1980.

I Guardiani della Verità

Il tempo è passato, ma il furore bianco dell’ideologia e l’odio politico sono ancora lì, intatti, a guardia dei tanti (falsi) misteri d’Italia. Misteri che, per un ristretto circolo di irriducibili che credono di essere i Guardiani della Verità, devono restare tali, altrimenti perderebbero il loro potenziale ricattatorio e il loro valore di merce di scambio per i soliti equilibri di potere. Rileggendo con un po’ di distacco gli interventi delle scorse settimane sulla strage di Bologna emerge, con limpida evidenza, un dato: gran parte di coloro che hanno sparato a zero su questa ricostruzione lo hanno fatto sul sentito dire, senza conoscere con esattezza e correttezza i termini della questione, evitando - di buon grado - di entrare nel merito. Il risultato finale è stato un chiassoso e irritante guazzabuglio, alimentato per intorbidare il più possibile le acque, proprio per evitare che qualcuno potesse, finalmente, vederci chiaro in questa tragica pagina di storia. Un gran polverone d’inizi agosto, con un roboante dispendio di paroloni, urla e schiamazzi, proprio quando la comunità nazionale si apprestava a commemorare i 25 anni da quella carneficina. Una carneficina che ha avuto, come risposta in termini di verità processuale, una serie di condanne fondate sul nulla, frutto di un teorema politico che rappresenta un insulto alla logica e all’intelligenza.

La lettera di Cossiga

Ma, come dicono gli anglosassoni, one bridge at the time, un ponte (cioè, un problema) alla volta. Il lavoro che abbiamo presentato ha, in primo luogo, ottenuto un risultato straordinario nell’ottica di una puntuale, accurata e attendibile ricostruzione della vicenda. Il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio dei ministri, informato in anticipo degli esiti dell’inchiesta sulla strage di Bologna, ha scritto una lettera di tre pagine all’on. Enzo Fragalà, quale promotore dell’iniziativa e membro della Commissione d’inchiesta sul dossier Mitrokhin. La missiva è stata letta il 20 luglio, nel corso della conferenza stampa a Montecitorio. Ecco alcuni dei passaggi più significativi della lettera di Cossiga, il quale si rammaricava di non poter partecipare all’importante conferenza stampa, per motivi di salute: “Ho letto le carte da te inviatemi e le ho integrate con i miei ricordi, che vengo ad esporre, rinviando per le date alle carte stesse. Premetto che non ho mai ritenuto la Francesca Mambro e Giusva Fioravanti responsabili dell’eccidio di Bologna. L’ultima, assai debole sentenza di condanna è da ascriversi - scrive il senatore Cossiga - alle condizioni ambientali, politiche ed emotive della città in cui è stata pronunziata, nonché alle teorie allora largamente imperanti nella sinistra e nella collegata “magistratura militante”: essere funzione della giustizia quella di partecipare “alla lotta” e che quello che per le finalità politiche della lotta “avrebbe dovuto essere”, “era” o “era stato”, perché è l’ideale che invera il fatto, ed il fatto che contraddice l’ideale semplicemente non “è” o “non è stato”, perché la “rivoluzione”, politica, ideologica o solo culturale è la “verità” aldifuori della “rivoluzione”. Tutte teorie affascinanti anche se fuorvianti, che con le loro origini giacobine e leniniste sono largamente filtrate nella “ideologia di lotta” della “magistratura militante”. Passiamo ai ricordi”.

Quel burrascoso incontro notturno a Palazzo Chigi

E qui viene il bello: “Ero presidente del Consiglio dei ministri quando la polizia intercettò un camion con due missili, scortato dal “pacifista non violento” Pifano, dominus di quel circolo culturale della cosiddetta Autonomia - così lo definì il giudice che annullò una ordinanza da me emanata in base alle leggi speciali quali ministro dell’Interno - e cioè il cosiddetto covo di via dei Volsci. Il Sismi mi passò un’informativa che si affermava originata dalla “stazione” di Beirut, alias dal colonnello dei carabinieri Giovannone, l’“uomo” di Aldo Moro, secondo la quale una determinata organizzazione della resistenza palestinese, l’Fplp, rivendicava la proprietà dei due missili, non destinati all’Italia. In realtà non fu difficile a me e al sottosegretario alle informazioni e alla sicurezza, on. Mazzola, comprendere che i dirigenti del Sismi ci nascondevano qualcosa”.

Ecco il perno di tutta la questione: “Vi fu un burrascoso incontro notturno a Palazzo Chigi, ed alla fine mi fu detta la verità e mi fu esibito un documento trasmesso dalla nostra “stazione”: un telegramma del capo dell’Fplp a me indirizzato in cui, con il tono di chi si sente offeso per l’atto che ritiene compiuto in violazione di precedenti accordi, mi contestava il sequestro dei due missili e ne richiedeva la restituzione, insieme alla liberazione del “compagno” Pifano! Si trattava, evidentemente, di uno dei fatti legati all’accordo, mai dimostrato per tabulas, ma notorio, stipulato sulla parola tra la resistenza e il terrorismo palestinese da una parte e dal governo italiano dall’altra, quando era per la prima volta presidente del Consiglio dei ministri l’on. Aldo Moro, al fine di tenere l’Italia al riparo dagli atti terroristici di quelle organizzazioni”.

La fedeltà dei servizi agli “accordi Moro”

E ancora: “La totale fedeltà e conseguente riservatezza che i collaboratori sia del ministro degli Esteri sia del Sifar (poi Sismi) di Aldo Moro nutrivano per lui, impedì sempre a me, benché “autoritariamente curioso”, di sapere alcunché di più preciso sia da ministro dell’Interno che da presidente del Consiglio dei ministri e da presidente della Repubblica.

“Un altro degli episodi legati all’accordo è la distruzione da parte dei servizi segreti israeliani dell’aereo militare Argo 16 [nome in codice del bimotore Dakota Dc3 del servizio segreto militare precipitato nei pressi di Marghera il 23 novembre 1973, provocando la morte dei quattro membri dell’equipaggio: il colonnello dell'Aeronautica, Anano Borreo, il tenente colonnello Mario Grande, i marescialli Francesco Bernardini e Aldo Schiavone, ndr] in dotazione al Sid, come ritorsione alla “esfiltrazione” di cinque terroristi palestinesi arrestati in quanto avevano tentato di abbattere con missili terra-aria un aereo civile israeliano in partenza da Fiumicino. “Esfiltrazione” o “fuga agevolata” operata da agenti del nostro servizio, naturalmente d’accordo con la magistratura che, giustamente, talvolta fa eccezioni al principio dell’esercizio dell’azione penale e della obbligatorietà teorica dei provvedimenti limitativi che dovrebbero discenderne”.
“… esplosivo dai palestinesi”

“Rimane il dubbio grave” prosegue Cossiga, “e fu la prima ipotesi investigativa presa inizialmente in seria considerazione anche dalla Procura della Repubblica di Bologna, che si sia trattato di un atto di terrorismo arabo o della fortuita deflagrazione di una o più valigie di esplosivo trasportato da palestinesi, che si credevano garantiti dall’“accordo Moro”. Questo spiega perché ufficiali del Sismi, ente sempre fedele all’accordo e leale verso perfino la memoria di Aldo Moro, tentarono il depistaggio verso esponenti, credo, neonazisti del terrorismo tedesco, e per questo furono condannati.

“Le carte raccolte dalla Commissione Mitrokhin a mio avviso potrebbero costituire valida base per la revisione del processo che portò alla condanna della Mambro e del Fioravanti, difesi presso di me da esponenti della Brigate rosse che teorizzarono il perché i due non potessero essere che innocenti”.

“Panzane” che danno fastidio

L’intervento di Cossiga, combinato con i tanti elementi messi a disposizione per ricomporre in modo corretto il mosaico sull’attentato del 2 agosto 1980, ha provocato - come dicevamo in apertura - una serie di interventi tanto violenti quanto inquietanti. Paolo Bolognesi, presidente da anni dell’Associazione di familiari delle vittime della strage, si è scagliato contro “ogni tentativo di manipolazione”, di “occultamento della verità”, bollando i fatti da noi illustrati come “panzane”. Questo signore, con toni così rabbiosi da risultare imbarazzanti, se l’è presa un po’ con tutti, sparando nel mucchio: “Le nuove piste non sono altro che l’insieme di vecchi depistaggi tirati fuori dal presidente Cossiga e dalla Commissione Mitrokhin, una commissione parlamentare che mesta nel torbido per confondere le acque”.

E, rivolgendosi a Cossiga come fosse un avanzo di galera, ha detto che “sarebbe ora che spiegasse come mai si è circondato, nei momenti più delicati della vita politica italiana, di piduisti. Sarebbe ora che rendesse pubblico il motivo della grande attenzione che lo porta, sempre, a sponsorizzare i pluriomicidi Mambro e Fioravanti”. Altre inaudite parole al vetriolo sono state indirizzate al ministro della Giustizia Roberto Castelli per i benefici premiali di cui godono gli esecutori materiali della strage (libertà condizionale, ndr), ma anche all’ex ministro Maurizio Gasparri, reo di “essersi impegnato personalmente per bloccare l’emissione di un francobollo celebrativo del 25° anniversario” e “non a caso ha utilizzato un’intervista per difendere i vecchi camerati Mambro e Fioravanti e perorare atti di clemenza, seguito dal collega di partito Gianni Alemanno”.

Libero Mancuso, oggi presidente della Corte d’Assise di Bologna e collaboratore della Commissione Mitrokhin, ha dichiarato: “Vedendo come oggi ci siano ancora vecchi fantasmi del passato che tentano di creare polveroni per ingannare il Paese” e come si tratti di iniziative fatte “da parte di chi ha avuto responsabilità massime, capiamo che c’è qualcosa di irrisolto che merita di essere conosciuto”. Mancuso, intervenendo ad una conferenza stampa di presentazione di “Politicamente scorretto”, in programma a Casalecchio di Reno dal 21 al 23 ottobre, ha aggiunto che “l’ipotesi della pista libica, rispolverata in questi giorni, era già emersa durante una intervista rilasciata da Cossiga a Paolo Guzzanti (allora giornalista, oggi parlamentare e presidente della Commissione Mitrokhin, ndr). Subito dopo abbiamo sentito Guzzanti ed un altro teste e fu da loro stessi detto che si trattava solo di un pensiero. Non c’era nulla che potesse avvalorare la tesi”. Bene, ma che c’entra la pista libica? Chi ne ha parlato? Che nesso avrebbe con le minacce di ritorsione da parte dell’Fplp e della conseguente operazione compiuta a Bologna dal gruppo Carlos? Un altro cristallino esempio di correttezza nell’esporre fatti e circostanze… “Stupisce” ha replicato Fragalà, “che l’ex pm Mancuso oggi si spinga a parlare di “fantasmi che emergono dal passato” e di “intreccio perverso e oscuro”, rispetto alle nuove circostanze sulla base dei documenti di recente acquisiti dall’organismo parlamentare. Visto che Libero Mancuso è un consulente della Commissione Mitrokhin, dobbiamo ritenere che egli non legga la documentazione che è anche a sua disposizione”.

La prova che non furono i fascisti

Ma la replica più eloquente alle parole di Mancuso è sempre quella di Francesco Cossiga: “In uno stato costituzionale delle libertà e in un vero Stato di diritto in cui esistesse una magistratura decente a 360 gradi, il veterocomunista Libero Mancuso da quel dì non ne avrebbe più fatto parte. Su Libero Mancuso il giudizio definitivo è stato dato da Giovanni Falcone nella sentenza in cui, da giudice istruttore, ha prosciolto Giulio Andreotti dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Piersanti Mattarella. Certo è che Libero Mancuso è la causa oggettiva e forse, anche involontariamente, volontaria del linciaggio morale fatto da magistrati democratici e dai giuristi democratici contro Giovanni Falcone. Mancuso è uno di quei giuristi democratici allievi del più valoroso Luciano Violante, su cui ha scritto parole definitive l’ex senatore comunista e presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino. Giuristi i quali sono della tesi che la giustizia ha fini etici e storici, e che non è vera giustizia se non ha il fine metapolitico che si identifica con la verità della propria parte politica. E per cui, ciò che è utile al partito sia o sia stato, deve essere stato e deve essere, e per ciò semplicemente è stato ed è”.

“La prova definitiva del fatto che non furono i fascisti (e perché mai avrebbero dovuto esserlo) a effettuare la strage di Bologna” prosegue l’ex capo dello Stato, “è il giudizio di colui che per il povero popolo bolognese è presidente di della Corte d’Assise di quella città. Anche queste cose accadono in Italia: che Libero Mancuso possa diventare presidente di una Corte d’Assise. Per me, democratico e antifascista garantista e per lo Stato di diritto, vale un altro principio: ciò che Libero Mancuso dice non deve essere e non può esser vero e quindi è falso”. Libero Mancuso è stato, dal 1980 al 1994, il pubblico ministero dell’inchiesta sulla strage alla stazione di Bologna… “Mancuso sappia comunque” conclude Cossiga, “che egli dai tempi dell’imbroglio che fu la causa dell’inizio dell’aggressione morale a Giovanni Falcone gode della mia piena e completa disistima: come uomo e ancor più come magistrato. Quello che spero è che l’ex socialista e oggi forzitaliota leghista vice presidente del Consiglio, Giulio Tremonti, abbia domani [l’intervento del presidente emerito della Repubblica è del 1° agosto scorso, vigilia della manifestazione organizzata a Bologna per commemorare i venticinque anni dalla strage, ndr] il coraggio e l’abilità di lasciare il palco della triste manifestazione per la dolorosa strage di Bologna, resa ancor più triste per le speculazioni politiche che su di essa sono state fatte, allontanando la verità, quando i “professionisti del dolore” inveiranno come sempre contro i mandanti d’assassinio che si chiamano Giulio Andreotti e Francesco Cossiga”.

In effetti, Tremonti, in qualità di rappresentante del governo, è salito sul palco per le commemorazioni di rito ed è stato fatto oggetto, come sempre, dei fischi e delle pernacchie della piazza. Ma, da gentleman qual è, non ha lasciato il palco, limitandosi a dire “che bella piazza…”.

L’alibi del segreto di Stato

Come ogni anno, poi, è stato il momento del tormentone sul segreto di Stato e di tutte le bizzarre teorie per abolirlo, nella speranza di aprire, finalmente, quella fantomatica cassaforte che contiene tutte le verità sui misteri d’Italia. Uno dei primi a rievocare lo spettro del segreto di Stato è stato Giorgio Bocca sulle colonne de La Repubblica. Anche qui, parole in libertà condite al vetriolo “il segreto di Stato di cui da tempo si chiede l’abolizione non consente che si faccia piena luce, censure, depistaggi, deviazioni fatti da apparati dello Stato, muri di gomma ieri come oggi continuano. In più si sono aggiunte le false verità, le confusioni non casuali e le voglie di protagonismo di personaggi come un ex presidente della Repubblica, le ambiguità di commissioni d’inchiesta come la Mitrokhin”. False verità e confusioni non casuali, scrive Bocca, il quale finalmente svela qual è il suo metodo di lavoro: scrivere prima di documentarsi. Uno dei padri del giornalismo italiano… Poi, sempre nello stesso articolo, cita gli elementi di prova che inchioderebbero i fascisti nella strage di Bologna: “Le letture di questi terroristi sono le opere razziste di Evola e del prenazismo di von Salomon, le cronache dei Frei Korps, i volontari che alla fine della Prima guerra mondiale continuano a difendere i confini orientali del Reich. I proscritti di von Salomon e la Rivolta contro il mondo moderno di Evola sono i libri che il filosofo Paolo Signoretti, uno degli indagati per la strage di Bologna, porta nel suo zaino”… peccato che il nome del “filosofo” citato da Bocca sia Paolo Signorelli, e non Signoretti.
Cia, neofascisti, massoni e servizi deviati

Ma il vero paradosso lo ha rappresentato e messo in scena da leader dell’Unione, Romano Prodi, il quale ha rilanciato l’idea di eliminare il segreto di Stato per far luce sulle stragi e sui misteri d’Italia. Anche qui, l’intervento di Cossiga, ancora una volta chiamato indirettamente in causa durante la manifestazione di Bologna del 2 agosto, è stato eloquente: “Dopo aver sentito che egli ritiene, insieme ai professionisti del dolore, che i governi precedenti al suo abbiano posto il segreto di Stato a notizie relative alla strage di Bologna, e che se opposto fosse stato, egli che per disgrazia del Paese è stato presidente del Consiglio avrebbe potuto toglierlo, debbo qualificarlo come un perfetto cialtrone”. La questione, d’altra parte, era stata già definita nell’agosto del 1998 dallo stesso senatore Giovanni Pellegrino, all’epoca presidente della Commissione stragi, il quale spiegò che sia su Ustica sia sulla strage di Bologna la Commissione da lui presieduta non si è mai trovata di fronte all’imposizione del segreto di Stato.

Per Valter Bielli, capo gruppo Ds in Commissione Mitrokhin, “la Commissione vuol far passare l’idea che la destra non ha mai avuto nulla a che fare con le stragi, e che i neofascisti come Mambro e Fioravanti non c’entrano con Bologna”. In una intervista sull’argomento pubblicata dal settimanale Avvenimenti e raccolta dal giornalista Giulietto Chiesa, anche lui con un passato da collaboratore della Commissione Mitrokhin, Bielli afferma che sarebbe in atto “un tentativo di accreditare una pista, quella palestinese, già battuta da chi indagò sulla strage di Bologna e poi abbandonata perché priva di ogni riscontro, per scagionare neofascisti, massoni e servizi deviati”. Sempre secondo il deputato diessino, “dalle loro ricostruzioni è scomparsa la Cia e il suo ruolo nella storia del nostro Paese. Ma, soprattutto, è stata cancellata la P2”. È il 20 luglio quando le agenzie battono le anticipazioni dell’intervista di Bielli su Avvenimenti: lo stesso giorno della conferenza stampa di Area a Montecitorio. Timing perfetto. Bielli ha, infine, annunciato “una relazione documentata sulla questione” che sarà presentata a settembre “al fine di fare chiarezza e smentire insinuazioni e false piste”.

Bene, passiamo ai fatti.
Quei due tedeschi a Bologna il 2 agosto

Il 1° agosto 1980, Thomas Kram, militante di spicco della Cellule rivoluzionarie e inserito nel quadro di vertice del gruppo Carlos prende alloggio poco dopo la mezzanotte nell’Albergo Centrale di Bologna, per poi sparire dalla circolazione la mattina del 2 agosto: il giorno dell’attentato. La segnalazione della presenza di Kram a Bologna alla vigilia dell’attentato venne fatta nel marzo del 2001 dal capo della Polizia Gianni De Gennaro alla Questura di Bologna la quale, attraverso una puntuale investigazione da parte della locale Digos, riuscì a ritrovare anche il registro delle presenze dell’Albergo Centrale con la registrazione del nome e dei dati anagrafici del terrorista tedesco.

L’iniziativa del capo della Polizia faceva seguito ad una richiesta di collaborazione giudiziaria internazionale avanzata dalla Procura generale di Germania la quale - nel dicembre del 2000 - aveva spiccato un mandato di cattura internazionale nei confronti di Thomas Kram, qualificato negli atti giudiziari come grande esperto di esplosivi. Secondo le autorità tedesche, infatti, il militante delle Cellule rivoluzionarie si nascondeva nel nostro Paese ed era in contatto con altri elementi di primo piano del terrorismo internazionale. Da informazioni della polizia tedesca, Kram era in stretto contatto soprattutto con Christa-Margot Fröhlich, l’altra esponente delle Cellule rivoluzionarie legata a doppio filo al gruppo Carlos.

Come ha rivelato Enzo Raisi, deputato di An di Bologna in un’intervista al Secolo d’Italia del 3 agosto scorso, un dipendente dell’Hotel Jolly di Bologna, situato proprio di fronte alla stazione, riconobbe nelle fotografie della terrorista tedesca, arrestata il 18 giugno del 1982 all’aeroporto di Fiumicino con una valigia carica di esplosivo, poi risultato compatibile con quello utilizzato per l’attentato alla stazione centrale di Bologna, la giovane donna che conobbe nel pomeriggio del 1° agosto proprio all’Hotel Jolly e che rivide la mattina del giorno seguente. La donna, a detta di questo testimone che fece mettere a verbale i suoi ricordi dalla polizia, poco dopo l’esplosione la sentì parlare al telefono in tedesco con toni euforici. E in un secondo momento, rivolgendosi a lui in un italiano stentato, voleva sapere che danni aveva subito il treno colpito dall’onda d’urto. La tedesca avrebbe fatto riferimento anche ad una valigia lasciata al deposito bagagli della stazione. Se fosse confermata questa circostanza, soprattutto se fosse confermata la versione fornita agli inquirenti da questo signore dell’Hotel Jolly, si potrebbe dire risolta la meccanica dell’attentato.

Prove inconfutabili

“A distanza di tanti anni, l’unica cosa di cui l’Italia ha bisogno è la verità e se sarà confermato che quel giorno alla stazione c’erano due terroristi tedeschi legati al gruppo sanguinario e violento di Carlos” ha commentato l’avvocato Alessandro Pellegrini del Foro di Bologna, difensore di Luigi Ciavardini (vedi box in alto), Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, “allora questa è la prima, vera e inconfutabile prova che dimostra la presenza di terroristi a Bologna quel 2 agosto di 25 anni fa e che finalmente dimostra che Francesca Mambro, Giusva Fioravanti e Luigi Ciavardini non erano lì”. E aggiunge: “Non ho ancora avuto modo di leggere ed esaminare la documentazione in questione che ora è stata acquisita dalla Commissione Mitrokhin e in cui sarebbe dimostrata la presenza dei due terroristi a Bologna, attraverso la scheda di registrazione in un albergo della città, ma se questa cosa fosse vera allora si può parlare di conseguenze veramente rilevanti dal punto di vista probatorio. Se ciò che è contenuto in quella documentazione sarà confermato” ribadisce Pellegrini, “non si potrà certo parlare di pura casualità riguardo la presenza dei terroristi quel giorno, in quelle ore, e allora la magistratura italiana dovrà prendere atto degli errori commessi e comportarsi di conseguenza”.

Sul punto è intervenuto anche il senatore Lucio Malan, vice presidente del gruppo di Forza Italia al Senato e membro della Commissione Mitrokhin, il quale ha affermato che “alla ripresa dei lavori parlamentari, la Commissione dovrà decidere cosa fare dei documenti in nostro possesso che riguardano la strage di Bologna del 2 agosto 1980”. A fronte della “scarsa consistenza dell’impianto accusatorio che ha portato alla condanna dei presunti colpevoli, emerge un insieme di fatti e indizi che vanno in tutt’altra direzione, dai servizi segreti della Germania comunista, dal palestinese filosovietico George Habbash, al terrorista Carlos. Qui non si tratta di difendere la reputazione di Mambro e Fioravanti, che di altri crimini hanno ammesso la responsabilità, ma di sapere la verità e perché in così tanti hanno lavorato per nasconderla. In sede di commemorazioni, la verità dovrebbe essere più interessante di ogni altra cosa. Purtroppo quanto sta emergendo è scomodo a troppi, specialmente di questi tempi”.

Le menzogne di Saleh al Manifesto

E in effetti, quello che sta emergendo è scomodo a molti. Tanto che Abu Anzeh Saleh, il rappresentante dell’Fplp arrestato nel novembre del 1979 per la vicenda del traffico dei lanciamissili Strela di fabbricazione sovietica di Ortona e che portò in galera anche i tre autonomi romani legati alla resistenza palestinese, Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Giuseppe Nieri, dopo un quarto di secolo è uscito allo scoperto e ha rilasciato una curiosa intervista al Manifesto e pubblicata giovedì 4 agosto. Altra curiosità, il cittadino giordano di origini palestinesi (che da anni vive a Damasco, in Siria) è riapparso insieme a Pifano, anche lui da anni protetto da un’impenetrabile coltre di silenzio, per smentire ogni coinvolgimento nelle vicende collegate alla strage di Bologna. L’intervista congiunta ha svelato ben poco, se non vaghi accenni ad una visita dei nostri agenti segreti a Saleh in carcere i quali gli avrebbero offerto la “liberazione anticipata”, con l’idea di allontanarlo il prima possibile dall’epicentro di quel pasticcio internazionale. Ma un dato ci ha colpiti: nell’articolo si dice che Saleh sarebbe uscito dal carcere nel 1983, “con i tre autonomi italiani” e che il giordano, nonostante le promesse della nostra intelligence, rifiutò, dicendo che sarebbe uscito dal carcere “solo insieme ai compagni italiani”. Tutto falso.

Condannato in primo grado a sette anni di reclusione per detenzione e porto di armi da guerra, Saleh ottenne effettivamente la liberazione anticipata che, mentendo, ha detto di aver rifiutato. Venne scarcerato dal penitenziario di Rebibbia, infatti, il 14 agosto 1981 per scadenza dei termini di custodia preventiva, mentre gli altri imputati (Pifano, Baumgartner e Nieri) rimasero dietro le sbarre fino al 1983, proprio l’anno in cui il giordano dell’Fplp legato al gruppo Carlos fece perdere le proprie tracce, rendendosi irreperibile alle forze di polizia. Ancora una volta, un maldestro tentativo di occultare la verità. Perché tutte queste menzogne? Ironia della sorte, il titolo dell’intervista a Saleh e Pifano è “La pista palestinese? È frutto solo di invenzioni e bugie”…

Elementi per riaprire il caso

Per Daniele Capezzone, segretario dei Radicali italiani, “in troppi e troppe volte si è scelto di adeguarsi sui teoremi, sulle verità precostituite, sulle presunte “certezze” (per nulla “certe”, peraltro). Mi auguro che tutto questo, prima o poi, finisca. È ora, insomma, che la pietà per le vittime di un crudele attentato e il giusto desiderio di verità si facciano largo. Spero che finisca il linciaggio contro Mambro e Fioravanti: hanno riconosciuto molte colpe, ma non questa. Quel che importa è che tanti fatti (vecchi e nuovi), oltre che tante opinioni autorevoli (una per tutte, quella di Giovanni Pellegrino), suggerirebbero di ricominciare con la ricerca della verità, senza adagiarsi sui teoremi. Quindi non c’è alcun motivo per alimentare una campagna di ostilità e, lo ripeto, di non verità, di cui nessuna persona con la testa sulle spalle avverte l’esigenza. E ci sono invece” conclude Capezzone, “molte ragioni per prendere in esame gli ulteriori elementi di fatto che chiedono (e in un Paese normale imporrebbero) di riaprire il caso”. Come ha accennato Capezzone, Giovanni Pellegrino, oggi presidente della Provincia di Lecce, ha ricordato i dubbi che all’epoca, come presidente della Commissione stragi, provò a sollevare proprio sulla pista nera per la strage di Bologna. Dubbi ai quali “l’Associazione dei familiari delle vittime si oppose. Per loro, così come per molti politici, la necessità di far luce sull’attentato non può e non deve metterne in discussione la matrice neofascista”.

Anche i deputati bolognesi Enzo Raisi di An e Fabio Garagnani di Forza Italia hanno rilanciato, sulla base degli elementi messi a disposizione da Area, la riapertura dell’inchiesta sulla strage del 2 agosto 1980. “I palestinesi” ha sottolineato Raisi, “avevano a Bologna un deposito di armi e su Bologna, secondo alcune testimonianze, gravitava lo stesso Carlos”. A decidere sull’eventuale revisione del processo deve essere la magistratura - hanno dichiarato i due parlamentari - ma ci sono elementi per riaprire le indagini”.

Da parte sua, Garagnani ha aggiunto che “invece di definire questo il periodo più difficile perché è stata approvata la nuova legge sull’ordinamento giudiziario, come ha fatto nei giorni scorsi, il procuratore di Bologna Enrico Di Nicola farebbe meglio a motivare la propria volontà di riapertura o di non riapertura dell’inchiesta”. Garagnani si è detto personalmente convinto anche di un “ruolo oscuro” del Kgb: “Il modo migliore per onorare le vittime è cercare la verità sulla strage, una verità sulla quale la cultura preponderante di sinistra ha impedito di far luce”.

giovedì 31 luglio 2014

Finché fisco non ci separi



di Marcello Veneziani

Trovo una coppia d'amici, chiedo come va e mi dicono tutto bene, vanno d'amore e d'accordo, perciò si stanno separando. Chiedo a questo punto il motivo dell'insano gesto e mi spiegano che è per ragioni fiscali. Da quando lei ha perso il lavoro vivono con lo stipendio di lui che ha un reddito tassabile di 59mila euro. Separandosi e concordando per lei un assegno pari a circa la metà delle sue entrate, lui lo detrae dal reddito e in tal modo rientra nel secondo scaglione Irpef. Così lui risparmierà oltre 10mila euro di tasse, lei ne pagherà meno di 7mila, in tutto risparmieranno 3.800 euro l'anno, cioè quattro volte i famosi 80 euro al mese strombazzati dal governo Renzi. Mica poco.

Ma non solo: entrando in una fascia di reddito più bassa scattano altre agevolazioni sugli assegni famigliari, ticket sanitari, mensa, ecc. Così i due si sposarono per amore, si separeranno per interesse. Impressiona la perversione fiscale: in questo Paese non solo non c'è una politica in favore delle famiglie, ma c'è un sistema fiscale che premia chi si separa e punisce chi resta unito (ci penserà poi il tribunale civile a far soffrire pure i separati).

Per completare il quadro antifamiliare, separarsi conviene alle famiglie monoreddito, con un coniuge casalingo, purché siano sopra la soglia di esenzione fiscale. C'è qualcosa di diabolico, antisociale e di antitetico in questo sistema fiscale. Dalla famigerata tassa sul celibato alla nefasta tassa sul coniugato. Questo non è un paese per famiglie. Ci vuole un fisco bestiale... 

mercoledì 30 luglio 2014

Il caos in Libia è una sciagura per l’Italia


di Mauro Indelicato (L'Intellettuale Dissidente)

Nulla di nuovo sotto il sole caldo della Libia; nei media tradizionali, si usano espressioni come “colpo di scena”, “mondo in allarme”, un po’ come se fossero tutti sorpresi di quanto sta capitando nel paese africano, ma già negli ultimi giorni di resistenza di Gheddafi in molti prevedevano uno scenario libico molto simile a quello somalo, con uno Stato di fatto fallito, il cui governo non ha più alcuna sovranità.

La situazione è forse peggiore dell’Afghanistan, lì dove il presidente viene chiamato “Sindaco di Kabul”, per via del fatto che la propria autorità non travalica i confini della capitale, ma in Libia nemmeno Tripoli e Bengasi sembrano essere sotto il controllo di alcuna autorità, anche perché autorità non ce n’è. I soldati che sembrano “regolari”, con tanto di divise, sono invece fedeli al generale Haftar, che dopo 20 anni di vita negli USA è tornato in patria per cercare di prendere le redini del gioco sotto l’evidente e marca spinta del paese che lo ha ospitato per tanti anni. Poi sul campo, ci sono tutta una serie di fazioni, spesso corrispondenti alle tradizionali tribù con cui è suddivisa la società libica e che rivendicano ciascuna fette di potere dopo essere state pagate per cacciare Gheddafi e porre in essere davanti gli occhi del mondo il teatrino della “resistenza” libica.

L’unico elemento di sorpresa, riguarda il fatto che in molti si aspettavano una frammentazione del paese seguendo la suddivisione storica della Libia, con l’autonomia cioè di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, ma pare che anche questi confini siano stati abbattuti ed a loro volta frammentati e così la spaccatura libica ha confini ancora più ristretti, seguendo le rivendicazioni non di intere regioni, ma di singole tribù o si singole famiglie.

Ma per il resto, per l’appunto, lo spacchettamento del paese era messo in conto ed anzi forse anche pianificato all’atto della brutale invasione della NATO cominciata nel marzo del 2011. Ciò che deve preoccupare adesso, sono le conseguenze che questa situazione avrà per i paesi vicini, in primis per l’Italia.

Per il nostro paese, vedere fallire un paese che costituiva un vero e proprio supermarket energetico a due passi dal giardino di casa, è una tragedia economica di proporzioni difficilmente immaginabili; forte degli antichi legami coloniali, Roma e Tripoli avevano relazioni privilegiate ed invidiate dal resto del mondo, che garantiva al nostro paese il 40% dell’approvvigionamento petrolifero e del gas, nonché anche investimenti di ogni tipo, come la costruzione fatta interamente da imprese italiane della super autostrada tra Tripoli e Bengasi. La caduta di Gheddafi, ha cancellato tutto; prima perché USA, Gran Bretagna e soprattutto la Francia, si sono insinuate di prepotenza nello scacchiere libico, stringendo accordi con coloro che hanno abbandonato Gheddafi per stringere le mani piene di Dollari dei capi di governo occidentali, poi perché quella poca produzione rimasta nelle mani di aziende italiane, oggi è quasi impossibile continuarla per via dei problemi di sicurezza.

Gli impianti sono ripetutamente attaccati dalle milizie, spesso si deve ricorrere a mercenari per proteggere le strutture, una situazione quindi che potrebbe far crollare già quest’inverno gran parte dell’approvvigionamento energico per l’Italia. Ma quello di gas e petrolio non è l’unico problema per il nostro paese. Infatti, dalla Libia arriva circa il 96% dei migranti che sbarcano sulle coste siciliane; una Libia fuori controllo, vuol dire via libera per i tanti criminali trafficanti di esseri umani, i quali hanno il controllo dei tanti porti grandi e piccoli della costa libica, specie in Tripolitania.

Di fatto, anche volendo, il governo italiano a differenza di prima non ha una controparte con cui poter discutere circa il problema dell’immigrazione; mentre con la Tunisia sono stati stretti accordi che hanno quasi azzerato le partenze da questo paese, a Tripoli non esiste un governo capace di mettere mano alla questione e poter garantire la sicurezza nel Mediterraneo.

Sembrano lontani i giorni in cui la Libia poteva vantare uno dei PIL più alti dell’Africa ed uno standard di vita superiore a molti paesi vicini; i libici godevano di uno stato sociale di prim’ordine, così come di diritti sociali oggi utopistici in molte parti d’Europa, come per esempio il diritto ad una casa assegnata dallo Stato quando una coppia decideva di sposarsi. Tutto questo non c’è più, non c’è più forse nemmeno la Libia, frantumata dallo spirito neo colonialista e prepotente di un occidente sempre più miope di fronte ai cambiamenti dello scenario internazionale. E in tutto questo, da sottolineare l’atteggiamento suicida di Roma, che contro i propri interessi è andata lei stessa a bombardare un paese che garantiva introiti e rifornimenti energetici.

Adesso quello stesso occidente però, tanto spavaldo nel marzo del 2011, oggi non è in grado di prendere il controllo della situazione; l’assassinio dell’ambasciatore americano a Bengasi nel 2012, era solo un avvertimento: oggi tutti i diplomatici di quei paesi che hanno bombardato la Libia, scappano dal paese. Una fuga da vigliacchi, di chi si gira subito dall’altra parte dopo aver causato un danno irreparabile per un popolo che adesso si ritrova senza uno Stato e con una grave situazione umanitaria.

Prima le bombe, poi la fuga: ecco l’occidente di oggi, quell’occidente che si professa esportatore di democrazia, che in nome di essa provoca guerre, infligge sanzioni e che poi, dopo aver perso di mano la situazione, scappa via lavandosene le mani. Ma dalla Libia il peggio deve ancora venire: lo scenario è imprevedibile e fuori controllo, ogni città del paese è in mano ad una fazione diversa, con gli islamisti pronti a replicare a pochi chilometri dalle nostre coste l’atroce esperimento che l’ISIL sta effettuando tra Iraq e Siria.

L’effetto boomerang del siluramento di Gheddafi, ancora deve dimostrare la sua massima potenza distruttiva: ed a piangere saranno gli stati del Mediterraneo confinanti alla Libia, con in testa un’Italia sempre più incapace di salvaguardare i suoi stessi interessi.