martedì 18 novembre 2014

Così il “progresso” uccide l’educazione alla vita dei ragazzi degli anni ’50


di Massimo Fini

“Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né airbag. Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata speciale. Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con vernici a base di piombo. Non avevamo chiusure di sicurezza per i bambini nelle confezioni dei medicinali, nei bagni, alle porte, alle prese. Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco. Bevevamo l’acqua dal tubo del giardino invece che dalla bottiglia dell’acqua minerale. Uscivamo a giocare con l’unico obbligo di rientrare prima del tramonto. Non avevamo cellulari, cosicché nessuno poteva rintracciarci. Impensabile. Ci tagliavamo, ci rompevamo un osso, perdevamo un dente e nessuno faceva una denuncia per questi incidenti. La colpa non era di nessuno, se non di noi stessi. Condividevamo una bibita in quattro, bevendo dalla stessa bottiglia e nessuno moriva per questo. Non avevamo Playstation, Nintendo 64, Xbox, videogiochi, televisione via cavo 99 canali, videoregistratori, dolby surround, cellulari personali, computer, chatroom su Internet. Avevamo solo tanti, tanti amici. Uscivamo, andavamo in bicicletta o camminavamo fino a casa dell’amico, suonavamo il campanello semplicemente per vedere se lui era lì e poteva uscire. Sì! Lì fuori! Nel mondo crudele! Senza un guardiano! Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis, si formavano delle squadre per giocare una partita, non tutti venivano scelti per giocare e gli scartati dopo non subivano un trauma. Alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano. Nessuno andava dallo psicologo, dallo psicopedagogo, nessuno soffriva di dislessia né di problemi di attenzione né di iperattività, semplicemente prendeva qualche scapaccione e ripeteva l’anno, perché gli insegnanti avevano sempre ragione. Avevamo libertà, fallimenti, successi, responsabilità e imparavamo a gestirli. E allora la grande domanda è questa: come abbiamo fatto a sopravvivere noi bambini degli anni ’50 e ‘60, a crescere e a diventare grandi?”.

Questo ‘mantra’ circola da qualche settimana su WhatsApp. L’autore, certamente un uomo in età, è ignoto, come ignoti quasi sempre sono gli autori di certe barzellette fulminanti che nascono in genere negli ambienti impiegatizi da qualcuno che, per non morire di noia, dà libero sfogo alla propria fantasia.

L’obbiettivo sarcasticamente polemico dell’Autore Ignoto è lo Zeit Geist, lo spirito del tempo, la pretesa di mettere tutto ‘in sicurezza’, ‘a norma’, omologato da rigidi protocolli. Non siamo più in grado di accettare il rischio, l’imprevedibile, l’imponderabile, il Caso che i Greci chiamavano Fato. Ma in questa pretesa di controllare in tutto e per tutto la vita finiamo per non viverla più.

Io mi identifico totalmente nell’Autore Ignoto che offre una serie di spunti che mi spiace di non poter qui sviluppare. Sono anch’io ‘un ragazzo degli anni ‘50’, la nostra ‘educazione sentimentale’ è stata sulla strada e, sia pur fra qualche rischio e pericolo, ci ha insegnato, fra le altre, una cosa fondamentale: il principio di responsabilità (nel ‘mantra’ è l’accenno al ragazzino che si rompe un osso facendo a bastonate in una lotta fra bande o al ripetente). Oggi bambini o, peggio, adulti che si sia, la colpa è sempre degli altri, di un’infanzia difficile, della scuola, degli insegnanti, delle cattive compagnie, del ‘così fan tutti’. Quel principio di responsabilità che da tempo è venuto meno nella società italiana, in particolare nella classe politica ma anche fra i ‘very normal people’, e che è uno dei motivi principali, se non addirittura il principale, della nostra difficoltà a vivere insieme.

domenica 16 novembre 2014

2 anni di Casaggì Valdichiana:l'ennesima vittoria!

Ieri,nella sede di via del Poggiolo per celebrare i due anni dell'apertura di Casaggì a Montepulciano,si è tenuta una conferenza sulla "liberazione" della Valdichiana e di Siena.
Tanti gli avvenimenti raccontati da chi quei momenti li ha vissuti in prima persona sia da semplice spettatore sia da combattente.
Le testimonianze raccolte ci hanno consentito di ricostruire le dinamiche della guerra civile nelle nostre terre e ribaltare anche qui,finalmente,il mito dei "liberatori".




Ottima la prosecuzione della serata con il concerto di Skoll e dei Gene00.



Dopo due anni di impegno e di sacrifici,siamo riusciti a mantenere e far crescere la nostra Comunità,che ormai è divenuta un punto di aggregazione per giovani e meno giovani.
Una sede interamente costruita e autofinanziata dai militanti.

Un esempio di impegno dal basso in un territorio caratterizzato dall'indifferenza e dall'egemonia rossa.
Siamo riusciti ad unire l'impegno militante a quello culturale,in modo da poter dare una casa a tutti coloro che non vogliono sprofondare nel nichilismo.
Un ringraziamento speciale va a tutti coloro che hanno presenziato ieri sera e che ci hanno sempre sostenuto.

Non si può fermare un fiume in piena!


lunedì 10 novembre 2014

Il 50% degli studenti italiani ignora il Muro di Berlino. Non è un caso



di Fortunata Cerri (Secolo d'Italia)


La caduta del Muro di Berlino, uno dei più importanti avvenimenti del secolo scorso, è sconosciuto alla maggior parte dei giovani italiani. Nei libri di storia c’è solo un accenno e i programmi scolastici non si spingono fino a quella data. Peraltro i professori di sinistra non ne parlano: è un’altra pagina di storia che vorrebbero cancellare perché riguarda il comunismo. E i risultati sono preoccupanti. Come dimostra ilsondaggio di Skuola.net su un migliaio di studenti per il 55% di loro, il 9 novembre è la ricorrenza della caduta del Muro di Berlino.

Errori storici

Quasi uno su due, dunque, non sa che cosa sia accaduto venticinque anni fa. O, meglio, crede nel 16% dei casi che sia avvenuta la strage di Bologna. E ancora: per il 7% ricade il trattato di Maastricht e per il 6% l’assassinio di Aldo Moro. Date a parte, poco più di otto ragazzi su dieci assicurano di sapere che cosa rappresenti la caduta del Muro di Berlino a fronte di un restante 19% che ammette di non saperne nulla.

La scuola non ne parla

Il motivo di tanta impreparazione sta nel fatto che dell’argomento non se ne parla in maniera approfondita a scuola: quasi quattro ragazzi su dieci hanno studiato la caduta del Muro di Berlino durante l’ora di storia, tre su dieci ne hanno parlato a scuola ma devono ancora studiarlo. E poi c’è uno studente su tre che non ha mai sentito parlare dell’argomento in classe. Per uno studente su due, correttamente, la caduta del Muro di Berlino rappresenta la fine della Guerra Fredda. Per il 38% degli intervistati invece ha restituito la libertà ai berlinesi e per il 6% l’importanza della caduta del Muro sta nell’aver interrotto l’uccisione di quanti cercavano di attraversarlo.

Programmi scolastici carenti

Il motivo del perché gli studenti italiani non hanno le idee chiare su argomenti tanto importanti della storia del 900, è dovuto al fatto che non riescono ad arrivarci con i programmi scolastici. A ridosso degli ultimi esami di maturità, Skuola.net ha chiesto ai maturandi dove fossero arrivati con il programma: il 25% non aveva terminato il programma e tra questi il 10% era fermo tra le due guerre mondiali mentre il 15% non era arrivato neanche alla prima guerra mondiale.

venerdì 7 novembre 2014

Effetto Serra


di Diego Fusaro

Vi è un’affermazione che ricorre con una certa frequenza nel dibattito contemporaneo e che, spesso anche per i toni da “furia del dileguare”, si presenta come una “sparata” priva di consistenza. Alludo all’asserto secondo cui sarebbero banche e finanza a dettare l’agenda della politica, riducendo i politici a semplici maggiordomi dei finanzieri. Si tratta di un’affermazione che, appunto, può apparire – in realtà, purtroppo, non lo è affatto – priva di consistenza. Non serve, in effetti, fare “sparate”: occorre sempre studiare pacatamente la realtà così com’è, per poi criticarla eventualmente nelle sue determinazioni specifiche.

E allora soffermiamo la nostra attenzione sul ruolo svolto dal finanziere Davide Serra alla “Leopolda” del PD pochi giorni fa. Una cosa concreta, dunque: nessuna teoria da complottisti dell’ultima ora. Il finanziere Serra in prima linea nella manifestazione del PD: non soltanto è presente, ma prende la parola. Detta la linea da seguire. Nessuno lo contrasta. Sembra che le sue parole siano normali in un partito che, tragicomica evoluzione del vecchio PCI, è transitato dalla lotta contro il capitale alla lotta per il capitale. Serra dice cosa fare e cosa non fare. Per sua bocca parla il capitale: ridimensionare il diritto allo sciopero, dice Serra. Quel fastidioso privilegio che ancora resiste! Quel fastidioso privilegio che pone “lacci e lacciuoli” alla santa libertà del capitale!

Non vi è peraltro alcun contrasto tra quanto asserito da Serra e la linea del PD: lo sappiamo, Renzi ha individuato alla Leopolda il nemico del partito non nel capitale, ma nei lavoratori; non nella finanza, ma chi scende in piazza per manifestare in nome dei diritti sociali e contro l’ignobile “Job Acts”, vertice del neoliberismo selvaggio e della precarizzazione pianificata. Piena condivisione di intenti, dunque, tra Serra e Renzi. Non v’è dubbio. Il PD non sta coi lavoratori, ma col capitale: chi può ancora dubitarne? È una sparata campata per aria? Se sì, mi si spieghi il ruolo di Serra e, soprattutto, il consenso che ha avuto nel PD; mi si spieghi perché il suo discorso e quello di Renzi sono compelementari, armonici, in sintonia perfetta.

Non stupisce, certo, se poi, pochi giorni dopo, a Terni, accade quel che è accaduto: violento pestaggio dei lavoratori, guarda caso scesi in piazza a manifestare. Manganellati durante il governo che ha fatto dell’antifascismo la sua bandiera, riempiendosi la bocca con la parola “democrazia”, buona in tutte le stagioni (anche quando di democrazia reale ve ne è sempre meno, ovviamente): PD, Pestaggio Democratico, verrebbe quasi da dire. L’effetto Serra rivela che il PD è dalla parte della finanza e del capitale: lo speculum principis non è più redatto da filosofi ed esperti della politica, ma direttamente da finanziari apolidi, magnati del capitale.

Qual è il programma politico-culturale che sta dietro a tutto ciò? Sentiamo le sagaci riflessioni del finanziere Davide Serra: “La Cultura Umanistica ha fatto il suo tempo. Deve diventare cool, figo. Diventare matematici. Lo dico sempre ai miei bambini”. Et voilà, l’ennesimo affronto all’intelligenza, alla cultura, alla dignità. Ci siamo abituati, è il tempo in cui conta solo ciò che può essere contato e vale solo ciò che ha un prezzo. Non stupisce, dunque, che circolino impunemente frasi di inqualificabile volgarità. La finanza e il capitale debbono uccidere la cultura, per poter dominare incontrastati. Il Pd è parte integrante di questo sciagurato processo in corso. E non vi è altro da aggiungere.

giovedì 6 novembre 2014

Pasolini, le contraddizioni di un inaspettato conservatore



di Riccardo Rosati (Barbadillo)


La recente uscita del film di Abel Ferrara su Pier Paolo Pasolini, magistralmente interpretato dall’attore americano Willem Dafoe, e il conseguente dibattito che ne è scaturito, ci spinge a fare alcune considerazioni su questo contrastato personaggio.Ci vengono in mente a tal proposito le suggestive riflessioni che Marcello Veneziani ha espresso negli anni su Pasolini, definito dal giornalista e intellettuale di Destra, come un uomo con un: “amore disperato del passato e della tradizione”, il cui triplice comandamento era: “Difendi, conserva, prega”. Il poeta stesso si vedeva come: “uno sgraziato reazionario”. Ragion per cui, ci sentiamo in buona compagnia nell’individuare degli elementi tradizionali, persino di Destra, in quello che molti considerano l’intellettuale di sinistra per antonomasia. In questo breve spazio proveremo a focalizzare tali aspetti poco noti di Pasolini che sono assai significativi per capirne la visione mondo e della vita.

Dobbiamo però chiarire subito che se da un lato la sua meravigliosa pellicola Il Decameron (1971) rivela un Pasolini assolutamente a suo agio con la tradizione umanistica italiana, con un afflato poetico e vitale; dall’altro non possiamo non inorridire davanti alla sua ultima fatica cinematografica: Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), il frutto dell’odio per tutto e tutti di un uomo minato nel corpo e nell’anima, quasi in attesa di quella tragica fine che tutti conosciamo.

Oggi piangiamo la memoria di Pasolini, poiché siamo ben lontani dalla sua onestà intellettuale. Come non ricordare la indimenticabile intervista televisiva a Ezra Pound, realizzata nel 1968. Con gli occhi quasi commossi, Pasolini ascolta e commenta le opere di Pound. Il marxista, e non comunista come molti incoltamente pensano, e il fascista, ma quale dignità e reciproca stima. Questo abbiamo perso: il rispetto tra intellettuali, anzi abbiamo proprio perso la fondamentale figura dell’intellettuale tout court, e ora abbiamo solo dei vassalli di un potere benpensante e globalizzato. Non abbiamo più scrittori e studiosi capaci di riconoscere il talento e di rispettarlo prima di ogni altra cosa, malgrado le possibili divergenze politiche, come nel caso dei due poeti qui sopra. In questa nostra triste epoca, chi si arroga la qualifica di intellettuale è solo un galoppino della corrente di pensiero che domina ormai il mondo, pronto a mentire solo per mantenere i propri numerosi privilegi. Lo studioso di oggi non ricerca nulla o quasi, se non il profitto e la gloria personale. Inoltre, è sufficiente pensare agli ultimi Premi Nobel per la Letteratura, per accorgersi che di grandi scrittori in giro non ce ne sono più.




Ben pochi sanno che Pasolini era un abile karateka, informazione confermataci dal Centro Studi che porta il nome, presso la Cineteca di Bologna. Tra tante arti marziali, scelse proprio quella storicamente più di Destra! Non a caso in gioventù scrisse su Architrave, rivista degli universitari fascisti di Bologna. Molto nota, invece, la sua adorazione per la Bibbia, che egli definì: “La più bella opera letteraria mai scritta”. Come poteva dunque essere di sinistra, quando il precetto di questa area politica è l’odio per la religione, segnatamente per quella Cattolica? Una tesi che dovremmo almeno tenere in considerazione è che il suo essere marxista sia stata una forma di rigetto contro l’immoralità della DC e che per opporsi con autorevolezza al Potere in quella Italia, solo a sinistra si poteva andare.

Pasolini aveva ben poco dell’intellettuale di sinistra e dei suoi cliché. Ecco uno dei tanti motivi per cui non piaceva molto Italo Calvino, uno che invece comunista lo fu davvero, il quale poi nel 1957, uscendo dal PCI, fece puntualmente orecchie da mercante sui malanni del partito. Chi scrive da anni fa ricerca su questo grande scrittore, ma alcuni suoi silenzi vanno stigmatizzati.

Chiediamoci allora cosa è stato Pasolini. Senza ombra di dubbio, un raffinato commentatore sociale, probabilmente un medio regista e scrittore, ma un ottimo poeta. Sempre e comunque netto nelle sue scelte, con un gusto quasi mishimiano per il culto del corpo e della gioventù, nonché per la provocazione. Tutti valori anche di Destra. Alla fine, non stiamo forse parlando di una persona che ne La meglio gioventù (1954) si descrisse in questo modo: “Io sono nero d’amore”? Perciò chiediamoci: perché proprio quel colore? Perché il karate? Perché l’attrazione verso l’Italia Medievale e non per il progresso, come impone invece da sempre il pensiero socialista? Siamo dunque così sicuri che Pasolini sia da considerarsi un intellettuale di sinistra? Forse sì, ma non certo di quella sinistra di tanti professoroni parrucconi che giocano ancora a fare i difensori degli “ultimi”, ma con la casa ai Parioli; già, quei pariolini odiati dall’artista italiano. Ne abbiamo avuti di molto migliori come registi e scrittori. Purtuttavia, il dato è un altro: pensiamo chi eravamo, noi, l’Italia, se abbiamo potuto considerare Pasolini semplicemente uno “bravino”. Egli penserebbe oggi che viviamo in un mondo che non va amato, poiché il vero intellettuale ha il dovere di schernire l’Umanità che abbiamo ormai davanti ai nostri occhi. Questa è la lezione che Pasolini ci ha lasciato: il dovere di un uomo di cultura.

martedì 4 novembre 2014

4-11-1918/4-11-2014: i nostri militanti portano un fiore sui monumenti dedicati ai caduti della I Guerra Mondiale


Questa sera i militanti di Casaggì Valdichiana hanno portato una rosa ai monumenti dedicati ai caduti della Grande Guerra!

IL VOSTRO SACRIFICIO
VI HA RESO IMMORTALI!

lunedì 3 novembre 2014

Unico posto fisso... Il nodo scorsoio



di Pietrangelo Buttafuoco


Il posto fisso non c’è più. Occuparsi di chi lo perde, il lavoro, è una grande battaglia culturale. Se lo dice Matteo Renzi c’è #dastarsereni perché sarà lui a farsi carico del mondo che cambia a tutta velocità. Ed è un’epoca fantastica questa dell’Italia sbloccata perché tutti potranno licenziare, i licenziati avranno il Jobs act, e così non ci saranno più proletari ma i precari; non ci sarà più un posto fisso, non esisteranno più le pensioni e i vantaggi saranno fichissimi. Le banche, per esempio, non daranno crediti né accenderanno mutui a chi non ha posto fisso. Nessuno più – senza posto fisso – potrà comprare a rate; senza il tempo indeterminato di un impiego non ci sarà risparmio, tutto sarà bruciato nel mordi e fuggi e senza uno stipendio si resterà svegli e smart a contemplare l’unico posto fisso, l’anello sul soffitto da cui pencola la corda le cui istruzioni, per lo scorsoio, si potranno trovare sull’iPhone (per carità no, con il gettone).

giovedì 30 ottobre 2014

Ricordo di Mario Zicchieri, ucciso dai killer antifascisti a soli 16 anni


di Antonio Pannullo (Secolo d'Italia)

«Era morto un fascista, non valeva la pena di guastarsi l’appetito o rovinarsi la cena. Era morto unfascista, andava in fretta sepolto: avevan paura anche di un morto…». Questa canzone del gruppo alternativo Zpm era stata scritta per Sergio Ramelli, il giovane missino assassinato a sprangate a Milano da elementi di Avanguardia Operaia, ma si adatta benissimo anche a Mario Zicchieri, “cremino” per i suoi camerati, sedicenne del Prenestino ucciso a fucilate davanti la sezione delMsi di via Gattamelata da killer a tutt’oggi sconosciuto. Ramelli ea stato ucciso pochi mesi prima,Mikis Mantakas lo stesso, e il 29 ottobre toccò a Cremino. Le Brigate Rosse, e in genere tutti i gruppi della sinistra estremista, teorizzavano da tempo la necessità di incutere terrore nei fascisti del Msi perché, spiegarono qualche anno dopo, nonostante le bombe, gli incendi, le aggressioni, i ferimenti, non mollavano né davano segni di cedimento. E infatti era proprio così: i giovani del Msi e del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del partito, non cedettero mai, si difesero e continuarono a propagandare le loro idee e continuarono a tentare di cambiare il mondo. Neanche dopo la strage di Acca Larenzia (anch’essa impunita, come gli omicidi diCecchin, Di Nella e tanti altri) la comunità missina arretrò, anzi. E così fu al Prenestino, quartiere rosso (benché costruito dal fascismo) dove il Msi ebbe sempre una sede sin dall’immediato dopoguerra. E nel quartiere gli attivisti del Movimento Sociale svolsero sempre una intensa attività sociale, politica, culturale. Attività che i comunisti di qualsiasi tipo non avevano mai tollerato, perché poi funzionava.

Un quartiere difficile

Solo un anno prima, in occasione del 25 aprile, c’era stata un’aggressione armata contro la sezione del Msi, a suon di bombe molotov, revolverate e accettate (nel senso di colpi di accetta). Neanche allora i ragazzi erano scappati, ma avevano ripreso la loro attività in favore delle fasce sociali più deboli con rinnovato vigore. Finché – è stato raccontato molte volte – in un primo pomeriggio di 39 anni fa si ferma una Fiat davanti alla sezione, ne scendono due ragazzi ben vestiti, che sparano sui giovani che si trovavano davanti al portone, uccidendo Zicchieri e ferendo gravemente Marco Luchetti. L’auto poi fugge, inseguita da un iscritto al Msi del Prenestino che però dopo pochi metri viene minacciato con le armi e costretto a desistere. L’allora segretario della Penestino Gigi D’Addio apprese la notizia nei locali della Federazione, in diretta, perché qualcuno telefonò al partito dicendo quanto era accaduto. D’Addio, che ancora oggi al ricordo si commuove, prese la sua vecchia Dyane e dal centro arrivò in pochi minuti, guidando come un folle, alla sede, dove apprese tutto. Fu subito assaltata la vicina sezione del Pci, i cui membri non c’entravano nulla, alcuni ragazzi missini entrarono nella sezione comunista e malmenarono i presenti, sull’onda di una comprensibile reazione emotiva: occorre ricordare che in quegli anni ai funerali dei missini partecipavano solo i missini, nessun esponente politico né nazionale né locale, veniva mai a portare il suo cordoglio. I partiti dell’arco costituzionale – il “sistema” dicevamo noi missini – glielo proibiva. E così andò avanti per oltre dieci anni.

Intimidazioni continue contri i missini

Ma non so di nessuno che se ne andò dal Msi per questo motivo, per questa discriminazione odiosa, per questa emarginazione vergognosa. Cremino aveva solo sedici anni: non poteva essere colpevole di nulla, se non di avere un’idea controcorrente, alternativa ai partiti del consociativismo che hanno rovinato l’Italia, e i cui effetti di malgoverno li stiamo pagando ancora oggi. In questi 39 anni Mario Zicchieri è stato sempre ricordato dai suoi amici e camerati, e così è anche stavolta. Pochi anni fa, recentemente, l’amministrazione comunale guidata da Gianni Alemanno gli ha dedicato un giardino nei pressi, la cui lapide commemorativa è stata più volte distrutta dagli antifascisti. E i “fascisti” ogni volta l’hanno ripristinata…

mercoledì 29 ottobre 2014

Per Putin, ma non perché sia il Buono



di Luciano Fuschini (Il Giornale del Ribelle)

Gli USA hanno conquistato il mondo anche grazie alla propaganda abilissima, nella quale è maestra Hollywood. Lo schema della propaganda hollywoodiana è quello dello scontro finale fra il Buono e il Cattivo. Non è scontato che sia così in tutte le culture. Il duello finale dell’ Iliade, quello fra Ettore e Achille, tutto è tranne che lo scontro fra il Buono e il Cattivo, fra il Bene e il Male.

Nell’uso politico che si fa dello schema Buono-Cattivo, oggi il Cattivo è, per tutto il pensiero unico liberal-social-demo-progressista, Putin.

I pochi che riescono a sottrarsi alla macchina propagandistica, per reazione tendono a santificare il capo della Russia. Lo esaltano settori della destra europea e ora anche Salvini. Non è il caso di farlo, se vogliamo restare raziocinanti.

Putin era un giovane e brillante agente del KGB sovietico. Gli agenti del KGB non erano cavalieri senza macchia. Come leader politico, Putin ha assunto il ruolo del restauratore della potenza russa strumentalizzando cinicamente la questione cecena. Dopo una serie di attentati che colpirono la stessa Mosca, attentati di oscura matrice almeno quanto alcuni che hanno suscitato fondati interrogativi in Occidente, in cui forse manine e manone dei servizi segreti hanno avuto un ruolo, Putin proclamò davanti alle telecamere che avrebbe “scovato i terroristi perfino nel cesso”. Assurse alla statura di grande capo con queste parole e queste abili pratiche propagandistiche. Sulla scomparsa di alcuni giornalisti critici verso il suo potere, si addensano sospetti mai del tutto fugati.

Ha liquidato con maniere spicce alcuni oligarchi che gli facevano ombra, mentre ne ha innalzato altri che gli facevano comodo. Anche nella gestione della vicenda ucraina ha mostrato spregiudicatezza e cinismo. La popolazione russofona delle regioni orientali sarebbe stata piegata in pochi giorni dal pur scalcagnato esercito di Kiev se non ci fosse stata l’intromissione di soldati russi senza divisa e di armi russe. In omaggio al nobile principio dell’ “autodeterminazione dei popoli”, spesso proclamato ma raramente osservato, sarebbe giustificabile il distacco della minoranza russofona da Kiev, ma l’osservanza rigorosa di quel principio ovunque, sconvolgerebbe il quadro politico. Per esempio in Bulgaria c’è un’importante minoranza turca. Ne facciamo un altro staterello indipendente? Uniamo quelle popolazioni alla Turchia, creando un altro focolaio di guerra in Europa? In Romania e Serbia vivono minoranze ungheresi. Facciamo un altro stato indipendente, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero? Si potrebbe continuare a enumerare casi di questo tipo.

Dunque, Putin si è mosso in modo spregiudicato anche in Ucraina. Non è il Buono di uno schema che voglia opporsi a Hollywood assumendone la logica.

D’altra parte, se c’è qualcuno che non avrebbe il diritto di protestare, costoro sono i responsabili delle nazioni di Occidente e della NATO. Autoproclamandosi “la comunità internazionale”, bombardarono Belgrado per costringere la Serbia a rinunciare a una sua provincia, il Kosovo. Precedente gravissimo, avvertito subito come tale dai pochi che non hanno portato il cervello all’ammasso. Si faceva strame di ogni traccia di diritto internazionale, in particolare quella “non ingerenza negli affari interni degli altri Paesi” che sarebbe l’unica via per prevenire le guerre. Bisogna usare i verbi al condizionale perché anche quel principio è solo una bella frase, che raramente nella storia ha trovato riscontro nei fatti.

La realtà vera è che in politica, e in particolare nella relazione fra Stati, vige l’unica regola della legge del più forte.

L’Occidente non ha alcun diritto di indignarsi per i comportamenti di Putin, non solo per il precedente del Kosovo e per una serie di aggressioni sulla base di pretesti menzogneri. Non può farlo anche perché ha cavalcato e provocato i disordini in Ucraina per escludere la Russia dalla Crimea, quindi dal Mar Nero e in ultima analisi dal Mediterraneo, come ritorsione allo smacco subìto per opera di Putin in Siria. A gioco sporco si risponde con gioco sporco, quando i rapporti di forza, l’unica cosa che conta al di là dei bei princìpi mai osservati, sono cambiati.

La demonizzazione di Putin era iniziata prima che esplodesse la questione ucraina. I capi dell’Occidente, escluso Letta che forse per questo ha pagato un prezzo, non andarono a Soci in occasione delle Olimpiadi invernali proprio in segno di protesta, accampando motivi del tutto pretestuosi, come una legge che si limitava a proibire la propaganda in favore dei gay in presenza di minori. L’evidenza è che Putin disturba solo perché vuole sottrarre il suo Paese al dominio imperiale.

Del resto, volendo tornare a qualche pallida giustificazione di diritto, hanno più ragioni storiche le pretese russe sull’Ucraina (fra l’altro la prima capitale della Russia fu proprio Kiev) che quelle albanesi sul Kosovo, in cui solo di recente si era andata costituendo una maggioranza di lingua albanese. E la resistenza russa a una pretesa di dominio mondiale da parte dell’imperialismo anglo-americano è una causa che merita considerazione e sostegno.

Concludendo, siamo con Putin non perché sia il Buono, ma per considerazioni di natura storica e di contingenza politica. Tutto qui. Non è la Sfida all’O.K. Corral, non è il pistolero buono che elimina il malvagio. Lasciamo questa rozzezza alla robaccia che ci viene da oltre Oceano, alluvione di spazzatura.

venerdì 24 ottobre 2014

La globalizzazione dei sentimenti



di Pier Francesco Miccichè (L'Intellettuale Dissidente)

Che il capitale cerchi ogni giorno di indirizzare i nostri acquisti, cancellando sempre più le differenze locali e nazionali in materia di produzione, non è certo una novità. Banner e spot dei social sono da qualche tempo automaticamente programmati per orientarsi con sempre maggior precisione verso gusti e preferenze espressi dai “mi piace”, “segui” e dalle parole digitate sui motori di ricerca; un sistema per “individuarci” come l’intersezione delle potenziali fette di clientela di centinaia di aziende.

Ciò che fa davvero inorridire, tuttavia, è che un sistema non dissimile di categorizzazione venga attuato ogni giorno, silenziosamente, anche per i nostri sentimenti e stati di umore, spesso raccolti all’interno di pochi schemi comuni alle masse telecomunicanti. Smiles, emoticons, sigle ad esempio, nascono pochi decenni fa inizialmente come puro appannaggio dei giovani per disertare il linguaggio “lento” e formale degli adulti, ed esprimere in modo sintetico e diretto la propria condizione o la propria attività; oggi, rischiano di diventare il paradigma di una “globalizzazione dei sentimenti” in rapida espansione. Certo nulla di scandaloso se il loro utilizzo si limita alle conversazioni veloci, magari verso chi ci conosce già particolarmente bene, e a cui presto potremo con maggior dettaglio esprimere il nostro umore o chiedere i nostri suggerimenti. Ma non è affatto sempre così. Da alcuni mesi, Facebook ha introdotto e suggerito la possibilità di descrivere, con ogni status, la propria condizione emozionale del momento anche con una sola smile (seguita tutt’alpiù, da un aggettivo già “confezionato”), proponendo cento differenti emoticons. Comunicare il proprio umore agli amici deve essere facile, semplice e soprattutto immediato: poco importa se in questo modo si riduce l’intera sfera emozionale del soggetto alla “faccina” più adatta. Non solo, perché lo stesso principio si applica anche per la propria condizione sentimentale, le proprie esperienze, in taluni siti anche per il proprio sesso, dove la scelta raramente è fra sole due alternative. Possibile che l’universo comunicativo e sentimentale di ognuno di noi debba miseramente ridursi ad un numero di banali stereotipi caratteriali? Il serio rischio è quello di ridurre facilmente ogni persona al (nemmeno troppo complesso) algoritmo di gusti, posizione sociale, umore, stato sentimentale, in base al quale suggerire la pubblicità più adatta o i contatti che più potremmo desiderare aggiungere e conoscere.

La spersonalizzazione dei media non si ferma infatti al numero di “mi piace” di foto e pagine fan (quasi si trattasse di un criterio per valutare il proprio livello sociale o addirittura per fondare -o meno- la propria autostima); ogni aspetto della vita, piuttosto, deve divenire possibile elemento di un “biglietto da visita”: anche quelli più straordinariamente delicati e privati. Pochi riflettono sull’inquietudine che comporta la suggerita catalogazione delle nostre esperienze più intime o -in alcuni casi- di maggior drammaticità: Facebook propone di poter “registrare” con data e nota personale persino il cambio del nostro credo, le fratture delle nostre ossa, la rimozione dell’apparecchio per i denti, il primo bacio o la perdita di una persona cara (con tag del deceduto annessa). Qualsiasi avvenimento significativo, deve, insomma, diventare di pubblico dominio e fruizione: la nostra vita nelle mani delle aziende che devono sapere ciò che facciamo per decidere come dobbiamo spendere ciò che guadagniamo e come dobbiamo trascorrere il tempo a nostra disposizione. Esperienze straordinariamente significative e fatti contingenti sono parimenti livellati sul medesimo piano di importanza, tutti parte di un dominio di pubblica ed immediata ricezione che riduce al minimo la necessità di un contatto sociale diretto con l’altro, facendoci abortire anche la naturale curiosità che potremmo provare verso chi ancora non conosciamo particolarmente bene.

Sia chiaro che chi scrive non demonizza i social network, riconoscendo soprattutto le enormi potenzialità che questi possiedono. Facebook, WhatsApp, Twitter, non fanno in realtà che rideclinare ed ingigantire fenomeni umani vecchi di secoli: il desiderio di popolarità, la vanità, la tendenza al gossip. Ma rischiano di distruggere il fascino e la complessità della vita umana riducendola ad un elenco di tipi umani, quasi fossero caratteri di una commedia Plautina. La posta in gioco non è affatto irrilevante. Non è un caso che un mercato come quello della poesia, arte e gioco sottile d’espressione per eccellenza, viaggi ai minimi storici mentre tecnologie e social media collezionino un andamento in controtendenza rispetto al mercato attuale.

Vuol davvero l’uomo ridursi alla dignità di ciò che compra, farsi egli stesso merce ed esprimersi nei gradi di proprietà, capacità, gradimento misurabile?

martedì 21 ottobre 2014

Questo Bel Paese alluvionato dai soliti ignoti: noi



di Massimo Fini

Genova. Parma. Grosseto. Trieste. L'Italia cade in pezzi. Ogni autunno, ma ormai anche in altre stagioni, ci sono alluvioni del tipo di quelle cui stiamo assistendo in questi giorni. E ogni volta si grida allo scandalo e si additano al ludibrio delle genti i responsabili che possono essere, a piacere, il sindaco, il governo, la burocrazia, il Servizio metereologico che ha sbagliato le previsioni, la Protezione civile che non è intervenuta in tempo e con mezzi adeguati. Ogni volta questa o quella Procura apre un fascicolo contro ignoti per 'disastro colposo'. E proprio in questo termine, 'ignoti', sta la chiave dell'intera faccenda. Perché i responsabili non sono né i sindaci, né il governo, né il Servizio metereologico, né la Protezione civile. Responsabili siamo noi tutti, vittime comprese, che abbiamo accettato e accettiamo senza fiatare, senza un guaito, anzi cercando ciascuno di trarne la propria piccola o grande convenienza, un modello di sviluppo demenziale che non poteva portare che al dissesto idrogeologico. Certo si può tamponare meglio questa o quella situazione, ma non salvare la baracca. Sarebbe come se si pretendesse di impedire il naufragio di una nave che ha perso la chiglia infilando un dito in un foro del fasciame. Un processo di cementificazione, di deforestazione, di ogni tipo di oltraggio alla Natura che dura da più di mezzo secolo non si recupera né in un giorno, né in un anno, né in dieci, ma con cinquant'anni di retromarcia. Questo però nessuno, governi o cittadini, vuol sentirselo dire. E chi lo dice, e magari lo scrive, è considerato un folle, un antilluminista, un abbietto antimodernista. Ci si ostina a continuare per una strada che non ci vorrebbe molto a capire dove vada a parare: in un collasso finale devastante, di cui quello ambientale è solo un aspetto. L'Economia, con l'ancella Tecnologia, prevale su tutti e su tutto, anche sul più elementare buon senso. L'edilizia è in crisi. Bene, vuol dire che perlomeno si smetterà di costruire. E invece no, si costruisce ovunque, a manetta. A Finale Ligure, un tempo, con Celle, Albisola, Spotorno, Noli, Varigotti, Borghetto, Alassio, Bordighera, delizioso borgo di pescatori della Riviera di Ponente, ora ridotta ad un'unica striscia di cemento da Genova a Ventimiglia, non si vedono che cartelli 'vendesi' di case rimaste vuote, eppure si sta costruendo ancora, sul mare. Solo i cinesi -ma verrà anche il loro turno- ci han superato: costruiscono grandi città dove non abita nessuno. Milano ha avuto da sempre pochissimi spazi vuoti (eppure ai primi del Novecento l'architetto Van de Velde avvertiva: «Una città è fatta di pieni ma anche di vuoti») e adesso sono stati riempiti anche quelli in nome di quell'idiozia dell'Expo. Le Esposizioni Universali -la prima si tenne a Londra nel 1851- avevano un senso quando altri erano i mezzi di comunicazione, non nell'era di Internet. Che sarebbe stata in gran parte solo una speculazione malavitosa lo si sapeva da subito (adesso non ci resta che sperare, a titolo punitivo, in Ebola).

Intendiamoci, l'Italia è inserita nel modello di sviluppo occidentale e ci sarebbe voluta molta lungimiranza (forse solo il fascismo, almeno in teoria, la ebbe) per tenersene fuori. Però sono convinto che, fra i Paesi europei, il processo di industrializzazione sia stato particolarmente rovinoso per noi. Perché il nostro territorio, così vario, dalle Alpi alla cerniera degli Appenini al delta del Po alle coste, è geologicamente fragile, così come fragili sono il nostro straordinario paesaggio e la ricchezza artistica, frutto dell'opera delle generazioni che ci hanno preceduto, che non abbiamo saputo preservare. Ce lo siamo alluvionati da soli il nostro bel Paese. Le 'bombe d'acqua' (dei normali temporali) cadute su Genova e altrove c'entrano poco.

lunedì 20 ottobre 2014

Costume. I “radical chic” ieri e oggi. Chi erano e come si sono evoluti


di Giuseppe Balducci (Barbadillo)

In un articolo fiume intitolato “Radical Chic, That Party at Lenny’s”*, apparso sul New York Magazine del giugno 1970, Tom Wolfe, scrittore e giornalista americano, introduce nel mondo della carta stampata l’espressione, destinata a grande successo, “radical chic”. L’occasione è data da un party sontuoso organizzato da Felicia Bernstein, moglie del musicista Leonard. Il tutto ha luogo in un attico su Park Avenue, a Manhattan. Molte personalità della cultura e dello spettacolo newyorchese vi prendono parte. L’intento della serata è raccogliere fondi da devolvere al gruppo marxista leninista “Pantere Nere”. Gli aneddoti che si tramandano dell’evento sono davvero esilaranti. Per rendere l’idea: al fine di scongiurare eventuali dissapori con gli ospiti afroamericani, Felicia, la padrona di casa, pretese che i camerieri dovessero essere tutti bianchi. Ai camerieri fu dato poi ordine di servire tartine al Roquefort.

Di lì a poco l’espressione “radical chic” approdò in Italia ripresa da Indro Montanelli. Sul Corriere, rivolto a Camilla Cederna, che si era occupata della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, Montanelli definì la gioranlista “rappresentante del magma radical-chic”; stanca del “mondo delle contesse”, la Cederna si stava dedicando anima e cuore per la causa degli anarchici.

Esquerda festiva, Red set, Gauche caviar o Bourgeois-bohème, Salonbolschewist, Aristerà tu saloniù, Champagne socialist, Smoked salmon socialist, Radikal elegance, Esquerda caviar, Izquierda caviar e, per finire, in America, Limousine liberal.

Chi è il radical chic?

Generalmente di sinistra, ricco, ha abitudini da ricco in contraddizione con i suoi pensieri, ostenta infatti idee e tendenze politiche affini alla sinistra radicale (cit. Wikipedia). Dal vocabolario Treccani apprendiamo che l’espressione “radical chic” è composta dall’inglese radical «radicale» e dal francese chic ossia «elegante», e designa “che o chi, per moda o convenienza, professa idee anticonformistiche e tendenze politiche radicali”; per intenderci, “una borghesuccia che fa la radical-chic”. Francesco Maria del Vigo ha stilato invece una lista di dodici punti, un vademecum imprescindibile, per smascherare i nuovi radical chic. Dai tempi di Felicia i “radical” si sono “evoluti” diffondendo in maniera copiosa il loro verbo, ma con una capacità mimetica davvero deludente; basta qualche accorgimento, e il radical chic è bell’e smascherato.

Ormai 2.0, al pari del suo antenato analogico il Nostro è pervaso da un desiderio di prevalsa, da una sorta di propensione a distinguersi dai più. A titolo di esempio: a una comunissima immagine del profilo Facebook, per lui certamente "low brow", il “radical” preferisce invece “frammenti di film di qualche regista polacco mai distribuiti fuori dalla circonvallazione di Varsavia”, intento com’è a far sfoggio della sua cultura, e pur di primeggiare sul popolino incolto e ovviamente “berlusconiano”. Il radical poi non può fare a meno della sua reflex, e le foto delle vacanze “vanno bene solo se si è nel terzo mondo o in un campo profughi”, ritratti però “con sguardo” rigorosamente “corrucciato”, oppure “camuffati da indigeni (…) nell’atto di solidarizzare con gli abitanti del luogo”.


Ormai largamente diffuso, il germe radical chic interessa gran parte dell’establishment culturale italiano e si estende fino alle rinomate casalinghe di Voghera, rappresentanti però del folto pubblico degli aspiranti radical chic. Solitamente di estrazione piccolo-borghese, questi ultimi possono essere benissimo racchiusi nell’immagine, coniata da Pietrangelo Buttafuoco, della "professoressa col cerchietto", emanazione diretta del ‘68 e della riforma Berlinguer. Avida di luoghi comuni, è solita soddisfare la sua sete di sapere guardando nel week-end Fabio Fazio, maestro del radical chic televisivo. E’ indubbio il virus del “radical chic” ha intaccato gli strati sociali più insospettabili. Ma c’era d’aspettarselo: come scrive Alberto Arbasino ne “La vita bassa” i radical-chic sono “talmente storici che anche il pubblicaccio più ordinario adora” i loro “manifesti di protesta e denuncia così impegnata e griffata. Anche se poi le gazzette” le impaginano “fra le spa e spiagge estive e i gossip telefoninici”.

*In Italia l’articolo di Wolfe è stato pubblicato in volume dalla casa editrice Castelvecchi con il titolo “Radical Chic. Il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto”.

venerdì 17 ottobre 2014

Arriva in sala “Cristiada”, il western religioso che racconta la persecuzione dei cristiani in Messico da parte del regime di Calles



di Valeria Gelsi (Secolo d'Italia)

Un appunto lo hanno fatto sia i critici sia gli storici: il film è molto orientato sulla lotta, tanto che alcuni lo hanno definito un “western religioso”. Al netto di questa concessione alla spettacolarizzazione, però, quegli stessi critici e storici hanno riconosciuto a Cristiada il merito di aver portato al grande pubblico una di quelle che si possono definire “pagine di storia strappate”: la ribellione dei cristiani del Messico contro le persecuzioni del regime laicista del massone Plutarco Elìas Calles. «Il film concede molto alla battaglia cappa e spada, più che alla puntuale ricostruzione degli avvenimenti, ma nel complesso rende bene il clima di quegli anni», ha spiegato adAvvenire lo storico Mario Iannaccone, autore anche della monografia Cristiada. L’epopea dei Cristeros in Messico. La vicenda risale agli anni Venti quando una rivolta di popolo, che coinvolse ricchi e contadini, si oppose prima nelle piazze e poi con le armi alla feroce applicazione delle leggi anti-clerticali voluta da Calles. Il film vanta un cast di eccezione, del quale fanno parte tra gli altri Andy Garcia, Peter O’Toole ed Eva Longoria. Prodotto nel 2012, è considerato il più impegnativo lavoro cinematografico messicano. Negli Stati Uniti è stato salutato con entusiasmo anche dalla critica liberal e nella laicissima Francia, dove è approdato a maggio, ha raccolto 80mila spettatori in due mesi. In Italia arriva in questi giorni, con una programmazionde città per città: Milano e Torino hanno aperto la strada, poi toccherà a Bologna (il 21 ottobre), a Firenze (il 24), a Ferrara (il 27), a Padova (il 28), a Napoli (il 29), a Genova (il 4 novembre) e a Roma (il 5). Una scelta della casa di distribuzione, la Dominus Production, che ha deciso di scommettere sulla pellicola, che nel nostro Paese era rimasta orfana anche dopo l’anteprima in Vaticano di due anni fa. «Facciamo i produttori privilegiando i film che abbiano, come questo, dei valori. Qualcuno dice che siamo un po’ folli nel far uscire questo film a Natale, ma io credo che certe cose vadano viste», ha spiegato Federica Picchi della Dominus, che ha previsto anche delle anteprime con i rappresentanti delle realtà culturali, politiche e religiose e delle proiezioni per studenti. Una curiosità: il film rende omaggio al personaggio storico di José Sanchez del Rio, che si unì alla lotta e fu torturato e ucciso a 15 anni per non aver voluto rinnegare la propria fede. E che nel 2005 è stato beatificato da Benedetto XVI.

giovedì 16 ottobre 2014

Evita Perón: il significato di un simbolo dell’Argentina moderna


di Francesca Penza

Sono trascorsi duecento anni dalla formazione del Primer Gobierno Patrio, il primo governo indipendente della storia dell’Argentina, seguito alla Revolución de Mayo – la Rivoluzione di Maggio – guidata dal creolo Manuel Belgrano. Duecento anni in cui si sono succeduti presidenti, dittatori e giunte militari, così come sono cambiate, negli anni, le forme di governo e la stessa nomenclatura dell’attuale Nazione Argentina.

E l’Argentina sceglie un simbolo per festeggiare la sua indipendenza. Un personaggio, una donna amata e contestata: Evita Perón.

Maria Eva Duarte de Perón nacque il 7 maggio del 1919. Figlia illegittima di Juan Duarte, piccolo proprietario terriero, conobbe già da bambina stenti e miseria che superò soltanto quando con la famiglia – sua madre ed altri quattro fratelli – si trasferì a Junin, in seguito alla morte di Duarte. La relativa serenità economica non le impedì di sviluppare una personalità curiosa ed intraprendente che la portò, quindicenne, a trasferirsi a Buenos Aires, dove conobbe Agustín Magaldi, il cantante di tango che la aiutò a divenire attrice per la radio e per il cinema. Proprio mentre registrava una telenovela radiofonica conobbe il futuro presidente, il generale Juan Domingo Perón. Le nozze si celebrarono nel 1945. Quello stesso anno Evita guidò una manifestazione per la liberazione di Perón, arrestato in ottobre per le sue attività contrapposte agli interessi militari. Fu la consacrazione politica di Evita. Per i successivi sette anni il Presidente poté fare affidamento sul suo carisma e le sue capacità. Nel 1957, dopo aver lottato a lungo con un cancro al collo dell’utero, Eva morì.

Non è difficile comprendere come mai si parli ancora di lei.

È facile paragonare la sua vita a quella dell’eroina di un romanzo d’appendice: origini illegittime e modeste che la portarono ad affrontare i pregiudizi dell’alta borghesia argentina, ma anche a schierarsi con le classi meno abbienti; una carriera nel mondo dello spettacolo con un contorno di relazioni più o meno torbide, testimonianza del suo innegabile fascino; l’aver sposato un uomo e una causa, dando fondo a tutte le sue risorse per sostenerli; l’essere morta prematuramente, sconfitta da un male moderno e “democratico”.

I descamisados – termine che vuol dire scamiciati e che viene usato per indicare i lavoratori che manifestarono davanti al palazzo presidenziale per il rientro di Perón dal confino – videro in Evita una paladina, un personaggio vicino alla politica che finalmente si mostrava interessata alle vicende del popolo.

La classe politica vedeva in Evita l’incarnazione del giustizialismo peronista.

Nonostante la vita coniugale subisse alti e bassi, Evita non mancò mai di collaborare allo sviluppo del programma di governo del Presidente e non perse mai di vista i temi sociali: creò la Fondazione che porta tutt’ora il suo nome, attraverso la quale si fece carico di diffondere istruzione e salute.

Il ramo femminile del Partido Justicialista – Partito Giustizialista (parola derivata dalla fusione di “giustizia” e “socialismo”) fondato dallo stesso Perón nel 1947 – riscosse con Evita il suo più grande successo ottenendo il suffragio universale: ai lavoratori che già nel 1946 avevano appoggiato Perón, nel 1951 si aggiunsero le donne.

Tuttavia non possiamo ignorare come gran parte degli impegni politici e sociali di Evita siano nati da impeti personali e da un orgoglio fuori dal comune.

La stessa Fondazione Eva Perón nacque perché le dame dell’Organizzazione di Beneficenza Argentina rifiutarono a Evita il ruolo di presidentessa, da sempre assegnato alla First Lady.

Anche dopo aver investito milioni di dollari della Fondazione in opere destinate a migliorare le condizioni sociali, sanitarie e culturali del popolo argentino Evita non guadagnò le simpatie dei molti esponenti dell’alta società argentina, per lo più contrari alla politica peronista, che la ritenevano un’arrivista, poco più di una prostituta, impegnata soltanto nell’affabulare il popolo.

Nemmeno dopo la sua morte ebbe pace: la sua salma fu più volte traslata e sepolta in diversi luoghi – anche in Italia – con un nome fittizio.

Da Joan Baez a Madonna, il cinema e la musica l’hanno ricordata e omaggiata. Spesso la si sente nominare insieme a Margaret Thatcher e Indira Gandhi e sempre quando si tratta di ricordare donne che hanno “portato i pantaloni”, amate per questo e contestate per lo stesso motivo.

Ma che significato ha, nell’Argentina moderna, la scelta di Evita Perón come simbolo dell’indipendenza? Per rispondere a questa domanda è necessario considerare una molteplicità di fattori economici, politici e sociali.

I circa quaranta milioni di abitanti, distribuiti sui quasi tre milioni di chilometri quadrati che costituiscono il territorio argentino, hanno alle spalle non solo il retaggio coloniale tipico dei paesi del Sud America, ma anche una situazione economica altalenante e spesso disastrosa: difficile dimenticare il tasso di inflazione nel 1983 pari al 3000% o il grande tracollo finanziario del 2001. Tutto questo nonostante la quantità di petrolio estratto – che rende l’Argentina indipendente sotto il profilo energetico – e le ingenti esportazioni di prodotti agricoli e alimentari evidenzino la grande ricchezza di risorse del paese.

La situazione politica argentina è sempre stata complessa e soggetta all’ingerenza delle forze militari, responsabili dell’epurazione di centinaia di oppositori del regime instaurato dal generale Jorge Raphael Videla nel 1976: il buio capitolo dei desaparecidos, che si concluse solo nel 1983, quando oltre 30mila dissidenti, di cui si era persa ogni traccia, furono dichiarati morti. Sempre nel 1983 il neo presidente Raúl Alfonsin, dell’Unión Civica Radical – Unione Civica Radicale, partito di centro-sinistra – annunciò l’inizio dei procedimenti giudiziari a carico dei militari responsabili della violazione dei diritti umani durante gli anni della dittatura.

Se consideriamo la storia dell’Argentina dal 1862, anno in cui diviene Nazione Argentina, possiamo contare trentadue governi provvisori e dodici dittature militari su un totale di cinquantuno legislature, dato sufficiente a comprendere la natura fragile dei governi costituiti.

Il 1983 è l’inizio di una serie di governi di sinistra che guideranno il paese sotto la bandiera del giustizialismo.

Questo successo del populismo peronista, che deve molto all’impegno e al carisma della stessa Evita, è da ricercarsi prevalentemente nei rapporti tra il peronismo e la classe operaia dovuti alla nascita di una nuova fascia sociale che affondava le proprie radici nella cultura rurale priva di ideali politici forti tali da impedire a questi “nuovi operai” di essere affascinati dalla figura piuttosto paternalistica di Perón, che per certi versi ricalcava il modello sociale mussoliniano, che lo stesso Presidente e sua moglie dichiararono in più occasioni di apprezzare.

Il populismo di Perón sembra quindi derivare dallo sfaldarsi dei normali flussi di commercio e dalla crisi del comparto agro-alimentare. Da questo la crescita del proletariato urbano che vede nella moglie del Presidente uno spirito affine, quel proletariato che ha fatto di Perón l’antesignano del populismo più moderno e spicciolo.

È una scelta colma di significati quella di riversare su Evita Perón un enorme carico simbolico. Alla luce degli sviluppi interni all’Argentina, l’immagine di Evita offre un esempio di abnegazione ai ruoli istituzionali e di attenzione verso tutti gli strati sociali che erano stati il cuore pulsante del giustizialismo.

Evita, simbolo e voce dell’indipendenza argentina: una chiara rivendicazione dell’equità del giustizialismo; una figura moderna soprattutto perché donna; un’immagine in cui forse gran parte dell’Argentina vorrebbe tornare a specchiarsi.

*Francesca Penza, dottoressa in Scienze della comunicazione, collabora con “Eurasia”

lunedì 13 ottobre 2014

Alla fine ha vinto Marx.Siamo tutti uguali:individualisti e nichilisti



di Marcello Veneziani

Marx ha vinto e vive con noi. Non è una boutade o un paradosso, è la realtà. Il marxismo separato dal comunismo -e la sua utopia scissa dalla sua profezia - è lo spirito del nostro tempo. Viviamo in piena epoca marxista. Non mi riferisco solo alla crisi economica presente né solo al fenomeno previsto da Marx ed ora effettivamente avverato della ricchezza concentrata in poche mani, con una minoranza sempre più ricca e ristretta e una maggioranza sempre più vasta e povera.

Dobbiamo rifare i conti con Marx, e non solo perché ci siamo formati in un’epoca - come scrive Dürrenmatt - in cui «essere marxisti era una specie di dovere» - un dovere che noi trasgredimmo. Ma soprattutto perché il marxismo impregna il nostro oggi. Scrive Marx nel Manifesto: «Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra e gli uomini sono finalmente costretti a osservare con occhio disincantato la propria posizione e i reciproci rapporti». È la prefigurazione più precisa della nostra epoca. Il marxismo fu il più potente anatema scagliato contro Dio e il sacro, la patria e il radicamento, la famiglia e i legami con la tradizione; una teoria che si fece prassi pervasiva. Fu una deviazione la sua realizzazione in paesi premoderni, come la Russia e la Cina, la Cambogia o Cuba. Contrariamente a quel che si pensa, il marxismo non si è realizzato nei paesi che hanno abbracciato il comunismo, dove invece ha fallito e ha resistito attraverso l’imposizione poliziesca e totalitaria; si è invece realizzato nel suo spirito laddove nacque e si rivolse, nell’Occidente del capitalismo avanzato.

Non scardinò il sistema capitalistico, ma fu l’assistente sociale e culturale nel passaggio dalla vecchia società cristiano-borghese al neocapitalismo nichilista e globale. La società dei consumi, dei desideri e dei mondi virtuali ha realizzato, nella libertà, il compito e la definizione che Marx dava del comunismo: «è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». L’utopia comunista è stata realizzata a livello planetario, ma sul piano individuale e non collettivo, come invece pensava Marx. Nel segno dell’individualismo di massa e non del comunismo e della sua abolizione dello Stato, della proprietà privata o delle diseguaglianze. Non sconcerti questa lettura individualistica di Marx. Nell’Ideologia tedesca, Marx dichiara che il fine supremo del comunismo «è la liberazione di ogni singolo individuo» dai limiti locali e nazionali, famigliari e religiosi, economici e proprietari. Il giovane Marx onora un solo santo nel suo calendario: Prometeo, l’individuo eroico e liberatore. Uno dei primi scopritori dell’essenza individualistica che si celava dentro la buccia collettivista di Marx fu Louis Dumont in Homo aequalis.

La società capitalistica globale ha realizzato le principali promesse del marxismo, seppur distorcendole: nella globalizzazione ha realizzato l’internazionalismo contro le patrie; nell’uniformità e nell’omologazione ha inverato l’uguaglianza e il livellamento universale; nel dominio globale del mercato ha riconosciuto il primato mondiale dell’economia posto da Marx; nell’ateismo pratico e nell’irreligione ha realizzato l’ateismo marxiano e la sua critica alla religione; nel primato dei rapporti materiali, pratici e utilitaristici rispetto ai valori spirituali, morali e tradizionali ha realizzato il materialismo marxiano; nella liberazione da ogni legame organico e naturale ha realizzato il prometeismo marxista nella sfera individuale; nella società libertina e permissiva ha inverato la liberazione marxiana dai vincoli famigliari e matrimoniali; e come Marx voleva, ha realizzato il primato della prassi sul pensiero. Il marxismo, fallito come apparato repressivo a Est, si è realizzato come radicalismo permissivo a Occidente, separandosi dal comunismo anticapitalista, messianico e profetico. E ora si realizza anche nell’Estremo Oriente, in Cina e Corea, nella forma del mao-capitalismo, il comunismo liberista.

La spinta ideologica del marxismo si condensa in forma di mentalità; la sua avanguardia intellettuale assume il controllo del potere culturale, come una setta giacobina che vigila sulla conformità al politically correct; mentre nei rapporti sociali ed economici, il marxismo si conforma alla società globale e neocapitalistica di massa. Di cui è stato in definitiva la Guardia Rossa, a presidio della rimozione della Tradizione. Lo spirito del marxismo si realizza in Occidente, facendosi ideologicamente radical, economicamente liberal. Ha perso i toni violenti del marxismo - la cruenta lotta di classe e la dittatura del proletariato - lasciati alle rivoluzioni del Terzo Mondo e frange estreme d’Occidente; ma con essi ha perso anche l’anelito alla giustizia sociale e il radicamento nel proletariato e nella classe operaia. La società di massa dell’Occidente ha portato a compimento la previsione di Marx: la proletarizzazione dei ceti medi ma dopo l’imborghesimento del proletariato. La borghesia si universalizza come stile di vita e modello, ma il suo allargamento coincide col suo abbassamento di status socio-economico al rango proletario.

Quel che Marx non aveva capito era che il disincanto, la secolarizzazione, l’ateismo non avrebbero risparmiato nemmeno il comunismo e la sua vena escatologica e profetica. Arrivo a dire che il comunismo dell’est è stato sconfitto dal marxismo occidentale, col suo materialismo pratico, la sua irreligione e il suo primato dell’economia che hanno sradicato più che nelle società comuniste il seme vitale dei principi e degli assetti tradizionali. Non a caso i marxisti d’Occidente si sono convertiti allo spirito radical e liberal, all’individualismo, al mercato e alla liberazione sessuale, dismettendo la liberazione sociale. La lotta di classe ha ceduto alla lotta di bioclasse nel nome dell’antisessismo e l’antirazzismo. Anche la difesa egualitaria delle masse di poveri ha ceduto alla tutela prioritaria dei «diversi».

Il marxismo resta attivo sotto falso nome e falsa identità, quasi in forma transgenica, come spirito dissolutivo della realtà e del suo senso, del sacro e del fondamento, dei principi e delle strutture su cui si è fondata la società tradizionale. La fine del marxismo, a lungo enunciata, è un caso di morte apparente.

sabato 11 ottobre 2014

Tagli all'istruzione per sostenere l'immigrazione,vuoi restare a guardare?



Ogni giorno, in Italia, sbarcano circa 800 immigrati clandestini ai quali viene dato subito vitto e alloggio, spesso in alberghi e strutture private.
I sussidi che prendono sono talvolta superiori alle pensioni di italiani che hanno lavorato tutta la vita.
I servizi che ricevono sono quelli che molte famiglie italiane colpite dalla crisi non vedono da anni.
A causa delle decine di milioni di euro spesi da Renzi per assistere gli africani sbarcati a Lampedusa saranno tagliati fondi per la scuola e per l’edilizia scolastica.
Si parla di te, del tuo futuro e del tuo Paese.
Aiutaci a cambiare le cose cominciando dalla tua scuola.



lunedì 6 ottobre 2014

Le Sentinelle in piedi conquistano le piazze. Contestazioni da sinistra

sentinelle

tratto da Barbadillo.it

Successo e partecipazione per la manifestazione nazionale delle Sentinelle in piedi, “Cento piazze per l’Italia”, durante la quale il movimento, laico ed autoconvocato, ha espresso il proprio dissenso verso il ddl Scalfarotto sull’omofobia e verso le Il format è ormai familiare. Le Sentinelle si caratterizzano per l’occupazione sileziosa di una piazza davanti a palazzi istituzionali nella quale i militante leggono un libro
L’evento è avvenuto in contemporanea in tutte le cento piazze italiane con numeri che difficilmente si vedono in altre manifestazioni: a Milano e a Verona sono intervenuti 500 veglianti, a Modena più di 300.

Le “Sentinelle in piedi” nascono originariamente in Francia, per protestare contro la legge sul matrimonio omosessuale. A seguito delle repressioni messe in atto dal governo Hollande, alcuni aderenti alla Manif Pour Tous idearono le Sentinelle, che vegliano silenziosamente di fronte ai palazzi del potere. In Italia sono arrivate un anno fa e hanno ingrossato le loro file in occasione della presentazione del DDL Scalfarotto, dei disegni di legge su coppie di fatto e adozioni a coppie di omosessuali.

Purtroppo i media si sono curati dell’evento di domenica solo a causa delle contestazioni violente subite dalle Sentinelle. I centri sociali di sinistra e gli attivisti delle associazioni pro diritti gay non hanno digerito una mobilitazione così vasta e hanno organizzato presidi di protesta, degenerati talvolta in tafferugli, per impedire la manifestazione silenziosa e pacifica, che però a quanto pare è stata un successo.

domenica 5 ottobre 2014

In ricordo di Piccolo Attila


"Cadrò una, due volte , mille volte ancora, ma ogni volta mi rialzerò per tornare all'assalto, da uomo libero"

sabato 4 ottobre 2014

‘Patriottismo’: Rito d’amore e di morte...



di Daniele Zanghi (L'Intellettuale Dissidente)


Pochi sono a conoscenza che tra le opere di Mishima si puo’ annoverare anche un film, da lui scritto, messo in scena, interpretato, girato e prodotto. Datato 1966, questo cortometraggio di 30 minuti fu a lungo creduto andato perso, probabilmente distrutto dalla sua vedova, per poi essere riscoperto nel 2005. Lungi dall’essere una parentesi o un tentativo, o tantomeno un’opera minore, una versione propagandistica dell’omonimo racconto da cui è tratto,Yūkoku(Patriottismo) è da considerarsi come facente parte a tutti gli effetti del continuum arte-vita dell’affascinante teorico, ed effettuale protagonista, della filosofia dell’istante.
La narrazione dei fatti storici che fungono da pretesto per la presentazione del suicidio rituale viene affidata a degli intertitoli. In seguito all’Incidente del 26 Febbraio 1936, ossia un tentativo di colpo di Stato organizzato da alcuni alti ufficiali dell’esercito giapponese, al luogotenente Shinji Takeyama, amico degli insorti, viene impartito l’ordine di giustiziare i suoi stessi colleghi. Takeyama si trova nella situazione tragica per eccellenza: egli è metafisicamente bloccato, incapace sia di tradire i suoi amici, sia di disobbedire all’Imperatore. Il suo destino è segnato, l’impossibilità di scegliere una delle due forme di fedeltà lo costringe ad optare per l’unica soluzione che lo salvi dal disonore: il seppuku (taglio del ventre). Sua moglie Reiko lo seguirà nella morte pugnalandosi alla gola.
Le immagini del film, privo di dialoghi, sono accompagnate soltanto da un brano del Tristan und Isolde di Wagner. L’indefinitezza tonale dell’armonia è coerente con l’apertura emotiva dei momenti precedenti il rituale: si tratta di una stessa straziante fumosità sensuale recante pero’ un pesante senso del definitivo. Separate dal tempo e dallo spazio, le coppie Takeyama-Reiko e Tristano-Isotta sono accomunate dalla fascinazione per la notte, per il desiderio insaziabile e fatale, una fascinazione decadente per una morte voluttuosa che è al contempo una promessa di liberazione: in poche parole abbiamo uno stesso “rito d’amore e di morte”, una stessa immersione nell’irrefrenabile notte che sfocia sulla conquista dell’eternità.
Eppure Yūkoku presenta una differenza fondamentale rispetto all’estetica decadente occidentale per così dire “oppiacea”. L’ossessione dell’annullamento che vi ritroviamo esclude l’informe, il groviglio psicologico e sensuale. Tutto cio’ che freme e striscia è incompatibile con la purezza ricercata da Mishima. I suoi personaggi sono dei contemplativi, la loro visione del nulla è agli antipodi della poca lucidezza di un Tristano in preda a degli attacchi d’ira. I due amanti sono caratterizzati dalla purezza della loro intenzione: in particolar modo, ancor più dell’imperturbabilità di Takeyama, che in quanto uomo non può lasciare trasparire segni di debolezza -i suoi gesti e le sue espressioni sono freddi, egli è distante dalla cinepresa e non rivela i propri sentimenti-, colpisce la risolutezza di Reiko che riesce a vincere il suo istintivo attaccamento femminile alla vita. Ella sa verso cosa va incontro, ella ha accettato. Nel racconto originale (incluso nella raccolta Morte di Mezza Estate) si vede bene come Reiko già sapesse dal giorno del suo matrimonio che questo momento sarebbe infine potuto giungere; il mondo dell’infanzia le appare lontano e irreale considerata la pienezza identitaria che la presenza del marito le aveva sempre lasciato intravedere, e alla quale ora può anch’ella assurgere. Che la sua condotta sia in realtà il risultato di una cancellazione della sua personalità dettata dall’amore nevrotico di suo marito, poco importa -Reiko ormai ha deciso. La pellicola in bianco e nero accentua l’incarnato virginale del suo volto splendidamente sereno ed i suoi tratti sfiorano la perfezione nella scena in cui si trucca prima di suicidarsi. Una tale morte è impensabile per noi occidentali, noi che nelle tragedie abbiamo dei personaggi divoratori di dubbi.
La filosofia o meglio l’estetica che anima i due amanti va di pari passo con la severa visività di tutta la messa in scena. Il debito di Mishima nei confronti del teatro Nō è evidente, come dimostra l’essenzialità della scenografia. I personaggi si muovono in due soli ambienti: un giardino e una washitsu, cioè una stanza tradizionale giapponese, in cui campeggia un kakemono (rotolo di carta o di seta destinato ad essere appeso ad un muro) recante due caratteri che significano “fedeltà”. La perfezione formale culmina nell’inquadratura finale dei due corpi plumbei, quello di Takeyama vestito dall’abito militare e quello di Reiko dal kimono, adagiati l’uno sull’altro nella sabbia ondulata del giardino che forma un motivo circolare. Ecco, ecco gli esseri che, offerti sangue ed interiora, estirpata l’anima attraverso l’atto estremo, tornano ad essere “dolci e meravigliosi come gli Dei”*.
*dalla poesia “Le Stelle”