giovedì 20 dicembre 2012

L'illusione del risparmio


di Teodoro Klitsche de la Grange (Rinascita)

Qualcuno pensa che il debito pubblico decresca? I dati disponibili dicono che è aumentato sotto il governo dei tecnici. Le ragioni di tale incremento sono diverse: qua ne trattiamo una, non secondaria, che è tra le costanti della politica finanziaria dei governi di quest’ultimi vent’anni, e si riassume in due massime:
1) non pagare i debiti; procrastinarli, per cui si trattengono quattrini in cassa, facendo finta che i debiti non esistono perché... non sono pagati.
2) Non registrare come debito ciò che lo è o quasi sicuramente lo sarà. Così il debito non è estinto ma solo sommerso. Tipico esempio (tra tanti): i vincoli temporanei di piano regolatore, indennizzabili per legge da circa dieci anni, di cui non mi è dato leggere che ne sia stato pagato alcuno. É la tecnica, trasferita dalle pulizie di casa alle finanze pubbliche, della massaia pigra che nasconde il pattume sotto il tappeto.
Ambedue si basano su quella prassi dell’illusione sulle spese pubbliche di cui Amilcare Puviani, stigmatizzandole, così riassumeva i risultati “il bilancio dice assai più o assai meno, come si vuole. Esso resta una sfinge impenetrabile alle grandi masse della Camera, a quelle masse che votano le leggi, che votano le spese, che votano le entrate” e se appariva impenetrabile alle “masse” della Camera, figuriamoci al popolo! E lo studioso perugino proseguiva “La vera situazione dei conti si nasconde in un ciborio recondito, entro cui penetra l’occhio di un piccolo numero di uomini espertissimi: quasi sempre i grandi sacerdoti di un sistema democratico falso, che si palleggiano il potere e che sono perciò tenuti, anche nelle loro contese, alla maggiore riserva”.
Ora più (e solo) dei governi si dovrebbe dire che quel ciborio è a custodia multipla, cui partecipano palesemente enti internazionali, e occultamente, lobby e interessi organizzati.
Fatte queste premesse, vediamo come si è configurato questo (tipo di) illusione finanziaria, solertemente praticata soprattutto dagli anni ’90 e in particolare dai governi “tecnici” o a guida “tecnica”.
Negli anni ’90, la riduzione degli incrementi del PIL, l’aumento dell’età della popolazione, la crescita del debito pubblico e, soprattutto, l’asserita necessità di entrare nell’euro, hanno determinato l’urgenza di ridimensionare il debito non solo riducendolo, ma anche occultandolo.
In particolare si cercava di conseguire l’effetto di moratoria del debito pubblico, gabellando le minori uscite conseguenti ai pagamenti dilazionati per risparmi o riduzioni di esborsi (mentre ne erano solo il rinvio); il tutto evitando di mostrare tali misure per quelle che sono: la moratoria di debiti pubblici, realizzata indirettamente.
All’uopo, e a partire dal ’93, nel bel mezzo della tempesta giustizialista, si iniziò a limitare l’esecuzione forzata nei confronti degli enti pubblici, con norme che frapponevano ostacoli ai creditori a realizzare il credito.
Ad esempio con l’art. 11 della legge 19 marzo 1993, n. 68 si precisava che non sono ammessi atti di sequestro o di pignoramento presso soggetti diversi dal Tesoriere dell’Ente. Con una norma siffatta il sistema per non pagare il creditore è semplice: basta far andare in “rosso” il conto presso il Tesoriere e dirottare altrove le liquidità dell’Ente (pubblico). Ma la fantasia truffaldina si esercitava anche in altro modo. Con la legge 67/93 si prescriveva che le somme dovute dalle P.A. sanitarie (USL ed altro) non erano soggette ad esecuzione forzata. Questa norma ed altre simili sono all’origine del continuo lievitare della spesa sanitaria; perché se i debiti non si pagano, crescono (per interessi, rivalutazione, spese): non è necessario un gran tecnico per capirlo. Ma anche tale norma pareva non bastare. Con l’art. 113 del D.L. 25/2/95 n. 77, si disponeva, che non erano ammesse procedure di esecuzione e di espropriazione forzata anche nei confronti degli enti locali. Un’altra norma dilazionava a 120 giorni il termine per eseguire i provvedimenti giudiziari a carico delle PP.AA. (invece dei 10 giorni valevoli per tutti). Qualche anno fa, anche il governo di centrodestra, messo alle strette dagli esborsi della c.d. “legge-Pinto” (indennizzo per il lento funzionamento della giustizia italiana) rendeva impignorabili praticamente tutti i debiti dell’amministrazione della giustizia. Con l’effetto di far lievitare i ricorsi alla Corte europea di Strasbugo ed al T.A.R., volti a sanzionare lo Stato (i primi), e farsi pagare, con altra e più lunga procedura (i secondi).
Ma questo non sembrava sufficiente, per cui erano promulgate delle norme volte a ridurre l’importo per interessi e rivalutazione sui vecchi debiti, accompagnate anche da decisioni giudiziarie (per lo più) nello stesso senso ma talvolta no. Con effetti, di rimbalzo, controproducenti sul debito. Ad esempio il Ministero del Tesoro, con proprio D.M. 1/9/98 n. 352, decideva di cambiare, in peggio per i creditori, il calcolo di rivalutazione ed interessi dovuti per crediti retributivi dei dipendenti tardivamente soddisfatti, prescritto da norma generale (art. 429 c.p.c.) valevole per tutti i lavoratori, pubblici e privati. Il Consiglio di Stato con sentenza 669 del 2009 ha annullato con efficacia erga omnes tale decreto. Con il risultato che qualche centinaia di migliaia di creditori, danneggiati dal decreto annullato, si stanno ripresentando alle casse, vantando a ragione il pagamento, maggiorato d’interessi ed altro. L’aspetto inquietante è che il Consiglio di Stato già aveva disapplicato la norma (cioè con effetto limitato al giudizio) già nel 1999 (dec. 115) e aggiungeva anche che la circolare applicativa del decreto era “priva di qualsiasi dignità giuridica”, perché l’amministrazione aveva interpretato le norme “addomesticate” nel senso che dovessero essere applicate anche “alle sentenze…non ancora eseguite”. Ciò nonostante nessun governo se ne era dato per inteso e quel regolamento arrecava danni ai creditori altri dieci anni.
L’altro espediente, di non “registrare” come debito ciò che lo è, o sicuramente – magari a breve – lo diventerà (anche “liquido ed esigibile”) è un aspetto che già trattava con dovizia d’argomenti Puviani, elencando, tra le altre tecniche d’illusione sulle spese “i nascondimenti di debiti nel movimento dei capitali, nelle spese ultra-straordinarie, nelle spese d’investimento ecc., le previsioni ottimistiche, il computo di entrate non introitabili, lo sconto di entrate future, il mascheramento di debiti definitivi sotto forma di debiti di tesoreria”.
La fantasia dei governi italiani in fatto di illusioni finanziarie ha tuttavia superato l’elencazione di Puviani; ed è per lo più mascherata da rigore. Un esempio ce l’ha fornito qualche mese fa Monti quando si “sdegnò” perché Alfano aveva chiesto di estendere i casi di compensazione tra debiti e crediti verso lo Stato. A parte il fatto che la compensazione, come forma generale di estinzione dei debiti è stata prescritta da Giustiniano (da cui è passata nei codici moderni), per cui lo sdegno del Premier avrebbe dovuto essere indirizzato verso il grande Imperatore romano e non verso il giovane segretario siciliano, è palese che una dichiarazione del genere significa di non voler pagare i debiti, nel mentre si esigono i crediti. Cioè è un sistema per far aumentare i debiti e non per ridurli. Per cui che con queste “pensate” il debito pubblico aumenti e che il “rigore” proclamato a parole sia l’esatto contrario nei risultati non dev’essere oggetto di stupore (né quindi la notizia di pochi giorni fa che il debito pubblico ha superato i 2000 miliardi di euro): è semplicemente l’elementare conseguenza della prassi illusoria di mettere i debiti “sotto il tappeto”. Tappeto che, come la coperta corta, per il troppo pattume nascostovi, non riesce più a ricoprirlo.

mercoledì 19 dicembre 2012

Elogio dell'egoismo...

di Mario Grossi

Talvolta il lettore si sbaglia. O forse sono i titoli dei libri, messi lì a bella posta, come specchietti per le allodole, a trarlo in inganno. Sta di fatto che quando ho visto in libreria Elogio dell’egoismo di Armando Torno edito da Bompiani non ho resistito e l’ho preso in mano. Come sempre, con estrema circospezione, l’ho sbocconcellato, leggiucchiando qualche pagina qua e là, e, nonostante la perplessità, l’ho acquistato. Mi sono voluto ingannare da me, perché quella prima impressione è stata poi clamorosamente confermata dalla lettura.

Armando Torno, editorialista del Corriere della Sera, è onesto fin dall’inizio e dichiara nella prima pagina della premessa i suoi intendimenti. «Questo libro non è una vera e propria apologia dell’egoismo, ma un invito a pensare di più a noi stessi. O se volete: a non farsi male ogni giorno più di quanto ne facciano a noi gli altri». Tutto qui e niente di più.

Non dunque una tesa riflessione sul senso profondo dell’egoismo ma semplicemente un piccolo compendio di bon ton adatto al tempo calamitoso odierno, scandito dall’ingerenza altrui sulle nostre esistenze. Una forma di egoismo temperato, pettinato, smussato, condito dalla buona creanza che ci permette di vivere un po’ più in armonia con gli altri, utilizzando qualche benefico paletto che perimetri meglio il nostro territorio. È così che vengono sciorinati, nei vari capitoli, una serie di accorgimenti e consigli che sono una sorta di brodino tiepido e assai poco originale.

Nel capitolo d’esordio il problema affrontato è quello dell’ansia, nel nostro tempo rappresentata dall’eterna connessione cui ci sottoponiamo. Basta però, pensando egoisticamente a se stessi, non rispondere a questa invadenza, per abbassare il livello di guardia della nostra tensione e tutto torna a calmarsi intorno a noi. Lo stesso vale per mail, Internet e altri social network alla moda.

Gli altri capitoli ci spingono, anche qui riscoprendo il nostro amor proprio, a rispolverare l’ozio e a meditare sui vantaggi che reca. Poi non bisogna vendere se stessi, cioè bisogna, sì lavorare, ma non farsi assorbire troppo dal lavoro, per evitare una forma di prostituzione cui non vogliamo sottostare.

Nei confronti del prossimo trovo una delle poche indicazioni che più mi sento di segnalare. Che il nostro prossimo non sia buono (con qualche rara eccezione) è cosa certa, per cui bisogna organizzare le proprie difese «le quali, in molti casi, nascono da una simulazione travestita da educazione o da creanza, tanto che non bisogna mai dimenticare quanto l’egoista sappia essere cortese».

Così come sapiente è, per tenere lontani i seccatori, la citazione da Baltasar Gracian: «Non si deve concedere tutto né a tutti. Il saper negare ha una sua importanza quanto il saper concedere». E da buon gesuita qual era aggiunge «Un no indorato appaga più di un sì detto bruscamente… non si devono negare d’un colpo le cose, bisogna somministrare a sorsi il disinganno». Alla faccia dell’amore cristiano sarei tentato di dire, se non fossi d’accordo!

Il capitolo sull’amore poi dispensa solo un’altra piccola, seppur già nota, citazione questa volta da Dostoevskij: «Dicono taluni (e io l’ho udito e letto) che il supremo amore del prossimo è al tempo stesso anche supremo egoismo», che fa coppia con la frase d’esordio di Gabriel Laub: «La massima forma di egoismo è l’amore. Non amiamo i nostri partner, ma soltanto la loro capacità di amare noi».

Sarebbe bastato portare il discorso su questo vertiginoso punto per costruire un saggio del tutto diverso e ben più intrigante. Perché a parlare di egoismo si sbatte contro il suo contraltare: l’altruismo e contro la loro presunta contrapposizione.

È luogo comune pensare che l’altruismo sia un sentimento buono e caritatevole, di buon auspicio per se e per gli altri. Sentimento che denota bontà d’animo e predisposizione nei confronti dei nostri fratelli umani e non. Così come è luogo comune pensare che l’egoismo sia sentimento pernicioso e che vota, chi lo pratica, alla solitudine più sterile e rabbiosa. Niente di più falso, la melassa altruista nulla ha a che spartire con la luciferina iridescenza dell’egoismo.

Che poi l’egoismo non porti a nulla è altrettanto falso, perché non c’è egoismo che non si trascini almeno un po’ di vantaggio per gli altri. E l’egoista, talvolta e suo malgrado, si trova a vestire i panni del benefattore. Che importa agli altri l’involontarietà del suo gesto se sono loro a beneficiarne? Che poi i due sentimenti siano almeno in parte opachi è cosa nota, perché anche l’altruismo nasconde oscure pieghe di egoismo che non possono essere taciute. Si delinea così una raffigurazione del mondo assai poco rassicurante ma carica di implicazioni positive che non possono che non coinvolgere l’altro grande sentimento a lungo considerato mefitico: l’odio.

L’odio, che si contrappone all’amore come sentimento cristallino, tagliente e dirimente. L’odio che non implica affatto la violenza, ma la volontà di superare il proprio avversario che si riconosce tale, e degno del proprio odio, proprio perché lo si considera molto. Come nel caso dell’amore. Non siamo capaci di amare una persona che non stimoli in noi forti sentimenti positivi, così come non sappiamo odiare chi non consideriamo come degno di stima.

È contro l’indifferenza, il sentimento più vischioso che esista, che bisogna combattere e non contro l’odio o l’egoismo.

Tutto questo non ho trovato nel saggio di Torno che si accontenta, ma questo voleva e quindi non si può fargliene una colpa, di confezionare un manualetto per evitare le scocciature, per sedare quell’ansia d’accatto provocata dai telefonini, per cavalcare un’epoca che sempre più ci appare opprimente. A ben guardare, sembra un saggio per una ristretta cerchia di pasciuti signori di mezza età, danarosi, occupati e rincorsi da tutti. Per loro sarà pure una benedizione staccarsi dalla demonia del cellulare, ma se ci mettiamo nei panni di un giovane disoccupato che sta aspettando la sua prima chiamata per un lavoro, le cose cambiano drasticamente.

Il saggio di Torno s’infila nella scia di tutte quelle belle, bellissime lezioni (a me carissime) che arrivano da Seneca, Marco Aurelio ed Epitteto, in assoluto i più citati nel saggio, che possono appunto lenire le ferite dell’anima, ma solo quando l’anima è stata ben alimentata attraverso il corpo. Perché se è vero che “non di solo pane vive l’uomo”, è pur vero che l’uomo senza pane deperisce e muore.

Per questo trovo stonato questo saggio che appare in tempi calamitosi e vorrebbe, come un’aspirina contro un cancro, guarire dai mali del tempo le nostre anime. Ben altro ci vorrebbe. Un sano, prepotente, animalesco egoismo potrebbe essere un primo unguento per questa ferita che rischia la cancrena.

martedì 18 dicembre 2012

“La più bella sei tu”: Benigni e l’elogio della carta straccia


di Antonio Serena

Esaurito il repertorio degli scemi che fanno politica, è il momento dei giullari che insegnano storia. Lunedì 17 dicembre, in diretta su Rai Uno alle 21.10 dal Teatro 5 di Cinecittà, riaperto e ristrutturato dopo l’incendio di qualche mese fa, l’attore Roberto Benigni, colui che iniziò la sua carriera nel 1977 con il film “Berlinguer ti voglio bene”, ci ha spiegato in diretta la Costituzione italiana nello spettacolo “La più bella del mondo”.

Dopo un’ ora di satire cotte e stracotte contro Berlusconi (ahimè, cosa farà il comico quando il cavaliere non ci sarà più: lo elogerà come ha fatto stasera con Fanfani dopo averlo preso per il culo da vivo?) il nostro è passato a parlar di storia. Partendo ovviamente dalla Resistenza che ha dato a tutti la libertà e ci ha liberato da Hitler per portarci questo mondo radioso dove un giovane su tre è disoccupato e la gente senza lavoro si spara. Quant’è bella la libertà!

Allora i giovani – ha sentenziato il comico-professore - per darci questa libertà andarono in montagna a combattere, a fare i partigiani, ma non perché obbligati o per evitare di far la guerra (pochini sia al nord contro i tedeschi che al Sud con gli americani), ma perché volevano liberare il paese dalla dittatura, sostituendola con la libertà, quella “liberista” che stiamo vivendo attualmente o, se andava diversamente, con quella comunista che, almeno fino a poco tempo fa, piaceva al Benigni.

Furono loro e soltanto loro, i potenti partigiani, a liberare l’Italia, non gli angloamericani: e qui deve aver letto i libri del suo collega del “Corriere della Sera” Aldo Cazzullo (potenza dei nomi), perché solo lui al mondo è arrivato ad esprimere tanta comicità in materia.

Ecco allora che noi oggi, finalmente, nonostante la parentesi del recente “medioevo Berlusconiano”, siamo un popolo unito e – udite, udite!!!- Sovrano. Dove, non il re o il dittatore, scrivono le leggi, ma il popolo, i cittadini. Magari non proprio direttamente, ma attraverso quel veicolo di saggezza e probità che sono i partiti. Siamo noi che decidiamo il nostro presente ed il nostro futuro; noi che nominiamo chi ci deve comandare attraverso libere elezioni (magari con liste preconfezionate e senza poter dare preferenze); noi che, attraverso i nostri delegati, votiamo il Premier (che poi la Grande finanza usuraia provvede a sostituire con un cameriere di suo gradimento); noi che decidiamo a stragrande maggioranza attraverso i referendum di non finanziare più i partiti (che nonostante ciò continuano a percepire le stesse somme in misura quadruplicata); noi che stabiliamo dove mandare i nostri mercenari a fare le guerre ospitando le basi militari degli occupanti (pardon, Alleati) sul nostro territorio e sciogliendo i nostri migliori Corpi militari per sostituirli con dei droni; noi che abbiamo un Presidente della Repubblica talmente “libero” da inneggiare al massacro degli insorti da parte dei carri armati sovietici ai tempi della rivolta d’Ungheria; noi, sovrani anche in finanza, che facciamo emettere il nostro danaro da una Banca d’ Italia che, come ci ha spiegato la Cassazione “non è una società per azioni di diritto privato, bensì un istituto di diritto pubblico… “, i cui azionisti però sono banche private.

Il furbetto passato dal seminario giovanile al Partito comunista (quei “dittatori” che ora rinnega), strizzando l’occhio ai Potenti del mondo con un film che gli è valso due Oscar, ma dimenticandosi di coloro che in Palestina soffrono cacciati dalle loro terre occupate, si è ben guardato dal nominare Mussolini, altrimenti qualcuno avrebbe potuto ricordargli certe leggi istituite molti anni prima di quella Sacra Carta Costituzionale, “La più bella del mondo”, che però è rimasta un libro dei sogni. A differenza delle realizzazioni del “bieco dittatore” che sostituì partiti e conventicole massoniche con un partito unico che diede agli italiani: Assicurazione contro la disoccupazione, Leggi a tutela del di donne e fanciulli, Assistenza illegittimi e abbandonati, Assistenza obbligatoria contro la TBC, Esenzione tributaria per le famiglie numerose, Assicurazione invalidità e vecchiaia, Assicurazione contro la disoccupazione, Assistenza ospedaliera ai poveri, Tutela del lavoro di donne e fanciulli, Opera nazionale maternità ed infanzia (O.N.M.I.), Assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali, Opera nazionale orfani di guerra, Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (I.N.P.S.), Settimana lavorativa di 40 ore, Istituto Nazionale per l’ Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (I.N.A.I.L.), Ente Comunale di Assistenza (E.C.A.), Assegni familiari, Istituto per l’Assistenza malattia ai lavoratori (I.N.A.M.), Istituto Autonomo Case Popolari, Riforma della scuola, Opera Nazionale Dopolavoro (nel 1935 disponeva di 771 cinema, 1227 teatri, 2066 filodrammatiche, 2130 orchestre, 3787 bande, 1032 associazioni professionali e culturali, 6427 biblioteche,994 scuole corali, 11159 sezioni sportive, 4427 di sport agonistico), Lotta alla Mafia con emigrazione di “Cosa nostra” negli Stati Uniti, Carta del lavoro, Patti Lateranensi, Lotta contro l’analfabetismo (eravamo tra i primi in Europa: dal 1923 al 1936 siamo passati dai 3.981.000 a 5.187.000 alunni, studenti medi da 326.604 a 674.546, universitari da 43.235a71.512), Doposcuola per il completamento degli alunni, Lotta contro la malaria, colonie marine e montane gratuite per i non abbienti, Refezione scolastica, Obbligo scolastico fino ai 14 anni, Scuole professionali, Magistratura del Lavoro, Istituzione Parchi nazionali (Gran Paradiso, Stelvio, Abruzzo. Circeo, ecc.) …Fermiamoci qui.

Vicino a me, a seguire l’esibizione del comico nominato Cavaliere di Gran Croce dal venerato maestro Ciampi (il Presidente-economista famoso per aver bruciato in due giorni 60 mila miliardi di lire - 30 miliardi di euro - per controllare il cambio lira/marco), c’era mio figlio, che alla fine si è alzato ed è uscito per andare al lavoro. Tornerà domattina all’alba, dopo aver fatto la notte e aver guadagnato 35 euro.

Com’è bello in questa repubblica che la Costituzione vuole “sovrana” e “fondata sul lavoro”, poter dire ciò che vuoi, camminando per le strade senza una lira in tasca e pensando in tutta libertà a cosa non mettere in tavola domani.

E tu, Benigni, per due ore di spettacolo, quanto hai incassato? Dai, spara, raccontaci “La più bella del mondo”, facci ridere ancora.

lunedì 17 dicembre 2012

La fine dei mondi? C'è già stata...


di Valter Delle Donne (Secolo d'Italia)

«Cuattro angioloni co le tromme in bocca/Se metteranno uno pe ccantone/A ssonà: poi co ttanto de voscione/Cominceranno a ddì: «Ffora a cchi ttocca/Allora vierà ssù una filastrocca/De schertri da la terra a ppecorone/Pe rripijjà ffigura de perzone/Come purcini attorno de la bbiocca/E sta bbiocca sarà Ddio bbenedetto/Che ne farà du’ parte, bbianca, e nnera:/Una pe annà in cantina, una sur tetto./All’urtimo usscirà ‘na sonajjera/D’angioli, e, ccome si ss’annassi a lletto,/Smorzeranno li lumi, e bbona sera». Giuseppe Gioacchino Belli, che ha scritto “Er giorno der giudizzio” nel 1831, non conosceva la profezia Maya che adesso è diventata l’ultimo tormentone del momento.
A ben vedere, la fine del mondo (o meglio dei mondi) già è in corso. La fine di mondi e modelli produttivi, economici, di Welfare, che toccano il nostro quotidiano.
Qualche previsione era stata azzardata, come quella di Francis Fukuyama nel 1992. Con il saggio “The End of History and the last man”, pubblicato in italiano come “La fine della storia e l’ultimo uomo”. Dopo la caduta del muro di Berlino si poteva consegnare il mondo alla civiltà, alla libertà e al progresso del mondo liberale. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, un concetto che è stato visto e rivisto. Come risulta difficile spiegare come la seconda economia del pianeta, destinata entro quattro anni secondo le stime del Fondo monetario internazionale a diventare la prima, sia governata da un partito unico che per di più si rifà al pensiero comunista.
La fine dei mondi tocca tasti molto più concreti e quotidiani Non è un caso che la metafora della profezia sia stata citata anche da Paolo Buzzetti, presidente dell’Ance, Associazione nazionale costruttori edili. «Questa politica di rigore, folle nella sua applicazione, ci sta costringendo al massacro». Per Buzzetti è «una politica imposta a livello europeo e non possiamo andare avanti senza un cambiamento radicale, senza una politica fiscale ed economica comune in Europa». Per le imprese italiane «è giusta la previsione dei Maya. Loro hanno indovinato: entro il 21 dicembre potrebbero morire».
La tanto annunciata fine del mondo, al momento, più che una trovata da buontemponi sembra un’ottima occasione per cercare di far aumentare i consumi. Cosa c’è di meglio di una fine imminente per far venire voglia di indebitarsi ulteriormente? Una spada di Damocle contemporanea che aggiorna il motto mediceo all’insegna del «Doman non v’è certezza, chi vuol esser lieto sia…». Un concetto che, trasformato ai giorni nostri, si intende come una meravigliosa occasione per spendere di più, consumare di più, indebitarsi di più. Confidando nelle comode rate mensili. Con una sola controindicazione. Che le rate, dopo il 21 dicembre, andranno pagate lo stesso.

domenica 16 dicembre 2012

L'eterna lotta fra opposti da cui nasce la saggezza


di Marcello Veneziani

«Laggiù tutto è ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà». Anche per un poeta maledetto come Baudelaire che attingeva a piene mani al disordine, alle brutture e allo spleen, il paese ideale era tutto «ordine e bellezza».



Pensavo all'Invito al viaggio di Baudelaire e poi la cantavo nella versione di Battiato e Sgalambro, andando a Napoli a concludere sabato scorso l'incontro di tre giorni di Capri-Enigma dedicato a L'ordine e la bellezza. Tema insolito per i convegni internazionali dell'associazione guidata dal vulcanico Raffaele Aragona, giunti alla XVII edizione. Parlare d'ordine a Napoli vi sembrerà grottesco; di bellezza un po' meno, perché pur immersa nelle brutture e nel degrado, Napoli conserva i tratti, il fascino e la voluttà della bellezza. Per Napoli Baudelaire è forse la guida giusta, perché nessuno più di lui può rappresentare insieme lo splendore e il degrado, il lusso e la corruzione, la miseria e la nobiltà, la luminosità e l'oscurità di Napoli e i suoi fiori del male. Proprio su questo mare, nel 2000, lanciai con Giorgio Albertazzi un Manifesto della Bellezza, che presentammo al premio Elsa Morante, con Raffaele La Capria e Dacia Maraini, in verità piuttosto riluttante. Ci torno ora per ricevere un premio largamente immeritato se i suoi canoni sono l'ordine e la bellezza. Sono un disordinato fin nel cervello, perché mancino; e quanto alla bellezza il meglio che si può dire è che ne sono un portatore sano.


La bellezza oggi non evoca più D'Annunzio ma Dostoevskij e la sua celebre frase - la bellezza salverà il mondo - ma affiancarla all'ordine resta un bell'azzardo. I primi commenti al tema oscillavano infatti tra la sospetta nostalgia reazionaria verso il mondo classico alla più sospetta nostalgia di ricostruire la disciolta visione fascista, fondata sull'autorità e il primato estetico. Ma ricordatevi di Baudelaire, rassicuravo i sospettosi, e di Simone Weil: «L'ordine è il primo bisogno dell'animo, cioè il più vicino al suo destino eterno». 

Non denigrate i principi costitutivi di ogni civiltà attraverso l'uso negativo che talvolta se ne fa: l'ordine è un principio fondativo e necessario di ogni società, organizzazione e assetto urbano. Non va demonizzato nel nome di una rappresentazione distorta o dispotica. È come se bandissimo la parola amore perché ci sono molti delitti, stupri, violenze, ossessioni e stalking in suo nome. E poi, l'ordine correlato alla bellezza si ingentilisce, assume una purezza classica e si ritrova con la bellezza nella comune origine di cosmo e cosmesi. L'ordine è bellezza e la bellezza è ordine, ambedue si fondano sulla misura e sull'armonia. Entrambi danno forma all'informe e s'oppongono al caos che deforma gli elementi e li confonde. I principi fondativi dell'ordine corrispondono ai principi costitutivi della bellezza, descritti da San Tommaso: proportio, integritas e claritas, cioè proporzione, integrità e chiarezza. In cielo e in terra, dalle partiture musicali all'ordito e la trama dei tappeti, stretto è il nesso tra ordine e bellezza. 

L'ordine degrada quando diviene meccanico e non organico, quando è solo estrinseco e non intrinseco; così la bellezza degrada quando non è annuncio di luce ma solo involucro e apparenza, e dunque è solo estrinseca e non intrinseca. Insieme si compensano: l'ordine è maschile e la bellezza è femminile, l'ordine è adulto e la bellezza è puerile, l'ordine infonde serenità e la bellezza gioia. L'ordine è la finestra e la bellezza è la luce che vi penetra. Ordine e bellezza sono principi metafisici. L'ordine è il disegno intelligente che organizza il mondo. La bellezza è la gloria del mondo cantata dalla luce: vela il suo splendore la nostalgia dell'invisibile. Pensare è ordinare il caos, cogliere la bellezza è attivare sensi soprannaturali. Per Pavel Florenskij come per Cristina Campo, l'ordine e la bellezza sono il riflesso in terra di principi spirituali e trascendenti. Ordine e bellezza insieme sono quanto più si avvicina in terra alla perfezione. E tuttavia, è forte e radicato anche il richiamo che esercita il loro rovescio: il fascino del caos primordiale, la passione del mostruoso, del sublime. C'è qualcosa che ci attrae come una forza elementare, originaria, davanti allo spettacolo dell'orrore, dell'enorme, del tempestoso. E c'è qualcosa che ci spinge talvolta a vivere l'ebbrezza della trasgressione, il disordine creativo. Del sublime ne trattava già nell'antichità lo pseudo-Longino, e in epoche più vicine a noi il conservatore Burke e il temperato Kant. 

E del caos, della confusio, del disordine, cantavano i romantici, che misero in conflitto ordine e bellezza. Ma prima di loro, i greci avevano già assegnato alla doppia vocazione degli uomini, verso il chiaro e distinto e verso l'oscuro e l'indistinto, a due dei, Apollo e Dioniso. Apollo è il dio solare dell'ordine e della bellezza, il dio della misura e dell'armonia. Dioniso è il Dio notturno della trasgressione e dell'ebbrezza, del delirio e degli eccessi. Nietzsche scoprì quel dualismo tragico e divino e scrutò il fondo ribollente del dionisismo dietro la calma luminosa del mondo greco. Quell'hybris o vertigine d'infinito che covava dietro la predilezione greca per il limite e la misura. Il dio in ombra che a volte irrompe nella società presente, dominata dalla ragione strumentale, cioè dalla tecnica e dall'economia, è Dioniso. È lui il signore di tutte le trasgressioni - alcol, droga, eros e velocità, fanatismi sportivi e deliri di ogni genere. È possibile frenare ma non sopprimere queste pulsioni originarie della società e della gioventù in particolare; meglio incanalarle per limitarle e per governarle, prevedendo valvole di sfogo e riti di catarsi. L'ordine non può mai essere totalitario, impone confini ma deve a sua volta accettare un confine che non può valicare; deve lasciar spazio alla notte, fermarsi sull'orlo dell'infinito. 

E così la bellezza sfiorisce nel culto assoluto e narcisistico di se stessa, deve riconoscere intorno a sé il non bello e ciò che risponde ad altri ordini, deve accettare la varietà del reale. Aurea regola è il politeismo: mai votare una società a un solo dio, l'Ordine o la Bellezza, o il loro rovescio; o anche la Libertà o l'Eguaglianza. Tutti i monismi o i monoteismi in terra, producono oppressione, menzogna e negazione della vita e solitamente si rovesciano nel loro contrario. Tutto ciò che è umano, attiene all'umano o abita tra gli uomini non può essere solo e assoluto. Anche l'ordine. Anche la bellezza. Ciascuno al suo posto. La saggezza umana è nel fragile equilibrio tra questi dei.

sabato 15 dicembre 2012

Ai malati "tagliano" pure l'acqua







                                                    
di Valerio Pugi (Secolo d'Italia)

I tagli imposti dalla legge di spending review e da quella di stabilità sono «inapplicabili», tanto che «per il 95% delle aziende sanitarie la politica di rigore si tradurrà in una riduzione dei servizi e delle prestazioni rese ai cittadini». A lanciare l’allarme è il presidente della Federazione italiana di Asl e ospedali (Fiaso), Giovanni Monchiero, presentando ieri una ricerca condotta tra le stesse aziende sanitarie sullo stato di attuazione della spending review in sanità. L’indagine Fiaso è stata condotta su un campione rappresentativo di 45 tra Asl e ospedali (il 20% del totale) e scatta la fotografia sui risultati ottenuti dalle aziende sanitarie e ospedaliere nella ricontrattazione dei contratti di fornitura di beni e servizi. Punto di partenza è la spending review della scorsa estate, che imponeva alle aziende di tagliare del 5% i contratti di fornitura, che vanno dai servizi di lavanderia e mensa ai dispositivi medici come le protesi e le risonanze magnetiche. Un taglio che la legge di stabilità, in via di approvazione in Parlamento, ha poi raddoppiato portandolo al 10% nel 2013. «Purtroppo – avverte Monchiero – i primi segnali non sono positivi e molte aziende si vedono già costrette a tagliare su altri fattori produttivi, come ad esempio il personale, oltre a quei servizi territoriali dove è più facile intervenire, come l’assistenza domiciliare o quella agli anziani nelle case di riposo». Da tutta l’Italia – afferma Monchiero – «arrivano segnali inquietanti, regioni virtuose incluse». L’obiettivo dei tagli imposti è dunque irrealizzabile, poiché – rileva la Fiaso – «nell’anno in corso i fornitori, in media, hanno concesso sconti solo del 2%, mentre la riduzione attesa per il 2013 cresce appena al 2,6% contro il 10% programmato dalla legge di stabilità». Inoltre, proprio le Regioni più virtuose, che non sono in piano di rientro, sono quelle più in difficoltà, con sconti che toccano appena l’1,8% nel 2012 e l’1,9% nel 2013. Segno – avverte la Fiaso – che «i tagli lineari finiscono per penalizzare chi è stato fino ad oggi più efficiente e non quindi nella condizione di ottenere altre riduzioni di prezzo da contratti già ridotti all’osso».

E’ soprattutto sulla manutenzione degli impianti che si sono abbattuti i tagli delle aziende ospedaliere per ottemperare all’obiettivo del 5% di riduzione dei prezzi per il 2012 e del 10% per il 2013 previsto dalla spending review e dalla legge di stabilità. Ad essere state maggiormente «aggredite» dalla rinegoziazione dei contratti – afferma la Fiaso – «sono state quelle funzioni accessorie, quali la manutenzione di impianti, tecnologie e beni non sanitari, dove gli “sconti” sono stati in media del 3,4%, quindi superiori alla media. Appena sopra la quale si sono collocati anche gli acquisti di beni non sanitari, con la riduzione dei costi del 2,5%». Meno bene è andata invece per i servizi non sanitari, come quelli di mensa e pulizia, dove non si è andati oltre a riduzioni medie di spesa dell’1,9%. Per i dispositivi medici – tra i quali apparecchiature delicate come Tac, Risonanze o stent coronarici – la riduzione di costo è stata di un «modesto» 1,6%. Come dire – sottolinea la Fiaso – «che per ottenere i risultati auspicati dalla spending review bisognerebbe agire riducendo la qualità di dispositivi e apparecchiature dai quali dipende la salute delle persone». Le aziende ospedaliere hanno comunque tutte attivato procedure di rinegoziazione con i fornitori: il campione delle 45 aziende dell’indagine ha in media contattato 212 ditte, con esiti però negativi nel 44% dei casi, mentre le negoziazioni conclusesi positivamente sono solo il 28%. Nel 60% dei casi – rileva l’indagine – tutto ciò «ha comportato una riduzione dei volumi o dei contenuti delle prestazioni». Dal taglio dell’acqua per i ricoverati alla somministrazione di farmaci col contagocce ai pazienti: sono questi alcuni esempi simbolici dei tagli evidenziati dalla Fiaso. «Alle Molinette di Torino – rivela la Federazione – si stanno somministrando ai pazienti farmaci con il contagocce; alcune Asl laziali hanno comunicato a voce o per iscritto ai pazienti, nutriti artificialmente a domicilio, che le soluzioni nutrizionali non potranno più essere fornite in misura sufficiente».

Per il 2014 si determineranno 18 miliardi di sottofinanziamento rispetto al fabbisogno stimato per la spesa sanitaria: il dato, a dir poco allarmante, deriva da una tabella della Ragioneria dello Stato rielaborata dalla Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso) e illustrata ieri dal presidente Giovanni Monchiero. Sulla base di questi numeri emerge «che nel 2014, a fronte di una spesa sanitaria prevista pari a 129,19 miliardi circa, il finanziamento statale programmato sarà invece di 110,79 miliardi, con un conseguente sottofinanziamento pari a 18,40 miliardi. Per il 2013, invece – ha aggiunto Monchiero – il sottofinanziamento rispetto al fabbisogno di spesa sanitaria sarà pari a 15,88 miliardi». Dalla Fiaso arrivano comunque alcune proposte: definire un sistema di prezzi di riferimento più congruo, costituire una Agenzia sui dispositivi medici per definire la congruità dei prezzi e «sostituire il sistema iniquo dei ticket con un più equo sistema di pagamento “a franchigia” proporzionato al reddito».

Le Regioni, dal canto loro, sottolineano la necessità di arrivare ad un nuovo Patto per la salute per gli anni 2013-2015, «strumento fondamentale per un efficace governo della spesa pubblica, come dimostrato dai risultati ottenuti negli ultimi anni». Lo hanno affermato i presidenti delle Regioni, al termine della Conferenza. «Senza la soluzione delle questioni relative alle risorse finanziarie necessarie per l’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea), non solo non sarebbe possibile sottoscrivere il patto, ma si aprirebbe una situazione di grave e insostenibile incertezza», hanno proseguito i governatori. Le Regioni chiedono che nella legge di stabilità siano ricercate «le condizioni minime che consentano, attraverso innovazione e riqualificazione dei servizi sanitari, la tenuta del sistema». La Conferenza delle Regioni ha ribadito poi la necessità e l’urgenza di arrivare ad uno sblocco degli investimenti previsti e già concordati per le strutture sanitarie. Per questi motivi le Regioni fanno appello al governo e al parlamento perché siano accolti gli emendamenti presentati e illustrati nel corso dei recenti incontri con i capigruppo al Senato.

venerdì 14 dicembre 2012

Acqua:Europa tra inquinamento,siccità e alluvioni

di Angela Lambaglia

Quadro preoccupante dall'ultimo rapporto dell'Agenzia europea dell'Ambiente sulla salute di laghi, fiumi e torrenti dell'Unione: inquinamento, sprechi e modifiche artificiali dei corpi idrici, tra le principali cause del cattivo status delle acque, in un'Europa sempre più alle prese con siccità e alluvioni.










                                                                      

Sono preoccupanti i dati dell'ultimo rapporto dell'Agenzia europea dell'Ambiente sulla salute di laghi, fiumi e torrenti dell'Unione

Più della metà dei corpi idrici superficiali in Europa ha uno status ecologico a rischio e richiederà misure di mitigazione e ripristino nei prossimi anni. E in sedici Stati membri, su ventisette, oltre il 10% dei corpi sotterranei risulta in cattivo stato chimico. A fare il punto sulla salute di laghi, fiumi e torrenti dell'Unione è l'ultimo rapporto sulla qualità delle acque dell'Agenzia europea dell'Ambiente (Aea), che ribadisce l'allarme lanciato dalla Commissione Ue, presentando la strategia per la salvaguardia delle risorse idriche.
I problemi sono diversi e interessano la qualità come la qualità delle acque europee, il Nord come il Sud del vecchio continente.

In cima alla lista, l'inquinamento: se cala la presenza di fosfati e ammoniaca, supera i livelli di guardia la presenza di nitrati provenienti dai fertilizzanti agricoli e, soprattutto, si profilano nuove minacce, con la comparsa in ambienti acquatici di sostanze - come antibiotici e farmaci - che possono sconvolgere l'equilibrio ormonale nell'uomo e negli animali non umani.

Ma a peggiorare la qualità delle acque sono anche altre forme di intervento umano: per l'Agenzia europea dell'Ambiente, modifiche artificiali quali dighe e serbatoi stanno alterando gli habitat e minacciando i normali processi di nutrizione, riproduzione e migrazione.

Sul fronte quantità, immancabile il capitolo sprechi: dall'agricoltura - compresa la produzione di biocarburanti - all'industria, l'Agenzia registra ancora troppa inefficienza nei consumi idrici.

Ma sono soprattutto gli eventi climatici estremi a preoccupare l'istituto europeo, che chiede un ripensamento della legislazione comunitaria, finora poco attenta a questi aspetti. Secondo l'Agenzia, la pressione dei cambiamenti climatici sta rendendo più frequenti i periodi di siccità e i fenomeni alluvionali. E la cementificazione selvaggia ne sta aggravando le conseguenze, con l'effetto di indebolire la salute degli ecosistemi e la loro resilienza, cioè la capacità di assorbire elementi di disturbo.
I paesi colpiti da siccità sono passati dai 15 del periodo 1971-1980 ai 28 del decennio 2001–2011

I paesi colpiti da siccità sono passati dai 15 del periodo 1971-1980 ai 28 del decennio 2001–2011 e il fenomeno non interessa più solo il Sud e il Centro Europa, ma anche le regioni settentrionali. Tra i paesi a rischio, anche l'Italia, che - con Belgio, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Malta e Regno Unito - sta sperimentando di conseguenza anche un calo della falda freatica.

Ma sull'Italia pesano sempre più anche gli eventi alluvionali, dentro un trend che vede intensificarsi ovunque la frequenza di questi episodi: basti pensare che delle oltre 325 grandi inondazioni dei fiumi registrate dal 1980, più di 200 si sono verificate a partire dal 2000. Un peggioramento che l'Agenzia collega agli effetti del riscaldamento globale, ma anche ad anni di cementificazione selvaggia che hanno drasticamente ridotto la capacità del terreno di assorbire l'acqua.

Purtroppo di prevenzione si parla ancora poco e neanche i costi economici della gestione dei disastri sono bastati finora a imporre a una diversa gestione del territorio. Legambiente ha calcolato in oltre un miliardo di euro la cifra stanziata dallo Stato per gli eventi calamitosi di natura idrogeologica che dal 2009 ad oggi hanno colpito tredici Regioni italiane e, secondo i dati del Ministero dell'Ambiente, il dissesto idrogeologico interessa l'89% dei comuni italiani.

Un'iniziativa il dicastero guidato da Corrado Clini, in realtà, l'ha in mente: è una strategia nazionale per l'adattamento ai cambiamenti climatici, con dentro investimenti per 40 miliardi di euro diretti ad aumentare la protezione dal rischio di frane e alluvioni.

Circa la sua realizzazione, però, solo punti interrogativi: troppi soldi per le casse dello Stato, a meno che il Governo italiano non ottenga una deroga al patto di stabilità per il costo degli interventi di contrasto al dissesto idrogeologico. Una possibilità introdotta dal Consiglio europeo – e quindi dai capi di Stato e di Governo dell'Unione - il 29 giugno scorso, ma solo per le misure che possono contribuire alla 'ripresa'. Sicurezza e tutela ambientale non sarebbero nel conto. Per farcele rientrare il ministro dell'Ambiente Corrado Clini ha scritto ai commissari europei per il Clima e l'Ambiente, Connie Hedegaard e Janez Potocnik, chiedendo supporto. Ad oggi, nessuna risposta.

giovedì 13 dicembre 2012

CENA DI NATALE A CASAGGì FIRENZE!



La destra fiorentina si ritrova e si fa gli auguri. Domenica 23 dicembre, a Casaggì Firenze, le realtà e le individualità della destra identitaria fiorentina si danno appuntamento, come ogni anno, per brindare al Natale e dare vita ad una cena sociale.

Sarà l’occasione per vivere un momento comunitario e fare il punto sulla situazione politica locale e nazionale, in vista dei nuovi progetti politici che stanno prendendo corpo in questi giorni grazie alla spinta di Giorgia Meloni. Ma sarà anche un’occasione di socialità, grazie alla raccolta solidale che i militanti di Casaggì stanno mettendo in piedi, per restare al fianco degli italiani indigenti e dei senza tetto: si raccoglieranno generi di prima necessità e coperte, che verranno poi distribuite dagli attivisti.

L’appuntamento è alle ore 20 con una cena a buffet composta da piatti caldi e varietà della cucina toscana. La serata proseguirà con la musica e con gli interventi dei dirigenti locali e nazionali, degli eletti nelle istituzioni e al consiglio comunale fiorentino e degli ospiti che vorranno prendere parola.

Ci si prepara, inoltre, per la grande mobilitazione tricolore in ricordo dei martiri delle foibe che, come da tradizione, ci vedrà impegnati nel mese di febbraio con il corteo del ricordo, anche quest’anno condiviso da tutte le realtà presenti sul territorio.

DOMENICA 23 DICEMBRE DALLE 20
NATALE COMUNITARIO
cena sociale e raccolta solidale
CASAGGì FIRENZE – VIA FRUSA 37 (STADIO)

USA: vietato criticare i droni

di Michele Paris

Dopo settimane di accurate indagini e ricerche, il Dipartimento di Polizia della città di New York qualche giorno fa ha arrestato l’artista locale Essam Attia, al quale sono stati contestati ben 56 capi d’accusa. Lo sforzo messo in atto dalla polizia newyorchese sembrerebbe dover essere giustificato, ad esempio, dalle azioni di un pericoloso terrorista.

L’unico crimine compiuto dal 29enne originario del Maine è stato invece quello di avere affisso nelle strade della metropoli una serie di manifesti satirici che descrivono il possibile uso di droni da parte del Dipartimento di Polizia per monitorare il comportamento dei cittadini.

Tra il 14 e il 16 settembre scorso, Essam Attia si è finto un dipendente del municipio di New York e ha sostituito decine di manifesti pubblicitari situati nelle apposite teche cittadine con altri di sua creazione che raffiguravano, tra l’altro, una famiglia in fuga presa di mira da un missile lanciato da un velivolo senza pilota con la dicitura “Droni del Dipartimento di Polizia di New York: protezione quando meno te lo aspetti”.

Le forze di polizia hanno alla fine fermato Attia, infliggendogli un’autentica lezione che ha tutte le caratteristiche di una vera e propria vendetta per avere mosso loro delle critiche in maniera così clamorosa. Tra le numerose accuse a suo carico ci sono quelle di furto e possesso di arma da fuoco dopo che al momento dell’arresto è stata rinvenuta nel suo appartamento di Manhattan una vecchia pistola calibro 22 scarica. Dopo il fermo, Attia ha potuto lasciare il carcere su cauzione.

Fotografo, artista di strada e, secondo quanto riportato dall’Huffington Post, “ex analista geo-spaziale” per l’esercito americano in Iraq, Essam Attia aveva spiegato le ragioni del suo gesto in una video-intervista al sito animalnewyork.com il 24 settembre scorso, mascherando il proprio aspetto e la propria voce per evitare di essere riconosciuto dalla polizia.

I manifesti esposti per le strade di New York, affermava Attia, sarebbero serviti per “stimolare un dibattito sull’uso dei droni nello spazio aereo americano”. A suo dire, “alcuni dipartimenti di polizia in Texas già ne hanno a disposizione ed è solo questione di tempo prima che arrivino anche a New York”. Attia ha poi ricordato che “in questo momento i droni vengono utilizzati per uccidere delle persone. Sono armati e lanciano missili. Stiamo combattendo una guerra illegale in Pakistan ma nessuno sembra volerne parlare”.

La provocazione di Essam Attia prefigura uno scenario che potrebbe diventare reale negli Stati Uniti in un futuro non molto lontano. Lo scorso mese di febbraio, infatti, il Congresso di Washington ha approvato una legge che dà il via libera all’impiego fino a 30 mila droni nello spazio aereo domestico entro il 2020, principalmente con funzioni di sorveglianza.

I velivoli che la CIA e i reparti speciali dell’esercito operano regolarmente in paesi come Pakistan, Yemen o Somalia, prendendo di mira presunti accusati di terrorismo, sono invece già in funzione da qualche tempo lungo il confine con il Messico per tenere sotto controllo l’immigrazione illegale. Autorità locali e federali hanno infine già in dotazione svariati droni, come ad esempio negli stati di California, North Dakota, Maryland, Florida e Nebraska.

Proprio a New York, poi, sono recentemente emerse le prove di discussioni tra il Dipartimento di Polizia e l’agenzia federale che sovrintende all’aviazione civile (FAA) nelle quali il primo ha affermato appunto di stare valutando il possibile uso di aerei senza pilota come strumenti di prevenzione del crimine.

La polizia dei New York ha peraltro già istituito un reparto speciale di intelligence al proprio interno dopo l’11 settembre 2001, deputato al monitoraggio e alla raccolta di informazioni su individui considerati potenziali minacce per la sicurezza nazionale, in particolare quelli di fede musulmana o appartenenti a gruppi di protesta come Occupy Wall Street.

La diffusione dei droni anche in territorio americano comporta inoltre la creazione di un mercato che può valere svariati miliardi di dollari e le aziende produttrici svolgono perciò da tempo un’intensa attività di lobby per ottenere nuove commesse da parte del governo federale e delle autorità statali e di polizia.

Alla Camera dei Rappresentanti è addirittura già stato creato un gruppo parlamentare (House Unmanned Systems Caucus) formato da una sessantina di deputati che si adoperano per la promozione dei droni sul suolo nazionale.

L’evoluzione dei droni e l’utilizzo capillare che ne verrà fatto anche internamente confermano dunque ancora una volta come le tecniche sviluppate per fronteggiare la cosiddetta guerra al terrore contro minacce esterne saranno sempre più utilizzate per controllare e reprimere il dissenso domestico negli Stati Uniti.

Un’arma quella dei droni che, assieme ad altre già consolidate, risulterà dunque fondamentale per la classe dirigente d’oltreoceano in un contesto storico caratterizzato dalla crisi strutturale del capitalismo e dall’aumento delle tensioni sociali in conseguenza delle politiche sempre più reazionarie messe in atto per salvare l’attuale sistema e i rapporti di classe esistenti.

mercoledì 12 dicembre 2012

Inverno demografico e crisi economica

                                                                                     
di Claudio Risè

L’Europa, con l’Italia in buona posizione, ha in questi anni tre primati che fanno pensare: il maggior sviluppo di patologie psichiatriche; la crisi economica più persistente; il tasso di natalità più basso nel mondo, solo 1,47 figli per donna. Per avere una popolazione almeno stabile ne occorrerebbero 2,1.
Che ci sia un nesso tra questi tre primati? Se ne parla poco, ma è molto probabile. I rapporti fra sviluppo economico e demografico, e tra invecchiamento e demenza, sono noti.
Chi lavora con l’inconscio sa che la comparsa dei bambini nei sogni annuncia sempre l’arrivo di nuove energie, la possibilità di reagire alle spinte depressive, a stanchezze e pessimismo. Il perché non è poi difficile da capire: il bambino significa nuova vita, nuova forza vitale, e così è visto in tutte le culture.
In quella cristiana dove l’arrivo del bambino Gesù, attorno al solstizio d’inverno (fra poco), segna l’inizio nascosto del rinnovamento. Ma anche, ad esempio, nella cultura Maya (se ne parla oggi a proposito delle sue previsioni di “fine del mondo”), che nel momento del suo fulgore adorava un dio fanciullo e buono, Xochipilli, sostituito poi con una figura tenebrosa e crudele. Cominciarono allora a moltiplicarsi i sacrifici di bambini al dio Sole, e quella civiltà si avviò alla decadenza e alla scomparsa.
Insomma la posizione di una persona o di un gruppo verso la riproduzione e i bambini segnala efficacemente il suo sentimento verso la speranza nel futuro, e la sua disponibilità al rinnovamento: personale, culturale, sociale. Riflette anche la sua propensione alla sessualità.
Tutte le statistiche, anche cliniche, mostrano infatti che nelle società con pochi bambini si finisce anche col fare meno l’amore, e si moltiplicano i problemi sessuali. Come se separare riproduzione e sessualità col tempo rendesse quest’ultima meno interessante, e ne indebolisse la salute e lo slancio.
Minor ottimismo, minor piacere e poca speranza, tendono poi ad indebolire e mettere in crisi anche lo sviluppo economico.
Una popolazione anziana ha meno “nuove idee” (e voglia di crederci, e realizzarle), di una giovane. E l’Europa è l’unica area del nostro mondo globale nella quale gli anziani (il 16, 4% ha più di sessantaquattro anni), sono più numerosi dei bambini.
In Italia è dal 1994 che ogni anno i morti sono di più dei nati, ed oggi il 15% del Pil è destinato ai pensionati (il 22% della popolazione).
Oltre al calo di produttività, inoltre, la riduzione della popolazione giovanile diminuisce la possibilità di mantenere le pensioni alla popolazione anziana, e di finanziarne l’assistenza medica, particolarmente costosa per la diffusione dei disturbi psichiatrici della vecchiaia.
I governi aumentano allora le tasse, ma ciò rende più complicato per i pochi giovani costituire una famiglia e mantenere i figli. Si finisce così col promuovere un modo di pensare ostile alla riproduzione e ai bambini, come dimostrano le associazioni e gruppi tedeschi “childfree” (liberi da figli), del resto presenti anche in Italia, specie nelle regioni del nord.
Il giornale inglese Economist, basandosi su queste tendenze, ha calcolato che anche in Germania il tasso di sviluppo economico scenderà al di sotto dell’1 per cento.
L’“inverno demografico” europeo genera nuova crisi economica, ma non sembra causato dalla crisi. In Italia, ad esempio, in testa alle nascite c’è Napoli con tutta la sua disoccupazione, mentre la ricca Milano ha uno dei tassi di natalità più bassi tra le città del mondo.
Spinta vitale e ricchezza non sono la stessa cosa, ma senza la prima la seconda si esaurisce.

martedì 11 dicembre 2012

Sanità nazionale costretta allo sfascio


di Ernesto Ferrante (Rinascita)

Il Sistema Sanitario Nazionale, progressivamente smantellato e aziendalizzato dai governi dell’ultimo ventennio, offre servizi di scarsa qualità e a costi troppo elevati per le attuali possibilità economiche degli italiani.
L’approvazione del maxi-emendamento al Decreto Salute, non servirà, purtroppo, a migliorare le condizioni critiche in cui versa, perché gli “aggiustamenti” apportati, pur contenendo alcune misure migliorative, non andranno ad incidere neanche minimamente sul “ventre molle” del disegno di riordino approntato dal ministro della Salute Renato Balduzzi, vale a dire la drastica riduzione delle risorse destinate al settore sanitario. Grande preoccupazione è stata espressa da Federconsumatori, nella cui dura nota si legge quanto segue: “Ancora una volta ribadiamo che, nonostante la necessità di eliminare di abusi e sprechi, l’ossessione del risparmio non riduce i problemi legati alla controversa questione della sostenibilità del SSN e non può portare alcun beneficio, finendo anzi per accelerare il collasso del sistema stesso. L’attuazione della logica dei tagli rischia di colpire le categorie più fragili, mettendo in discussione la qualità e la continuità delle cure”.
Il crescente costo delle prestazioni e la crisi incalzante, stanno spingendo infatti un numero sempre maggiore di persone a rinunciare a visite e controlli. Un dato, questo, che emerge anche dalle elaborazioni del Censis dalle quali si evince che ben 9 milioni di cittadini-utenti non usufruiscono delle prestazioni di cui avrebbero bisogno per assenza di possibilità economiche. In questo quadro, le spese sanitarie, soprattutto se relative a malattie gravi, possono trasformarsi in un fattore determinante nell’impoverimento delle famiglie. Si stima che per compensare le carenze del sistema pubblico, i costi sociali diretti a carico delle famiglie sfiorino i 6.900 Euro per l’ictus e arrivino a superare i 10.500 Euro per l’Alzheimer. 
Si continua a dire che da noi si spende troppo per la sanità pubblica, ma non è affatto vero.
Al contrario, nel nostro Paese, la spesa pubblica per questo delicato settore, risulta notevolmente più bassa rispetto a quella raggiunta da altri Paesi europei. Tra non molto, procedendo di questo passo, in tanti saranno costretti a rivolgersi a stregoni e fattucchiere...

lunedì 10 dicembre 2012

Obama,un vero Nobel per la pace...


di Massimo Fini

Nei giorni scorsi Barack Obama ha lanciato un duro monito a Bashar al Assad rivolgendosi direttamente al rais: “Il mondo vigila. L'uso di armi chimiche è e sarebbe inaccettabile. Se ne farai uso ci sarebbero conseguenze e ne sarai responsabile”. Su quali sarebbero queste conseguenze Obama lo ha detto apertis verbis a fine giugno: un intervento militare della Nato, con missili, bombardieri e truppe di terra, soprattutto inglesi e francesi (gli americani non vogliono perdere uomini).

Obama è stato messo all'erta dall'intelligence che attraverso i satelliti Usa, che tutto spiano (Stati e uomini) hanno notato movimenti ‘sospetti’ di truppe siriane intorno ai depositi dove il regime custodirebbe le cosiddette ‘armi non convenzionali’ (gas nervino, soprattutto, ma non solo). A me par ovvio che, se Assad possiede davvero queste armi ’chimiche’, protegga particolarmente i loro depositi ora che i combattimenti con i ribelli si sono fatti sempre più ravvicinati, perché se le ‘brigate rivoluzionarie’ se ne impadroniscono per lui è la fine. Ma sarebbero cazzi acidissimi per tutti.

La Siria, fino a prova contraria, è uno Stato membro dell'Onu e un minimo di senso di responsabilità lo deve pur conservare, nelle ‘brigate rivoluzionarie’ ci sono consistenti gruppi jihadisti i quali non si farebbero alcuno scrupolo a usarle contro i Paesi occidentali. I moniti, gli avvertimenti, le minacce a Bashar al Assad sono il preludio a un attacco militare della Siria da parte della Nato, sulla scia di quanto è avvenuto in Libia. Ma non è ciò di cui voglio parlare qui. Mi commuove fino alle lacrime l'umana sensibilità degli americani, il loro sincero orrore per l'uso di ‘armi non convenzionali’ giudicato “moralmente ripugnante e inaccettabile”.

Peccato che gli americani siano stati gli unici a utilizzare la più micidiale. Atomica su Hiroshima e Nagasaki (agosto 1945). Col dettaglio, sempre pudicamente sottaciuto, che Nagasaki fu colpita tre giorni dopo Hiroshima quando già si conoscevano i terrificanti effetti della Bomba. Fornitura, a metà degli anni ‘80, delle famose ‘armi di distruzione di massa’ (gas nervino) a Saddam Hussein perché le usasse contro i soldati iraniani e i ribelli curdi, compito diligentemente eseguito dall'impresario del crimine come lo chiamava Khomeini (5000 curdi iracheni gasati in un sol giorno nel villaggio di Halabya). Uso di bombe all'uranio impoverito in Serbia e Kosovo nel 1999. Più di 50 militari italiani presenti nella regione, che pur erano avvertiti del pericolo e usavano le precauzioni del caso, si sono ammalati di cancro. Sugli ammalati serbi, soprattutto bambini, che come tutti i bambini nei dopoguerra sono attratti dai proiettili rimasti sul terreno, li toccano, li maneggiano, si è preferito non fare calcoli.

Le montagne dell'Afghanistan spianate nel 2001-2002 con bombe all'uranio impoverito mentre con l'uso di quegli stessi gas che oggi si rimprovera ad Assad di poter ipoteticamente usare, si cercava di stanare Bin Laden, o il suo fantasma, dalle caverne in cui si sarebbe rifugiato. Uso a tappeto in tutte le guerre recenti delle cluster, bombe che esplodono a mezzo metro dal suolo, proibite dalle convenzioni internazionali.

Il Mullah Omar aveva proibito l'uso delle mine anti-uomo (quasi tutte di fabbricazione italiana, Oto Melara che, per carità, dà da vivere a tanti lavoratori) perché non sono un'arma di guerra colpendo quasi esclusivamente passanti ignari. Ma il Mullah, si sa, è un ‘criminale di guerra’, Barack Obama un Premio Nobel per la Pace.

domenica 9 dicembre 2012

Diciamo addio all'era dei bamboccioni...


di Claudio Risè


Cosa si aspettano i nostri (troppo pochi) giovani? Capirlo potrebbe aiutare il Paese ad uscire dallo stallo e malessere in cui si trova.

Chi, come genitori, educatori, terapeuti, è a contatto coi più giovani, può individuare con una certa chiarezza alcuni elementi comuni, presenti fra di loro e piuttosto nuovi rispetto alla generazione precedente. Uno è il rifiuto di ogni atteggiamento paternalista da parte dei “grandi”. Questi ragazzi si considerano persone, e sanno cosa ciò significa.

C’è – spesso – la consapevolezza di non sapere molte cose, e a volte la curiosità di conoscerle. Ma ancora più forte è la coscienza della propria dignità. Dal punto di vista psicologico, la loro situazione è diversa da chi li ha preceduti 10 o vent’anni fa. Questi oscillano meno spesso tra depressione e trasgressione, i due poli degli adolescenti a cavallo del millennio. In compenso sono piuttosto stabilmente “arrabbiati”, in modo meno isterico ma più costante.

Gli adulti devono stare attenti a ciò che dicono, a come lo dicono, e soprattutto a ciò che fanno. Possono perdere il loro prestigio in un batter d’occhio: la “rottamazione” è sempre pronta, in agguato, per tutti loro. Questa sensibilità al probabile “imbroglio” dei vecchi, considerato sempre possibile da ragazzini cresciuti tra gli scandali, fa sì che, per la prima volta dopo decenni di disinteresse per la politica, i giovani ora ricomincino ad occuparsene, non lasciandone il monopolio a quelli tra loro che poi vogliono fare “carriera” nello Stato. Anche se, poi, naturalmente, faticano ad individuare dei punti di riferimento, e mantengono comunque (a quanto parrebbe), una certa distanza critica a portata di mano.

La maggior parte di loro, in ogni caso, si considera “fortemente danneggiata” da come la generazione dei loro padri ha esercitato il proprio potere. Si tratta di un fenomeno molto diverso dalle proteste, spesso prevalentemente ideologiche, inscenate dai giovani dagli anni 70 in poi. I ragazzi di oggi danno molto spesso l’impressione di avere a disposizione una calcolatrice virtuale sempre pronta a conteggiare quanto un qualsiasi adulto che tenti di impartirgli lezioni, abbia loro sottratto in termini di pensione, possibilità di avere un posto di lavoro, tenore di vita, serenità familiare, valutazioni di solito assenti nei movimenti dal 68 in poi.

Quasi tutti, infatti, stanno uscendo dalle trappole delle ideologie (marxiste o liberiste), con le quali i “vecchi” – dicono – li hanno derubati da una partenza equa nella corsa della vita. Gli unici riferimenti, più pratici e esistenziali che ideologici, hanno un sapore libertario, con un retrogusto di pacifica anarchia.

Incominciano così a pensare che la libertà dovranno conquistarsela da soli, agendo direttamente, ma senza costruire strutture partitiche o piani particolareggiati. Semplicemente agendo come se si fosse già liberi, come se lo Stato non esistesse.
Un riferimento diffuso tra chi di loro ne cerca (ma non sono molti), non è un politologo o un economista ma un antropologo, David Graeber, ex docente a Yale (autore del recentissimo “Rivoluzione. Istruzioni per l’uso”).

Graeber, tra i protagonisti del movimento “Occupy Wall Street”, sconsiglia vivamente di perdere tempo a “distruggere lo Stato” borghese, proponendo piuttosto di vivere “come se lo Stato non esistesse”. C’è la percezione della crisi provocata nelle tradizionali strutture statuali dai grandi fenomeni contemporanei (globalizzazione, trasformazioni tecnologiche), nei confronti dei quali recuperare libertà e orientamento. Forse, il bamboccionismo è ormai alle spalle.

sabato 8 dicembre 2012

Natale solidale: raccolta di giocattoli

 

Casaggì dà inizio alla raccolta di giocattoli per donare un sorriso ai bambini meno fortunati.
In un periodo nel quale il Natale rappresenta solo l'ennesima occasione di "consumo",con il solo fine di soddisfare il proprio egoismo,diventa importante ricordare quale sia il vero spirito natalizio e la bellezza del donarsi .

Siamo a disposizione tutti i lunedì e sabato dalle 15:30 alle 19:00.

venerdì 7 dicembre 2012

La rivoluzione dentro di noi

di Pier Paolo Dal Monte

Accade sempre più di rado che un libro ci sorprenda, forse perché ne abbiamo letti tanti o, forse, perché sono sempre più rari i libri sorprendenti. Eppure ciò è accaduto con la lettura di questo. Uno dei motivi della nostra sorpresa è stata la scoperta della ricchezza di pensiero di un personaggio che, dobbiamo ammettere, non abbiamo mai troppo considerato e, pertanto non ci siamo mai curati di conoscere a fondo. Abbiamo sì spigolato qua e là qualche pagina della sua vasta opera, ma non siamo andati molto oltre quelle iniziali, considerando quegli scritti dei semplici reportage giornalistici ben narrati o, tutt’al più racconti di viaggio, categoria che non frequentiamo più da vari anni.


Leggendo questo libro abbiamo capito di aver commesso una leggerezza, di aver dato un giudizio affrettato (tanto affrettato da essere un pregiudizio) su qualcosa che meritava ben più di una lettura superficiale. Dobbiamo ringraziare l’autrice per averci fatto scoprire che l’opera di Terzani è molto più di quello che pensammo, ma narra un percorso interiore complesso e profondo (non è forse questo lo scopo di ogni viaggio che non sia semplice evasione da una squallida quotidianità?) ch’ella distilla con maestria per coglierne la quintessenza, dipanando l’aggrovigliata matassa sparsa in un’ampia mole di scritti e tessendola con perizia sino a formare un disegno coerente che mostra quell’archetipico viaggio interiore che dovrebbe costituire la trama della vita di ognuno di noi.

Diceva Henry Miller che “ C’è solo una grande avventura, ed è al di dentro, verso l’essere, e per questo non contano né il tempo, né lo spazio, e nemmeno i fatti.”, l’unico viaggio importante è quello che si percorre verso le profondità di noi stessi, non quello orizzontale, che copre l’estensione cartesiana, ma quello verticale che porta dalla materia allo spirito. Il viaggio della vita, inizia con la catabasi dello spirito che si condensa nella materia i cui siamo fatti -il “peccato originale”- e, nel corso del cammino, quella materia finirà col sublimarsi nuovamente in spirito. L’abilità dell’autrice è stata quella di cogliere il filo del percorso della che Terzani compie nel corso di una vita piena di luoghi, pensieri e persone, fino a confrontarsi, alla fine con una lunga malattia ch’egli coglierà come stimolo per l’anabasi finale.

Uno dei capitoli più importanti del libro, “La materia al centro di tutto”, tratta del complesso ideologico e mitologico che, da quattrocento anni, guida il corso della civiltà occidentale, la cui compulsione verso il “dominio del mondo” ha generato conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. I due miti principali di questo complesso, sono incarnati dal dogma economico e da quello scientista: la scienza e l’economia, da strumenti sono diventati dottrine di fede.

“A volte abbiamo persino l’impressione che la nostra vantata civiltà, tutta fondata sulla ragione, sulla scienza e sul dominio di quello che ci circonda, ci abbia portato in un vicolo cieco, ma tutto sommato pensiamo che la scienza ci aiuteranno a uscirne. E così continuiamo imperterriti a tagliare foreste, inquinare fiumi, seccare laghi, spopolare gli oceani, allevare e massacrare animali, perché questo – ci dicono gli scienziati ed economisti produce benessere”(pag 54)

La critica di Terzani è volta proprio a smascherare la credenza che l’economia sia una forza immanente alla quale bisogna attribuire una fede incondizionata, mentre invece è solo una funzione della società, quella volta a facilitare e –eventualmente- a normare gli scambi di beni e servizi, come già Aristotele comprese più di duemila anni fa.

A proposito dei nostri economisti Terzani si domanda: “Cosa sanno dirci sull’avidità che sta distruggendo il mondo in nome di quello che loro stessi, magari, definiscono progresso? [...] Parole come ‘ingordigia’, ‘avidità’, ‘egoismo’ non compaiono certo nei libri di economa e gli stessi economisti continuano a praticare la loro scienza come se non avesse niente a che fare col destino dell’umanità” (Ibid.)

Queste considerazioni ci ricordano quelle di Nicholas Georgescu-Roegen che, primo tra gli economisti, mise in luce i rapporti tra il processo economico e la seconda legge della termodinamica (quella che definisce l’entropia), arrivando a conclusioni simili a quelle che Terzani esprime nel passo seguente:

“ Quanto ancora potrà durare un mondo così, retto esclusivamente dai criteri incolti, disumani ed immorali del’economia?” (pag 55)

L’autrice, prendendo spunto dagli scritti di Terzani, elabora una forte critica del modello economico che informa la moderna società globale, critica che si inserisce in un solco tracciato da pensatori del calibro di Adorno e Horckheimer, Hannah Arendt e, più recentemente, di figure come Bernard Charbonneau, Andrè Gorz e Serge Latouche; col grande merito di trattare questo tema in maniera assai più semplice ed immediata, alla portata di lettori poco adusi a confrontarsi con opere complesse come quelle degli autori citati, ben comprendendo che, “Immersi come siamo in questa visione del mondo, non ci rendiamo conto di quanto il punto di vista economico, che domina così pesantemente la nostra vita, sia privata che pubblica, non abbia la benché minima valenza universale, ma derivi da un ben definito ambito di pensiero” (pag 137)

Lo stesso dicasi per ciò che riguarda la critica alla “religione della scienza” (alla religione della scienza, si badi bene, non alla scienza in quanto tale), che solo pochi autori hanno saputo condurre in profondità,

“Noi moderni siamo immersi in una mentalità scientifica, la quale, fondandosi sull’assunto che esista un mondo materiale separato dalla mente, pensa che questo mondo possa essere dominato e asservito ai nostri desideri. E’ quindi l’utilizzo di questo mondo a rappresentare il fine ultimo della nostra mentalità scientifica [...]Abbiamo messo la scienza sull’altare al posto della religione, ma la scienza è soltanto una delle possibili visioni del mondo, e il fatto che essa sia quella più moderna, non deve trarci troppo in inganno” (pag. 58, 68)

Terzani non sembra avere un atteggiamento pregiudiziale nei confronti della scienza in quanto tale né, tantomeno, aprioristicamente “antimodernista”, semplicemente egli biasima l’assolutismo culturale che ha messo la scienza su un altare e ne ha fatto un idolo cui si deve fede e venerazione ma che non può essere oggetto di critica, ed è diventato l’unico strumento di osservazione e l’unico criterio di valutazione dell’esistente.

“La scienza è bravissima la scienza contribuisce enormemente a rendere la nostra vita più comoda. [...] Ma che altro ci dà? Niente. Ci toglie il cielo perché con la pretesa di essere tutto blocca ogni altra aspirazione.” (pag 202),

Il riduzionismo insito visione del mondo meccanicistica, è responsabile di un’epistemologia sempliciotta che non è adatta per riconoscere ed affrontare adeguatamente i problemi generati dalla complessità dovuta alle infinite interazioni che caratterizzano i sistemi socioeconomici e gli ecosistemi. L’approccio meccanicistico non fa altro che cercare la vis a tergo di qualsiasi fenomeno, una causa chiara e definita e presuppone che, modificando quest’ultima, l’effetto risultante potrà fornire una soluzione, come nell’esempio della beata speranza della pace nel mondo:

“Nel mondo attuale , l’idea dominante riguardo alla pace è questa: una crescita economica diffusa porterà alla pace mondiale. Se esistono ancora guerre e conflitti, ciò accade perché esistono ancora situazioni di povertà e miseria. Ma quali fondamento ha un’idea così diffusa” (pag 121)

Nessun approccio che si fondi su simili basi è adeguato per comprendere quelli che sono chiamati, nel moderno gergo scientifico, sistemi adattativi complessi,semplicemente perché, nella complessità, le leggi lineari del meccanicismo, non funzionano..

“Quando l’essere dell’universo veniva concepito come totalità, come completa interconnessione, come unità complessa, il valore veniva sen’altro attribuito all’ordine, all’equilibrio e all’armonia delle cose. Lo scopo dell’uomo era dunque adeguarsi il più possibile all’ordine della natura” (pag. 106)

Il pensiero antico, che era olistico e quindi aveva una visione unitaria del cosmo e dell’uomo, aveva compreso da millenni queste semplici verità. Purtroppo la moderna visione del mondo ha prima svilito e poi ablato questo orientamento, per abbracciare un metodo meccanicistico che frammenta la conoscenza in mille rivoli, come fanno le attuali scienze. Solo negli ultimi decenni, si è iniziato a comprendere che lo studio dei sistemi complessi non può essere condotto attraverso il riduzionistico quadro epistemologico del meccanismo, perché:

“ Nel mondo tutto è legato, interrelato, collegato. Piuttosto che un solo nesso lineare causa-effetto, dovremmo ammettere che esiste sempre una catena di cause-effetti ed effetti-cause” (pag 81)

Prendere coscienza di quest’infinita complessità può essere scoraggiante, può disorientare coloro che vorrebbero cambiare le cose, modificare il corso suicida della nostra civiltà. Dove appoggiarsi? Da dove iniziare? Terzani suggerisce che il cambiamento debba, prima di tutto, essere interiore

“Dobbiamo renderci conto di quanti bagagli dobbiamo disfarci prima di metterci in cammino. Di questi bagagli i più pesanti sono senz’altro le idee che per abitudine ci portiamo appresso, il fardello delle idee collettive che danno forma la nostro tempo [...] Oggi il mondo è pieno di cose che vogliono intrappolarvi e fare di voi dei consumatori. Consumate sciocchezze, banalità. Allora difendetevi, digiunate [...]Ad ogni passo che fate domandatevi perché lo fate. La coscienza, amici miei, la coscienza prima di tutto [...]Basta ridurre i cosiddetti bisogni di cui presto ci si accorge di non aver bisogno affatto.[...]Questa è la vera libertà, non la libertà di scegliere, ma la libertà di essere” (pag 105, 104,164-165)

E poi, ancora

“Il salto qualitativo sta nell’esercitarsi ad abbandonare il nucleo dell’ego, dove l’io domina la materia attraverso il sapere, la modifica perché si adegui ai suoi interessi, la assoggetta al proprio utile e così finisce che la categoria più importante sia quella del profitto e tutto il mondo, compresa la natura e gli esseri umani è ridotto a qualcosa che possiamo consumare” (pag.217)

Che dire dopo questo? Possiamo solamente ringraziare ancora l’autrice per averci guidato non solo attraverso l’opera di un autore straordinario, ma anche, con grande acume critico, attraverso la storia del pensiero che ha portato alle rovine dell’oggi. La via per riuscire a liberarci dalle nostre catene è quella di smettere di credere ch’esse siano ciò che ci rende liberi.