sabato 14 settembre 2013

Chiusura del Tribunale di Montepulciano: La Giustizia non si taglia!



Questo è il volantino diffuso dall'Ordine degli Avvocati di Montepulciano contro una riforma che mortifica non solo la giustizia,ma anche il territorio.
Nell'indifferenza delle istituzioni e della politica,Casaggì si schiera dalla parte degli avvocati,dei dipendenti del Palazzo di Giustizia e di tutti i cittadini che subiranno le conseguenze pregiudizievoli,in termini economici e di fruizione dei servizi, di una riforma "sbagliata" decisa e portata avanti da un ministro imposto dall'alto senza alcuna rappresentatività e legittimazione popolare.



Siria, l’altolà di Putin all’aggressione


di Nando de Angelis (Rinascita)

Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin in un intervento sul New York Times ha avvertito che l’Onu potrebbe subire la stessa sorte del suo precursore, la Lega delle Nazioni, se i paesi influenti bypassano le Nazioni Unite e intraprendono un’azione militare senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Il leader russo ha dichiarato che non si possono ignorare le decisioni del Consiglio di sicurezza sostenendo che “la legge è la legge e va rispettata, che ci piaccia o meno. In base all'attuale normativa, l'uso della forza è consentito solo per autodifesa o per decisione del Consiglio di sicurezza. Tutto il resto è inaccettabile e rappresenterebbe un atto di aggressione. Dobbiamo smetterla di usare il linguaggio della forza e tornare sulla strada della diplomazia”. Un eventuale attacco degli Stati Uniti contro la Siria, nonostante la forte opposizione di molti paesi e importanti leader politici e religiosi, tra cui il Papa, si tradurrà in altre vittime innocenti e potrebbe fare espandere il conflitto oltre i confini siriani e dare inizio ad una nuova ondata di terrorismo. ”La situazione che oggi è venuta a crearsi nel mondo, ed in particolare quella in Siria e negli stati che la circondano, mi ha indotto a rivolgermi direttamente ai cittadini americani e ai politici”, ha sottolineato ribadendo l’opinione di Mosca secondo cui ci sono fondati motivi di pensare che in Siria le armi chimiche siano state utilizzate dalle forze dell’opposizione e non dall’esercito siriano con lo scopo preciso di provocare e coinvolgere nel conflitto i loro più potenti sostenitori esteri. Ha aggiunto che la decisione unilaterale degli Stati Uniti potrebbe sbilanciare l’intero sistema del diritto internazionale e minare gli sforzi per risolvere il problema del nucleare iraniano e il conflitto israelo-palestinese, destabilizzando ulteriormente il Medio Oriente e il Nord Africa.

venerdì 13 settembre 2013

Gli scritti inediti di Nietzsche sull’invidia, sentimento tipico dell’uomo della decadenza

Gli scritti inediti di Nietzsche sull’invidia, sentimento tipico dell’uomo della decadenza


Redazione Secolo d'Italia

Quattro scritti inediti di Friedrich Nietzsche sull’invidia sono ora proposti in Italia dalla casa editrice Elliot con un titolo più esistenziale che filosofico: Può un invidioso essere felice? (a cura di Alessandra campo). Scritti fra il 1863 e il 1864, anni in cui Nietzsche termina lo studio a Pforta e si avvia a quello universitario, questi brevi testi costituiscono riflessioni che non sono assimilabili né a quelle autobiografiche, né a quelle filologiche. In essi c’è la possibilità di rintracciare non solo la fase di maturazione umana e intellettuale del giovane Nietzsche, ma anche le anticipazioni dei grandi motivi della sua filosofia successiva. In queste pagine, dunque, gli ultimi retaggi dell’influenza religiosa familiare lasciano intravedere lo sviluppo delle sue posizioni anticristiane e rivelano l’attenzione per l’antichità unita all’interesse per il destino tedesco a cui Nietzsche era stato formato negli anni trascorsi a Pforta.

La scuola di Pforta – dove avevano studiato Novalis, Fichte, Friedrich Schlegel e dove Nietzsche compie gli studi superiori dal 1858 al 1864 – era un ginnasio-liceo a numero chiuso, di impostazione umanistica. In questa scuola, rinomata per la serietà dell’insegnamento, si studiava soprattutto l’antichità classica; qui, a differenza degli altri licei prussiani, in cui prevalevano ideali clericali e monarchici, si respirava l’atmosfera dell’Ellade e di Roma: al centro dell’insegnamento stavano il greco e il latino, oltre che la lingua e la letteraura tedesca.

Nei suoi scritti sull’invidia Nietzsche sottolinea come questo sentimento sia un errore della conoscenza e della natura che conduce l’individuo lontano dalla vera felicità: «Agli invidiosi la felicità e l’onore appaiono sotto l’involucro esteriore della ricchezza e dello splendore, dell’acclamazione pubblica e delle lodi dei giornali… essi non riescono a vedere il cuore delle cose». Sono le prime intuizioni degli aforismi che nei testi più noti sulla genesi dei valori e dei controvalori etici (Geneaologia della morale e Al di là del bene e del male) indurranno il filosofo di Zarathustra a condannare l’«uomo del risentimento», ad additare la «morale degli schiavi» come causa prima della decadenza dei valori europei e ad auspicare il superamento del nichilismo attraverso la “felicità” dell’oltre-uomo.

giovedì 12 settembre 2013

#Atreju. Marine Le Pen attacca l’Europa “governata da un’oligarchia di tecnocrati”

di Nuccio Bovalino (Barbadillo)

“L’Europa è governata da un’oligarchia, un’elite di stipendiati della Goldman Sachs”. Marine Le Pen, nella parte della testimone di accusa nel processo simbolico contro l’Europa andato in scena nella giornata di apertura di Atreju, ha ben chiaro chi sono i nemici dei popoli europei.

La videointervista che ha rilasciato in occasione della inaugurazione delle giornate organizzate da Giorgia Meloni e dal suo gruppo di giovani volontari è stata accolta con applausi poco timidi, soprattutto nei punti in cui la leader del Fronte Nazionale si è scagliata aspramente contro i tecnocrati di Bruxelles che “oltre a rendere l’Europa una giungla nella quale vige la legge del più forte, alimentando la crisi finanziari con la propria azione economica, cercano di imporre dei valori che sono in contraddizione con quei valori che sono invece fondativi della cultura dei nostri popoli”. Alla domanda se avendone il potere, abolirebbe la Commissione Europea, Marine si è limitata a constatare che tale istituzione (come la stessa moneta unica) crollerà da sola. La Le Pen ha concluso sperando in “un rapporto sempre più stretto con l’Italia, i cui popoli sono più saggi delle élite che oggi le governano”.

La leader francese è stata ospite di Atreju in una giornata particolare. E’ di oggi infatti il risultato (poco) sconvolgente di un sondaggio (del Groupe Ifop) della rivista Valeurs actuelles che giunge da Oltralpe un francese su tre condivide le idee di Marine Le Pen. Se la vera ribellione, come si suol dire, è donna, la Francia ne incarna la vera essenza: chi può negare a Marine Le Pen lo scettro di fenomeno più intrigante dell’ultimo anno? Dinasticamente reggente del Front National, rappresenta un progetto di quella futurdestra che pare destinata a crescere nei consensi grazie a un maggior consonanza con le tematiche chiavi del presente. Critiche al mercato liberista, all’Europa, condanna dell’euro e riaffermazione della sovranità nazionale. Il paradigma utilizzato è quello tradizionale e tradizionalista, contro un presente che viene accusato di aver cullato un progressismo che si è rivelato un assediante e asfissiante compromesso al ribasso. Lì si scagliano fiere le asserzioni di Marine, che si batte con una tattica ben precisa, la vera rivoluzione linguistica oltre che culturale: chiamare le cose con il proprio nome, a costo di apparire troppo vigorosa e di prestarsi a facili strumentalizzazioni. Il segreto dell’avanzamento inarrestabile del Front National è forse la capacità di misurarsi con la crisi evitando di sublimare le necessarie prese di posizione in teorie e architetture linguistiche evanescenti. Nella crisi ha ritenuto utile indicare una via, una mappa, ergo punti fissi da cui prendere spunto per tracciare un percorso chiaramente. Marine ha scelto di impegnarsi a comunicare chiaramente dove vuole andare. Non è il caso di chiedersi in questo ragionamento se ciò che ha utilizzato siano argomenti condivisibili o meno, ma non si può non concordare sul fatto che votare il FN è per gli elettori francesi una garanzia perlomeno su ciò che si aspettano dai loro eletti e su ciò che gli stessi andranno a difendere in Parlamento.La dediabolisation del partito ormai è giunta nella fase culminante. L’operazione mediatica e culturale di legittimazione ha addirittura lasciato il passo a una fase costruttiva che spinge verso il rilancio del FN. Non è più tempo di spendersi per il riconoscimento come forza repubblicana, nel momento in cui le idee da sempre propugnate da Marine Le Pen pare trovino corrispondenze nella quotidianità che esige del Fronte Nazionale l’accentuarsi della propria particolarità antisistema. La capacità di Marine Le Pen è quella di non aver timore nel porsi come garante di una sensibilità popolare che lo snobismo gauchiste e il moderatismo francese non riescono e preferiscono non interpretare. Già Jean Baudrillard, sociologo attento alle dinamiche dell’immaginario, notava come il vecchio leone Le Pen padre fosse l’unico a fare politica facendo i conti con il senso della storia. Non rifugiandosi nelle ideologie miglioriste e ottimiste di un progresso lineare della società.

Il Front National con Marine compie un salto ulteriore e si spende con ancor più lungimiranza nel difficile e incauto mestiere: immergersi nella quotidianità del vissuto, nel sentire comune. Certamente un realismo viziato da alcuni eccessi linguistici e programmatici. Ma le rivendicazioni che toccano le problematiche delle fasce meno abbienti e periferiche della nazione, spiegano un elettorato che è perlopiù costituito da operai e giovani.

mercoledì 11 settembre 2013

A proposito dell' 11 settembre...


Oggi è l'11 settembre e, nella memoria collettiva scorrono le immagini dell'attacco terroristico che, nel 2001, colpì gli Stati Uniti. Di quel massacro fu ritenuta responsabile Al Qaeda. Sono passati dodici anni e, dopo due guerre preventive in Iraq e Afghanistan, gli Stati Uniti si apprestano ad iniziarne un'altra contro la Siria, al fianco dei guerriglieri di Al Qaeda. Una parabola che spiega tutto e che ci ricorda che, da una parte e dall'altra, sono sempre gli innocenti a pagare le scelte dei potenti.

martedì 10 settembre 2013

Ahmad Shah Massoud. In ricordo di un simbolo della libertà...



di Franco Nerozzi (Comunità Solidarista Popoli)

Di tanto in tanto, nel corso della storia, le radici invisibili della Sacra Pianta della Tradizione alimentano frutti straordinari, destinati, per la loro rigogliosa pienezza, a nutrire perpetuamente gli spiriti affamati di luce. A volte sono uomini di filosofia, artisti, letterati, figure religiose e politiche, individui generosi che donano più di quanto abbiano ricevuto, personalità che trascinano con carismatica attrazione moltitudini di anime verso destini grandiosi. A volte sono guerrieri. Come quello che incontrai più volte nel paese degli Ariani, alte montagne e sconfinati deserti tra Persia, Cina, Russia e subcontinente indiano: l’Afghanistan.

Ahmad Shah Massoud, il “leone del Panjshir”, il comandante dei mujaheddin che negli anni ’80 combatterono e sconfissero le truppe di occupazione dell’Armata Rossa, parlava con la sobrietà e la semplicità degli uomini consapevoli del proprio valore. In una spoglia stanza di una casa segnata dalle schegge di bomba conobbi per la prima volta l’uomo che era già divenuto leggenda, incubo dei reparti sovietici, vessillo di libertà per un popolo che resisteva orgogliosamente all’imperialismo rosso. Il Panjshir, dove mi trovavo, aveva subito numerose offensive delle truppe di Mosca: bombardamenti a tappeto con Tupolev 16, e invio di venti, a volte trentamila soldati supportati da reparti corrazzati con l’appoggio di commandos che gli elicotteri russi depositavano sulle cime che circondavano la valle. Niente da fare: la distruzione dei villaggi, dei canali d’irrigazione e dei raccolti, il massacro di migliaia di civili, non era mai servito alla conquista della roccaforte di Massoud. Il comandante si ritirava, attendeva che i sovietici allungassero le loro linee nel dedalo di vallate e di remoti dirupi e puntualmente contrattaccava infliggendo al nemico pesanti perdite e umilianti lezioni di tattica militare.

“Con l’aiuto di Allah l’Onnipotente e il sacrificio dei combattenti del “Jihad” riporteremo la pace in Afghanistan” mi aveva detto sorridendo serenamente mentre cupi boati salivano dalla piana di Charikar, lo sbocco del Panjshir verso Kabul.

Ma la pace non arrivò: quando dopo la sconfitta del regime filosovietico Massoud entrò nella capitale dell’Afghanistan da Ministro della Difesa, trovò nuovi nemici. Le fazioni integraliste dei mujaheddin, quelle che Washington aveva privilegiato nelle forniture militari nonostante la loro evidente inconsistenza nella guerra all’Armata Rossa, scatenarono l’inferno nella città. Decine di migliaia di vittime e nuove distruzioni segnarono gli anni dal ’92 al ’94. Poi, per garantire tranquillità ai progetti di sfruttamento delle fonti di energia da parte delle multinazionali, e assicurarsi il controllo di un’area strategicamente essenziale, il Dipartimento di Stato foraggiò i “folli di Dio”, il movimento dei Talebani, gruppi di wahabiti pashtun con forti legami in Pakistan ed Arabia Saudita. Massoud lasciò Kabul nel ’96 per evitare alla popolazione nuove sofferenze: riprese la guerriglia nel nord, consapevole di dover fronteggiare ora le mire imperialistiche dell’altra Grande Potenza, che agiva nel suo paese attraverso i servizi di Islamabad.

Indipendente, libero, tradizionalista, incorruttibile: Ahmad Shah Massoud è morto per questo. Fin da giovane aveva combattuto perché l’Afghanistan rimanesse fedele alle proprie tradizioni: iscritto al movimento islamista, a partire dai tempi del liceo aveva partecipato alla lotta politica contro le ingerenze straniere nel Paese. L’attività del movimento era diretta in senso ri-voluzionario anche contro i privilegi delle classi dominanti, accusate di tradire lo spirito dei codici sociali tradizionali afghani : primo fra tutti quello che prevede meccanismi di riequilibrio delle disparità economiche tra individui, secondo i precetti del Corano. Il giovane tagiko partecipava alle marce di protesta contro l’intervento statunitense in Vietnam e si rendeva protagonista di accese manifestazioni antisioniste che venivano organizzate all’Università di Kabul. Poi, con un pugno di fedeli compagni prese le armi, salì in montagna e diede vita alla prima resistenza anticomunista d’Afghanistan.

Da allora, per quasi trent’anni, fece quello che un guerriero deve fare: combattere, anche quando la sconfitta appare certa, sancita non dal valore del nemico quanto dalla decadenza di un’epoca che premia il vile ed ignora il coraggioso.

E di coraggio ne aveva, Massoud. La prima linea era per lui l’ambiente naturale in cui si muoveva dando l’impressione di schernire il pericolo. Accanto ai suoi ragazzi e ai suoi vecchi ufficiali, affrontava il nemico con il Kalashnikov imbracciato, la ricetrasmittente incollata all’orecchio per impartire gli ordini. Bastava la sua presenza in un punto del fronte che stava per cedere per rovesciare le sorti della battaglia. Accanto al comandante sembrava che nulla di male ti potesse succedere. Il nostro ultimo incontro avvenne nel novembre del 1998 a Taloqan, quando la città era assediata da diecimila Talebani. La situazione appariva disperata, le forze del Mullah Omar, sostenute da volontari pakistani ed arabi avevano scatenato un’offensiva su più fronti. L’aviazione bombardava il centro della città, in particolare il mercato, e numerose erano le vittime tra i civili. Anche il Panjshir era sotto attacco. Inoltre, un uomo armato, protetto dal vestito femminile che copre interamente la figura era stato fermato poco prima che potesse avvicinarsi pericolosamente a Massoud per l’ennesimo tentativo di assassinio. Di fronte a tutto ciò, il comandante aveva fatto rientrare in Afghanistan la moglie e i figli dal loro sicuro rifugio in Tagikistan. Il segnale per i suoi uomini era chiaro: il Leone avrebbe resistito, e avrebbe vinto ancora una volta.

Parlammo in francese durante un colloquio che si concluse con la promessa di rivederci di lì a breve: mi salutò dicendomi ” torna in pace alla tua famiglia”. Io pensai alla sua, riunita in qualche casupola di fango ad attendere un nuovo inverno di guerra.

Questo era Massoud, l’uomo che qualche mese prima della sua morte fece di malavoglia un giro in Europa. Lui, che mai lasciava le sue montagne e i suoi mujaheddin, venne spinto dai suoi consiglieri a percorrere per qualche giorno gli untuosi corridoi della politica occidentale. Trovò ciò che ci si poteva aspettare: l’imbarazzo e la freddezza dei pingui burocrati di Strasburgo di fronte a qualcuno la cui sorte era forse già stata decisa. Un uomo con cui non si possono fare affari è un uomo totalmente inutile per l’Europa delle Banche.

Il 9 settembre di quest’anno due algerini con passaporto belga hanno fatto esplodere una carica di esplosivo nella stanza in cui Massoud stava per rilasciare una intervista.
Un “regalo” di Bin Laden ai suoi protettori di Kabul, si è detto. Fatto sta che con Ahmad Shah Massoud scompare il condottiero che si è opposto per tutta la sua esistenza alla concezione materialista del mondo che marxismo e capitalismo hanno cercato di imporre al suo Paese.

Per me, con lui, è scomparso non un amico, perché della sua amicizia mai sono stato degno, ma un luminoso esempio di libertà. Il frutto straordinario di una pianta dalle antiche radici nascoste.

lunedì 9 settembre 2013

Contro la cementificazione degli spiriti un nuovo equilibrio uomo-natura...



di Mario Bozzi Sentieri (Barbadillo.it)

L’ambientalismo, inteso come espressione organizzata della “coscienza ecologica”, è uno di quegli ambiti in cui è possibile sperimentare un “trasversalismo” maturo, in grado cioè di superare concretamente vecchi schematismi ideologici ed usurate visioni “identitarie”, confrontandosi sui problemi concreti, drammaticamente concreti del degrado ambientale.

Con questo spirito riprendiamo e rilanciamo la denuncia di Legambiente, che, con il dossier “Salviamo le coste italiane” (scaricabile dal sito www.legambiente.it) ha analizzato, regione per regione, il consumo delle aree costiere, attraverso un sistematico lavoro di selezione e confronto delle foto satellitari.

Ad uscirne fuori è un quadro devastante, con il 55 per cento delle coste italiane stravolto dall’edificazione selvaggia e dalla speculazione edilizia. Dal 1985 ad oggi 160 chilometri di costa sono stati inghiottiti dal cemento, il tutto in barba ai vincoli imposti dalla legge Galasso, la prima legge che proprio nell’85 provava a valorizzare i paesaggi italiani e mettere un freno all’amore per il cemento.

Il record negativo – perlomeno fra le otto regioni analizzate, Abruzzo, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Marche, Molise, Sicilia e Veneto – spetta, a pari merito, ad Abruzzo e Lazio con il 63 per cento di coste trasformate: solo un terzo del litorale o poco più resta “al naturale”, mentre i restanti due terzi è ormai occupato da palazzi, ville, alberghi, porti. Male anche l’Emilia-Romagna, con il 58,1 per cento di paesaggi compromessi, la Sicilia (57,7), le Marche (54,4), la Campania (50,3), il Molise (48,6). Meglio, si fa per dire, il Veneto (36) dove l’urbanizzazione ha avuto come freno il delta del Po e il sistema lagunare.

Non si tratta solo di estetica, né di solo amore per l’ambiente. Legato alla speculazione edilizia e alla cementificazione c’è un problema sempre più impellente di sicurezza, dovuto all’aumento esponenziale del rischio idrogeologico. Per questo motivo Legambiente ha depositato in parlamento un disegno di legge sulla bellezza che mira a risanare gli scempi commessi e ad indirizzare il settore dell’edilizia verso la strada della riqualificazione.

Si tratta di un tentativo minimo, ma fondamentale, per iniziare a salvare il salvabile, rispetto ad una realtà già fortemente pregiudicata, un tentativo che ci auguriamo possa aprire una nuova fase di attenzione, di consapevolezza diffusa, di mobilitazione politica rispetto ad un grande patrimonio spirituale oltre che materiale, che rappresenta uno degli elementi costitutivi del nostro essere Nazione. Ben al di là, dunque, di qualsiasi appartenenza di bandiera, ma ponendo chiare distinzioni “di valore”: da una parte chi sente forte il richiamo delle peculiarità spirituali, di cui la natura è parte, dall’altra chi lavora per la cementificazione delle culture; da una parte chi crede nella tutela delle specificità (territoriali, culturali, ambientali) dall’altra chi pensa di tutto livellare; da una parte il ritorno alla bellezza, dall’altra la speculazione brutta ed onnivora.

Con in più, dal nostro punto di vista, una consapevolezza di fondo: non ci è mai sfuggito, in questi anni, l’invito di Alain de Benoist, che, sull’argomento, ha scritto pagine esemplari, allorquando, in opposizione ad un ecologismo di maniera, sollecitava non a salvare una “vecchia natura”, ma a costruire una cultura, in grado di ristabilire un nuovo equilibrio, in cui l’umanità potrà conservare la posizione attraverso cui si è costituita. Si tratta di una “visione” non ideologica del rapporto uomo-ambiente, una visione attraverso la quale è possibile realizzare un reale bilanciamento tra protezionismo e intervento antropico. Importante è capirsi sui discrimini di fondo e di valore, più che di “schieramento”. O di qua o di là. Tertium non datur.

domenica 8 settembre 2013

8 SETTEMBRE: UNA RIFLESSIONE DOVEROSA...


DUE PAROLE DA CASAGGì...

Oggi è l'8 settembre. Per qualcuno potrà apparire paradossale che, con tanti anni di distanza, un ambiente politico che aspira a governare il paese si fermi a riflettere su una pagina di storia che dovrebbe essere metabolizzata. Eppure è così: ogni anno, di fronte ad una data che nessuno di noi ha vissuto sulla propria pelle, ci s...i ferma a pensare con il cuore cupo. Perché ogni declino, seppur lento e progressivo, ha sempre un inizio tangibile. E il declino dell'Italia, purtroppo, inizia l'8 settembre del 1943.

Siamo l'unico paese al mondo che si vanta di aver cambiato schieramento bellico durante un conflitto. L'unico paese al mondo che festeggia la sconfitta di una guerra, che non ammette di aver commesso un'infamia, di aver cambiato casacca, di aver mollato gli alleati e aver rivolto contro di essi il fucile per accompagnarsi a quelli che fino al giorno prima erano i nemici comuni. Siamo l'unico paese che ha coscientemente aiutato le truppe straniere a sbarcare in casa nostra, a bombardare le nostre città, a violare le nostre donne e massacrare i nostri figli. E a chi si era prodigato nell'aiutare lo straniero, dopo quell'8 di settembre, si sono date le medaglie, le pensioni, i riconoscimenti. Ai figli di quel tradimento si è dato il monopolio della memoria: quella storia la raccontano loro, omettendone le vergogne, la tramandano loro, la proteggono con le leggi speciali e i reati di opinione, la trasformano in dogma, la inculcano come fosse un mantra.

Ma, come ogni pagina di storia, dall'infamia nasce anche il riscatto. Perché l'8 di settembre non è soltanto l'armistizio, ma anche la reazione fiera e spavalda di chi non riuscì ad accettarne il corso e decise di schierarsi dove aveva combattuto fino al giorno prima. Sulle ceneri dell'Italia costruì una Repubblica, la fece bella, le diede un'impronta sociale e nazionale. Il simbolo ne riassumeva le virtù: in mezzo al tricolore non c'era più lo scudo di chi era fuggito, ma un'aquila che, tra gli artigli, stringe un fascio littorio. Dopo quell' 8 di settembre non ci sono solo i Badoglio, ma anche i Pavolini: gente che si rimette la camicia nera, che rimarca un giuramento e gli tiene fede, che decide di dare un ultimo disperato segnale di vita. E sono stati tanti i piccoli gesti di coraggio e di dignità. E' per quei gesti che vale la pena lottare, perché non siano stati fatti invano. 

Quell' 8 di settembre ci consegnò al nemico, ci rese una colonia, ci precipitò dalla tragedia alla farsa e ci relegò al rango dei servi, quelli da interpellare ogni tanto e senza pretese, quelli fedeli perché costretti e asserviti perché deboli: l'Italietta del dopoguerra; quella degli scandali, delle bombe di Stato, degli inciuci, della mediocrità, della lobotomizzazione di massa, del servilismo atlantico, del compromesso sempre pronto. E fare politica, oggi, ha più senso di sempre: per ribaltare l'esito di quel giorno infausto e tornare a sperare, per prestare fede al giuramento di chi scelse di non arrendersi, per onorare la memoria dei nostri morti, per dare ai nostri figli un futuro, per tornare ad essere Nazione e non girarsi dall'altra parte, per non morire di centri commerciali e trasmissioni televisive, per non vivere una vita nella quale gli obiettivi siano solo la carriera e la partita di calcetto con gli amici, per potersi guardare allo specchio senza vergogna, per avere la possibilità - un domani - di ripensare a questi giorni e dire con gli occhi lucidi che, nonostante tutto e nonostante tutti, noi abbiamo fatto ciò che doveva esser fatto. Perché, come disse Ezra Pound, "qui l'errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare".

Non esitate mai più: l'Italia ha bisogno di gesti decisi e di gambe solide.

Tutti a casa

di Franca Poli (Ereticamente)

Questa è la storia di Tommaso e Costanza due giovani italiani di un'altra epoca. Tommaso era nato nel 1920 e Costanza nel 1922. E’ una storia di famiglia che odora di muffa, come una camicia nera trovata nel fondo di un vecchio baule in soffitta.

Farò un breve passaggio su come erano cresciuti, durante gli anni “d’oro del Fascismo”. La generazione del Littorio, cioè i giovani nati negli anni Venti, aveva usufruito del cambiamento della scuola e del modo di fare cultura, la riforma Gentile aveva portato una ventata di novità nella scuola. I programmi delle elementari ripristinavano l'insegnamento della religione cattolica, valorizzavano il canto, il disegno, le tradizioni popolari e la meritocrazia era uno dei cardini della riforma, perché fossero i migliori, le menti più acute, a diventare la futura classe dirigente.

Insisto su questo punto perché mi preme sottolineare quale rivoluzione abbia portato nella società di allora la lotta che il fascismo condusse contro l’analfabetismo. Nel 1921 il 25% dei giovani tra i venti e i trent’anni non sapeva leggere. Ancora peggio andava per le ragazze, la cui percentuale di analfabetismo, sempre per la stessa fascia di età, era del 31%. Un dato impressionante, se confrontato con la situazione di altre nazioni europee. Nel 1941 dopo la battaglia condotta dal regime contro questa piaga, le percentuali erano ridotte al 14%. Va sottolineato che in quegli anni, lo Stato si prese cura delle classi bisognose e delle famiglie in difficoltà, fin dal 1923 fu resa obbligatoria anche l’istruzione per i fanciulli ciechi e sordomuti con la fondazione di una cinquantina di istituti creati per dare un’istruzione e un futuro di inserimento nel lavoro, a circa cinquemila scolari disabili.

La riforma della scuola fu supportata dall’ Opera Nazionale Balilla che era complementare all'istituzione scolastica, per l'assistenza e per l'educazione fisica e morale della gioventù. L'ONB fondata nel 1926 e voluta da Benito Mussolini, era un’istituzione a carattere parascolastico e mirava non solo all'educazione spirituale, culturale e religiosa, ma anche all'istruzione premilitare, ginnico sportiva, professionale e tecnica. Lo scopo fondamentale era far crescere i giovani nel clima spirituale e culturale del fascismo e creare in loro una salda coscienza di italianità e consapevolezza del ruolo di "fascisti del domani".

L'iscrizione all'ONB procurava benefici, ben conosciuti dai ragazzi e dai loro genitori. Gli Italiani apprezzarono di poter usufruire gratuitamente per i propri figli di vacanze, gite o campeggi. A partire dagli inizi degli anni Trenta, infatti l'Opera fu in grado di erogare molti servizi sociali come borse di studio, refettori, doposcuola, asili, colonie, crociere, soprattutto alle famiglie che non avrebbero potuto permettersi di sostenerne il costo. I ragazzi venivano inquadrati, in uniformi specifiche, come balilla e piccole italiane (dagli 8 ai 14 anni) e come avanguardisti e giovani italiane (fino ai 18 anni). Per i giovani sopra i diciotto anni furono fondati, in seguito, i Fasci Giovanili di Combattimento e i Gruppi Universitari Fascisti, per i quali dal 1934 vennero organizzati a cadenza annuale degli incontri culturali denominati Littoriali della Cultura e dell’Arte che si affiancarono a quelli dello sport, si ricordano fra i vincitori famosi, di alcuni littoriali: Michelangelo Antonioni, Pietro Ingrao, Aldo Moro, Renato Guttuso, Giorgio Almirante e Vasco Pratolini.

L’ONB, oltre alle esercitazioni, che si tenevano dopo l’orario scolastico, durante il “sabato fascista”, mobilitava le scolaresche per adunate e campi scuola, come i "Campi Dux", raduni nazionali per i ragazzi che si erano distinti tra Balilla e Avanguardisti di tutta Italia. Le manifestazioni si concludevano con la premiazione dei più meritevoli davanti al Duce. Le tradizionali sfilate, i cortei venivano arricchiti da canti e, in alcuni casi, da fuochi d'artificio. Oggi la pratica dello spettacolo pirotecnico, al sud è usanza per le feste patronali nelle parrocchie, al nord è divenuta prerogativa tutta dei “compagni”, che ne fanno un vanto alla chiusura delle feste dell’Unità, dando vita a tacite gare organizzate fra paese e paese per dare lo spettacolo migliore e accaparrarsi in tal modo i visitatori per l’anno venturo.

Frequentando con impegno la scuola e le attività dell’ONB, in un contesto di serietà e impegno, di lealtà e sicurezza sono cresciuti Tommaso e Costanza, infarciti di ideali, di speranze, di amore per la loro nazione e orgoglio di appartenenza. Credevano nei valori loro trasmessi e volevano servire la Patria. Tommaso era diventato un milite della Milizia Forestale Nazionale e Costanza un’impiegata al ministero di Agricoltura e Foreste. Quando si conobbero, a Roma, lui era un affascinante giovane in divisa e lei una bella ragazza con una cascata di riccioli scuri e occhi grandi, con la stessa profonda espressione che scorgo, a volte, nello sguardo di mia figlia. Si innamorarono e pensavano di mettere su famiglia, quando furono travolti dagli eventi di una delle più grandi tragedie subite dagli Italiani. L’8 settembre 1943 tutti fuggivano a casa. Roma veniva abbandonata, Tommaso e Costanza guardandosi negli occhi, credendo ancora nel loro futuro, e in quello dell’Italia, non scapparono, tenendosi per mano ogni mattina, camminavano rasente i muri, sfidando la gente impazzita per le strade e continuarono a recarsi al loro posto di lavoro.

Quando la radio italiana divulgò il messaggio del maresciallo Badoglio nel quale il capo del governo comunicava: “l’Italia ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate e la richiesta è stata accolta”, si consumò la peggiore delle sciagure per l’esercito italiano: erano le 19,45 dell’8 settembre 1943. Il generale Badoglio e il re, dopo lo sgambetto a Mussolini e la caduta del regime del 25 luglio, decisero, di consegnare l’Italia al nemico e lo fecero nel modo più ambiguo e vergognoso possibile, dopo aver proclamato solennemente sino all’ultimo minuto, assoluta fedeltà al patto di alleanza con la Germania.

Al momento dell’infamante “armistizio”, (di fatto una ignominiosa resa incondizionata nelle mani di quello che sino a poche ore prima era il nemico), gli Italiani venivano da anni di guerra e di sacrifici. Il territorio era diviso in due. A nord l’alleato germanico era presente con una forza ben strutturata. A sud, americani e inglesi occupavano i territori abbandonati dai tedeschi. Le forze armate italiane divise sul territorio restarono senza direttive precise, senza ordini da eseguire e, nel caos più assoluto, si assistette a un fuggi fuggi generale di comandanti e truppe lasciate allo sbando. Quel giorno resterà segnato nella storia d'Italia come un dramma dalle mille sfumature. Alle regole e all'ordine si sostituirono, in una sovversione improvvisa, l'anarchia, la lotta per la sopravvivenza, l'eroismo di pochi, il terrore di molti.

Chi non ricorda il film “Tutti a casa”, con attore Alberto Sordi nei panni di un tenente dell’esercito italiano che, non sapendo della resa, vede improvvisamente i tedeschi che gli sparano addosso, mentre è in marcia coi suoi uomini? Non riuscendo a capire cosa stia succedendo si mette in comunicazione con i superiori e dice al telefono: “Accade una cosa incredibile signor colonnello,i tedeschi si sono alleati con gli americani….” Rendendoci conto del grottesco paradosso e sapendo come realmente erano andati i fatti, abbiamo riso tutti a quella frase,ma (insegna la narrativa pirandelliana ) dal tragico al buffo, amara è stata la causa del nostro insensato sorriso.

Per oltre sessant’anni la storia ufficiale ha compiuto scientemente la più grande delle mistificazioni, gestita dall’antifascismo imperante delle sinistre, ha esaltato l’infame data dell’8 settembre 1943 come l’inizio del cammino che avrebbe portato la nazione verso la democrazia. Una parola, nel nostro caso, usata e abusata a sproposito. In Italia non è mai stata fondata una vera democrazia, in quanto nata dal tradimento e non costruita su reali volontà popolari. Una falsa democrazia propinataci dai vincitori con presupposti forzati rinnegando e abiurando il passato recente anche nelle cose migliori.

Il popolo, pur carico di sacrifici, non voleva arrendersi, ma qualcuno ai posti di comando, decise di salire sul carro del nemico, senza più combattere, e così abbiamo perduto non solo la guerra, ma qualcosa di molto più importante: la nostra dignità di nazione.

Sarebbe lungo e dispersivo quantificare quale era in realtà la nostra forza militare al momento della resa, se sarebbe stata sufficiente, o meno, a opporre una onorevole resistenza al nemico che, i tedeschi da soli fecero durare per 19 mesi. Si sarebbe trattato oltretutto di combattere nel territorio natio, motivati a strenua difesa della Patria e ogni centimetro di terra, conosciuto e amato, avrebbe potuto diventare un nuovo “Piave”.

Esiste un dettagliato rapporto firmato dal Capo di Stato Maggiore tedesco Alfred Jodl, che quantifica di quali e quante forze fosse, in realtà, dotato l’esercito italiano. Un esempio su tutti, senza entrare nel merito delle unità armate, della forza uomini, cito quanto reperito dai tedeschi circa i soli materiali di vestiario (visto che il nostro è diventato famoso come l’Esercito con “le scarpe di cartone”, ): 672.000 giubbe a vento, 783.000 farsetti a maglia 592.100 paia di pantaloni, 2.064.100 camicie, 3.338.200 paia di scarpe, 5.251.500 paia di calze. Insomma, vi erano i reparti, vi erano le armi e non si può dire che le condizioni fossero tali da far combattere gli uomini “in mutande”. Per anni ci hanno raccontato la storia di una guerra oramai persa per mancanza di forze anche se i dati di fatto non rispondono a questa teoria, ma a quella del tradimento e della felloneria. I motivi della resa secondo le fonti ufficiali furono dettati “dall’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria”, in realtà l’Italia aveva buoni soldati e pessimi comandanti. Infatti nel caos assoluto gli unici che ebbero chiaro cosa fare furono Badoglio e il re che fuggirono a Brindisi, insieme a uno stretto gruppo di accoliti. Sulla corvetta Baionetta, dove si imbarcarono a Ortona, avevano tentato di salire a bordo anche numerosi generali e colonnelli, in una vergognosa ressa passata alla storia come “l’ultimo assalto alla baionetta”.

Un capitolo a parte meriterebbe la consegna della flotta della Marina Militare senza aver sparato un colpo. Fu l’estremo oltraggio al nostro onore, mentre al termine della prima guerra mondiale la flotta tedesca si era autoaffondata a Scapa Flow e lo stesso aveva fatto quella francese a Tolone, per non arrendersi ai tedeschi, gli Italiani furono gli unici a consegnare a Malta le navi intatte al nemico, esempio unico di viltà di tutte le marinerie del mondo.

Mi resta ignoto come si faccia a considerare l’8 settembre 1943 una data fondamentale per la costruzione dell’Italia, quando anche il resto del mondo condannò il nostro operato. Eisenhower stesso definì “sporco affare” (crooked deal) la resa del Regno d'Italia.

Scelgo di ricordare su tutte le citazioni (vere e false) che ricorrono sulla triste storia di quella data, cosa disse in proposito il generale Junio Valerio Borghese, comandante della Decima Mas "Una guerra si può perdere, ma con dignità e lealtà e allora l’evento storico non incide che materialmente seppur per decenni. La resa e il tradimento hanno invece incidenze morali incalcolabili che possono gravare per secoli sul prestigio di un popolo, per il disprezzo degli alleati traditi e per l’uguale disprezzo dei vincitori con cui si cerca vilmente di accordarsi.” Ecco perché quell’8 settembre 1943, nonostante i tentativi di travisamento operati nel dopoguerra per cercare di ridare dignità al nostro popolo, resta nella storia d’Italia una data luttuosa e nefasta, una pagina vergognosa e indelebile.

Di quello che successe a Tommaso e Costanza che scegliendo di continuare a servire la loro Patria, insieme decisero di spostarsi al Nord ne parlerò in seguito, in un altro pezzo, dove proverò a dare voce a tutti coloro che andarono a combattere “dalla parte sbagliata”.

sabato 7 settembre 2013

NO SURRENDER: LE MAGLIE A SOSTEGNO DEI MILITANTI SOTTO PROCESSO...


Di Casaggì Firenze

Da alcuni mesi la giunta Renzi ha avviato una campagna repressiva nei confronti di Casaggì. Decine di militanti del nostro “centro sociale di destra” si sono visti recapitare avvisi di garanzia e multe salatissime con accuse ai limiti del ridicolo. Nel mirino della sinistra fiorentina vi sono le attività militanti che Casaggì svolge ogni giorno, con particolare riferimento alle affissioni dei manifesti di propaganda. Queste, solitamente “punite” con qualche multa, sono diventate oggetto di dispute penali e, con l’accusa di “imbrattamento”, si sono mandati a processo diversi attivisti, molti dei quali minorenni, accompagnando il tutto con nottate in Questura, assistenti sociali, articoli di giornale e pressioni di vario genere. 

Alla luce dei tanti problemi che affliggono la nostra città, quello di qualche volantino affisso fuori da qualche scuola - su mura che da decenni sono utilizzate da movimenti politici di ogni orientamento per propagandare le proprie iniziative - è un'inezia a tutti gli effetti. Ma l’obiettivo è chiaro: reprimere una struttura che, da anni, pratica un’opposizione costruttiva nelle strade e nelle Istituzioni; una Comunità che produce centinaia di eventi, aggrega decine di giovani, parla un linguaggio comprensibile, non cade nei tranelli degli opposti estremismi, non rinuncia alla propria autonomia programmatica e ideologica, educa e forma, pratica volontariato, costruisce passo dopo passo un mondo pulito e impegnato aprendolo alla cultura, al comunitarismo, alla solidarietà e alla giustizia sociale rispondendo col sorriso e la politica alle tante infamie subite... 

Molti dei nostri militanti finiti sotto processo non possono permettersi le spese legali che questo teatrino delle miserie umane comporta. Non rientra nel nostro stile chiedere niente a nessuno: ciò che siamo e che abbiamo ce lo siamo costruiti da soli, spesso fronteggiando difficoltà evidenti, pregiudizi e torti. Sostenere la nostra campagna di solidarietà per i ragazzi sotto processo, comperando la nostra maglietta, non è solo un gesto di cameratismo, ma un atto politico preciso: quello di creare un fronte coeso che sappia restare in piedi quando impera la canaglia.

venerdì 6 settembre 2013

L’anniversario. Con Kerouac e la sua rivolta antimaterialista “scoprimmo la strada”

di Mauro La Mantia (Barbadillo)

Era il 5 settembre 1957 quando venne pubblicato negli Stati Uniti la seconda opera di Jack Kerouac, On the road, il romanzo dalla “prosa spontanea” simbolo della Beat Generation degli anni ’50 e ’60. I più arguti esponenti dell’intellighenzia culturale del marxismo italiano non accolsero bene Sulla strada. Vedevano in Kerouac il profeta di un pensiero individualista ed antisociale, poco incline alla lotta di classe emancipatrice. In effetti nei suoi romanzi non c’è traccia di rivoluzione proletaria. Lo stesso Kerouac si proclamava anticomunista (“il comunismo ha programmi incompatibili con la natura umana”) e ruppe con l’importante gruppo Beat di San Francisco quando esso si allineò alle posizioni della sinistra. Per non parlare degli scrittori a cui si ispiravano Kerouac e gli altri esponenti della Beat Generation: autori come Céline e Pound marchiati a fuoco per la loro vicinanza al “male assoluto”.

Allo stesso tempo vi fu a destra una particolare attenzione al romanzo di Kerouac. Gli scritti di Fausto Gianfranceschi, Luigi de Anna, Pino Quaranta (che definì Kerouac “anarchico di destra”) ed il convegno nella primavera del ’68 sulla Beat Generation, organizzato dalla Giovane Italia a Roma, testimoniano il fascino che i viaggi di Kerouac suscitavano nei giovani di destra. Ma come poteva un autore irregolare piacere ai neofascisti di quegli anni?

Una lettura poco attenta di Kerouac lega la sua opera unicamente ad una sorta di manifesto di una generazione perduta nel vortice della droga, dell’alcol e del sesso. Una generazione, quella della Beat Generation, senza voglia di cambiare la società ed in qualche modo senza ideali. La sregolatezza e l’irregolarità dei suoi personaggi, uno su tutti il coprotagonista Dean Moriarty (pseudonimo dello scrittore Neal Cassady), ha anche ispirato successivamente la cultura hippie. Tanti furono i giovani, anche in Italia, che collegarono i viaggi e lo stile di vita di Kerouac alla nuova sinistra nata dal ’68. Tutti elementi reali ma che vanno analizzati accuratamente.

In realtà dalle pagine di "Sulla strada" emerge un personaggio molto più complesso che si scaglia, secondo Fernanda Pivano, contro “il conformismo di una società di massa sempre più anonima e impersonale”. È l’America del dopoguerra che si incammina verso quella società omologata, massificata dedita ad un consumismo sempre più aberrante. Una società, non più comunità, materialista che ha espulso Dio e qualsiasi riferimento trascendentale. Kerouac, nella sua vita e nei suoi scritti, è alla continua ricerca di Dio (“Voglio che Dio mi mostri il suo volto”). Per Julius Evola “l’alcol, il sesso, la musica jazz, la velocità, le droghe, sono state dei mezzi usati per poter sostenere sensazioni esasperate il vuoto dell’esistenza”. Per i giovani di destra quella di Kerouac, scrive Pino Quaranta nel 1975, era una “rivolta contro il materialismo e il collettivismo, ricerca di valori supertemporali, rivalutazione della tradizione, rifiuto delle formule artificiose dei materialismi edonistici di destra e di sinistra e ricerca di una spiritualità con cui riempire il vuoto spirituale”.

In Kerouac non domina un individualismo esasperato così come descritto da alcuni. Kerouac fugge da una società che ha ridotto l’uomo a materia per ritrovare una propria individualità (cosa diversa dall’individualismo). Sempre Fernanda Pivano afferma che quei ragazzi scappavano da “una società anonima creandosi una società autonoma, e vivono in piccole bande più o meno segrete secondo un codice primordiale, basato sulla inviolabilità dell’amicizia”. E contro quelle derive individualiste a volte presenti in quei giovani ribelli, Kerouac probabilmente fa parlare la sua coscienza nella feroce critica di Galatea a Dean (“Tu non hai il minimo riguardo per nessuno tranne te stesso e le tue maledette voglie”).

Insieme a tutto questo, poi, vi è anche il fascino del viaggio, vero archetipo della civiltà europea ed occidentale, che accomuna più o meno consapevolmente il lettore di ieri e di oggi. Il viaggio di Ulisse, il nostos, per tornare in patria e riabbracciare la famiglia; Enea che viaggia, portando i suoi penati, per fondare una nuova città – patria; il viaggio di Dante nell’aldilà verso la salvezza; i cavalieri di Re Artù alla ricerca del Graal; il viaggio del giovane Enrico di Ofterdingen narrato da Novalis; il viaggio – esilio di Baudelaire. Sono viaggi diversi eppure accomunati da alcuni tratti, uno su tutti il viaggiare per ritrovare se stessi e per comprendere il fine ultimo della vita. I lettori di ogni epoca si ritrovano in questi viaggi, avventure del corpo e dell’anima.

“Dove siete diretti”, si chiede ai viandanti nell’Enrico di Ofterdingen, “Sempre verso casa” è la risposta. Se da un lato i viaggi di Kerouac sono per lo più lineari, a differenza di quelli classici, e dominati dalla fuga dalla società moderna, un rompere i legami per arrivare all’”oltre uomo” di Nietzsche, dall’altro ritroviamo ancora il tema del ritorno. Ad un certo punto di ogni viaggio il protagonista Sal Paradise (cioè Jack Kerouac) sente l’esigenza di tornare dalla zia a New York. In un altro suo romanzo, Satori a Parigi, Kerouac descrive un suo viaggio in Europa per scoprire le origini della sua famiglia in Bretagna. Un nostos moderno alla ricerca nostalgica delle proprie radici e tradizioni. Kerouac arriva anche ad elogiare la guerra di Vandea contro il giacobinismo ateo parigino. Un tema, quello del viaggio in Europa, ripreso dalla Compagnia dell’Anello in Sulla strada, “ballata che narra – scrive Giovanni Tarantino in “Da Giovane Europa ai Campi Hobbit” – di un viaggio in giro per le strade d’Europa, alla ricerca delle radici, del sacro, ma anche fornendo molte suggestioni alla Kerouac”.




Alla fine, però, ogni supposizione su Kerouac si infrange in quel bellissimo chiaro di luna che tutti abbiamo visto, al di là delle nostre idee, leggendo Sulla strada: “La terra al chiaro di luna era tutta mesquite e deserto. All’orizzonte c’era la luna. S’ingrossò, si fece enorme e rossiccia, si ammorbidì e camminò fino a quando la stella del mattino non le contese il campo, e la rugiada non prese a bagnare i finestrini; noi continuavamo ad andare”.

giovedì 5 settembre 2013

Ottanta anni fa Drieu scrisse “Lo strano viaggio”, affresco di una tormentata epoca di decadenza...



da Il Secolo d'Italia


Ottanta anni fa Drieu La Rochelle pubblicava con Gallimard Lo strano viaggio (Drole de voyage), tradotto in Italia da Alfredo Cattabiani nel 1971 e riproposto di recente dall’editore Passigli. Così Moreno Marchi presenta il romanzo nel suo Drieu La Rochelle. Una bibliovita (Settimo Sigillo): «Ecco di nuovo Gille, ancora senza la s finale, Gambier, affascinante personaggio che nel corso di una vacanza presso alcuni amici conosce Béatrix, giovane ricca inglese della quale si infatua. La ragazza lo contraccambia e i genitori si dimostrano favorevoli ad un eventuale matrimonio tra i due. Intanto la famiglia si trasferisce presso la propria residenza invernale spagnola, a Grenada, dove Gille, animato dai migliori propositi, la raggiunge. Una volta lì però, preda dell’indecisione egli fugge e ritorna a Parigi, riprendendo la sua vita di cinico, nonchalant donnaiolo. Ma alla fin fine anche l’adulterio con i suoi conseguenti sotterfugi e sensi di gelosia, lo disgusta, non gli rivela che l’ennesimo aspetto di una società senza più valori né credenze, ormai inerme preda della decadenza».
Il romanzo riprende i temi di Fuoco fatuo (1931), romanzo ispirato alla tragica fine dello scrittore Jacques Rigaut ma anche affresco di un’epoca tormentata di cui Drieu La Rochelle fu interprete e cantore. Lo strano viaggio è breve e conciso, “viaggio dell’indecisione e dello spaesamento” in un mondo che “decomponendosi decompone”. «Un viaggio – scrive ancora Marchi – già ambiguo e misterioso nello stesso titolo: drole, ovvero? Divertente, spassoso? Oppure strano, oppure sfasato?». Un viaggio in ogni caso «che va senz’altro annoverato tra i più riusciti di Drieu La Rochelle». Il romanzo è dedicato a Victoria Ocampo, che così descrisse lo scrittore francese: «La bocca dalle labbra carnose, imbronciate, era infantile nel sorriso, il viso piuttosto rotondo; le mani lunghe e fini sembravano fatte per lasciar scivolare tra le dita la preziosa, sfuggente sabbia della vita e delle passioni, senza alcun tentativo per trattenerle».

mercoledì 4 settembre 2013

Francia, successo e declino dell’assimilazione culturale



di Lorenzo Vitelli (L'Intellettuale Dissidente)

La Francia degli ultimi anni si è trasformata e insieme ad essa si sono trasformati i francesi. Se pensiamo ancora ai nostri vicini d’Oltralpe nelle vesti di fieri patrioti, come li disegnavano Goscinny e Uderzo, o se pensiamo alla Francia dei De Gaulle e dei Depardieu – ora a tutti gli effetti cittadino russo – siamo ancorati ad un tempo sorpassato. È pur vero che il Front National (Fn), ultimo contenitore non tanto politico quanto più socio-culturale di una “francesità” in via di estinzione ha preso il 17,9% alle ultime elezioni, ma la Francia di oggi ha un volto nuovo.
Questa fisionomia recente, tuttavia, ha origini lontane, e fu proprio alla fine dell’esperienza coloniale e imperialista – intrapresa dal XVI secolo – che si cominciarono a registrare i primi flussi migratori che avrebbero cambiato il volto del Paese. Dalle ex colonie del Maghreb, dell’Africa e dell’Indocina un gran numero di migranti muoveva verso la Francia metropolitana. Solo nel 1945 però, dopo la caduta del regime di Vichy, per effetto delle posizioni contrarie al diritto al lavoro e alla cittadinanza allo straniero, l’immigrazione divenne un fenomeno rilevante, tanto che le politiche di immigrazione duratura istituzionalizzarono l’acquisizione dei diritti di cittadinanza con l’aumentare del tempo di soggiorno. Il boom economico del secondo dopoguerra – le famose Trente glorieuses – costrinse la Francia a soddisfare la necessità di manodopera a basso costo e quindi a promuovere la permanenza degli immigrati. Successivamente, con le crisi del petrolio degli anni Settanta le decisioni dell’Assemblea Nazionale si alternarono su posizioni diverse, secondo i governi, che prima regolarono i flussi migratori e sovvenzionarono addirittura il ritorno in patria degli stranieri, mentre, in altri casi, si regolarizzarono 130mila immigrati senza documenti (1981). Uno studio di “La France Africaine” sostiene che il 13% della popolazione francese è di origini africane. Secondo i dati dell’Insee (l’Istat francese) il 18,7% dei giovani non ancora maggiorenni ha almeno un genitore immigrato. Certo, un fenomeno di queste dimensioni non può non andare a modificare le dinamiche sociali di uno Stato.
Progressivamente, la questione migratoria ha introdotto il problema dell’integrazione. Rispetto al modello “pluralista” britannico o canadese, promotore dell’autonomia culturale, religiosa e comunitaria degli immigrati, che soprattutto in Inghilterra è stato un primo sintomo del fallimento del multiculturalismo (ricordiamo i roghi di Tottenham), il modello francese è “assimilazionista”. L’assimilazione si basa sull’universalità dei valori della Repubblica, sulla laicità e sulla Dichiarazione dei diritti dell’uomo: l’immigrato, abbandonata la sua cultura di origine, o almeno relegata nella sfera dell’intimità, si proietta a tutti gli effetti nella cultura e nella società francese in quanto cittadino.
A servire da strumento di transizione in questo processo – dalla cultura di origine a quella ospitante – è la scuola pubblica, laica e obbligatoria, che veicola tramite la letteratura, la storia, la geografia e l’educazione civica le tradizioni e i valori della République: i collanti della “francesità”. Il modello francese si realizza, dunque, non in quanto multiculturale ma propriamente in quanto “monoculturale” e se da un lato rappresenta un importante successo, dall’altro accerta una disfatta. L’Alto Consiglio all’Integrazione (Hci) sostiene che “da tempo le generazioni di immigrati e i loro bambini hanno trovato un posto in Francia” e aggiunge il presidente Patrick Gaubert: “Se consideriamo degli indicatori tangibili come il livello dei diplomi delle generazioni seguenti, la mobilità sociale, i matrimoni misti, la maggioranza degli immigrati si integra”. È vero infatti che un consistente numero di francesi di origini straniere, figli a loro volta di immigrati, occupano oggi posizioni di rilevo nel mondo del lavoro, nell’ambito dell’amministrazione pubblica, dei settori strategici e dello spettacolo. Nondimeno l’immigrato meno abbiente e privo della nazionalità francese ha diritto a tutti i servizi pubblici, dall’educazione alla sanità sino al sussidio in caso di disoccupazione. Eppure il problema delle banlieu, le periferie parigine sovraffollate e divise in ghetti autogestiti dagli stranieri più poveri, è ancora irrisolto. Se quindi il modello “assimilazionista” alla francese può dirsi per certi versi un successo, d’altro canto è impossibile non constatare un’erosione interna di quella cultura francese alla quale gli immigrati devono assimilarsi. Dei flussi migratori tanto rilevanti sono riusciti col tempo a rimettere in causa – come in uno scontro di civiltà – i valori della Repubblica. Il dibattito politico si è spinto tanto in là da domandarsi, in nome della diversità, se promuovere l’identità nazionale o se permettere l’affermazione delle minoranze etniche, arrivando a ripensare il proprio modello di integrazione. La cultura a cui ci si deve assimilare, infatti, è sempre più priva di punti di riferimento e per non entrare in conflitto con le diverse etnie straniere – alle quali si è concessa sempre più autonomia – la cultura francese si è rimessa in discussione da sé. Questa paradossale conseguenza è il risultato di quei valori repubblicani che a partire dal 1789 sono stati spinti allo stremo fino a diventare un controsenso.
Da un lato si cristallizza una Francia spaccata, priva di un collante socioculturale ma che si riconosce secondo il luogo geografico e il campanilismo (“sono di Parigi”) e da l’altro lato si profila una situazione potenzialmente esplosiva: il conflitto tra una consistente fetta della popolazione costituita dagli immigrati e dai loro figli, sradicati dalle loro origini e inglobati nella cultura francese, e tutti quegli stranieri che hanno scelto un ritorno alle comunità di provenienza. I più poveri, ghettizzati nelle periferie e abbandonati a se stessi, finiscono spesso per entrare nel mondo della criminalità organizzata. Ricordiamo le rivolte nelle periferie delle più importanti città francesi, una serie di sommosse che hanno evocato, come intensità, solo il Maggio francese del 1968.

martedì 3 settembre 2013

Difesa dei diritti umani il pretesto degli Usa per intervenire in Siria

di Massimo Fini


La probabile aggressione americana alla Siria non ha alcuna legittimità. Nè giuridica nè morale. Fino a una ventina di anni fa valeva il principio di diritto internazionale della «non ingerenza militare negli affari interni di uno Stato sovrano». Gli americani lo hanno cancellato. Prima in Serbia, nel 1999, per la questione del Kosovo. Qui erano a confronto due ragioni: quella degli indipendentisti albanesi del Kosovo, diventati maggioranza nella regione, e quella dei serbi a conservare la sovranità su un territorio che era da sempre, storicamente e giuridicamente, loro. Ma gli americani decisero che, a loro insindacabile giudizio, i torti stavano solo dalla parte dei serbi e bombardarono per 72 giorni una grande capitale europea come Belgrado. Poi è stata la volta dell'Iraq (2003). Caduto il pretesto che Saddam possedeva armi chimiche si è affermato che era imprescindibile portarvi la democrazia, operazione costata dai 650 ai 750 mila morti iracheni (e non è finita perchè lo scardinamento degli equilibri in Iraq ha portato a una sanguinosa guerra civile fra sunniti e sciiti che causa centinaia di morti alla settimana). Quindi c'è stata la Libia (2011). Oggi tocca alla Siria. Domani, chissà, all'Iran. Nessuna di queste operazioni aveva l'avallo dell'Onu. Ma l'Onu, se ci si passa il volgare fiorentino, «va su e giù come la pelle dei coglioni». Se c'è il suo avallo l'operazione è legittima, se non c'è si procede lo stesso. In Siria Assad ha accettato gli ispettori dell'Onu che devono indagare se ha effettivamente utilizzato armi chimiche contro i ribelli. Se ne dovrebbero aspettare le conclusioni. Ma gli americani hanno fretta: «Le prove le abbiamo noi e le abbiamo fornite agli alleati». I quali dovrebbero stare perlomeno all'erta visto il grottesco precedente iracheno.

Cio' che è intollerabile non è la politica di potenza imperiale-l'hann fatta tutti, ogni volta che hanno potuto-ma la pretesa degli americani di darle delle giustificazioni morali. Il loro grimaldello per scardinare ogni principio di diritto internazionale e poter aggredire i Paesi che non stanno nella loro sfera di influenza è la difesa dei 'diritti umani'. Ma andiamo. Uno dei loro principali alleati in questa ennesima aggressione è l'Arabia Saudita vero campione dei 'diritti umani', in particolare quelli delle donne. E mi piacerebbe sapere da dove mai deriva questa 'superiorità morale' di cui gli americani si sentono investiti. Nel campo dell'uso delle 'armi di distruzione di massa' non hanno rivali. Hanno gettato la bomba atomica su Hiroshima. E tre giorni dopo, nonostante fossero ben consapevoli dei suoi effetti devastanti, su Nagasaki. Sono loro, insieme alla Francia e all'allora Urss, ad aver fornito le armi chimiche a Saddam in funzione antiraniana e anticurda. E se poi non le hanno trovate è perchè Saddam le aveva già esaurite 'gasando' in un colpo solo i cinquemila abitanti del villaggio di Halabya, nel complice e vergognoso silenzio di tutta la stampa occidentale perchè allora Saddam era un nostro alleato.

Il segretario di stato John Kerry, di cui quel pseudonero e pseudodemocratico di Obama è il ventriloquo, ha definito «un'oscenità morale» l'uso di armi chimiche, peraltro ancora tutto da provare, da parte dell'esercito di Assad e ha detto di aver pianto mentre vedeva un padre che cercava di salvare i propri figli. Perchè non piange sulle migliaia di bambini e bambine assassinati in Afghanistan dai dissennati raid aerei della Nato e su quelli nati storpi, ciechi e deformi per l'uso indiscriminato delle bombe all'uranio impoverito?

lunedì 2 settembre 2013

L'Italia mangiata dal cemento: compromessa oltre la metà delle coste...



di Andrea Degl'Innocenti (Il cambiamento)


Un recente dossier di Legambiente rivela che il 55 per cento del litorale nostrano (relativamente alle otto regioni costiere prese in considerazione) è ormai irrimediabilmente compromesso a causa della speculazione edilizia e della cementificazione selvaggia. 160 chilometri di costa sono stati inghiottiti per sempre dal cemento. Ora, una proposta di legge prova a fermare lo scempio.

In Italia la cementificazione delle aree costiere prosegue senza soste, e ormai il 55 per cento del nostro litorale è stato trasformato per sempre.
Questa estate avete forse notato che dietro a quella spiaggia dove andate da anni è sorto un nuovo albergo, a pochi passi dal mare? E che dire di quella capanna di legno che vendeva bibite sul mare che si è trasformata in un bar ristorante che mette musica a palla in orario aperitivo? E quando quel porticciolo dove riposava giusto qualche barchetta di pescatore è diventato un grosso scalo per yacht di lusso ed imbarcazioni commerciali? Se avete osservato con stupore fenomeni del genere, di certo non siete stati i soli. In Italia la cementificazione delle aree costiere prosegue senza soste, e ormai il 55 per cento del nostro litorale è stato trasformato per sempre.

A ricordarcelo è il nuovo dossier di Legambiente chiamato “Salviamo le coste italiane” , che analizza regione per regione il consumo delle aree costiere attraverso un lavoro di analisi e confronto delle foto satellitari e presenta un quadro decisamente buio per quanto riguarda lo stato del nostro bellissimo lungomare. Oltre la metà, il 55 per cento appunto, è stato stravolto dall’edificazione selvaggia e dalla speculazione edilizia. Dal 1985 ad oggi 160 chilometri di costa sono stati inghiottiti dal cemento, il tutto in barba ai vincoli imposti dalla legge Galasso, la prima legge che proprio nell’85 provava a valorizzare i paesaggi italiani e mettere un freno all’amore per il cemento.

Il record negativo – perlomeno fra le otto regioni analizzate, Abruzzo, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Marche, Molise, Sicilia e Veneto – spetta a pari merito ad Abruzzo e Lazio con il 63 per cento di coste trasformate: solo un terzo del litorale o poco più resta “al naturale”, mentre iu restanti due terzi è ormai occupato da palazzi, ville, alberghi, porti. Male anche l'Emilia-Romagna, con il 58,1 per cento di paesaggi compromessi, la Sicilia (57,7), le Marche (54,4), la Campania (50,3), il Molise (48,6). Meglio, si fa per dire, il Veneto (36) dove l'urbanizzazione ha avuto come freno il delta del Po e il sistema lagunare. 

Complessivamente è la costa Tirrenica a mostrare i dati più allarmanti rispetto a quella adriatica con quasi 120 km di costa cancellati tra il 1988 ed 2011 ed un aumento del 10,3 per cento di consumo delle aree costiere.

“La fotografia scattata da Legambiente evidenza un quadro preoccupante, una deriva pericolosa che non trova, al momento, ostacoli efficaci né nella legislazione né nelle volontà politiche degli amministratori locali – ha dichiarato dichiara il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza -. I risultati che emergono dal dossier evidenziano non solo come continui la pressione delle speculazioni in tanti luoghi di straordinaria bellezza, ma che esiste un grave problema di tutela che riguarda vincoli, piani e sistemi di controllo”. 

E non si tratta solo di estetica, né di solo amore per l’ambiente. Legato alla speculazione edilizia e alla cementificazione c’è un problema sempre più impellente di sicurezza, dovuto all’aumento esponenziale del rischio idrogeologico. “La preoccupazione aumenta – ha infatti continuato Cogliati Dezza - se si pensa poi alla crescente esposizione al rischio idrogeologico che questa situazione fa emergere e se si considera che l'esplosione dell'occupazione delle coste con il cemento in molte parti d'Italia avviene in assoluto rispetto della legalità. L'abusivismo peggiora una situazione già gravemente compromessa.” 

Per questo motivo l’associazione ambientalista ha depositato in parlamento un disegno di legge sulla bellezza che mira a risanare gli scempi commessi e ad indirizzare il settore dell’edilizia verso la strada della riqualificazione.

“L'obiettivo – conclude Cogliati Dezza - deve essere salvare la natura residua, liberare l'accesso alle spiagge ed avviare un grande piano di riqualificazione dell'esistente, per cancellare quella litania di case e costruzioni che rovinano la bellezza delle nostre coste. È dunque fondamentale che si apra una nuova fase di attenzione nei confronti dei paesaggi costieri, un patrimonio unico, una risorsa preziosa, che non può rischiare di essere divorata anno dopo anno dal cemento ma, al contrario, che l'Italia deve tutelare e valorizzare.”

Sul sito di Legambiente è anche disponibile "l'Atlante fotografico dei paesaggi costieri italiani", uno spazio interattivo, dove si possono monitorare i cambiamenti che stanno avvenendo lungo le coste italiane e i 639 Comuni che si affacciano sul mare. E al tempo stesso informarsi sulle spiagge più belle e i luoghi più suggestivi della Penisola.

domenica 1 settembre 2013

Il nuovo romanzo di Gabriele Marconi/ Nel segno dell’amicizia e del coraggio

di Marco Valle (destra.it)

L’amicizia virile è un sentimento sano e profondo che attraversa il tempo e supera ogni incrostazione, un idem sentire robusto che si beffa delle contingenze e resiste alle burrasche della vita. L’amico — quello vero, quello che non ti tradisce e non ti delude — può scegliere strade diverse dalle tue, incontrare donne che non apprezzi o innalzare bandiere che non ami, poco importa. Ciò che conta, ciò che è importa, ciò che ha valore (e quindi non ha prezzo), è altro. Ben altro.

Spesso è il non detto. Per capirsi, tra uomini, basta uno sguardo, una stretta di mano. Una sigaretta. Un cenno. Il mondo delle parole appartiene all’universo femminile, il silenzio con i suoi significati remoti è tutto degli uomini. Aristotele lo aveva compreso già secoli fa; ne “l’Etica Nicomachea” il filosofo di Stagira ricordava che «l’amicizia perfetta è quella dei buoni e dei simili nella virtù. Costoro si vogliono bene reciprocamente in quanto sono buoni, e sono buoni di per sé; quindi la loro amicizia dura finchè essi sono buoni e la virtù è stabile». Lavirtus di Seneca e Marco Aurelio.

Concetti, idee forti che rimbalzano, nella classicità, dalla filosofia all’epica e s’inoltrano poi nelle chansons des gestes sino ad approdare, in tempi ultimi, al grande cinema. Qualche esempio: «Un amico serve quando hai torto, quando hai ragione non serve a niente» avverte il protagonista di un “Mercoledì da leoni”; «sai cos’è un amico? È uno che ti conosce a fondo e nonostante ciò ti vuole bene» aggiunge Al Pacino in “Profumo di donna”; «abbiamo cominciato insieme e insieme finiremo… anch’io la penso così, e così che concepisco l’amicizia» ricordano, prima della mattanza finale, gli stanchi eroi de “Il Mucchio Selvaggio” di Peckinpah.


Da Fiume a Guadalajara


Atmosfere, pensieri difficili, inattuali — e, per molti, persino disturbanti in questo tempo liquido e terribilmente superficiale — che ritroviamo pienamente nel nuovo (bel) lavoro di Gabriele Marconi “Fino alla tua bellezza”. L’autore, proseguendo il percorso aperto nel suo libro precedente “Le Stelle danzanti”, propone nuovamente l’amicizia virile — il momento centrale, come insegnano Conrad e Chandler, del romanzo d’avventura — come fattore dominante, nodale del lungo racconto. Una scelta deliziosamente eterodossa.

Ecco allora “Fino alla tua bellezza”: dopo aver narrato ne “Le Stelle” la ventura fiumana attraverso gli occhi dei legionari di D’Annunzio — un affresco colorato, passionato quanto storicamente preciso della magmatica esperienza adriatica — , Marconi sceglie d’indagare un altro momento alto e tragico del Novecento: la guerra civile spagnola, un impasto di crudeltà ed eroismi, di sadismo e nobiltà.

Lo scrittore romano incastona i suoi eroi, invecchiati ma non domi — forse un omaggio a “Vingt ans aprés” d’Alexandre Dumas? —, nel fango di Guadalajara, il 16 marzo 1937. Non casualmente. Pochi giorni prima i volontari fascisti italiani del CTV si erano scontrati duramente con i repubblicani. Ben organizzati e, grazie i carri sovietici T26, meglio armati, i “rojos” costrinsero gli uomini del generale Roatta (non proprio un Napoleone…) a ripiegare d’alcuni chilometri. Nulla di grave in quella stramba guerra che sembrava mai finire, ma a Guadalajara combatterono anche le Brigate internazionali e, con loro, gli antifascisti italiani. In prima linea. Italiani contro italiani. Da qui, per la repubblica di Madrid, il mito, l’enfasi. Per i franchisti e Roma, l’imbarazzo.

Ma accanto allo stalinista triestino Vittorio Vidali — comandante del V° reggimento e agente moscovita di livello, una figura interessante e opaca che Marconi, purtroppo, trascura —, con i “madrileni” vi erano anche mazziniani (con Pacciardi), socialisti (con Nenni), anarchici e antichi legionari fiumani insofferenti della “nuova Italia” mussoliniana. Da qui l’inizio dell’avventura.

Tra una fucilata e l’altra, Giulio e Marco, ufficiali del CTV, sono contattati da David, ex ardito, vecchio dannunziano ma ora socialista e repubblicano. Un nemico. Poco importa. In nome dell’antica amicizia, dei ricordi di ieri e di un legame profondo quanto razionalmente inspiegabile — l’idem sentire, le idee senza parole—, David chiede ai due fascisti di attraversare le linee per salvare un altro fiumano, Alessandro “Dado”, anarchico, antifascista, loro nemico dichiarato, aperto, ma anch’egli, un tempo, milite dell’”Orbo vate”.

L’autore è preciso. Convinti del successo finale dopo la “gloriuzza” (restiamo nel lessico dannunziano…) strappata sul campo, i comunisti — ormai forza egemone del fronte antifascista — decisero di “purgare” le fila dell’esercito repubblicano. Per gli stalinisti il primo obiettivo divennero le milizie operaie del POUM e gli anarco sindalisti della CNT. Nel maggio del ’37 — come narrò con lucida disperazione George Orwell nello splendido “Omaggio alla Catalogna” — i filo sovietici annientarono gli oppositori interni. Senza pietà. “Dado”, l’anarchico “fiumano”, è nella lista. Per i “moscoviti” va eliminato. Ma per Giulio e Marco è sempre — come Lord Jim per Conrad — “uno di noi”. Quindi…

A questo punto Marconi ci trascina in un’anabasi “behind the enemy lines”, un viaggio picaresco attraverso una guerra civile spietata, feroce. Pagina dopo pagina il lettore avvertito ritroverà, intrecciate con cura e mestiere, le atmosfere cupe dei reportage hemingwaiani raccolti in “Quinta colonna”, la pietas di Virgilio Lilli (si leggano gli splendidi “Racconti di guerra” editi da Sellerio), i colori e le speranze che illuminano “Les Sept couleurs” — a cui lo scrittore rende omaggio in modo brillante e un po’ birichino — di Robert Brasillach.

Nella seconda parte del romanzo Gabriele Marconi ci porta in Africa Orientale Italiana, all’indomani della conquista del fragile impero mussoliniano. Lì, dai tempi di Fiume, vi è qualcosa d’irrisolto. Vi sono impegni da rispettare, una promessa da mantenere. Una donna da rivedere. Giulio lo sa e parte. Da solo.

Grazie agli amici di Ala littoria, il protagonista marconiano s’inoltra oltre Massaua e giunge — incursione letteraria sorprendente quanto piacevole — nelle inospitali terre del maggiore Morosini e del suo creatore, Giorgio Ballario, il maestro del giallo coloniale italiano. Ma anche in terra d’Africa le sorprese, spesso amare, non mancheranno; alla fine del lungo pellegrinare tra le “ambe”, avamposti, teleferiche e missioni, ogni conto verrà saldato, rendendo “possibile un nuovo inizio”.

“Fino alla tua bellezza” è un romanzo importante, forse non perfetto ma certamente originale. La storia, supportata da una densa ricerca, è avvincente, a tratti epica ma mai retorica, la tensione regge e cattura il lettore. I personaggi, nonostante qualche legnosità nei dialoghi e qualche forzatura, hanno spessore psicologico e consistenza e sono ben lontani da rappresentare maschere ideologiche o riflettere icone letterarie. Ma, soprattutto, in tempi di letture minimaliste e/o ombelicali, Marconi ci ricorda che gli uomini di valore — i pochi, i veri, gli happy few — sapranno sempre ritrovarsi, riconoscersi. Rispettarsi. Un avvertimento prezioso.