domenica 13 gennaio 2013

Fine dei giochi in Siria



di Mahdi Darius Nazemroaya


Dall’avvio del conflitto in Siria nel 2011, è stato riconosciuto, da amici e nemici, che gli eventi in quel paese sono legati a un piano che prende di mira, in ultima analisi, l’Iran, il primo alleato della Siria. [1] Scollegare la Siria dall’Iran e scardinare il Blocco della Resistenza che Damasco e Teheran hanno formato, è uno degli obiettivi della politica estera supportata dalle milizie anti-governative in Siria. Tale divisione tra Damasco e Teheran cambierebbe l’equilibrio strategico del Medio Oriente a favore degli Stati Uniti e di Israele. Se ciò non può essere realizzato, però, si paralizzerà la Siria evitando che possa fornire all’Iran una qualsiasi forma effettiva di sostegno politico, economico, diplomatico e militare di fronte alle minacce comuni, di cui sono obiettivo primario. Impedire una qualsiasi continua cooperazione tra le due repubbliche è l’obiettivo strategico. Questo include impedire il terminale energetico Iran-Iraq-Siria in fase di costruzione e la conclusione del patto militare tra i due partner.


Tutte le opzioni sono finalizzate a neutralizzare la Siria

Il cambio di regime a Damasco non è l’unico o il principale modo, per gli Stati Uniti ed i loro alleati, di evitare che la Siria resti al fianco dell’Iran. Destabilizzare la Siria e neutralizzarla come Stato fallito e diviso, ne è la chiave. Le lotte settarie non sono un risultato casuale dell’instabilità in Siria, ma un progetto alimentato dagli Stati Uniti e dai loro alleati, che hanno costantemente fomentato con il chiaro intento di balcanizzare la Repubblica araba siriana. A livello regionale, soprattutto Israele, tra tutti gli altri stati, ha la partecipazione più importante nel garantire tale risultato. Gli israeliani, in realtà, hanno delineato in diversi documenti a disposizione del pubblico, tra cui il Piano Yinon, la distruzione della Siria in una serie di piccoli Stati confessionali; uno dei loro obiettivi strategici. E questo lo prevedono i pianificatori militari statunitensi. Come il vicino Iraq, la Siria non ha bisogno di essere formalmente divisa. A tutti gli effetti, il paese può essere diviso come il vicino Libano, in vari feudi e tratti di territorio controllati da diversi gruppi, durante la guerra civile libanese. L’obiettivo è degradare la Siria in un ruolo esterno.


Dalla sconfitta israeliana in Libano nel 2006, vi è stata una rinnovata attenzione verso l’alleanza strategica tra l’Iran e la Siria. Entrambi i paesi si oppongono decisamente ai progetti statunitensi nella regione. Insieme sono stati protagonisti nell’influenzare gli eventi in Medio Oriente, dal Mediterraneo orientale al Golfo Persico. La loro alleanza strategica ha indubbiamente svolto un ruolo importante nel plasmare il paesaggio geopolitico in Medio Oriente. Anche se i critici di Damasco dicono che ha fatto molto poco riguardo un’azione sostanziale contro gli israeliani, i siriani sono stati i partner di questa alleanza che hanno sopportato il maggior peso nel confronto con Israele, ed è stato grazie alla Siria che Hezbollah e i palestinesi hanno avuto santuari, logistica e una profondità strategica iniziale contro Israele.

Fin dall’inizio i leader dell’opposizione estera supportata dagli stranieri, hanno reso chiara la loro politica estera, che può essere fortemente indicata come un riflesso degli interessi che servono. Le forze antigovernative e i loro leader hanno anche dichiarato che allineeranno la Siria contro l’Iran. Usando perciò un linguaggio settario per farla rientrare “nell’orbita naturale degli arabi sunniti”. Questa è una mossa chiaramente favorevole agli Stati Uniti e ad Israele. Rompere l’asse tra Damasco e Teheran è fin dagli anni ’80 anche uno degli obiettivi principali di Arabia Saudita, Giordania e petro-sceiccati arabi, nell’ambito del piano per isolare l’Iran durante la guerra Iran-Iraq. [2] Inoltre, il linguaggio settario usato fa parte di un costrutto che non è un riflesso della realtà, ma un riflesso di congetture e desideri orientalisti che, falsamente, prevedono che i musulmani che si percepiscono sciiti o sunniti, siano di per sé in opposizione gli uni agli altri come nemici.

Tra i leader della prostrata opposizione siriana che perseguirebbero gli obiettivi strategici degli Stati Uniti vi è Burhan Ghalioun, l’ex presidente del Consiglio nazionale siriano di Istanbul patrocinato dall’estero, che aveva detto al Wall Street Journal, nel 2011, che Damasco avrebbe posto fine alla sua alleanza strategica con l’Iran e al suo sostegno a Hezbollah e ai palestinesi, non appena le forze antigovernative avessero occupato la Siria. [3] Questi esponenti dell’opposizione sponsorizzata dall’estero, sono anche stati usati per convalidare, in un modo o nell’altro, le varie narrazioni che pretendono che sunniti e sciiti si odino a vicenda. I media mainstream nei paesi che operano in sincronia per un cambiamento di regime a Damasco, come gli Stati Uniti e la Francia, hanno sempre presentato il regime in Siria come un regime alawita, alleato con l’Iran perché gli alawiti sono un ramo dello sciismo. Anche questo è falso, perché la Siria e l’Iran non condividono una comune ideologia, ma sono alleati a causa della comune minaccia e condividono obiettivi politici e strategici. Né la Siria è diretta da un regime alawita, essendo la composizione del governo riflettere la diversità etnica e religiosa della società siriana.

Il ruolo di Israele in Siria

La Siria è tutto per l’Iran secondo Israele. Come se Tel Aviv non avesse nulla a che fare con gli eventi in Siria, i commentatori e gli analisti israeliani ora insistono pubblicamente sul fatto che Israele ha bisogno di colpire l’Iran, intervenendo in Siria. Il coinvolgimento di Israele in Siria, insieme agli Stati Uniti e alla NATO, si è cristallizzato nel 2012. E’ chiaro che Israele sta cooperando con un conglomerato composto da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Turchia, NATO, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, minoranza dell’Alleanza del 14 Marzo in Libano, e dagli usurpatori filo-NATO che hanno conquistato e distrutto la Jamahiriya Araba di Libia.

Anche se dovrebbe essere letta con cautela, si segnala la corrispondenza piratata di Reva Bhalla della Strategic Forecast Incorporated al suo capo, George Friedman, su una riunione del dicembre 2011 al Pentagono tra lei (che rappresentava Stratfor) e funzionari inglesi, statunitensi e francesi sulla Siria. [4] La corrispondenza di Stratfor sosteneva che gli Stati Uniti e i loro alleati nel 2011 avevano inviato forze militari speciali per destabilizzare la Siria, e che in realtà non c’erano molti siriani tra le forze antigovernative sul terreno o, come scrive Bhalla, “non c’è molto da prendere dell’esercito libero siriano per l’addestramento”. [5] The Daily Star, di proprietà della famiglia libanese Hariri, coinvolta nelle operazioni di cambio di regime contro la Siria, subito dopo aveva riferito che tredici agenti segreti francesi erano stati catturati dai siriani nelle operazioni ad Homs. [6] Invece di un no categorico alle informazioni relative agli ufficiali francesi catturati, la risposta pubblica del ministero degli esteri francese era di non poter confermare nulla, cosa che può essere indicata come un’ammissione di colpa. [7]

Giorni prima, al-Manar di Hezbollah aveva rivelato che armi ed equipaggiamenti di fabbricazione israeliane, dalle granate e binocoli notturni ai dispositivi di comunicazione, erano stati catturati insieme ad agenti del Qatar nella roccaforte degli insorti di Bab Amr a Homs, verso la fine di marzo e l’inizio di aprile. [8] Un anonimo funzionario degli Stati Uniti avrebbe poi confermato, nel luglio 2012, che il Mossad affianca la CIA in Siria. [9] Appena un mese prima, a giugno, il governo israeliano aveva iniziato a chiedere pubblicamente un intervento militare in Siria, presumibilmente degli Stati Uniti e del conglomerato dei governi che lavorano con Israele per destabilizzare la Siria. [10] I media israeliani ha anche cominciato a segnalare, casualmente, che dei cittadini israeliani, anche se uno era stato identificato come arabo-israeliano (vale a dire un palestinese con cittadinanza israeliana) erano entrati in Siria per combattere contro l’esercito siriano. [11] In genere qualsiasi israeliano, in particolare quelli arabi, che entrano in Libano e/o Siria, vengono processati e condannati dai tribunali delle autorità israeliane, e le notizie israeliane si concentrano su questo aspetto delle storie. Tuttavia, non è stato così in tale caso. Va inoltre ricordato che gli oppositori palestinesi ad Israele che vivono in Siria, sono presi di mira proprio come i palestinesi che vivevano in Iraq venivano presi di mira dopo che gli Stati Uniti e il Regno Unito l’invasero nel 2003.

La Siria e l’obiettivo di isolare l’Iran

Il giornalista Rafael D. Frankel ha scritto un articolo per il “Washington Quarterly”, rivelando ciò che i politici statunitensi e i loro partner pensano della Siria. Nel suo articolo Frankel ha sostenuto che a causa della cosiddetta primavera araba, un attacco contro l’Iran di Stati Uniti e Israele non innescherebbe più una risposta coordinata regionale dell’Iran e dei suoi alleati. [12] Frankel ha sostenuto che a causa degli eventi in Siria, vi era l’occasione per Stati Uniti e Israele di attaccare l’Iran senza innescare una guerra regionale che coinvolgesse Siria, Hezbollah e Hamas. [13] La linea di pensiero di Frankel non è andata persa nei circoli della NATO o d’Israele. In realtà la sua linea di pensiero scaturisce dai punti di vista e dai piani di questi circoli stessi. Come rafforzamento psicologico delle loro idee, il testo è effettivamente arrivato nella sede della NATO di Bruxelles, nel 2012, come materiale di documentazione. Mentre Israele ha pubblicato il rapporto della sua intelligence su questo argomento.

Secondo il quotidiano israeliano Maariv, il rapporto dell’intelligence al ministero degli esteri israeliano concludeva che la Siria e Hezbollah non saranno più in grado di aprire un secondo fronte contro Israele se dovesse entrare in guerra con l’Iran. [14] Nella pubblicazione del rapporto israeliano, un alto funzionario israeliano avrebbe detto: “la capacità dell’Iran di danneggiare Israele in risposta a un nostro attacco, è diminuita drasticamente”. [15] Molti giornali, documenti e scrittori su posizioni ostili verso la Siria e l’Iran, come The Daily Telegraph, hanno immediatamente replicato i risultati del rapporto di Israele sull’Iran e i suoi alleati regionali. Due delle prime persone a riprodurre le conclusioni della relazione israeliana, Robert Tait (reporter dalla Striscia di Gaza) e Damien McElroy (espulso dalla Libia nel 2011 dalle autorità del paese durante la guerra con la NATO), riassumono in modo significativo i risultati della relazione, precisando effettivamente come gli alleati chiave dell’Iran nel Levante siano stati neutralizzati. [16] Il rapporto israeliano ha trionfalmente dichiarato che la Siria è ripiegata ed è troppo occupata per sostenere il suo alleato strategico iraniano contro Tel Aviv, in una guerra futura. [17] Le conseguenze della crisi siriana hanno anche posto gli alleati libanesi dell’Iran, Hezbollah in particolare, in una posizione instabile, dove le loro linee di rifornimento sono a rischio, e sono politicamente danneggiati per il loro sostegno a Damasco. Se qualcuno in Libano dovesse fiancheggiare l’Iran in una futura guerra, gli israeliani hanno detto che l’invaderanno attraverso massicce operazioni militari terrestri. [18]

Il ruolo del nuovo governo egiziano nel favorire gli obiettivi degli Stati Uniti sotto la presidenza di Morsi, diventa anch’esso chiaro, secondo quanto afferma il rapporto israeliano circa il suo ruolo di sostegno: “La relazione del ministero degli esteri ha anche previsto che l’Egitto avrebbe impedito ad Hamas, il movimento islamista palestinese, di aiutare l’Iran con il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza”. [19] Ciò porta credito all’idea che Morsi abbia avuto il permesso dagli Stati Uniti e da Israele per mediare una pace tra la Striscia di Gaza e Tel Aviv, che impedirebbe ai palestinesi di appoggiare l’Iran durante una guerra. In altre parole, la tregua egiziana è stata posta per legare le mani di Hamas. I recenti annunci del governo Morsi di impegnarsi politicamente con Hezbollah, può anche essere indicato come un prolungamento della stessa strategia applicata a Gaza, ma in questo caso per distaccare l’Iran dai suoi alleati libanesi. [20]

Inoltre si chiede a gran voce una procedura per scollegare Hezbollah, l’Iran e, per estensione, i loro alleati cristiani in Libano. Il German Marshall Fund ha presentato un testo che sostanzialmente dice che ai cristiani libanesi alleati di Hezbollah, Siria e Iran, deve essere presentata una narrazione politica alternativa, che sostituisca quella in cui si crede che l’Iran sia una grande potenza del Medio Oriente. [21] Anche ciò è teso ad erodere ulteriormente il sistema di alleanze iraniano.

Missione compiuta?

Il conflitto in Siria non è solo un affare israeliano. La lenta erosione della Siria interessa altre parti che vogliono distruggere il paese e la sua società. Gli Stati Uniti sono al primo posto tra le parti interessate, seguiti dai dittatori arabi dei petro-sceiccati. La NATO inoltre vi è sempre stata segretamente coinvolta. Il coinvolgimento della NATO in Siria rientra nella strategia degli Stati Uniti, che utilizza l’alleanza militare per dominare il Medio Oriente. Per questo motivo si è deciso di istituire una componente dello scudo missilistico in Turchia. Questo è anche il motivo per cui i missili Patriot sono stati dispiegati sul confine turco con la Siria. L’Istanbul Cooperation Initiative (ICI) e il Dialogo Mediterraneo della NATO sono anch’essi componenti di questi piani. Inoltre, la Turchia ha tolto il suo veto contro l’ulteriore integrazione di Israele nella NATO. [22] La NATO si riorienta verso la guerra asimmetrica e una maggiore enfasi viene ora posta nelle operazioni di intelligence. Gli strateghi della NATO hanno sempre studiato i curdi, l’Iraq, Hezbollah, la Siria, l’Iran e i palestinesi. Nello scenario di una guerra totale, la NATO si è preparata per evidenti ruoli militari in Siria e Iran.

Anche l’Iraq è stato destabilizzato ulteriormente. Mentre gli alleati dell’Iran a Damasco sono stati colpiti, i suoi alleati a Baghdad non lo sono. Dopo la Siria, lo stesso conglomerato di paesi che opera contro Damasco rivolgerà le sue attenzioni all’Iraq. Ha già iniziato ad operare in Iraq per galvanizzare ulteriormente le sue linee di frattura settarie e politiche. Turchia, Qatar e Arabia Saudita stanno giocando un ruolo di primo piano, con questo obiettivo. Ciò che sta diventando evidente è che le differenze tra musulmani sciiti e sunniti, che Washington ha coltivato dall’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003, sono inasprite dal settarismo curdo. Sembra che molti della dirigenza politica israeliana ora credano di esser riusciti a spezzare il Blocco della Resistenza. Che sia giusto o sbagliato è una questione dibattuta. La Siria è ferma, la Jihad islamica palestinese (che era di gran lunga il gruppo palestinese più attivo nel combattere Israele a Gaza, nel 2012) e altri palestinesi si schiereranno con l’Iran, anche se Hamas avrà le mani legate dall’Egitto, ma vi sono sempre degli alleati di Teheran in Iraq, e la Siria non è la sola linea di rifornimento dell’Iran per armare il suo alleato Hezbollah. Ma è anche molto chiaro che l’assedio contro la Siria è un fronte della guerra occulta multidimensionale contro l’Iran. Solo questo dovrebbe far riconsiderare le dichiarazioni dei funzionari degli Stati Uniti e dei loro alleati, di preoccuparsi del popolo siriano soltanto per motivi umanitari e democratici.


NOTE:

[1] Mahdi Darius Nazemroaya, “Obama’s Secret Letter to Tehran: Is the War against Iran On Hold? ‘The Road to Tehran Goes through Damascus,’” Global Research, 20 gennaio 2012.

[2] Jubin M. Goodarzi, Syria and Iran: Diplomatic Alliance and Power Politics in the Middle East (London, UK: I.B. Tauris, 2009), pp.217-228.

[3] Nour Malas and Jay Solomon, “Syria Would Cut Iran Military Tie, Opposition Head Says,” Wall Street Journal, 2 dicembre 2011.

[4] WikiLeaks, “Re: INSIGHT – military intervention in Syria, post withdrawal status of forces,” 19 ottobre 2012

[5] Ibid.

[6] Lauren Williams, “13 French officers being held in Syria,” The Daily Star, 5 marzo 2012.

[7] Ibid.

[8] Israa Al-Fass, “Mossad, Blackwater, CIA Led Operations in Homs,” trans. Sara Taha Moughnieh, Al-Manar, 3 marzo 2012.

[9] David Ignatius, “Looking for a Syrian endgame,” The Washington Post, 18 luglio 2012.

[10] Dan Williams, “Israel accuses Syria of genocide, urges intervention,” Andrew Heavens ed., Reuters, 10 giugno 2012.

[11] Hassan Shaalan, “Israeli fighting Assad ‘can’t go home,’” Yedioth Ahronoth, 3 gennaio 2013.

[12] Rafael D. Frankel, “Keeping Hamas and Hezbollah Out of a War with Iran,” Washington Quarterly, vol. 35, no. 4 (Fall 2012): pp.53-65.

[13] Ibid.

[14] “Weakened Syria unlikely to join Iran in war against Israel: report,” The Daily Star, 4 gennaio 2013.

[15] Ibid.

[16] Damien McElroy and Robert Tait, “Syria ‘would not join Iran in war against Israel,’” The Daily Telegraph, 3 gennaio 2013.

[17] “Weakened Syria,” The Daily Star, op. cit.

[18] “Syria and Hezbollah won’t join the fight if Israel strikes Iran, top-level report predicts,” Times of Israel, 3 gennaio 2013.

[19] McElroy and Tait, “Syria would not,” op. cit.

[20] Lauren Williams, “New Egypt warms up to Hezbollah: ambassador,” The Daily Star, 29 dicembre 2011.

[21] Hassan Mneimneh, “Lebanon – The Christians of Hezbollah: A Foray into a Disconnected Political Narrative,” The German Marshall Fund of the United States, 16 novembre 2012.

[22] Hilary Leila Krieger, “Israel to join NATO activities amidst Turkey tension,” Jerusalem Post, 23 dicembre 2012; Jonathon Burch and Gulsen Solaker, “Turkey lifts objection to NATO cooperation with Israel,” Mark Heinrich ed., Reuters, 24 dicembre 2012; “Turkey: Israel’s participation in NATO not related to Patriots,” Today’s Zaman, 28 dicembre 2012.

sabato 12 gennaio 2013

L'Irlanda e la via d'uscita dalla crisi: rivoluzione "verde"?

Molte testate internazionali osannano l'Irlanda, che sembra essersi ripresa dalla crisi puntando sulle energie rinnovabili. Ma ad una analisi più attenta, la svolta "green" della ex tigre celtica più che una rivoluzione sembra uno specchietto per le allodole per convincere gli altri paesi a seguire la stessa strada di austerità e favori ai colossi della finanza.


"C'è il legittimo sospetto che l'osannata rivoluzione verde sia un pretesto per indicare agli altri paesi europei una via d'uscita dalla crisi fatta di sacrifici, ingiustizie, ulteriori carneficine sociali."
D'improvviso la stampa internazionale celebra la rinascita dell'Irlanda. La ex “tigre celtica”, fra i primi paesi europei a cadere vittima della crisi economica mondiale, si sarebbe ripresa grazie agli ingenti investimenti fatti nelle energie rinnovabili.
Da uno “stato al verde” ad uno “stato verde” nel rapido volgere di pochi mesi: una rivoluzione che secondo l'Economist sarebbe in grado di garantire una crescita economica del 2 per cento e riportare il rapporto deficit-Pil al di sotto della soglia di emergenza. I giornali si sperticano in lodi ed ecco comparire d'improvviso la “via irlandese per uscire dalla crisi”. Persino il Time ha dedicato una delle sue celebri copertine al primo ministro irlandese Enda Kenny titolando “Celtic comeback”, il ritorno dei Celti.
Ora, sarà per deformazione professionale, ma quando a tessere le lodi di una nazione sono le principali testate mondiali, assieme ai maggiori apparati della finanza, sono portato per natura a dubitare. Con tanto che sono un convinto ambientalista, sicuro che le energie rinnovabili, unite ad un rapporto più consapevole con il nostro ecosistema, siano tasselli imprescindibili di ogni possibile risposta alla crisi attuale (che per inciso non è solo economica ma anche ambientale, sociale, politica, culturale, in una parola sistemica). In questo caso non è la notizia in sé a rendermi scettico, sono piuttosto le sue fonti.
Ma cerchiamo di ricostruire la storia del paese nordico, per vederci più chiaro. Dal 1995 al 2007 l'Irlanda conobbe una rapidissima espansione finanziaria, che la trascinò ai vertici dell'economia europea. Da terra di emigranti, da sempre povera e subalterna alla ricca Inghilterra, l'Irlanda si trasformò in una nazione benestante, ricca di attrattiva per chi era in cerca di nuove opportunità. Nel 2008 il Paese aveva il secondo Pil pro capite più alto dell'Ue. Fu in quegli anni che si guadagnò il soprannome di tigre celtica.
Ma la rapida ascesa dell'economia islandese, che pure ebbe gli effetti positivi di aumentare l'occupazione e consentire lo sviluppo di un moderno sistema di welfare, poggiava le proprie basi sulla superficie scivolosa di un'enorme bolla speculativa finanziario-immobiliare, con dinamiche simili a quelle che di lì a poco sarebbero esplose in America, Spagna ed Islanda.
"La crisi scoppiò nel settembre 2008, con l'esplosione della cosiddetta Irish property bubble, la bolla immobiliare irlandese."

La crisi scoppiò nel settembre 2008, con l'esplosione della cosiddetta Irish property bubble, la bolla immobiliare irlandese. Gli effetti furono devastanti: il Paese precipitò in una recessione del 7,5 per cento e il tasso di disoccupazione balzò al 13,8 per cento nel 2009; il deficit pubblico aumentò da 33,6 a 40,46 miliardi di euro.
Di fronte alla catastrofe il governo corse ai ripari chiedendo l'aiuto del Fondo monetario internazionale, che rispose “presente”. In breve fu approntato un bel piano di aiuti, suddiviso in una serie di tranche, l'ultima delle quali, di poco meno di un miliardo di euro, è stata versata proprio sul finire del 2012. Ma come accade ogni volta che il Fmi accorre in aiuto di una nazione bisognosa, il prezzo da pagare è decisamente alto. Prima di sbloccare gli aiuti il Fondo voleva vedere soddisfatte alcune sue esigenze.
A dicembre del 2009 il ministro delle finanze irlandese Brian Lenihan annunciò tagli al welfare, alla spesa pubblica e ad alcuni progetti chiave per un ammontare di 4 miliardi di euro. Ma non fu sufficiente. Nel dicembre dell'anno successivo il governo ricorse ad un ulteriore taglio di 6 miliardi di euro. Parallelamente si ricorse ad un aumento del gettito fiscale da 5 miliardi di euro. La manovra nel suo complesso ebbe una portata di 15 miliardi di euro.
Ma su cosa si è tagliato? A fare le spese della ricetta di austerità pianificata dal Fmi sono stati i sussidi di disoccupazione, i dipendenti pubblici (i cui stipendi sono stati decurtati del 10 per cento), i servizi, lo stato sociale in genere (la cui spesa verrà ridotta di 2,8 miliardi entro il 2014). L'Iva verrà innalzata al 22 per cento nel 2013 e al 23 nel 2014, mentre è stata introdotta un'imposta universale di 100 euro su tutte le case private dello stato. E nel 2013 l'agenda sembra tragicamente simile, con Michael Noonan, ministro delle Finanze del governo Kenny, che punta a ridurre la spesa pubblica di 3,5 miliardi di euro effettuando ulteriori tagli al welfare e chiudendo diversi programmi finanziati dallo stato come l’assistenza ai bambini disabili o con esigenze speciali, o gli aiuti agli ospedali locali.
Ma se il popolo irlandese è continuamente vessato da nuove tasse e tagli allo stato sociale, le banche e le grandi aziende non possono dire altrettanto. Nel caso delle prime, lo stato è intervenuto più volte con piani di salvataggio, facendosi garante del debito totale di ben sei istituti di fronte alle altre banche europee creditrici. Il debito delle banche è diventato così dello stato, il quale è passato in quattro anni dall'avere un debito pubblico del 25 per cento del Pil, ad uno del 108.
"Google, la Apple, Starbucks, Amazon hanno installato le proprie sedi europee e Dublino, dove godono di favori fiscali che non trovano negli altri stati."

Sul fronte delle grandi aziende, l'Irlanda è rimasta un paradiso per tutte le multinazionali in cerca di un regime fiscale favorevole. Google, la Apple,Starbucks, Amazon hanno installato le proprie sedi europee e Dublino, dove godono di favori fiscali che non trovano negli altri stati. Esistono anche tecniche brevettate come il “Double Irish”, che molte grandi aziende fra quelle che operano in più stati mettono in pratica: consiste nel trasferire prima le royalties sui brevetti dai paesi di origine a una filiale con sede in Irlanda, dove l'aliquota è bassa, al 12,5 per cento. Poi, attraverso un'altra società a Dublino nel trasferire parte dei profitti in paradisi fiscali.
Il quadro dell'economia irlandese viene costantemente monitorato dal Fmi, che pare sia molto soddisfatto di come stanno andando le cose. "La costante attuazione delle politiche dell'Irlanda è proseguita anche quando la crescita ha subito un rallentamento nel 2012", hanno commentato compiaciuti gli ispettori del Fondo durante l'ottava revisione della performance del paese che precedeva il rilascio dell'ultima tranche di aiuti.
Trascinati dalla fiducia espressa dal Fmi, dalle riforme volte all'austerità, dai favori alle multinazionali e dal miglioramento del giudizio delle agenzie di rating i mercati sono ultimamente tornati a sorridere alla tigre celtica. Il recente andamento dei titoli di Stato dell'Irlanda ha dell'incredibile: dal 7,34 di rendimento sui titoli decennali di fine maggio al 2,38 di agosto: una frenata del 67 per cento.
Ora all'interno di questo contesto si inseriscono le misure green volute dal governo. Che nei fatti coincidono con l'introduzione di una Carbon Tax sull'utilizzo di combustibili fossili da parte di case, uffici, automobili e fabbriche. Questa, sia chiaro, è di per sé un'ottima notizia, visti anche i risultati ottenuti: petrolio, gas naturale e cherosene sono saliti di prezzo dal 5 al 10 per cento; le emissioni totali del Paese si sono ridotte del 15 per cento dal 2008 ad oggi, del 6,7 nel solo 2011; lo stato ha guadagnato 1,17 miliardi di dollari dal gettito fiscale proveniente dalla tassa verde.
Ma da qui a dire che l'Irlanda è uscita dalla crisi grazie alle energie rinnovabili il passo è lungo. Primo, l'Irlanda non è uscita dalla crisi: il debito totale del paese (pubblico più privato) è pari a circa il 530 del Pil; di questo circa un quinto è costituito dal debito pubblico, mentre quasi la metà è costituito dal debito delle famiglie. Secondo le stime del Fmi il debito delle famiglie scenderà al 185 per cento nel 2017: per ottenere questo risultato le famiglie irlandesi dovranno destinare un quinto delle proprie entrate al pagamento dei propri debiti.
Secondo, quei lievi miglioramenti ottenuti a livello finanziario sono probabilmente imputabili all'approvazione dei mercati nel vedere applicate pedissequamente le misure volute dal Fondo monetario internazionale, piuttosto che al gettito proveniente dalla carbon tax.
Insomma, ben vengano le tassi sulle emissioni, ma l'Irlanda è ben lontana dal vedere la luce alla fine del tunnel. E c'è il legittimo sospetto che l'osannata rivoluzione verde sia un pretesto per indicare agli altri paesi europei una via d'uscita dalla crisi fatta di sacrifici, ingiustizie, ulteriori carneficine sociali.

di Andrea Degl'Innocenti

venerdì 11 gennaio 2013

Il denaro




di Alain de Benoist

Beninteso, tutti preferiscono averne un po’ di più che un po’ di meno. «Il denaro non dà la felicità, ma vi contribuisce», dice l’adagio popolare. Bisognerebbe tuttavia sapere che cos’è la felicità. Nel 1905, Max Weber scriveva: «Un uomo non desidera “per natura” guadagnare sempre più denaro: vuole semplicemente vivere come è abituato a vivere e guadagnare quanto gli occorre per farlo». In seguito, numerose inchieste hanno mostrato una relativa dissociazione tra la crescita del livello di vita e quella del livello di soddisfazione degli individui: superata una certa soglia, avere di più non rende più felici. Nel 1974, i lavori di Richard Easterlin avevano stabilito che il livello medio di soddisfazione dichiarato dalle popolazioni era rimasto praticamente lo stesso dal 1945, malgrado lo spettacolare aumento della ricchezza nei Paesi sviluppati (questo “paradosso di Easterlin” è stato nuovamente confermato recentemente). Ben nota è anche l’incapacità degli indici che misurano la crescita materiale, come il PIL, di valutare il benessere reale; soprattutto sul piano collettivo, poiché non esiste una funzione dall’indiscutibile valore che permetta di associare le preferenze individuali alle preferenze sociali.

È allettante vedere nel denaro solo uno strumento di potenza. Purtroppo, il vecchio progetto di una radicale dissociazione tra il potere e la ricchezza (o si è ricchi o si è potenti) resterà ancora a lungo un sogno. Una volta si diventava ricchi perché si era potenti, oggi si è potenti perché si è ricchi. L’accumulazione del denaro è presto divenuta non il mezzo dell’espansione commerciale, come alcuni credono, ma lo scopo stesso della produzione delle merci. La Forma-Capitale non ha altro oggetto che l’illimitatezza del profitto, l’accumulazione infinita del denaro. La capacità di accumulare denaro dà evidentemente un potere discrezionale a coloro che la possiedono. La speculazione monetaria domina la governance mondiale. E il brigantaggio speculativo resta il metodo di captazione preferito dal capitalismo.

Il denaro non si confonde tuttavia con la moneta. La nascita della moneta è spiegabile con lo sviluppo dello scambio commerciale. È soltanto nello scambio, infatti, che gli oggetti acquistano una dimensione di economicità, ed è ugualmente nello scambio che il valore economico si trova dotato di una completa oggettività, perché i beni scambiati sfuggono allora alla soggettività di un unico individuo per misurarsi con la relazione esistente tra soggettività differenti. In quanto equivalente generale, la moneta è intrinsecamente unificatrice. Riportando tutti i beni a un denominatore comune, essa rende allo stesso tempo gli scambi omogenei, come già constatava Aristotele: «Tutte le cose che vengono scambiate debbono essere in qualche modo paragonabili. La moneta è stata inventata a questo scopo e diventa, in un certo senso, un intermediario, perché misura tutte le cose». Creando una prospettiva a partire dalla quale le cose più differenti possono essere valutate con un numero, la moneta le rende in qualche modo uguali: essa riporta tutte le qualità che le distinguono a una semplice logica del più e del meno. Il denaro è quel metro di misura universale che permette di assicurare l’equivalenza astratta di tutte le merci; è l’equivalente generale che riconduce tutte le qualità a una valutazione quantitativa, dato che il valore commerciale è capace solo di operare una differenziazione quantitativa.

Nello stesso tempo, però, lo scambio rende uguale anche la personalità di coloro che lo esercitano. Rivelando la compatibilità delle loro offerte e delle loro domande, instaura l’interscambiabilità dei loro desideri e, a lungo andare, l’interscambiabilità degli uomini che sono il luogo di questi desideri. «Il regno del denaro», osserva Jean-Joseph Goux, «è il regno della misura unica, a partire dalla quale tutte le cose e tutte le attività umane possono essere valutate […] Appare qui chiaramente una certa configurazione monoteistica della forma valore equivalente generale. La razionalità monetaria, fondata sull’unico metro di misura dei valori, fa sistema con una certa monovalenza teologica». Monoteismo del mercato. «Il denaro», scrive Marx, «è la merce che ha come carattere l’alienazione assoluta, perché è il prodotto dell’alienazione universale di tutte le altre merci».

Il denaro non è dunque semplicemente denaro, ma molto di più, e crederlo “neutro” sarebbe l’errore più grande. Come la scienza, la tecnica o il linguaggio, il denaro non è neutro. Già ventitré secoli fa, Aristotele osservava che «la cupidigia dell’umanità è insaziabile». “Insaziabile”, questa è la parola; non ce n’è mai abbastanza e, dato che non ce n’è mai abbastanza, non può evidentemente mai essercene troppo. Quello del denaro è un desiderio che non può mai essere soddisfatto perché si nutre di se stesso. La sua quantità, qualunque essa sia, può infatti sempre essere aumentata di una unità, cosicché il meglio vi si confonde sempre con il più. Non se ne ha mai abbastanza, di ciò di cui si può avere sempre di più. Proprio per questo, le antiche religioni europee hanno continuamente messo in guardia contro la passione del denaro in sé, con il mito di Gullveig, il mito di Mida, il mito dell’Anello di Policrate; lo stesso “declino degli dèi” (ragnarökr) è la conseguenza di una bramosia (l “oro del Reno”).

«Corriamo il rischio», scriveva alcuni anni fa Michel Winock, «di vedere il denaro, il successo finanziario, divenire l’unico metro della considerazione sociale, l’unico scopo della vita». Siamo arrivati proprio a questo punto. Ai giorni nostri, il denaro mette tutti d’accordo. La destra ne è diventata da molto tempo la serva. La sinistra istituzionale, con il pretesto del “realismo”, ha clamorosamente aderito all’economia di mercato, ossia alla gestione liberale del capitale. Il linguaggio dell’economia è divenuto onnipresente. Il denaro è ormai il punto di passaggio obbligato di tutte le forme di desiderio che si esprimono nel registro commerciale. Il sistema del denaro, tuttavia, non durerà a lungo. Il denaro perirà attraverso il denaro, ossia attraverso l’iperinflazione, il fallimento e l’indebitamento eccessivo. Allora si capirà, forse, che si è ricchi davvero solo di ciò che si è donato.

giovedì 10 gennaio 2013

Uranio: La Commissione d`inchiesta sfodera la cautela



di Matteo Mascia (Rinascita)

La relazione finale della Commissione d'inchiesta sull'uranio impoverito cerca di correggere il tiro.
Il documento licenziato dall'organo inquirente di Palazzo Madama ha un contenuto molto più morbido rispetto alle prese di posizione degli ultimi mesi. Niente di nuovo. In questo periodo avevamo parlato più volte delle pressioni esercitate dalle alte sfere del ministero della Difesa. Manovre dilatorie che avevano spinto la presidenza della Commissione ad accusare diverse amministrazioni dello Stato di lassismo; dicasteri responsabili di ritardi ed omissioni relativamente allo stanziamento di alcuni fondi per l'effettuazione di attività di bonifica sul demanio militare. Territori contaminati, ma non dall'uranio impoverito o da suoi derivati. “La Commissione è scritto in un documento votato all'unanimità - non ha acquisito alcun elemento circa la presenza di tracce di uranio impoverito nelle aree dei poligoni di tiro militari. Inoltre, le Forze armate non hanno mai utilizzato né posseduto o stoccato sul suolo nazionale munizionamenti di tale tipo”. Una “verità” che riprende pedissequamente le posizioni dei massimi vertici militari. Nonostante tantissimi tipi di proiettili camiciati con l'uranio facciano parte della dotazione standard delle Forze armate Nato, in Italia non sarebbero mai stati impiegati.
Una versione in evidente contraddizione con le decine di esercitazioni militari internazionali ospitate nei nostri poligoni. Per evitare ulteriori “incomprensioni”, la Commissione conferma “l'impossibilità di asserire o escludere con certezza la sussistenza di un nesso causale tra l'esposizione all'uranio impoverito e l'insorgere di patologie tumorali”, prendendo comunque “atto delle caratteristiche di tossicità chimica e radiologica dell'uranio impoverito” e raccomandando dunque di “adottare un principio di multifattorialità causale che deve comportare l'adozione del principio di probabilità logica" in tutti i casi dove si possa “desumere una concomitanza di fattori potenzialmente patogeni”. Una motivazione perplessa o quantomeno confusa. Se durante l'istruttoria ho acquisito elementi in grado di escludere un determinato fatto storico, perché dovrei prendere in considerazione precauzioni per limitare una potenziale contaminazione da uranio impoverito? Evidentemente, c'è qualcosa che non torna. Chi ha seguito i lavori della Commissione durante questa legislatura lo sa molto bene. In ogni caso, secondo Palazzo Madama, nell'individuare le cause delle gravi malattie contratte dai militari, “si deve guardare al complesso delle realtà in cui le Forze armate operano nei teatri esteri e all'interno”. Parametri e decisioni conseguenti devono essere calibrate sulle norme che regolano la sicurezza sui luoghi di lavoro. Un invito che cadrà nel vuoto. L'ordinamento militare è distinto da quello civile, il ministero della Difesa – considerato il principio di legalità – si regola in base alle normative esistenti e vigenti. Anche volendo, nessun generale potrebbe favorire un'interpretazione “stravagante” delle leggi e dei regolamenti. Per quanto riguarda poi le recenti polemiche relative alle vaccinazioni, “non viene messa in discussione l'efficacia della profilassi vaccinale come strumento fondamentale di prevenzione delle malattie infettive”.
Tuttavia l'acquisizione di documenti, schede e libretti vaccinali del personale ha consentito di rilevare la mancata osservanza dei protocolli vaccinali che la stessa Difesa si è data. Linee guida sottoposte anche ai pareri del ministero della Salute. “Si deve vigilare – ammoniscono i Senatori - perché in futuro si evitino gli errori verificati e si assicuri l'adempimento degli obblighi sull'anamnesi vaccinale”. Le prime reazioni alla Relazione finale non sono positive. Il legale dell'Associazione Vittime Uranio, Bruno Ciarmoli, non usa mezzi termini. “I risultati finali dell'ultima commissione -spiega l'avvocato - sono assolutamente deludenti, non è stata fatta nessuna chiarezza su: malformazioni alla nascita, mancata adozione di misure di protezione per il personale italiano, ragion per cui la Difesa è stata condannata più volte a risarcimenti talvolta milionari in sede civile, errori nella concessione dei benefici previsti dalla legge, che hanno portato a un vero e proprio caos”. Secondo Ciarmoli, “i risultati sulle indagini nei poligoni, quello di Salto di Quirra in Sardegna su tutti, appaiono infine in contrasto con quanto sta emergendo dall'inchiesta della procura di Lanusei che ha riscontrato tracce di torio, elemento ben più pericoloso dell'uranio nei cadaveri di pastori ed ex militari venuti in contatto con il poligono. Insomma, non ci resta che continuare a fare affidamento alla magistratura”. La tensione si sposta ora sui territori. Intorno al poligono di Quirra c'è chi pensa che il documento votato dal Senato possa diventare un alibi per rallentare le operazioni di bonifica. Ad oggi, è stata finanziata solo una minima parte delle opere previste.

mercoledì 9 gennaio 2013

Alfano, l’eroe di destra ucciso dalla mafia (e dai silenzi)


di Antonio Pannullo (Secolo d'Italia)


Vent'anni fa il giornalista veniva assassinato a Barcellona Pozzo di Gotto

È in corso a Barcellona Pozzo di Gotto, nel Messinese, una due-giorni per ricordare la figura di Beppe Alfano, il giornalista assassinato dalla mafia esattamente 20 anni fa al centro della popolosa città. Il caso di Beppe Alfano si discosta da quello di altri esponenti politici, della giustizia o della comunicazione assassinati dalla criminalità, perché lui fu abbandonato dalle istituzioni – e non solo – prima e dopo morto. Nato a Barcellona nel 1945, faceva il professore di applicazioni tecniche, ma aveva due grandi passioni: la politica e il giornalismo. E in entrambe le strade camminava in salita, approdò nel Movimento sociale per schierarsi decisamente contro la mafia e la criminalità. Nella professione, dopo aver lavorato per alcune radio locali, era corrispondente di “La Sicilia”, che lo sfruttava non solo pagandolo poco (come capita per la verità per tutti i collaboratori locali di tutte le regioni) ma soprattutto non spingendo per l’iscrizione nell’Ordine dei Giornalisti, se non nell’elenco Professionisti, almeno in quello Pubblicisti. Ma niente, che lui facesse il giornalista se lo sono ricordati post mortem, iscrivendolo d’autorità nei suddetti elenchi. Il suo impegno politico, le sue idee, unitamente al suo innato senso di giustizia, gli resero la vita difficile, ma questo lui se lo aspettava, lo sapeva e in fondo gli piaceva il ruolo di combattente per la giustizia e per la verità. Ruolo che seppe interpretare fino in fondo con coraggio e dignità. Inutile dire che a oggi non si chi l’abbia ucciso, malgrado l’attività della figlia Sonia, all’epoca dei fatti poco più che ventenne, oggi eurodeputata e animatrice della lotta contro la mafia in Italia e in Europa. Nella ricostruzione che fece Carlo Lucarelli in “Blu Notte” qualche anno fa, ricordiamo questa ragazza bionda, disperata, accusare amaramente i giornali e soprattutto la città di aver lasciato solo il padre e la sua famiglia dopo l’omicidio. Forse per questo Sonia Alfano ha poi compiuto delle scelte che probabilmente suo padre all’inizio non avrebbe condiviso ma che comunque alla fine si sono rivelate opportune e funzionali per rendere giustizia a un uomo onesto e retto. Ma scomodo: di destra e “rompiBalle”, e per questi motivi mai disposto ad alcun compromesso, in nessun caso. Disposizione d’animo che in Sicilia – ma non solo – è quasi sempre letale. E poi va detto che Beppe Alfano non se la prese solo con i mafiosi, ma anche con i massoni e i politici siciliani. Così, quella sera dell’8 gennaio, qualcuno lo chiamò e lui prese la macchina per andare in via Marconi, sempre nel centro cittadino. Lo ritrovarono esanime in automobile, una Renault 9, con i fari accesi e il motore imballato, perché non aveva potuto togliere il piede dall’acceleratore. Fu ucciso da tre proiettili di una calibro 22, e nessuno aveva visto né sentito nulla. Probabilmente Alfano aveva capito chi comandava a Barcellona, da dove venivano gli ordini. E così fu ucciso, magari dai barcellonesi, per fare un favore ai big. O forse fu un esempio, per insegnare ai suoi colleghi, professionali e politici, di non tirare troppo la corda. La Sicilia, il giornale, non si costituì neanche parte civile. Gli altri, tesero a dimenticare, era davvero un morto scomodo. Ma la figlia no, la famiglia no. E ad altissimi costi esistenziali, fatti di intimidazioni, omertà, indifferenza, pietà pelosa. Ma oggi, vent’anni dopo, la memoria di Beppe Alfano è onorata.

martedì 8 gennaio 2013

Una domenica sera diversa




Casaggì inaugura il nuovo anno con la  programmazione del suo cineforum.Si trattano i temi della Comunità, dell'identità, dell'ipocrisia e dell'individualismo borghese, della corruzione.
Questa è solo la prima delle tante iniziative che la comunità giovanile sta approntando per consolidare il proprio avamposto identitario e militante, al fine di diffondere una cultura alternativa ed indipendente, che possa stimolare la critica e  l'impegno giovanile.

Sempre pronti a dilaniare il mondo degli uguali!

lunedì 7 gennaio 2013

Acca Larentia: "Troppo sangue sparso sopra ai marciapiedi"



“Osserva dell’alba il primo baglior/che annuncia la fiamma del sol/ ciò che nasce puro più grande vivrà/ e vince l’oscurità”. Cantano questi versi i giovani che, a metà degli anni settanta, si iscrivono al Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del MSI. Cantano “il domani appartiene a noi” anche Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, due ragazzi come ce ne sono a decine in quegli anni, diventati martiri loro malgrado. L’avrebbero intonata anche quella sera del 7 gennaio, al concerto de “gli amici del vento”, gruppo alternativo milanese di destra (una vera rarità per l’epoca). Ma non ci sono mai arrivati, uccisi su un marciapiede del quartiere Appio Latino, quando l’aria fredda dell’inverno sa ancora di Natale.Francesco e Franco, insieme Maurizio Lupini, Vincenzo Signeri e Giuseppe D’Audino, stanno chiudendo la sede della sezione di via Acca Larentia. 

Un nome che, per più di duemila anni, ha riportato alla memoria esclusivamente la figura di una donna romana, la madre adottiva di Romolo e Remo. Un nome ricoperto da un alone di mistero, fra mito e leggenda. Questo fino a quel pomeriggio di gennaio del 1978. Sono le 18.23, minuto più, minuto meno. La scrupolosità di risparmiare un po’ ha spinto i cinque ragazzi a spegnere la luce prima ancora di sprangare la porta. Sul tavolino hanno lasciato una nota per avvisare gli altri camerati: “siamo a Prati. Ci vediamo domani. Franco”. Letto con il senno di poi, quel biglietto, sembra uno di quei macabri scherzi che il destino fa, per lasciare una traccia di se in grado di raggelare il sangue di chi resta a piangere i morti. Franco e Francesco guardano dentro, spalle alla strada, gli altri stanno uscendo. Non sanno che sono i loro ultimi istanti di vita. 

Non sanno che i “compagni” hanno già scritto la loro condanna. All’improvviso, sei o sette figure scure, con dei cappelli colorati calcati sugli occhi per nascondere alla bell’e meglio la faccia, compaiono in fondo alla strada. Nessuno capisce cosa stia per succedere. Poi, una raffica di spari. Uno dietro l’altro. Senza motivo. Un urlo. Bigonzetti che cade a terra. Ciavatta lo segue immediatamente dopo. A coprire quell’orrore c’è la notte scura che è calata su Roma.D’Audino, di quella serata di gennaio ricorda molto. Ha raccontato quell’incubo surreale a Luca Telese, in un’intervista per il libro Cuori Neri. “Qualcuno mi tira dentro (la sezione, ndr). Io tiro dentro qualcun altro. La porta, bisogna chiudere la porta! E altri spari. Passi fuori, nuove urla. Poi il buio della sezione che ci avvolge e il silenzio che cade improvviso su di noi”. 

Aggiunge anche un’altra cosa, Giuseppe. “Io ne sono certo: se prima di uscire non avessimo già spento la luce, per l’ossessione della bolletta, sicuramente oggi non sarei vivo”. E che cosa ha significato riaccendere quell’interruttore, lo può capire solo chi era lì, in quel momento. “Io non posso togliermi dagli occhi quell’immagine. Noi eravamo ancora per terra e da sotto la soglia della porta entrava un lago di sangue che si allargava lentamente, come se si stesse avvicinando a noi”. Una scena surreale. Da film.Giuseppe, Mario e Vincenzo (che è stato colpito di striscio) escono per provare a capire che cosa sia successo. Il sangue che hanno visto è quello di Franco. Ha il volto devastato dai proiettili. Irriconoscibile. E quel corpo dilaniato da una inspiegabile follia omicida sarà offerto alla mercè di tutti “grazie” alla foto di un giornalista de “L’Espresso”, che la pubblicherà una settimana dopo l’eccidio. 

A pochi passi da Franco, c’è Francesco. È ancora vivo, lui. Si sforza di parlare, altruista fino in fondo, eroe suo malgrado: “Non pensate a me. Pensate a Franco che sta messo peggio”. Non lo sa, non ha potuto rendersene conto, ma il suo amico non ce l’ha fatta. Non lo sa, non se ne rende conto, o forse sì, ma sono anche i suoi ultimi respiri. Riesce a solo a sussurrare con un filo di voce: “aiuto, mi brucia tutto, aiuto”. Poi più niente. La corsa disperata in ospedale è inutile. Arriveranno entrambi cadaveri.Viene portato via da un’ambulanza anche Signeri. E la sua foto, sulla barella, mentre tenta di fare il saluto romano (trattenuto con violenza degli infermieri) prima di entrare in Pronto Soccorso, urlando di rabbia, è il simbolo di quelle ore drammatiche e assurde.L’azione verrà rivendicata poco dopo da una sigla semisconosciuta e dal nome che vuol dire tutto e niente: “Nuclei Armati per il contropotere territoriale”, i NACT. 

Di gruppi così, di questi tempi, ce ne sono a dozzine. Sparano e ammazzano senza pudore, senza pietà. Gli omicidi hanno uno scopo, però. Sono i cosiddetti “battesimi di sangue” che servono per fare il “salto di qualità” ed entrare nelle Brigate Rosse. È bene non dimenticare mai che, quel 1978, è l’anno che segnerà per sempre la storia d’Italia. È l’anno dell’assassinio di Aldo Moro e le BR sono il gruppo di riferimento fra i nuclei della sinistra extraparlamentare che hanno deciso di votarsi al terrorismo.I NACT, anche se poco conosciuti, sono molto ben organizzati. Hanno uomini (e donne). Hanno armi. Ad Acca Larentia vanno preparati, vogliono ammazzare e sanno come si fa. Alcuni dei 7 che compongono il commando sparano con pistole a canna corta calibro 9, che di solito ha in dotazione l’esercito. 

Ma i colpi che uccidono Franco e Francesco partono da un revolver calibro 38 e da una mitraglietta Skorpion. Un’arma micidiale, in grado di sparare più di venti colpi al secondo. La nota che rivendica i due omicidi, letta a 35 anni di distanza, fa ancora rabbrividire: “Un nucleo armato, dopo un'accurata opera di controinformazione e controllo alla fogna di via Acca Larenzia, ha colpito i topi neri nell’esatto momento in cui questi stavano uscendo per compiere l'ennesima azione squadristica. Non si illudano i camerati, la lista è ancora lunga”. “Le parole sono pietre”, scriveva Primo Levi ed è bene ripeterle, perché il tempo non ne cancelli il peso e non faccia scomparire il ricordo delle vittime.Sì, le vittime. Franco e Francesco. Due missini ragazzi, con la faccia pulita e la testa ancora china sui libri. Uno -di 19 anni- al primo anno di medicina a “La Sapienza”, l’altro -appena maggiorenne- studente dell’istituto tecnico industriale “Tiziano”. La furia omicida dei NACT li ha strappati via alle famiglie senza nessun motivo. E, come spesso accade, c’è chi non riesce a sopportare di sopravvivere ad un figlio morto così. 

È il caso del padre di Ciavatta, portiere in un condominio di via Deruta, zona Tuscolano. Un uomo del popolo, cui i borghesi (autonominatisi) difensori del proletariato hanno portato via il sangue del suo sangue. Non ha retto, il papà di Francesco, che pochi mesi dopo la strage di Acca Larentia si è suicidato bevendo una bottiglia di acido muriatico.E non è questa l’unica tragedia seguita alla folle azione dei NACT. Sì, perché la morte di Franco e Francesco si portata dietro una scia di sangue, finita solo un anno dopo quel maledetto 7 gennaio del 1978. 

La sera stessa degli omicidi di Ciavatta e Bigonzetti, sull’asfalto di via Acca Larentia cade un altro ragazzo. Stefano Recchioni. Questa volta non sono i “compagni” a sparare. È un carabiniere, Edoardo Sivori. Uno di quelli chiamati per sedare la folla di camerati inferociti che si è radunata davanti alla sezione dell’Appio Latino. Poi, un’altra vittima. Un altro ragazzo. Un altro missino. Un anno dopo. Questa volta a Centocelle. Alberto Giaquinto viene ammazzato come un cane da un poliziotto in borghese, durante i tafferugli scoppiati mentre si sta ricordando quella tragica giornata di gennaio del ’78. Le loro storie, quelle di Stefano e Alberto, meritano di essere raccontate a parte e “il Giornale d’Italia” lo farà, nei prossimi giorni. Queste morti, per mano di uomini dello Stato, non devono essere confuse con l’azione punitiva messa in atto dai terroristi. Vicende diverse, unite da un unico, orribile, fil rouge.

C’è una canzone che ricorda i fatti di Acca Larentia. Tutti, senza distinzione. S’intitola “generazione ‘78” e nel testo ci sono due frasi che racchiudono il nonsenso di quel freddo pomeriggio d’inverno: “Poi una sera di gennaio resta fissa nei pensieri, troppo sangue sparso sopra i marciapiedi e la tua generazione stagliò al vento le bandiere, gonfiò l'aria di vendetta senza lutto, né preghiere.”Questa è la storia di Franco e Francesco. Ed è solo l’inizio…

da Il Giornale d'Italia, di Micol Paglia

sabato 5 gennaio 2013

Come l'economia di guerra USA provocò l'attacco giapponese
















di Robert Higgs

Molte persone vengono ingannate dalle formalità. Per esempio, suppongono che gli Stati Uniti entrarono in guerra contro Germania e Giappone solo dopo che queste nazioni dichiararono loro guerra nel dicembre del 1941. In realtà, gli Stati Uniti erano in guerra molto prima di questa dichiarazione, una guerra con diverse forme. 
Ad esempio, la marina militare americana aveva l' ordine di “sparare a vista” ai convogli [tedeschi] – a volte anche contro navi britanniche – nell' Atlantico del Nord, nel tratto dove passavano le spedizioni dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, anche se gli U-boat tedeschi avevano l' ordine di astenersi (e si astennero) dal cominciare attacchi contro le spedizioni statunitensi. USA e Gran Bretagna avevano accordi di intelligence, sviluppavano assieme armamenti, facevano test militari combinati e altre forme di cooperazione militare. 

L' esercito statunitense cooperava attivamente con l' esercito britannico nelle operazioni di combattimento contro i tedeschi, ad esempio, quando avvistava i sottomarini tedeschi allertava la marina inglese così poi gli inglesi attaccavano. Il governo degli Stati Uniti si impegnò in molti modi per fornire assistenza militare ad inglesi, francesi, e sovietici che stavano combattendo i tedeschi. Il governo americano fornì armamenti ed assistenza, tra cui aerei e piloti, anche ai cinesi che erano in guerra con il Giappone. [1] L' esercito americano si impegnò attivamente nel pianificare assieme agli inglesi, ai paesi del Commonwealth Britannico e alle Indie Orientali Olandesi future operazioni militari contro il Giappone. Molto importante fu il fatto che il governo americano si impegnò in una guerra economica, con misure sempre più stringenti, che portò il Giappone in una situazione molto difficile, che le autorità statunitensi ben compresero, li spinsero ad attaccare territori statunitensi e li forzarono a cercare di assicurarsi quelle materie prime essenziali nel Pacifico sulle quali americani, inglesi e olandesi (governo in esilio) avevano posto l' embargo. [2] 

Roosevelt aveva già portato gli Stati Uniti in guerra contro la Germania nella primavera del 1941 – una guerra su scala minore. Da allora aumentò via via la partecipazione militare statunitense. L' attacco giapponese del 7 dicembre gli permise di aumentare notevolmente la partecipazione ed ottenere una dichiarazione di guerra. Pearl Harbor viene rappresentata come la fine di una catena di eventi, con il contributo americano che riflette una strategia formulata dopo la caduta della Francia... Agli occhi di Roosevelt e dei suoi consiglieri le misure prese ad inizio 1941 giustificarono la dichiarazione di guerra tedesca contro gli Stati Uniti – una dichiarazione che non arrivò con disappunto... Roosevelt disse al suo ambasciatore in Francia, William Bullitt, che gli Stati Uniti sarebbero sicuramente entrati in guerra contro la Germania, ma dovevano aspettare un “incidente”, e che era “fiducioso che la Germania ce lo avrebbe dato”... Stabilire una testimonianza in cui il nemico avesse sparato per primo era la tattica perseguita Roosevelt... [Alla fine] pare abbia concluso – correttamente, come poi risulterà – che sarebbe stato più facile provocare un attacco giapponese che uno tedesco. [3] 

L' affermazione che il Giappone attaccò gli Stati Uniti senza nessuna provocazione fu... tipica retorica. Funzionò perché il pubblico non sapeva che l' amministrazione aveva previsto che il Giappone avrebbe risposto con azioni militari alle misure anti-giapponesi prese nel luglio del 1941... Prevedendo la sconfitta in una guerra contro gli Stati Uniti – e in maniera disastrosa – i leader giapponesi provarono disperati negoziati. Su questo punto molti storici sono da tempo concordi. Nel frattempo, sono venute fuori le prove che Roosevelt e Hull avevano costantemente rifiutato ogni negoziato.... il Giappone... offrì compromessi e concessioni che gli Stati Uniti contrastavano con crescenti richieste... Fu dopo aver appreso della decisione che giapponesi sarebbero entrati in guerra contro gli Stati Uniti nel caso i negoziati si sarebbero “guastati” che Roosevelt decise di interromperli... Secondo il procuratore generale Francis Biddle, Roosevelt auspicava un “incidente” nel Pacifico per portare gli Stati Uniti nella guerra europea. [4] 

Questi fatti come numerosi altri che puntano nella stessa direzione non sono nulla di nuovo; molti di questi sono disponibili al pubblico già dagli anni '40. Fin dal 1953, chiunque abbia letto una raccolta di saggi molto documentati sui vari aspetti della politica estera degli Stati Uniti alla fine degli anni '30 e inizio '40, pubblicati da Harry Elmer Barnes, che mostravano i molti modi in cui il governo degli Stati Uniti sostenne la responsabilità dell' eventuale ingresso del paese nella Seconda Guerra Mondiale – mostravano, in breve, che l' amministrazione Roosevelt voleva portare il paese in guerra e di come lavorò d' astuzia su vari sentieri per arrivarci, prima o poi sarebbe entrato in guerra, preferibilmente in modo da riunire l' opinione pubblica nel sostenere la guerra facendo sembrare gli Stati Uniti una vittima di un’ aggressione senza provocazione. [5] Come testimoniò il Segretario di Guerra Henry Stimson dopo il conflitto, “avevamo bisogno che i giapponesi facessero il primo passo.” [6] 

Al momento, comunque, 70 anni dopo questi eventi, probabilmente non c' è un americano su 1000, anzi 10000, che abbia una vaga idea di questa storia. La fazione pro-Roosevelt, pro-americani, pro-Seconda Guerra Mondiale è stata così efficace che in questo paese l' insegnamento e la scrittura popolare sono totalmente dominati dalla visione che gli Stati Uniti si siano impegnati in una “Guerra Buona”. 

Alla fine del XIX secolo l' economia giapponese iniziò una rapida crescita ed industrializzazione. Dal momento che il Giappone ha poche risorse naturali, molte delle sue industrie in rapida crescita dovevano fare affidamento sulle importazioni di materie prime, come carbone, ferro, acciaio, stagno, rame, bauxite, gomma, e petrolio. Senza un accesso a queste importazioni, molte delle quali provenienti dagli Stati Uniti o dalle colonie europee del Sudest Asiatico, l' industria giapponese si sarebbe arrestata. Tuttavia, impegnandosi nel commercio internazionale, nel 1941 i giapponesi avevano costruito un' economia industriale piuttosto avanzata. 

Allo stesso tempo, costruirono un complesso militare industriale per supportare una marina ed un esercito sempre più potente. Queste forze armate permettevano al Giappone di proiettare il suo potere in diverse zone del Pacifico e dell' Asia Orientale, comprendendo la Corea e il nord della Cina, proprio come gli Stati Uniti che usarono la loro industria in espansione per la realizzazione di armamenti che proiettarono il dominio statunitense nei Caraibi, America Latina, ed anche in paesi lontani come le Filippine. 

Quando nel 1933 Franklin D. Roosevelt divenne presidente, il governo degli Stati Uniti cadde sotto il controllo di un uomo a cui non piacevano i giapponesi e nutriva un affetto per i cinesi dato che, hanno ipotizzato alcuni scrittori, i suoi antenati si erano arricchiti con il commercio con la Cina. [7] A Roosevelt non piacevano neanche i tedeschi in generale, e particolarmente Adolf Hitler, e propendeva per favorire gli inglesi nelle relazioni personali e negli affari. Non prestò molta attenzione alla politica estera, finché il suo New Deal non cominciò ad esaurirsi nel 1937. In seguito si affidò molto alla politica estera per soddisfare le sue ambizioni politiche, come il suo desiderio di essere rieletto ad un terzo mandato senza precedenti. 

Quando la Germania cominciò il riarmo e la ricerca del Lebnsraum (spazio vitale) in maniera aggressiva, alla fine degli anni '30, l' amministrazione Roosevelt collaborò con Francia e Gran Bretagna per contrastare l' espansione tedesca. Dopo che la Seconda Guerra Mondiale iniziò nel 1939, questa assistenza statunitense crebbe molto, includendo misure come il cosiddetto accordo dei cacciatorpedinieri e il programma dal nome ingannevole Lend-Lease. In previsione dell' ingresso in guerra degli Stati Uniti, il personale militare inglese e americano formulò piani segreti di operazioni congiunte. Le forze americane cercavano di creare un pretesto per giustificare l' ingresso in guerra, cooperando con la marina britannica, attaccando gli U-boat tedeschi nel nord dell' Atlantico, ma Hitler non abboccò all' esca, negando così a Roosevelt il pretesto che voleva gli Stati Uniti a tutti gli effetti un paese belligerante – una belligeranza che trovava l' opposizione della maggioranza degli americani. 

Nel giugno 1940, Henty L. Stimson, che aveva servito come Segretario alla Guerra durante il mandato di William Howard Taft e come Segretario di Stato sotto Herbert Hoover, divenne ancora Segretario alla Guerra. Stimson era un leone anglofilo, faceva parte dell' elite del nordest, e non aveva nessuna simpatia per i giapponesi. A supporto della politica delle porte aperte con la Cina, Stimson favorì l'uso di sanzioni economiche per ostacolare l' avanzata giapponese in Asia. Il Segretario del Tesoro Henry Morgenthau e il Segretario dell' Interno Harold Ickes appoggiarono con forza questa politica. Roosevelt sperava che queste sanzioni avrebbero spinto i giapponesi a fare un errore avventato attaccando gli Stati Uniti, trascinando in guerra anche la Germania, dato che Germania e Giappone erano alleati. 

L' amministrazione Roosevelt, mentre respingeva seccamente le aperture diplomatiche giapponesi per armonizzare le relazioni, imponeva una serie di sanzioni economiche sempre più stringenti. Nel 1939, gli Stati Uniti conclusero il trattato commerciale con il Giappone del 1911. “Il 2 luglio 1940, Roosevelt firmò l' Export Control Act, che autorizzava il presidente a concedere o negare le esportazioni di materiali di difesa essenziali.” In base a tale autorità, “il 31 luglio, le esportazioni di carburante e lubrificanti per motori d' aereo, ferro e acciaio furono ridotte.” In seguito, dal 16 ottobre, con una mossa contro il Giappone, Roosevelt decretò l' embargo “di tutte le esportazioni di ferro e acciaio non destinate alla Gran Bretagna e alle nazioni dell' emisfero occidentale.” Alla fine, il 26 luglio 1941, Roosevelt “congelò gli asset giapponesi negli Stati Uniti, ponendo fine alle relazioni commerciali con il Giappone. Una settimana dopo Roosevelt vietò le esportazioni dei carburanti che ancora avevano mercato in Giappone.” [8] Inglesi e olandesi dalle loro colonie nel sudest asiatico seguirono a ruota, ponendo l' embargo alle esportazioni con il Giappone. 

Roosevelt e i suoi collaboratori sapevano che stavano mettendo il Giappone in una posizione insostenibile e che il governo giapponese per tentare di sfuggire alla morsa sarebbe potuto entrare in guerra. Avendo decriptato il codice dei diplomatici giapponesi, i leader americani sapevano, tra le altre cose, che il Ministro degli Esteri Tejiro Toyda aveva comunicato il 31 luglio all' ambasciatore Kichisaburo Nomura che “Le relazioni commerciali ed economiche tra Giappone e paesi terzi, guidati da Inghilterra e Stati Uniti, sono diventate spaventosamente tese da non poter essere più sopportate. Di conseguenza, il nostro Impero, per salvare la sua stessa vita, deve prendere delle misure per assicurarsi le materie prime dei Mari del Sud.” [9] 

Dato che i crittografi americani avevano decodificato anche i codici della marina giapponese, i leader di Washington sapevano che le “misure” giapponesi includevano un attacco a Pearl Harbor. [10] Ma non diedero queste informazioni ai comandanti nelle Hawaii, che avrebbero potuto fronteggiare l' attacco o almeno prepararsi. Che Roosevelt e i suoi generali non abbiano suonato l' allarme ha perfettamente senso: dopo tutto, l' attacco imminente era quello che cercavano da tempo. Come confidò Stimson nei suoi diari dopo l' incontro del Gabinetto di Guerra del 25 novembre, “La questione era di come avremmo potuto manovrarli [i giapponesi] per farli sparare per primi senza danneggiarci troppo.” Dopo l' attacco, Stimson confessò che “il mio primo sentimento fu di sollievo... la crisi era venuta nel modo che avrebbe unito il nostro popolo.” [11] 


Note 

[1] http://en.wikipedia.org/wiki/Flying_Tigers . 
[2] Robert Higgs, "How U.S. Economic Warfare Provoked Japan's Attack on Pearl Harbor," The Freeman 56 (May 2006): 36-37. 
[3] George Victor, The Pearl Harbor Myth: Rethinking the Unthinkable (Dulles, Va.: Potomac Books, 2007), pp. 179-80, 184, 185, emphasis added. 
[4] Ibid ., pp. 15, 202, 240. 
[5] Perpetual War for Perpetual Peace: A Critical Examination of the Foreign Policy of Franklin Delano Roosevelt and Its Aftermath, edited by Harry Elmer Barnes (Caldwell, Id.: Caxton Printers, 1953). 
[6] Citazione di Stimson in Victor, Pearl Harbor Myth, p. 105. 
[7] Harry Elmer Barnes, "Summary and Conclusions," in Perpetual War for Perpetual Peace: A Critical Examination of the Foreign Policy of Franklin Delano Roosevelt and Its Aftermath, edited by Harry Elmer Barnes (Caldwell, Idaho: Caxton Printers, 1953), 682-83. 
[8] Tutte le citazioni di questo paragrafo vengono da George Morgenstern, "The Actual Road to Pearl Harbor," in Barnes, ed., Perpetual War for Perpetual Peace, 322-23, 327-28. 
[9] Citato in Morgenstern, "The Actual Road to Pearl Harbor," 329. 
[10] Robert B. Stinnett, Day of Deceit: The Truth About FDR and Pearl Harbor (New York: Free Press, 2000). 
[11] Citato in Morgenstern, "The Actual Road to Pearl Harbor," 343, 384.

venerdì 4 gennaio 2013

Obama evita il Fiscal Cliff ma è una mezza vittoria















di Filippo Ghira (Rinascita)

Le gazzette del sistema finanziario internazionale ed italiota e le tutte Borse hanno festeggiato l’accordo raggiunto al Congresso Usa per evitare il baratro finanziario (il cosiddetto “Fiscal Cliff”) e quindi la bancarotta delle casse federali. In realtà c’è poco da festeggiare e da stare allegri perché introducendo più tasse per i redditi più alti e pur rinviando i tagli alla spesa pubblica, Washington è riuscita soltanto e ancora una volta a prendere tempo e rinviare la inevitabile resa dei conti.
Sono infatti le cifre dell’economia Usa, i cosiddetti “fondamentali”, a testimoniarlo. Il livello del debito pubblico Usa, in virtù di un altro accordo nell’agosto scorso tra repubblicani e democratici è stato portato “legalmente” sopra il 100% rispetto al Prodotto interno lordo per evitare anche in questo caso la bancarotta. Un tetto “virtuale” considerato che considerando il debito dei singoli Stati della Federazione si arriva sopra il 130%. Non parliamo poi del debito commerciale che ha superato nel 2012 i 600 miliardi di dollari. Mica bruscolini! Se a questo poi si aggiunge che le famiglie sono super indebitate per i consumi primari, per pagarsi il mutuo e il college e l’università dei figli, ne esce il ritratto di un Paese i cui cittadini vivono ben al di sopra delle proprie possibilità.
La crisi finanziaria scoppiata nel 2007-2008 a causa delle speculazioni delle banche e delle società finanziarie di Wall Street ha messo a nudo una realtà che ben vochi volevano ammettere. Quella di una economia che può continuare a crescere soltanto in virtù del fatto che è stato portato alle sue estreme conseguenze il principio del “Deficit Spending”. Il principio keynesiano della spesa pubblica in disavanzo utilizzata come volano per la crescita economica attraverso l’effetto moltiplicatore degli investimenti pubblici e privati. A questo si deve poi aggiungere il fatto che la Federal Reserve continua a stampare a più non posso dollari che vengono immessi nel sistema finanziario ed accettati come moneta di riferimento nelle transazioni internazionali in conseguenza del ruolo degli Usa come prima potenza militare globale. Una moneta di occupazione quindi.
Se la moneta, come testimonia il significato latino di colei “che misura”, misura il valore dei beni circolanti all’interno di un sistema economico, questa è almeno la teoria classica, se ne deve concludere che il valore e il ruolo del dollaro sono fortemente sopravvalutati. A questo si deve aggiungere poi la crescente povertà di una larga fetta dei cittadini Usa ai quali la crisi finanziaria tracimata presto nell’economia reale, ha azzerato i risparmi, ha tolto il lavoro e in molti casi ha pure scippato la casa sulla quale avevano acceso un mutuo. Appare così evidente nelle vicende che hanno sprofondato gli Usa nella melma in cui sono immersi, quella che è la colpa originale del pensiero economico contemporaneo. La convinzione che ci possa essere sempre e comunque una crescita economica continua. Un principio semplicemente folle perché una crescita continua non esiste nemmeno in natura e perché una impostazione del genere porta inevitabilmente a mettere in atto il classico gioco del cerino nel quale l’ultimo della compagnia si trova con le dita bruciate. E nel caso della crisi ancora in corso a restare scottati sono stati soprattutto i lavoratori dipendenti e i cittadini del ceto medio. Certo, la finanza e l’Alta Finanza hanno le proprie colpe ed hanno potuto operare grazie ad un enorme potere diffuso che nei Paesi anglofoni è il frutto dell’assenza di una politica autonoma. Ma lo spazio che è stato loro concesso non sarebbe stato possibile senza questo substrato culturale nel quale all’economia, e alla finanza, è stato attribuito un ruolo salvifico unico.
L’accordo raggiunto al Congresso servirà quindi a poco perché lascia invariati i rapporti di forza all’interno della società Usa. Certo, sono stati aumentate le tasse a quei cittadini con redditi sopra i 450 mila dollari annui . Ma a ben vedere non si tratta di grossi sacrifici e in ultima analisi si tratta di una misura che pure sacrosanta sembra fatta più che altro a dare un contentino ai cittadini medi incazzati, e si tratta di decine di milioni di persone, che avevano votato Obama nel 2008 sull’onda del risentimento per l’amministrazione repubblicana uscente, quella di Bush junior, legata mani e piedi ai banditi di Wall Street. Un legame che lo stesso Obama ha fatto però di tutto per rafforzare tanto da portarlo a salvare banche come la Goldman Sachs che il cittadino medio Usa considera come l’impersonificazione della più schifosa speculazione. Gli oltre 9,5 miliardi di dollari prestati alla banca di Lloyd Blankfein sono serviti per salvarsi dal fallimento, permettendo di tornare in utile già nel 2010. A testimonianza che il crimine paga e che i criminali non sono soltanto i tipi come John Gotti, il defunto boss della famiglia mafiosa dei Gambino.
Dopo il voto favorevole del Senato è arrivato così in extremis, nella tarda serata del 31 dicembre, ultimo giorno utile, anche quello della Camera dei Rappresentanti.
Tra le misure previste, ci sono stati anche gli sgravi fiscali per le famiglie della classe media e la conferma delle aliquote della minimum tax. Sono state poi prorogate le indennità di disoccupazione di lungo periodo fino al prossimo dicembre e sono stati rinnovati per 5 anni anche i crediti di imposta per chi ha figli e per gli studenti che devono pagare il college. La tassa di successione su importi superiori a 10 milioni è passata dal 35% al 40%. Una misura a metà del guado è invece quella che alza al 20% i guadagni sulla compra-vendita di titoli (il “capital gain”) per chi vanta una retribuzione oltre i 400 mila dollari. Come quella dei crediti di imposta per le imprese che investono in ricerca e innovazione e nelle energie rinnovabili.
Una “svolta” che ha visto un accordo tra i vertici dei due partiti ma che ha visto ben 167 deputati su 435 pronti a votare no. Dei quali 151 repubblicani e 16 democratici.
Con i repubblicani che con spirito masochista insistono nel presentarsi come il partito dei ricchi e dei bianchi wasp. Ora la prossima tappa sarà quella di trovare un accordo per tagliare la spesa pubblica. Una impresa piuttosto complicata perché andrà a toccare gli interessi delle lobby delle quali tutti i parlamentari sono portatori. Il Congresso Usa è infatti la faccia ufficiale e legale del potere reale Usa, quello della Finanza e delle multinazionali che sono in grado di decidere chi ne debba fare parte e soprattutto chi debba andare alla Casa Bianca e chi debba fare il ministro.
L’accordo sul Fiscal Cliff nasce quindi dalla necessità sentita dalla maggioranza dei parlamentari di introdurre un minimo di immagine di decenza da rivendere all’opinione pubblica. Ma al tempo stesso esso non può nascondere la realtà di un mondo politico che non è in grado e non ha alcuna intenzione di imporre una politica economica che sia autonoma e svincolata dagli interessi dei grandi gruppi finanziari.

giovedì 3 gennaio 2013

Cent'anni fa gli aforismi di Lacerba


Cent’anni fa gli aforismi di Lacerba

di Annalisa Terranova (Secolo d'Italia)

Il 1 gennaio del 1913 veniva pubblicato il famoso Introibo di Papini, un manifesto che attirò subito Marinetti e altri futuristi

Cento anni fa, esattamente il 1 gennaio del 1913, usciva il primo numero della rivista anticonformista Lacerba, fondata da Giovanni Papini e Ardengo Soffici. Il nome fu scelto ispirandosi al trattato scientifico di Cecco d’Ascoli (1269-1327) Acerba etas, più noto come L’Acerba, composto da 4865 versi in cui l’autore si scaglia contro Dante Alighieri e tutti gli esponenti della cultura dell’epoca considerati estranei e inconciliabili con il pensiero razionale e scientifico. Fu di Papini l’idea di inserire un verso tratto dall’opera di Cecco d’Ascoli nella testata della rivista, “Qui non si canta al modo delle rane”, che divenne il motto iconoclasta della rivista cui collaborarono inizialmente i futuristi, Marinetti in primis, che vi elaborò le sue teorie sul verso futurista, ma anche Boccioni e Carrà. La rivista uscì fino al 1915 per complessivi sessantanove numeri. Ad affiancare gli scritti dei fondatori ci furono inizialmente Aldo Palazzaschi e Italo Tavolato. Collaborano inoltre Francesco Cangiullo, Luciano Folgore, Bino Binazzi, Auro D’Alba, Francesco Balilla Pratella, Ottone Rosai; i poeti Giuseppe Ungaretti, Camillo Sbarbaro, Dino Campana e Corrado Govoni. Fra gli autori stranieri vi sono Guillaume Apollinaire, Max Jacob, Theodor Daübler, Henri Des Pruraux, Christophe Nevinson, Rémy de Gourmont, Hélène d’Oettingen. Vengono pubblicati disegni e dipinti di Soffici, Boccioni, Carrà e Picasso. Traduzuoni da Mallarmé, Lautreamont, Kraus, Nietzsche. Per il tono polemico e la ricchezza delle proposte Lacerba si impose come una delle principali pubblicazioni d’avanguardia in Europa schierandosi contro il clero e i socialisti, contro l’arte ufficiale, contro la neutralità dell’Italia allo scoppio della Prima guerra mondiale. Il primo articolo, il famoso “Introibo”, costituisce una sorta di manifesto programmatico in 16 punti in cui si esaltano la concisione dello stile e l’aforisma, la genialità dell’artista, la libertà dell’io spirituale e si combattono gli idealismi. “Sarà questo un foglio stonato, urtante, spiacevole e personale. Sarà uno sfogo per nostro beneficio e per quelli che non sono del tutto rimbecilliti dagli odierni idealismi, riformismi, umanitarismi, cristianismi e moralismi”. E ancora, al punto al punto 8: “Sappiamo troppo, comprendiamo troppo: siamo a un bivio. O ammazzarsi – o combattere, ridere e cantare. Scegliamo questa via – per ora”. Infine al punto 11: “Noi amiamo la verità fino al paradosso (incluso) – la vita fino al male (incluso) – e l’arte fino alla stranezza (inclusa)”.

mercoledì 2 gennaio 2013

Lo Hobbit e Il Signore degli anelli: dalla pagina allo schermo














di Riccardo Rosati (Azione Tradizionale)

Il rapporto tra cinema e letteratura è da sempre un argomento estremamente suggestivo, nonché dibattuto. Malgrado negli ultimi anni, specialmente in ambito accademico, sia in parte scemata l’attenzione verso questa tematica, essa continua lo stesso a generare ricerche e pubblicazioni tra le più variegate.

Da tempo ormai sosteniamo la necessità di distinguere tra versione, ovvero la ripresa totale di una opera letteraria da parte di un film, e trasposizione cinematografica, dove è presente solo l’ispirazione derivata da un testo scritto. Trattasi di un tema complesso, dunque impossibile da affrontare in così breve spazio#. Possiamo solo dire che le pellicole dirette da Peter Jackson rientrano chiaramente nella prima categoria; mentre nella seconda possiamo trovare capolavori assoluti come Il pianeta proibito (1956) di Fred McLeod Wilcox e Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola#.

Per prima cosa, va fatto un plauso al regista neozelandese per il coraggio mostrato nel confrontarsi con un colosso come J. R. R. Tolkien, nonché per la eccellente qualità della sua interpretazione dell’opera del maestro inglese. A dire il vero, quello che a buona ragione viene considerato il più grande scrittore fantasy di sempre ha beneficiato anche in una altra occasione di una ottima ripresa cinematografica, ci riferiamo al troppo spesso dimenticato e sperimentale lungometraggio animato di Ralph Bakshi del 1978 e che siamo convinti sia servito non poco da ispirazione per lo stesso Jackson.

Nella trilogia de Il signore degli anelli (LOR) troviamo una discreta fedeltà al testo scritto e, per quanto possibile, una ottima ripresa delle atmosfere e del significato stesso della opera letteraria. Ne Lo Hobbit, malgrado la pur sempre eccellente qualità filmica, Jackson è stato costretto a inserire alcuni elementi esterni alla storia, forse addirittura esagerando. Difatti, se la celeberrima Trilogia dell’Anello per lunghezza e complessità si è prestata bene a un fluviale adattamento per il cinema, il romanzo che narra le avventure di Bilbo Baggins difficilmente potrà fornire abbastanza materiale per questa annunciata seconda trilogia. È vero che gli autori hanno saggiamente attinto al cospicuo gruppo di note# che lo stesso Tolkien ha redatto sulla stesura de Lo Hobbit, tuttavia forse queste non saranno sufficienti, poiché per quanto possano essere dettagliate, delle note non possono rimpiazzare le atmosfere di un romanzo vero e proprio. Inoltre, ravvisiamo anche una altra problematica che non è invece presente nelle pellicole dedicate al LOR, sarebbe a dire che mentre qui Jackson ripropone magistralmente i toni e le inquietudini di una “fiaba per adulti”, intrisa di valori tradizionali, con al centro l’epica lotta tra il Bene e il Male, ne Lo Hobbit egli forza un po’ la mano, imponendo a questa bellissima storia per adolescenti alcune atmosfere simili a quelle del LOR che ne alterano in parte la vera natura. Infatti, Lo Hobbit è sì una storia avventurosa e complessa, ma pur sempre una fiaba, anche se in essa sono già presenti molte delle tematiche che saranno alla base della successiva trilogia. Con questo non intendiamo affermare che il regista abbia in qualche modo stravolto l’opera tolkieniana, anzi, egli ne è un intelligente interprete, e le aggiunte o cambiamenti da lui introdotti sono di grande interesse, specialmente dal punto di vista filmico.

Come si può vedere anche dalla versione cinematografica, ne Lo Hobbit il dialogo riveste forse più importanza dell’azione, che è per converso una delle caratteristiche principali del LOR, non presentando quella successione di scontri e battaglie campali rese da Tolkien con un linguaggio che ha fatto scuola; tra queste, citiamo il meraviglioso utilizzo della lingua inglese nel capitolo intitolato: Il ponte di Khazad-Dûm#. Tuttavia, riteniamo che Lo Hobbit si presti comunque bene al linguaggio della Settima Arte, benché esso conceda meno spazio al “grandioso” rispetto al LOR, narrando vicende dai toni più intimistici.

Tirando le somme del discorso, in questa sua ultima pellicola, Jackson ha avuto un compito più difficile dei precedenti e nei successivi episodi sarà con molta probabilità costretto ad aggiungere degli elementi non presenti nel testo originale. Ciò malgrado, siamo convinti, come del resto è avvenuto in questo primo episodio cinematografico de Lo Hobbit, che egli saprà inserire delle “aggiunte” con la sensibilità che ha sinora mostrato verso l’opera tolkieniana.

RIUNIONE GENERALE!



Sabato 12 gennaio assemblea e riunione organizzativa a Casaggì per programmare tutte le attività politiche e militanti di questi primi mesi dell'anno. In modo particolare ci concentreremo sul grande corteo tricolore in ricordo dei martiri delle foibe, che ci vedrà come sempre in prima linea, con tutte le realtà militanti e politiche del territorio, per ricordare degnamente i martiri italiani uccisi dal comunismo titino. Un appuntamento che vogliamo onorare al meglio, consapevoli dell'importanza che la memoria storica e l'identità condivisa ricoprono in ogni Nazione degna di questo nome. 

SABATO 12 GENNAIO A CASAGGì FIRENZE
ORE 17 RIUNIONE GENERALE
ORE 20 CENA SOCIALE PER TUTTI
a seguire musica e Comunità
VIA FRUSA 37 - ZONA STADIO