sabato 17 agosto 2013

Nel segno di Prezzolini, l’Italia che detestiamo

di Mario Bozzi Sentieri (destra.it)

E’ ancora così “buona” la cosiddetta “società civile” a cui qualcuno vuole appellarsi per ricostruire ruoli e strategie politiche?
A leggere di certi clamorosi esempi di corruzione verrebbe di dire il contrario. Cogliendo fior da fiore nelle “ultime di cronaca”, si può notare un giudice fallimentare arrestato a Roma per truffa e corruzione, insieme ad altri quattordici professionisti, tra avvocati, consulenti e curatori, per un giro di false liquidazioni di circa quattro milioni di euro. Sempre a Roma viene arrestato il prefetto Francesco La Motta e l’ex banchiere Klaus George Beherend per dieci milioni rubati dalle casse del Viminale attraverso il Fec (fondo per gli edifici di culto attraverso il quale il ministero dell’Interno gestisce un enorme patrimonio artistico). A Napoli maxi truffa:indagato un ex dipendente del Monte dei Paschi di Siena, con la complicità di quattro colleghi, che ha sottratto alla banca più di ventitre milioni, assieme ad altre sette persone, tra cui alcuni titolari di agenzie di scommesse.

Mentre la politica arranca, a destra e a sinistra, in cerca di capire quale sarà il proprio destino, fenomeni di corruzione colpiscono il settore bancario, i vertici di alcune, grandi imprese industriali, bei nomi del gotha produttivo e poi, via via, livelli sempre più ampi e profondi della “società civile”. Oggi la “logica della mazzetta” dilaga negli studi professionali, nelle ditte di costruzione, tra i piccoli e grandi appalti pubblici, colpisce la sanità, si insinua (a colpi di false pensioni d’invalidità) negli strati popolari.

Rispetto al passato protagonisti non sono i partiti, ma i singoli individui, i funzionari pubblici da una parte e i rappresentanti della sempre più cosiddetta “società civile” dall’altra. La “mazzetta” non serve ad alimentare – come un tempo – i costosi apparati partitocratici, ma garantisce vite dorate ai corrotti ed ai corruttori, uniti dalla comune appartenenza al “partito dei furbi”.

Giuseppe Prezzolini, che dei nostri mali nazionali se ne intendeva, non a caso, già novant’ anni fa (nel suo Codice della vita italiana) distingueva i cittadini italiani in due categorie: i fessi ed i furbi. Scrive Prezzolini: “Non c’ è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia; non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente sulla magistratura, nella pubblica istruzione, eccetera; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, eccetera, questi è un fesso”.

Facile – a questo punto – individuare chi siano i “furbi”: quelli che evidentemente si comportano all’opposto, arrivando – nota sempre Prezzolini – a fare la figura di mandare avanti il Paese, pur non facendo nulla, spendendo e godendosela: del resto il furbo si interessa al problema della distribuzione della ricchezza, mentre il fesso a quello della produzione.

La politica in tutto questo c’entra, ovviamente, senza tuttavia esaurire il quadro delle responsabilità. La questione è più sottile. Richiama il nostro essere italiani. Fa emergere il non sciolto rapporto tra cittadini e Stato, rapporto storicamente mal sopportato e segnato da una dilagante sfiducia. Si coniuga con una sorta di relativismo straccione, in cui l’etica è a misura degli interessi individuali. Ha della politica una visione “bassa”, tutta giocata sugli egoismi personali, di classe, di casta, visione trasversalmente incarnata da sinistra a destra, passando per il centro. Si accontenta di una visione formalistica della democrazia, dietro cui nascondere le sue debolezze strutturali.

Quando si parla di nuova stagione della corruzione, anche di questo bisogna parlare e tenere conto, sgombrando finalmente il campo dalle facili denunce ad effetto. Qualche ragione ci sarà pure se venti anni da Tangentopoli sono passati invano. Di questo, anche di questo vorremmo si interrogasse la politica, il mondo dell’informazione, la cosiddetta “società civile”. Per poi attivare – se si è ancora in tempo - le doverose contromisure.

mercoledì 14 agosto 2013

La vita libera

di Enrico Marino (Ereticamente)

Non c’è bisogno di carcerieri, cancelli, telecamere. Quando la gente è distratta da cose superficiali, quando la vita è diventata un eterno circo di divertimenti, quando ogni serio discorso si trasforma in un balbettio infantile, quando un intero popolo si trasforma in spettatore, allora la Nazione è in pericolo. La differenza sostanziale è che una tirannia manifesta è molto più facile da riconoscere e quindi da combattere rispetto alla farsa quotidiana e subdola messa in scena dal pensiero dominante e dai suoi luoghi comuni, dalla nuova religione progressista e dalla cultura individualista delle libertà e degli ipertrofici diritti del singolo. L’individuo globale, infatti, crede di autodeterminarsi, di essere informato, consapevole e libero.

E se siamo tutti pronti ad abbattere una prigione, che succede invece se non si ode alcun rumore di chiavistelli? Chi è disposto a prendere le armi contro un mare di opportunità, di distrazioni e di comodità? In verità, senza accorgercene, viviamo in un lager dove a mutare sono soltanto gli scenari e i metodi: i fili spinati oggi sono dentro le nostre teste, i divieti sono le museruole del politically correct, le catene sono diventate gabbie mentali, mentre le sirene dei campi di lavoro sono state sostituite dalle fiction o dai talk show delle televisioni.

Non abbiamo un numero tatuato sul braccio, ma siamo ridotti a codici a barre umani e il nostro campo di lavoro è quello sterminato supermercato che è diventato il mondo globalizzato. Non abbiamo scelta, perché amiamo la nostra stessa schiavitù, nessuno più ci imprigiona e questa libertà assoluta, che non sappiamo né esercitare né disciplinare, diventa la nostra peggior prigione. Una prigione nella quale, però, si può vivere benissimo quanto più ci si uniforma al pensiero unico che propone sempre nuove opportunità in cambio del rifiuto di ogni limite naturale e di ogni disciplina tradizionale; il rifiuto di ogni modello normale del mondo e della vita per abbracciare una concezione distorta e invertita dei principi fondamentali dell’esistenza umana.

Mai prima, s’era manifestato nel campo genetico un tale delirio di onnipotenza, contro la natura, che spesso ha travolto ogni limite biologico ed etico e che poi ha alimentato una diffusa subcultura che rifiuta il dolore, la morte e la vecchiaia in nome di una anestetica e artificiale lusinga di eterna bellezza e gioventù. Dal rigetto di ogni vincolo naturale al disconoscimento di ogni obbligo, anche sociale, il passo poi è breve. Nell’epoca del trionfo dell’individualismo edonista, in cui a ogni desiderio corrisponde l’istituzionalizzazione di un diritto che ne garantisca l’assoluta soddisfazione, si giunge così a teorizzare la negazione di ogni impegno e di ogni responsabilità per la realizzazione massima del proprio ego ridotto ormai a una pura astrazione, isolato da ogni contesto familiare e sociale, totalmente racchiuso nel proprio arco temporale, senza alcuna proiezione nel divenire né in una dimensione comunitaria.

Ecco allora che per avere più tempo per “realizzarsi” si può mettere da parte anche l’impegno e la fatica della procreazione e avere tutto può significare la scelta di non avere figli. Il settimanale americano Time ha pubblicato un articolo per sostenere che oggi l’ideale di una “vita libera” si persegue attraverso la negazione della genitorialità, intesa come via maestra alla autorealizzazione individuale o di coppia.

Una vita childfree, senza l’imperativo di dover formare una famiglia classica e con la possibilità, specialmente per le donne, di realizzarsi al di fuori dei canoni tradizionali. Una sessualità piena disgiunta dalla maternità rappresenta la posizione intellettuale attualmente più avanzata e più radicale del neofemminismo americano, che rifiuta la funzione riproduttiva in nome di una riappropriazione assoluta del corpo della donna al di fuori degli schemi culturali convenzionali.

Donne (e uomini) che rivendicano il diritto a costruire il loro posto nel mondo attraverso lo studio, il lavoro e l’amore nelle sue differenti declinazioni, ma che rifiutano il peso della cura familiare e di legami troppo coinvolgenti vissuti comi intralci sulla loro strada. La società atomistica crea, in tal modo, esseri sempre più isolati e introflessi, indifferenti a tutto quello che li circonda, illusi dal miraggio di un successo e di una realizzazione personali svincolati da ogni legame di solidarietà.

Si potrebbe parlare di egoismo sociale di un’intera generazione se questa operasse con assoluta consapevolezza e in piena autonomia. Ma in molti casi è stata la cultura disumanizzante del modernismo e del radicalismo liberal che ha prodotto questi esseri spiritualmente snervati che trovano il compimento alle loro aspirazioni nella società globalizzata del benessere e del consumo.

Senza figli e senza rimpianti, alla ricerca del piacere di una vita vissuta fino in fondo in assoluta libertà, la nuova umanità, in realtà, sta gettando le basi (almeno in Occidente) della propria scomparsa biologica, corrosa al proprio interno dalla sterilità delle crescenti unioni omosessuali e sommersa all’esterno dalla fertilità dei popoli del terzo e quarto mondo. La società felice e la vita libera che essa follemente sogna somigliano sempre più drammaticamente al distopico limbo esistenziale descritto da Aldous Huxley.

martedì 13 agosto 2013

Una pagina di storia: il fascismo clandestino e i sardi a Salò


di Luciano Garibaldi (Secolo d'Italia)

Una storia tutta da scoprire, quella della Sardegna negli anni caldi della guerra civile 1943-45. Lo ha fatto – e continua a farlo con successo – Angelo Abis, storico di vaglia che, dopo il libro, uscito alcuni anni fa, L’ultima frontiera dell’onore. I sardi a Salò, ha ora dato alle stampe Il fascismo clandestino e l’epurazione in Sardegna 1943-46 per i tipi di Gia Editore (200 pagine, 18 euro). Ma perché una storia tutta da scoprire? Per il ruolo che la splendida isola ricoprì in quel biennio in cui si concluse la Seconda guerra mondiale: curioso ruolo che la volle estranea, per sua fortuna, al conflitto fratricida che insanguinò il Nord Italia e parte del Centro, ma luogo d’origine di straordinari personaggi che furono tra i principali protagonisti della Repubblica Sociale Italiana.

«Colpisce infatti – come scrive Giuseppe Parlato nella prefazione al libro di Abis – l’alto numero di sardi coinvolti nella guerra civile da parte fascista: militari, intellettuali, organizzatori sindacali che scelsero di combattere per Mussolini. Le motivazioni però furono differenti». Basti pensare a nomi come Ugo Manunta, uno dei fautori della socializzazione nella Rsi, Cipriano Efisio Oppo, massimo esponente dell’Accademia d’Italia a Salò, Stanis Ruinas, che dopo la Rsi tenterà di costruire un ponto tra fascisti e comunisti.

Tra i sardi le cui vicende Abis ricostruisce nel suo libro, due soprattutto colpiscono: Francesco Maria Barracu e Pasca Piredda, la bellissima capo ufficio stampa della Decima Mas di Junio Valerio Borghese. Barracu, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (quindi, in pratica, numero due dopo Mussolini) era nato a Santulussurgiu nel 1885. Valoroso militare fin dai tempi della guerra di Libia, nel ’37, in Etiopia, viene gravemente ferito in combattimento, perde un occhio e ottiene la medaglia d’oro al valor militare. Dopo il 25 luglio e l’arresto di Mussolini ordinato da re Vittorio Emanuele III, organizza, in unione d’intenti con gli ex segretari del Pnf Carlo Sforza ed Ettore Muti e con il principe Valerio Pignatelli, un piano per la liberazione del Duce. Ma il piano fallisce a seguito dell’assassinio di Ettore Muti, voluto e ordinato dal nuovo capo del governo Pietro Badoglio.

Alla fondazione della Rsi è lo stesso Mussolini che lo vuole al suo fianco affidandogli la vicepresidenza del Consiglio. Contrariamente alle apparenze, Barracu non è un fascista intransigente e oltranzista. Anzi, milita nell’ampio schieramento di coloro che si battono per la libertà di stampa e per il pluralismo politico. Tra questi, la medaglia d’oro e cieco di guerra Carlo Borsani, e l’ex comandante del battaglione «Giovani fascisti» Fulvio Balisti. Non per nulla, tra gli intransigenti che fanno capo a Pavolini si parla apertamente di «congiura delle tre B». Nessuno riconoscerà a Barracu i suoi meriti. Catturato a Dongo, verrà schierato sul lungolago e invano, rivendicando la sua medaglia d’oro, chiederà di essere fucilato al petto. Morirà gridando: «Viva il socialismo!».

E veniamo a Pasca Piredda, scomparsa quattro anni or sono. Era non soltanto una donna che aveva fatto la storia, ma anche una autentica e validissima scrittrice di storia, come dimostra il suo libro «L’Ufficio Stampa e Propaganda della X Flottiglia Mas», pubblicato nel 2003 dalla Casa editrice Lo Scarabeo di Bologna. Leggendo il suo libro, tutti capirono finalmente che cosa fu la Decima del principe Junio Valerio Borghese, quei 30 mila marò che combatterono contro tutti: contro gli Alleati, contro i tedeschi, contro i comunisti di Tito. Tutti capirono che era esistita, che poteva esistere (che potrebbe sempre esistere) un’altra Italia.

Pasca Piredda era di Nuoro. Sua madre era cugina di Grazia Deledda. Aveva uno zio procuratore generale a Genova, mentre Sebastiano Satta, poeta, scrittore nonché antifascista, era di casa dai Piredda. L’ambiente, dunque, era tutt’altro che fascista e i suoi stessi famigliari erano vicini ai capi del Partito Sardo d’Azione, Emilio Lussu e Berlinguer padre. Ma Pasca, testa dura, era fascista. Si laureò appena ventiduenne in Scienze coloniali e in Scienze politiche, vinse un concorso e andò a Roma a tenere lezioni di mistica fascista. Conobbe Fernando Mezzasoma che, nominato ministro della Cultura Popolare a Salò, la chiamò come sua segretaria particolare. E qui avvenne la grande svolta della sua vita.

Due marò della Decima (tra cui la medaglia d’oro Mario Arillo), stufi farsi dire no da Mezzasoma, che rifiutava di mandare in onda alla radio i loro comunicati di propaganda, la «rapirono» e la portarono in macchina a La Spezia, dove il principe Borghese si era asserragliato dopo avere rifiutato sia di salpare per consegnare la sua flotta di Mas e altri mezzi navali agli Alleati, sia di arrendersi ai tedeschi, con i quali, invece, aveva stipulato un singolare patto di alleanza: da pari a pari. Il che aveva entusiasmato la gioventù di mezza Italia che faceva a pugni per arruolarsi volontaria nella Decima. Che significava: né serva degli americani, né serva dei tedeschi.

Pasca entrò subito nel ruolo. Borghese non era fascista, meno che mai filonazista. Gli intransigenti della RSI lo guardavano storto. E Pasca teneva loro testa con i suoi articoli sul dirompente giornale della Decima, «La Cambusa», da lei fondato e diretto con pochi ma validissimi collaboratori tra cui Ugo Franzolin. Giornale davvero libero e anticonformista, così come lo erano le migliaia di manifesti di propaganda che l’ufficio diretto da Pasca diffondeva a getto continuo, con i bellissimi disegni di Boccasile.

Pasca Piredda, inquadrata nella Decima come sottotenente di vascello, non si limitava a sfornare articoli e manifesti. Partecipava attivamente alle azioni sul territorio: viaggi verso la Venezia Giulia (dove Borghese, in pieno accordo con i partigiani monarchici della «Osoppo» e con gli agenti del Sud, organizzava la resistenza contro il 9° Corpus di Tito), scontri a fuoco, incontri con gli agenti segreti di De Courten. Per causa di un incidente d’auto, rimase gravemente ferita e restò in coma per tre giorni. Catturata dai partigiani dopo il 25 aprile nel suo ufficio di piazza Fiume a Milano, fu strappata al plotone d’esecuzione per l’intervento del «capitano Neri», l’uomo che aveva avuto un ruolo determinante nella fine di Mussolini. «Neri» (al secolo Luigi Canali) era infatti il capo di Stato Maggiore della 52.a Brigata «Garibaldi», che aveva catturato Mussolini e i ministri di Salò, con il loro seguito, sulla strada del lago di Como, in prossimità di Dongo. Lo stesso «Neri» aveva deciso di ospitare il Duce e Claretta Petacci nella casa dei contadini De Maria, a Bonzanigo, nei pressi di Menaggio. Dopodiché aveva avvertito i «servizi» inglesi, per consentire loro di catturare Mussolini precedendo così gli americani, con i quali erano in concorrenza. Ma nessuno poteva sapere che gli agenti britannici avevano un ordine segreto e terribile: far tacere per sempre Mussolini, che avrebbe potuto – se catturato dagli americani – svelare gli accordi segreti intercorsi tra lui e Churchill per spingere Hitler a cessare la resistenza in Occidente onde rivolgersi tutti contro il pericolo in avanzata da Oriente, cioè l’Armata Rossa. Per questo Mussolini (e Claretta, che sapeva tutto) furono uccisi la mattina del 28 aprile 1945. E per questo sarà soppresso anche «Neri», a titolo di punizione, per ordine del Pci. Quanto a Pasca, diventata nel frattempo mamma, nonna e bisnonna, non cambiò mai idea. Della Decima ieri, della Decima sempre.

lunedì 12 agosto 2013

Ecco perché Marine Le Pen è premiata per la coerenza dai sondaggi...



a cura di Augusto Grandi (barbadillo.it)

I sondaggi premiano la discesa in campo di Marina.Berlusconi? No, ovviamente. Marine Le Pen. Che, con il Fronte Nazionale, avrebbe superato di 1 punto percentuale il centrodestra dell’Ump (i neogollisti trasformati in Sarkoziani senza arte né parte) nelle intenzioni di voto per le Europee mentre socialisti e sinistra arrancano nelle retrovie.

Un miracolo? In assoluto, no. Perché se si lavora bene, se si ascoltano i propri elettori, se la politica è sufficientemente in linea con i propri millantati valori,allora si ottengono anche dei risultati. D’altronde Marine Le Pen, oggetto di un indecente attacco giudiziario, non è che abbia deciso di rinunciare alle sue proposte sull’immigrazione in cambio dell’immunità, di un salvacondotto. Si va avanti, nel nome del padre, a difesa del popolo francese, della sua cultura, delle sue tradizioni. Poi, magari, l’offensiva mediatica dei soliti poteri forti riuscirà a ridimensionare il successo del Fronte Nazionale. Ma per lo meno la destra francese si gode un momento di enorme soddisfazione, trasformato dai sondaggi nel primo partito di Francia. Tra l’altro alle Europee si vota con il proporzionale e questo consentirà a FN, anche nella peggiore delle ipotesi, di mandare a Bruxelles una nutrita pattuglia di parlamentari. Con tutto ciò che ne deriva, in termini di finanziamenti e di agibilità politica interna.

Dunque nessun miracolo, ma coerenza e capacità. Però, visto dall’Italia, è proprio questo il miracolo. Un partito che sta a destra e non si inventa un destra-centro per accontentare i media di sinistra. Un partito che non si fa dettare dalla sinistra le posizioni politiche sui temi etici e su quelli economici, i passi indietro o di lato, i termini da usare e da non usare. Un partito che, anche sbagliando, ha una sua idea di politica estera per la Francia e che non si affretta ad accodarsi agli ordini della portavoce italiana degli interessi Usa, piazzata al governo grazie all’intesa tra sinistra e centrodestra. Un partito che non avrebbe mai accettato di sostenere un ministro dell’integrazione a senso unico, totalmente incapace di rispettare i diritti del popolo francese. Quel popolo che, ora, non si nasconde ai sondaggisti, non inventa intenzioni di voto politicamente corretto per compiacere i media. Un popolo che ritrova entusiasmo e orgoglio.

Impossibile, in Italia? Con gli attuali politici probabilmente sì. Lo si è visto con la farsa dell’Imu in cambio di una grazia presidenziale, con l’ignoranza totale in politica estera, con l’impreparazione assoluta in politica economica, con il vuoto cosmico in termini di tutela degli italiani, con i piagnistei servili nell’affrontare l’immigrazione. Ed allora Marine Le Pen appare davvero un miracolo, vista da questo lato delle Alpi.

domenica 11 agosto 2013

CASAGGì HA RESO OMAGGIO AI CADUTI DELLA RSI. QUALCUNO ANCOR SI BATTE...



Passano gli anni, ma certe cose restano immutate nella loro purezza e nel loro splendore. Anche questo 11 di agosto, nonostante il caldo torrido e le tante persone in vacanza, una fiume composto di persone ha varcato marciando la soglia del cimitero di Trespiano e, in silenzio, ha reso omaggio ai caduti della Repubblica Sociale Italiana e a tutti i giovani che, nella primavera del 1944, hanno difeso con le unghie e con i denti la loro Firenze dall'invasione anglo-americana. 

Gente di ogni generazione: dai reduci di quell'esperienza di sangue e di onore ai militanti di Casaggì, dai signori di mezz'età con un trascorso di lotta alle spalle ai cittadini accorsi per portare un fiore sulla tomba più difficile, quella che nessuna istituzione ha mai voluto considerare. Quella dell'11 di agosto è una folla eterogenea, che si ritrova spontaneamente davanti al quel cimitero. Gente diversa, ma unita dallo stesso verbo, riconoscente alle medesime gesta, vincolata allo stesso codice. 

E per ritrovarsi, in una calda mattinata di agosto, non ha bisogno degli inviti istituzionali, delle conferenze stampa, dei contributi pubblici, della retorica, dei monumenti, dei documentari, dei rintocchi delle campane e degli appelli alla memoria. Perchè questa memoria, la nostra, non è mai un obbligo, ma un dovere: non è l'imposizione fatta ad uno schiavo, ma la scelta volontaria e consapevole di un uomo libero. 

E uomini liberi erano anche quei ragazzi, spesso ignoti, che riposano dietro a quel marmo bianco. In pochi contro tanti, con un fucile contro le bombe nucleari, con la fede contro l'oro. Esempio fulgido e candido di una lotta atavica, romantica, essenziale. Eroi di una sovranità perduta e di un mondo disperso, ma comunque autori di un gesto che vale tutto. 

Un gesto che ha aperto una strada: quella sulla quale stiamo camminando noi. 

"Ma là sull'altra sponda si sente ancor sparare; qualcuno ancor si batte e non ha voglia di mollare"...

sabato 10 agosto 2013

11 AGOSTO: CASAGGì E TORSELLI DAI CADUTI DELLA RSI. "MAI DIMENTICARE IL SACRIFICO DI QUEI RAGAZZI"...



FIRENZE, 11 AGOSTO: CASAGGì E TORSELLI (FDI) AL SACRARIO DEI CADUTI DELLA RSI.
“IL SACRIFICIO DI QUEI RAGAZZI NON DEVE ESSERE DIMENTICATO. ALLE ISTITUZIONI CHIEDIAMO DI ACCANTONARE IL RANCORE, ANCORA TROPPO ALIMENTATO.

Anche quest’anno, mentre Firenze festeggia la “liberazione”, una delegazione di Casaggì, con il consigliere comunale di Fratelli d’Italia Francesco Torselli, sarà a Trespiano dalle ore 11 per rendere omaggio ai caduti della Repubblica Sociale Italiana.
"Da anni - dichiarano i dirigenti del "centro sociale di destra" Casaggì Firenze - abbiamo raccolto il testimone di chi, molti anni fa, costruì materialmente il sacrario nel quale oggi riposano i militi della Repubblica Sociale Italiana".
"A loro, in questi anni, abbiamo promesso una continuità ideale e culturale. Nelle gesta di quei giovani, spesso volontari, abbiamo sempre riconosciuto ciò che la storiografia e le istituzioni del paese hanno fatto finta di ignorare: il coraggio di combattere una guerra dura difendendo l'onore di una Nazione tradita da armistizi e cambi di casacca, la dignità di resistere duramente ai più potenti eserciti del mondo, l'abnegazione di portare avanti con coerenza una causa mossa da valori profondi quali il senso di appartenenza, la volontà di superare i propri limiti, la capacità di riscoprire il senso del dovere, il dominio dello spirito sulla materia e del sangue sul profitto".
"E' questo il sacrificio che ogni anno, tantissimi ragazzi, scelgono di ricordare liberamente assieme a Casaggì, consapevoli che certe pagine di storia, purtroppo, sono ancora appannaggio di una sola parte politica e non patrimonio condiviso e analizzato dalla comunità nazionale".
Francesco Torselli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia e portavoce regionale del partito, dichiara: “Per tutta la durata di questo mandato, ogni anno, ho rivolto appelli alle istituzioni affinché si superassero le divisioni che una delle pagine più cruenti della nostra storia recente, ha generato e diviso il popolo italiano. Purtroppo ogni anno sono state fatte orecchie da mercante, preferendo compiacere alcuni ambienti politici e culturali che sopravvivono unicamente in virtù delle divisioni e dei rancori. Resta il rammarico, anche in funzione della giovane età di molti rappresentanti istituzionale, di aver perso un'occasione unica per arrivare a quella pacificazione nazionale che molti evocano, ma che, purtroppo, mi rendo conto, in pochissimi ricercano veramente".

Rossoneri. Una storia rimossa



di Sofia Giani Devi (Rinascita)

La contrapposizione fra “rossi” e “neri” che i più avanti con l’età ricorderanno sicuramente e che è universalmente conosciuta con la dicitura “anni di piombo” non è servita a nulla. Ha solo mietuto vittime, in molti casi giovani, e ancora adesso, nel 2013, è presente in conversazioni, sia reali sia sui social network, che il più delle volte dimostrano scarsa competenza storica e giudizi affrettati da essa derivati. Insomma, è tutto un “divide et impera”.
Famosa la frase di Berto Ricci: “L’antiroma esiste, ma non è Mosca. Contro Roma, città dell’anima, sta Chicago, città del maiale”. Essa evidenzia dunque il reale nemico da combattere.
Si potrebbe definire questa situazione come un concorso di colpa, nel senso che non è solo colpa di chi ignora i fatti storici, ma anche di chi tradisce i proprio programmi e scompagina le carte nella mente della persona che vuole vederci chiaro. Due esempi su tutti: l’abrogazione della legge sulla Socializzazione e il fenomeno chiamato “neofascismo”.
La prima fu effettuata il 25 aprile 1945 nientemeno che da Mario Berlinguer, padre del più famoso Enrico: essendo un super proprietario terriero, curò i propri interessi che sarebbero stati intaccati dalla Legge sulla Socializzazione, allora approfittando della “mancanza di sensibilità politica e nazionale delle maestranze e della loro ignoranza”, in nome della democrazia e della libertà ha riconsegnato i lavoratori all’arbitrio del capitale.
Già Dostojevskij diceva che l’uomo ottiene dignità solo tramite il lavoro; ebbene, è opportuno un sistema economico che metta alla pari il capitale e il lavoro suddetto. Esso si chiama appunto “socializzazione dell’economia”.
Come manifesto illustrativo della socializzazione fu usato quello in cui si vedono un avambraccio muscoloso e un pugno con al polso il ceppo con scritto “Capitalismo”, ma le catene vengono rotte dalla parola “Socializzazione” scritta in rosso.
Il secondo errore è stato il cosiddetto “neofascismo”. Il dopoguerra spinse molti che si consideravano fascisti nell’anticomunismo più becero, con la scusa che “i comunisti avevano assassinato i camerati”, ignorando, fra le altre cose, che il fenomeno chiamato “resistenza” era composto da partigiani di varia estrazione politica, altrimenti non sarebbe mai potuto succedere un fatto come Porzus, ad esempio.
Come confessò Caradonna, l’espediente che era stato utilizzato era proprio quello, ossia farli scontrare con i “rossi”, secondo il ragionamento del “più si picchiavano e più si spingevano a destra”. Eppure la stessa RSI diceva: “la Patria al di sopra delle fazioni”. Dire quindi che la sua è stata una mossa intelligente e soprattutto fedele alla linea tracciata è a dir poco una bestemmia.
Nella Storia ci sono stati esempi di come i “rossi” e i “neri” sono andati d’accordo. Nell’ordine: Bombacci e il suo periodico “La Verità” (aprile 1936), la “benedizione” di Tullio Cianetti del patto Molotov-Von Ribbentrop (23 Agosto 1939), la presenza di “rossobruni” nella futura DDR (26 febbraio e 22 marzo 1948), il reclutamento di alcune SS tedesche da parte di Fidel Castro (29 ottobre 1962) e l’invito del Presidente della Corea del Nord a studiare il “Mein Kampf” (giugno 2013).
Nell’aprile 1933 uscì il primo numero de “La verità” (parola che è, ironia della sorte, traduzione italiana di “Pravda”, il famoso quotidiano sovietico) in 25.000 copie. Sergio Panunzio scrisse che si poteva ormai intravedere la sintesi equilibratrice di Roma e Mosca, punti d’irradiazione “delle due grandi forze e delle due grandi rivoluzioni moderne: il Comunismo ed il Fascismo”. Espulso nel 1927 dal PCd’I, del quale era stato tra i fondatori, Nicola Bombacci non aveva mai interrotto completamente i propri rapporti con l’Ambasciata dell’URSS e in particolare con l’addetto commerciale; nella sua qualità di intermediario d’affari della Delegazione Commerciale sovietica, nel 1930 aveva agevolato l’acquisto di grano russo da parte dell’Italia.
Nel 1931, in ogni caso, sembra aver avuto termine “ogni rapporto, anche di natura tecnico-commerciale, tra Bombacci e l’Ambasciata sovietica a Roma, dove aveva trovato nel frattempo lavoro anche il figlio Raoul, rientrato nel 1925 dalla Russia per assolvere gli obblighi di leva. Una volta in Italia, Raoul Bombacci – che a Mosca era entrato in rapporti con l’ambasciatore italiano Manzoni – aveva collaborato col padre all’interno della Società ‘L’Italo-Russa’”, una società anonima per gli scambi commerciali con l’URSS. Tale società aveva ottenuto dalle autorità fasciste il permesso di pubblicare una rivista sovvenzionata da Mosca, la quale si proponeva di “illustrare le ricchezze dell’URSS e le sue audaci innovazioni politiche, economiche e culturali per dimostrare agli italiani che l’Italia risolverà i suoi problemi e la sua dura crisi economica solo quando avrà compresa la necessità di un’unione solida e fraterna con la Russia soviettista”.
Forse non è necessario ipotizzare che Bombacci, col discorso tenuto alla Camera il 30 novembre 1923, abbia avuto un peso determinante sull’evento del 7 febbraio 1924, allorché l’Italia, prima tra le nazioni europee, riprese le normali relazioni diplomatiche con l’URSS, perseguendo – come rivendicherà Mussolini dieci anni più tardi – “una aperta e leale politica di intensificazione degli scambi con la Repubblica dei sovieti”; né è obbligatorio attribuire a Bombacci il merito del trattato di amicizia e non aggressione siglato tra Italia e URSS il 2 settembre 1933, “sbocco e coronamento” del precedente riconoscimento; neppure è indispensabile individuare in lui il tramite del successivo incontro di Litvinov con Mussolini. Fatto sta che “la conoscenza di personaggi e di retroscena sovietici che egli poteva vantare poteva rivelarsi utile per gli scopi di uno dei settori portanti della politica estera mussoliniana” .
Né va trascurato il fatto che nella prima metà degli anni Trenta Bombacci lavorò presso l’Istituto Internazionale di Cinematografia Educativa e che nel quadro di tale attività mantenne i rapporti con l’Associazione sovietica per i rapporti culturali con l’estero. In quegli stessi anni furono proiettate alla Mostra di Venezia parecchie pellicole sovietiche, tra le quali un apprezzatissimo “Gli eroi dell’Artico”, che si concludeva con questa frase di Stalin: “Non ci sono fortezze che non possiamo conquistare”. Che Bombacci abbia svolto un ruolo in tutto ciò, nessuno è stato finora in grado di accertarlo. Tornando a “La Verità”, la linea seguita dalla rivista era “una linea socialnazionale in critica aperta col bolscevismo sovietico e favorevole all’alleanza nazista” , ma tale indirizzo cambiò allorché il Reich germanico e l’URSS firmarono il Patto di non aggressione.
Come specificato, esso ebbe la “benedizione” di Tullio Cianetti, il ministro delle Corporazioni, considerato “il più rosso dei neri”, o il “comunista del Littorio”; lo accolse infatti dicendo che considerava “il sovietismo, il nazionalsocialismo ed il fascismo molto più vicini e simili di quanto non lo fossero nei confronti delle grandi democrazie plutocratiche”.
Cambiando Paese, se si pensa ai Nazional-socialisti nel secondo dopoguerra non passa inosservato il caso di Wernher Von Braun, le cui conoscenze in campo missilistico furono usate dagli Stati Uniti. In realtà, se si approfondisce, si scopre che il 26 febbraio del 1948, le autorità sovietiche avevano dichiarato ufficialmente terminata la “denazificazione” e chiusi tutti i procedimenti contro persone non colpevoli di concreti crimini di guerra o contro l’umanità. Addirittura lo stesso Stalin avrebbe contemporaneamente dichiarato che bisognava “rimuovere la linea di separazione tra ex-nazisti e non nazisti”. Il 22 marzo del 1948, i sovietici autorizzarono anche un quotidiano rivolto a questa area “nazionale” del pubblico – la National-Zeitung, che sarebbe uscito ogni giorno fino alla fine della DDR.
In uno dei suoi primi numeri, il nuovo quotidiano scrisse: “Mentre in altre parti della Germania si gioca ancora con pesante determinazione alla denazificazione, nella Zona Est gli occhi possono vedere più chiaro, oggi un semplice ‘Pg.’ [Parteigenosse, membro del partito nazionalsocialista] non deve più guardarsi attorno intimidito, sentendosi come un paria” (National-Zeitung del 25.3.1948, p. 1). Il 25 maggio del 1948, i sovietici autorizzarono l’NDPD, un “gruppo di tedeschi che amano la patria“: lo stesso SED dichiarò che lo scopo del nuovo partito era di evitare che queste persone “dalle idee politicamente confuse” finissero per votare per i democristiani o i liberali.
Durante tutto il periodo della DDR, l’NDPD – che alla fine degli anni Ottanta aveva oltre 100.000 membri – poteva contare su un numero prestabilito di 52 deputati in parlamento. Il fondatore del NDPD fu un ex-comunista, ma il suo successore, rimasto a dirigere il partito fino alla fine, fu un ex-membro dell’NSDAP ed ex-ufficiale dell’esercito, catturato dai sovietici a Stalingrado e subito incorporato nella Nationalkomitee Freies Deutschland, che nei propri stendardi adottava i vecchi colori, nero, bianco e rosso, della Germania imperiale, al posto del nero, rosso, oro della repubblica di Weimar.
Nella DDR… nel 1952, il governo lanciò una vasta campagna contro la sudditanza della Germania dell’Ovest alla NATO e alle potenze occidentali. L’NDPD contribuì a questa campagna con un “appello alla generazione tedesca che era stata al fronte durante la seconda guerra mondiale”: i 119 firmatari dell’appello scrissero, accanto al proprio nome e cognome, anche il proprio rango nella Wehrmacht, nelle SS, nella Hitler Jugend e altre organizzazioni dell’epoca.
E a proposito di SS, documenti del Bnd (servizi segreti tedeschi) finora inediti rivelano che Fidel Castro chiamò allora a Cuba almeno due ex SS naziste come addestratori militari. Parola del quotidiano Die Welt. All’apice della tensione internazionale, il 26 ottobre del 1962, racconta il quotidiano, il Bnd scrive in un rapporto di aver appreso che Castro aveva fatto assoldare ex membri delle SS naziste come ”istruttori per i militari cubani”. Alla data del rapporto il Bnd era riuscito a raccogliere prove della presenza sull’isola di almeno due ex SS dei quattro che avevano risposto all’invito di Cuba. Restando in tema hitleriano, è di giugno 2013 la notizia secondo cui il leader della Corea del Nord ha regalato alle sue persone di fiducia il “Mein Kampf”, stampato in tiratura limitata di 100 copie.

venerdì 9 agosto 2013

Cibi avvelenati in una società terminale...

di Roberto Marrocchesi

Nota dell' autore – il seguente articolo è fondato su una raccolta dati di natura medica, nutrizionale, epidemiologica e sociale svolta negli USA da fonti indipendenti. Se è vero che i fenomeni sociali moderni nascono in quel Paese per venire poi esportati nel mondo Occidentale, possiamo prevedere gli stessi fenomeni da noi entro pochi anni, o anche meno. I segni ci sono già tutti. 

Ci sono più di cinquemila specie di mammiferi sul pianeta Terra, ma solo una di loro è pazza. Non vi è che una specie di mammiferi che volutamente avveleni (e pure i suoi figli), iniettando tossine, sostanze chimiche neurolesive nella maggior parte dei membri della specie. Detta specie è, naturalmente, l'Homo Sapiens.
Se ci si guarda intorno per il pianeta, si vedono decine di migliaia di specie di mammiferi, uccelli, rettili e insetti. Cinque cose che tutti questi hanno in comune è:

1) Nessuno di loro mangia alimenti trasformati. Mangiano, non trasformati, alimenti crudi dalla natura.
2) Nessuno di loro prende farmaci.
3) Nessuno di loro inietta la prole con vaccini tossici tenuti insieme con prodotti chimici nascosti.
4) Nessuno di loro pratica l'agricoltura meccanizzata chimica e la monocoltura.
5) Nessuno di loro vive in deliranti mondi artificiali di TV o Internet.

Eppure l'uomo, la specie più folle del pianeta, abitualmente s'impegna in tutte e cinque di queste cose, avvelenando il corpo, la mente e i propri figli con metalli pesanti, pesticidi, mercurio, conservanti, farmaci che alterano la mente, solventi chimici, OGM e deliri di programmazione mentale.
E quindi non è davvero una sorpresa vedere dove questo ci porta. Oggi la nostra società è dominata da immagini di pervertiti affamati di potere, bugiardi patologici al potere, artisti squilibrati balbettanti idiozie inneggianti a Satana come Lady Gaga , giornalisti semi-comatosi che leggono il telegiornale della sera o il nuovo canale TV che ospita gente che va predicando l'infanticidio chiamandolo "aborto post-natale".

Qual è la causa principale di tutta questa follia? Ė VELENO. Fisico, chimico, biologico.
Gli esseri umani si stanno avvelenando a morte.
Considerate queste verità scioccanti della società moderna:

• Il nostro cibo è volutamente riempito di veleni chimici per farlo sembrare più vivace (nitrito di sodio), o più sapido (MSG-glutammato), o per durare più a lungo sugli scaffali (conservanti vari).

• I nostri farmaci sono riempiti con molecole di fluoro per renderli altamente reattivi per le cellule cerebrali (SSRI).

• I nostri vaccini son formulati con tracce di mercurio e adiuvanti metilici che danneggiano il cervello a provocare una risposta "infiammatoria" nel sistema immunitario che avviene anche per causare autismo, convulsioni e danni cerebrali.

• I nostri prati sono irrorati con veleni sintetici che causano il morbo di Alzheimer e la depressione.

• L' acqua potabile è utilizzata come discarica di rifiuti tossici da smaltire: fluoro e composti chimici che altrimenti avrebbero dovuto essere trattati come rifiuti tossici.

• Alimenti destinati al consumo umano sono intenzionalmente privati della maggior parte dei minerali, vitamine e sostanze nutrienti per promuovere la malattia massima, mentre alimenti destinati al consumo animale son fortificati con minerali, vitamine e sostanze nutrienti per promuovere l'ingrasso ottimale. (Se non ti rendi conto che il tuo cibo è spogliato della nutrizione, chiediti perché zucchero e pane sono entrambi bianchi quando le piante da cui provengono sono verde e marrone ...)

• I media insegnano al pubblico che la nutrizione è inutile, ma che la prescrizione di farmaci sono "nutrienti essenziali" necessari per una vita sana.

• Vi è il piombo nei cosmetici, cadmio nel riso, arsenico nelle alghe, mercurio nei vaccini e alluminio in quasi tutto. La razza umana si sta pesantemente avvelenando con metalli pesanti.

Queste tossine causano danni al cervello.
L'effetto cumulativo di metalli dà intossicazione, avvelenamento da fluoro, avvelenamento da pesticidi, avvelenamento da vaccini e intossicazione alimentare nel loro insieme sono un danno cerebrale biochimico irreversibile.

Viviamo in una società in cui il 90% o più della popolazione ha letteralmente il cervello irreparabilmente danneggiato. Questo è il motivo per cui l'irrazionalità è andata aumentando ovunque si guardi. Ė per questo che la gente continua a comprare gli stessi veleni che li hanno già avvelenati mentre ingoia farmaci per mascherare i sintomi di avvelenamento, avvelenando così se stessi ancora di più con le medicine.

Ė per questo che il trattamento per il cancro è un cocktail chimico ("chemioterapia") che provoca, come effetto secondario superiore, più cancro. Ed è per questo che un sottoinsieme in rapida espansione della popolazione è ormai del tutto incapace di leggere, di analizzare le parole, di parlare in frasi coerenti o persino di impegnarsi in qualcosa di simile ad un discorso razionale.

Le conseguenze di questa epidemia di danni al cervello sono sconcertanti. Per cominciare, l'intero sistema della giustizia e della democrazia su cui si fonda la nostra repubblica si suppone riguardi persone sane di mente. Il concetto sacro di una "giuria di vostri coetanei" dipende dai vostri concittadini come sani di mente. L'idea del voto agli uffici pubblici richiede anche elettori sani al fine di raggiungere risultati sani, e il sistema di "libero mercato" del capitalismo e della scelta del consumatore presuppone che i consumatori sappiano prendere decisioni razionali per guidare quel mercato.

Ma non lo fanno. I consumatori hanno il cervello danneggiato, han subìto il lavaggio del cervello, son istupiditi e manipolati. Gli elettori sono illusi e intenzionalmente confusi. Le giurie sono manipolate e male informate. In ogni settore della società, dove un gruppo di persone sane di mente avrebbe dovuto ripristinare l'equilibrio e la ragione, ora abbiamo i pazzi alla guida della società.

Mai prima nella storia del mondo il carico tossico sull'uomo è stato così grande (e tragico). Mai prima d'ora l'abisso tra il sano e il folle fu così ampio (e quindi pericoloso). Viviamo in un'epoca in cui la razionalità è estranea alle masse. Come esempio molto semplice, non importa nulla agli elettori americani che Obama ha violato ogni singola promessa elettorale, compresa l'etichettatura degli OGM, la chiusura di Guantanamo, la riduzione del deficit del bilancio federale, migliorare la trasparenza del governo, offrire a prezzi accessibili l'assistenza sanitaria sociale e la protezione della Costituzione.

Ha gravemente violato ognuna di queste promesse, ma i suoi sostenitori in qualche modo continuano a credere in lui. Tale convinzione è del tutto irrazionale, incomprensibile.
Ma non è più pazzo di coloro che ciecamente appoggiarono l'amministrazione di Bush, o di Clinton, o di qualsiasi altro. Sostenitori ciechi hanno in comune il fatto d'avere il sistema cerebrale danneggiato e quindi non in grado di pensare razionalmente.

La situazione è diventata così perversa che chi presenta almeno una traccia di razionalità è immediatamente e pubblicamente disprezzato. Ad esempio, quelli che vedono il crollo economico imminente sono ampiamente ridicolizzati come incompetenti di economia e finanza. Coloro che vedono la rapida costruzione dello Stato di Polizia sono teorici della cospirazione. Coloro che espongono i pericoli degli OGM o la criminalità del settore farmaceutico (come me) sono "anti-scienza" perché non vogliono essere ingannati dalle ciarlatanerie della scienza-dogma del settore biotecnologico prostituita a fini di lucro.

Solo le persone con danni cerebrali sono ormai considerate "normali”; quando l'incidenza di danni al cervello attraverso la società è così diffusa che chi presenta un comportamento intelligente viene evitato come un emarginato, la società è già nella sua fase finale del collasso. 

Adulti che gestivano la società nel 1950 sono stati nutriti con cibi reali nel 1920 e '30. Quei cibi consistevano, in larga parte, di alimenti freschi del giardino o coltivati localmente. OGM non esisteva. Vaccini tossici erano appena agli inizi. Gli additivi chimici sono stati raramente consumati e prodotti farmaceutici sono stati considerati farmaci da utilizzare esclusivamente su persone malate, e non sull'intera popolazione.

Come risultato, la maggior parte delle persone che vivevano nel 1950 ha cercato di essere sana e intelligente. Molti erano geni di fatto per gli standard odierni. La matematica della scuola elementare nel 1950 seguiva programmi che, oggi, sono nei corsi universitari: l'algebra e la geometria di base, per esempio. A dieci anni i bambini nel 1950 potevano leggere romanzi classici. I ragazzi di oggi riescon a malapena a leggere fumetti.

Ingegneri e scienziati del 1950 sono stati brillanti. Con niente di più che semplici regoli calcolatori, potevano eseguire matematica di alto livello che umilierebbe i professori universitari di oggi. Ma gli scienziati di oggi sono spesso solo executive aziendali vomitanti scienza fraudolenta sui farmaci brevettati o semi OGM.

Alla fine dei '40 e per tutti i '50, Big Food cominciò a sfornare alimenti impoveriti di nutrienti a un ritmo mai visto prima nella storia della civiltà umana. Così i ragazzi del 1960 hanno avuto alimenti impoveriti ma sapidi - le cose avevano il sapore ma mancava un vero nutrimento. Con il 1970, erano tutti a mangiare pane bianco, zucchero e altri non-cibi.
Con gli anni '80, gli americani erano ormai allevati con questi cibi-imitazione, che li rese sciatti e pigri, e nei '90 sono diventati deliranti, ed ecco il boom del.com, che divenne ben presto un'icona. Con l'inizio del 2000, l'America era completamente entrata in modalità "danni cerebrali" che è stata esacerbata con l'arrivo di George W. Bush, il primo presidente USA completamente cerebroleso, che aveva difficoltà nel completare frasi o pensieri: ciò che apparentemente ha fatto di lui un uomo così popolare è il fatto che gli elettori condividevano la stessa disabilità cognitiva.

I bambini cresciuti nei primi anni del 1990 tra farmaci e cibi spazzatura sono ormai i giovani elettori della società. Sono sostenitori di Obama, e sono pesantemente danneggiati dai metalli, i pesticidi, i vaccini, gli OGM e sostanze chimiche di sintesi. Questa generazione è del tutto incapace di imparare o di afferrare concetti fondamentali di matematica, storia, scienze o anche la lingua. Funzionalmente analfabeti e cognitivamente annullati, sono i nuovi "lavoratori zero-class" su cui si basa l'economia di Obama. Non hanno competenze, son demotivati e senza nessun valore per la società che non sia una semplice abilità di lavoro manuale, che sarà presto sostituita da robot umanoidi.

Eppure in America hanno ancora un voto. Questo è esattamente il motivo per campagne politiche che continueranno ad assecondare la loro ignoranza, sfidando ogni razionalità nella ricerca di sostegno popolare e delega dalle grandi masse del tutto obnubilate.
Han chiamato queste persone elettori "scarsamente informati". Ma è solo vero a metà. Essi non sono soltanto a bassa informazione: sono clinicamente cerebrolesi. Perché si può buttare tutte le informazioni che vuoi su di loro, ma non gli entra niente. I cervelli non possiedono più la neurologia per archiviare, elaborare e recuperare informazioni significative.

In effetti, essi non sono più funzionanti membri di una società civilizzata.
Siamo circondati da masse di cerebrolesi.

Queste persone sono ovunque intorno a te, sedute nel tuo consiglio comunale, prendendo il tuo ordine al ristorante, a girare carte in qualche ufficio, versando cemento per la vostra prossima casa, e persino intente a diagnosticare nella clinica locale. Essi sono la società che vedete intorno a voi, e sono la ragione per cui la società si sta sgretolando.
Sono vittime, naturalmente ... vittime del micidiale dogma "scientifico" di sostanze chimiche, OGM, farmaci da presa in giro e vaccini tossici. Il danno, tuttavia, è ormai così diffuso e così completo che la società non potrà mai recuperare. Da qui, è tutto in discesa, con le masse lobotomizzate la società tocca il fondo e ne conseguirà una moria di massa .

Un giorno, la razionalità e l'intelligenza saranno ancora una volta valutate come facoltà da ammirare e incoraggiare nella nostra gioventù. Quando quel giorno arriverà, sarete testimoni della rinascita di una civiltà che risorge dalle ceneri della nostra odierna società decerebrata. Gli storici definiranno l'Era 2000 - 2020 come la più bizzarra nella storia umana, dove una neurologia difettata ha portato alla società difettata ... e in ultima analisi al collasso globale che ha causato la moria di massa.

La lezione in tutto questo? Quando il cibo non è più nutriente, ma un vettore di veleno, la società non può sopravvivere. Se si vuole risolvere il male della società, è necessario correggere il cibo prima.

giovedì 8 agosto 2013

"Tolkien. Tradizione e modernità nel Signore degli Anelli” di Stefano Giuliano.

( Barbadillo)
TLotR

La perturbante ed insieme affascinante vis “inattuale” di J. R. R. Tolkien non può non colpire un lettore avvertito, consapevole della ricchezza tematica, linguistica, narrativa e persino teoretica dell’opera e insieme dell’intera indagine culturale del professore di Oxford. Ne Il Signore degli Anelli – ma più in generale nell’intera epica ambientata nel mondo di Arda – si realizza infatti un processo di natura centripeta: le amplissime ed eterogenee ricerche dell’autore inglese, come affluenti di un fiume in piena, si riversano in un alveo centrale, configurando uno spazio unitario ed insieme policentrico. Multiformi risultano essere dunque le radici della creazione tolkieniana. Basti qui indicare, a titolo esemplificativo, gli studi linguistici e filologici compiuti fin dalla giovinezza e divenuti professione a seguito del conseguimento della docenza universitaria, l’indagine letteraria, la passione per le saghe ed i miti, fra cui in particolare il Beowulf, di cui lo studioso realizzo un’analisi, intitolata Beowulf: The Monsters and the Critics, ritenuta tuttora di notevole validità scientifica.
La componente connessa all’ impianto mitico, simbolico ed archetipico di Tolkien è oggetto del recente saggio di Stefano Giuliano, J. R. R. Tolkien. Tradizione e modernità nel Signore degli Anelli (Edizioni Bietti, Milano 2013). Si tratta dell’edizione riveduta – di fatto esito di una sostanziale riscrittura – del volume Le radici non gelano (Ripostes, Battipaglia 2001) la quale, attraverso un’esposizione lucida e coinvolgente, si pone l’arduo compito di proporre una nuova chiave di lettura de Il Signore degli Anelli, unendo ipotesi ermeneutiche eterodosse ad un valido apparato scientifico, basato su una bibliografia davvero sterminata.
Giuliano delinea un’esegesi delle vicende legate all’One Ring a partire dall’ assunzione di un dato inoppugnabile, anche se ancora oggi sovente contestato: la plurivocità dei capolavori letterari e l’intersecarsi, in essi, di differenti piani di lettura che dialetticamente si sovrappongono, divergono e si sintetizzano. Il pluralismo epistemologico continua tuttavia ad incutere timore presso i soloni del pensiero unico, incapaci di concepire la possibile esistenza di diversi piani del reale che trascendano quello meramente letterario, specialmente nei riguardi dell’opera tolkieniana.
Trova così legittimazione la rivendicazione polemica di Gianfranco de Turris, eminente studioso di Tolkien ed autore della prefazione al volume di Giuliano, secondo cui le differenti “interpretazioni non s’inficiano o contraddicono a vicenda, bensì si integrano fra loro”. Interpretare allora Tolkien oltre il piano linguistico, psicoanalitico e sociologico non significa rifiutare la loro validità, bensì offrire una diversa angolazione capace di fornire una spiegazione di componenti dell’opera altrimenti incomprensibili, perché inscindibilmente connesse ad una dimensione simbolica e metaforica – intese come apertura dinanzi al mistero in quanto, etimologicamente, meta-ferein, “portare oltre” – in un superamento del materiale e del contingente all’ interno di un’inquadratura trasfigurante.
Nuovi occhi per il più lontano. E una nuova coscienza per verità restate fino ad oggi mute”, scrive Nietzsche a titolo programmatico nella prefazione a L’Anticristo. Un approccio genealogico acuto, diretto ambiziosamente a calarsi nel baratro dei concetti e dei fenomeni e a ricostruirne non la scaturigine iniziale bensì la provenienza processuale e l’emergenza storica. Uno scorgere che è insieme un sapere, come rivela saggiamente il mondo greco attraverso la tragedia di Edipo, ove le rispettive differenze tendono a sfumare. Un solco metodologico ed interpretativo che l’opera di Giuliano compenetra e congiuntamente configura, da un lato ampliando le ricerche già svolte in Italia, dall’altro suggerendo nuovi spunti per ricerche future. Scelta ermeneutica decisiva dell’autore, da cui si dipanano vasti approfondimenti, è l’interpretazione del Signore degli Anelli come un viaggio iniziatico, percorso di crescita spirituale dei protagonisti conseguito mediante un iter simbolico rifacentesi alle civiltà antiche, accomunate, nell’ ottica perennialista fatta propria dall’ autore, da riferimenti sapienziali e mitologici originariamente comuni.
Giuliano impiega dunque nel proprio saggio il vastissimo patrimonio mitico e religioso indoeuropeo, dal mondo classico latino e greco a quello barbarico, dall’ epica medievale ai romanzi arturiani, dalle chansons de geste alla Divina Commedia, dalle saghe del Beowulf e del Kalevala sino ai nessi con l’epopea di Gilgamesh e la tradizione vedica. Il materiale, sconfinato, è maneggiato con maestria, grazie all’inquadramento del patrimonio mitico in percorsi analitici strutturati sulla base di richiami a vedute e temi elaborati da grandi intellettuali a cui Giuliano si riferisce, talora in modo esplicito, talora in via indiretta. Fra i principali: Dumézil, per quanto concerne la tripartizione funzionale indoeuropea; Eliade, in virtù dei suoi studi sulla religione e sul simbolo; Jung ed Hillman, in riferimento alle tematiche dell’inconscio collettivo e degli archetipi.
Lo studio mira, a partire da un’analisi della simbologia presente nel mondo mitopoietico “subcreato” da Tolkien, a stabilire una connessione con l’evo moderno e le sue contraddizioni. “Scomparsa ogni metafisica, crollate le gerarchie, private di senso fedi e credenze, divenuti precari tutti i modelli di riferimento, i libri di Tolkien, con il loro portato eroico-mitico, le valenze morali collegate alle vicende dei protagonisti, le foreste di simboli che attraversano il lettore, hanno avuto successo non tanto e non solo perché narrano storie avventurose, ma perché, in un’epoca segnata dal disincanto, hanno restituito significato al mito, dato nuovo vigore ad idee e valori antichi, offerto un antidoto al materialismo e al cinismo moderni”. Il fantastico appare così non come uno svago per sognatori e perditempo, bensì come un ancoraggio ad una patria spirituale edificata per mezzo di simboli, miti e tradizioni che stanno svanendo nell’ annullamento nichilistico di una modernità tesa a condurre l’uomo in una utopia da intendersi non più come spazio propositivo e liminale ma come semplice “non-luogo”, deserto di senso arido e inospitale. “Senza mito ogni civiltà perde la sua sana e creativa forza di natura: solo un orizzonte delimitato da miti può chiudere in unità tutto un movimento di civiltà” afferma Nietzsche ne La nascita della tragedia, rilevando la criticità della medesima questione. In Tolkien il mito emerge prepotentemente, secondo Giuliano, nella figura del viaggio iniziatico, “il cui modello si riassume nella nota formula: partenza/iniziazione/ritorno, dove l’esperienza della morte e della rinascita, che sempre si accompagna al penetrare nell’ Altro Mondo e all’ uscirne, si configura come evento trasfigurante, di crescita fisica e spirituale, che conduce i protagonisti ad una condizione di tipo superiore”.
L’iniziazione è così attuazione di una morte al mondo capace di condurre ad un trans-ire diretto all’ acquisizione di un’identità rinnovata. Tale dinamica si mostra nell’alchimia, nelle mitologie tradizionali ed anche nel cristianesimo, in cui essenziale è per il fedele la costruzione di un “corpo glorioso” sul modello del mistero cristico, quello che l’amico e collega di Tolkien C. S. Lewis riproduce nel personaggio di Aslan, figura esperiente il miracolo della morte e resurrezione.
Nel Signore degli Anelli l’iniziazione si invera nel viaggio, che è “un percorso di formazione dell’Io, un itinerario di sperimentazione interiore dove si sviluppano facoltà e abilita per divenire altro da sé, secondo uno schema di perdita (del vecchio essere) ma anche di acquisizione (di un nuovo sé)”. Tale viaggio verso il centro, in tensione verso la polarità assiale, si realizza mediante la nekyia, una discesa agli Inferi sperimentata come catabasi spirituale. Tale motivo, già mitico (basti pensare a Gilgamesh, Eracle o Orfeo), omerico, virgiliano e dantesco, si ripropone nel Lord secondo uno stilema di reiterazione volto a delineare una direttiva di Bildung metamorfica e progressiva, attraverso la quale l’eroe immerge la propria dimensione archetipica nel flusso del divenire, acquisendo maturazione e consapevolezza.
Attorno a tali tematiche Giuliano si impegna nella trattazione di numerose altre questioni care a Tolkien: il problema della tecnica e della scienza moderna, la natura del male e del peccato, le dinamiche contraddittorie dell’animo umano, i concetti di guerra e regalità, il potere del linguaggio e della dialettica, e via dicendo. L’intera ermeneutica del saggio trova un poderoso riscontro nella distinzione operata da Tolkien stesso fra le nozioni di allegoria e applicabilità: “Personalmente [...] detesto cordialmente l’allegoria in tutte le sue manifestazioni. Preferisco molto di più la storia, vera o immaginaria, con i suoi diversi gradi di applicabilità al pensiero e all’esperienza dei lettori. Penso che molti confondano «applicabilità» con «allegoria», ma l’una consiste nella libertà del lettore, l’altra nel voluto dominio dell’autore”. L’interpretazione di Giuliano risulta così fondata solidamente: nelle pagine tolkieniane, il lettore non cerca una trama per così dire “noumenica”, segreta ed allusiva, bensì consegue una ricezione dell’epos della Terra di Mezzo in base alle proprie categorie esperienziali e spirituali.
Così, sullo sfondo dei miti, si impone il dramma della contemporaneità, quella che il professore inglese vide sorgere e che sperimentiamo quotidianamente. “Nostalgia e rimpianto innervano alcune delle pagine più intense del Lord. Amarezza per il trascorrere del tempo, per la transitorietà della vita, l’invecchiare del mondo, mentre il lontano passato e idealizzato e avvertito come aureo e migliore del presente. Tuttavia, altrettanto forte e la cognizione della necessita del divenire, dell’inevitabilità del mutamento: l’età degli Elfi , degli Hobbit, degli Ent sta per compiersi e quella narrata nelLord sarà la loro ultima avventura. Un’epoca meravigliosa tramonta, ma la sua fine, per quanto difficile da accettare, e indispensabile. É necessario lasciare spazio al tempo degli uomini, anche se molte cose belle scompariranno per sempre”. In questo bagliore di amor fati o, in modo più coerente rispetto alla Weltanschauung tolkeniana, di accettazione del destino provvidenziale, si coglie tutta la potenza di un pilastro della cultura novecentesca, capace di dare forma plastica a quelle intuizioni della “morte di Dio” (in senso storico), del “tramonto dell’Occidente” e della tecnica come “impianto” formulate da titani del pensiero critico.
Rimane in Tolkien uno slancio di speranza, quella virtù teologale così difficile da mantenere integra nei frangenti più drammatici, in base a cui lo scrittore ha affiancato agli archetipi eroici tradizionali delle figure radicalmente innovative, in quanto foriere di una rinnovata potenzialità mitica: gli Hobbit, “eroi eminentemente moderni”.

mercoledì 7 agosto 2013

Cotto il primo hamburger di carne sintetica.

di Pietrangelo Buttafuoco.

Cotto il primo hamburger di carne sintetica. Non è succulento, non ha infatti grassi ma siccome il principio – fatte salve le norme eco-compatibili – è sempre quello del mangiare carne, possedere carne, comandare carne finirà che perfino il dionisismo verrà sottoposto all’ ulteriore prova di progresso. Non ci sarà nulla di succulento ma si arriverà di sicuro a estrarre staminali dalla viva pappa di navigati maschi seduttori e di altrettante femmine maliarde per farne un impasto vegetale da cui verranno generate macchine erotiche de-personalizzate con cui intrattenersi senza più implicazioni di carattere sentimentale o, meno che mai, sessista. La semina della specie verrà operata in vitro, in apposite placente, nessuno avrà da disturbarsi con tenzoni d’amore e pure la felicità, quel primo bacio, verrà risolto con uno strappo al cellophane. Quello del preservativo che sarà, va da sé, l’ultima uniforme concessa al primordiale istinto di vita.

martedì 6 agosto 2013

NASCE CASAGGì IN VERSILIA: LA COMUNITA' CRESCE SENZA SOSTA...

Un nuovo nucleo di Casaggì è nato. E' la Versilia il nuovo avamposto della nostra Comunità militante, che dopo i nuclei di Firenze, Empoli, Grosseto, Valdichiana, Siena, Arezzo e Pisa mette radici anche nella provincia di Lucca. Una sfida importante, nata dal basso e totalmente autofinanziata. Una risposta movimentista al vuoto di un tempo condito dall'apatia più nera e dalla sfiducia più profonda. La volontà di andare avanti con la consapevolezza di avere solide gambe e percorsi già tracciati, nel solco di una tradizione identitaria fatta di passione, di idee, di progetti e di sacrifici. Mille alalà per questa ciurma!

Il commento. La destra dell’avvenire tra entusiasmi giovanili e creatività culturale.

di Mario Bozzi Sentieri (Barbadillo)


Largo ai giovani e bando alle “etichette” ? D’accordo. 
Per le vere ripartenze, politiche e non solo, c’è bisogno di entusiasmi giovanili e di creatività culturale. Troppe volte l’uso improprio dell’appartenenza è servito, dietro certe maschere ideologiche, a nascondere senilità intellettuali, conformismo, quindi sterilità politica. Qui, oggi, c’è bisogno di discontinuità vere, generazionali, ma non solo. C’è bisogno di riscrivere l’agenda della contemporaneità, partendo dalle tante, troppe, domande inevase, e dai problemi con cui l’Europa, tutta l’Europa, deve fare i conti (al di là dei Pil, dello spread, dei tassi di disoccupazione, dei debiti, dell’efficienza dei rispettivi Paesi).C’è bisogno di “fare” l’avvenire – come scriveva Georges Bernanos, per il quale “L’avvenire è qualcosa che si domina. Non si subisce l’avvenire, lo si fa”. Già questa è una base di partenza non di poco conto: riprendersi il futuro come atto primario di volontà, scrollandosi finalmente di dosso tutte le stanchezze, le frustrazioni, i tabù che pesano sui giovani d’oggi.Allora “partecipare” avrà un senso. Perché, rotta finalmente la cappa dell’alienazione rispetto alla “politica”, partecipare vorrà dire sentirsi interni ad un comune destino, laddove – per dirla con Arthur Moeller van den Bruck – la stessa democrazia va vista quale “partecipazione di un popolo al proprio destino”.
Ed ancora, in questo senso, radicamento e partecipazione potranno andare di pari passo, espressione – affermava Simone Weil – di una domanda complessa ed insieme naturale, in quanto “imposta dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall’ ambiente”.
Ho volutamente pigiato sulle citazioni, convinto che più che dalla sistematicità dei “manifesti”, oggi ci sia bisogno delle suggestioni che vengono da aspettative ed idee “alte”, proprie di una cultura non contingente.Dopo avere parlato di avvenire, di destino, di partecipazione e di radicamento, è però necessario guardare agli orizzonti nuovi rispetto ai quali occorre confrontarsi. 
E qui, più che le “certezze” sono le domande a prendere il campo: di fronte alla crisi epocale con cui dobbiamo quotidianamente fare i conti, sono sufficienti le vecchie ricette di scuola a prefigurare una via d’uscita ? Al capitalismo globalizzato e alla finanza senza patria possiamo concedere tutto lo spazio del “libero mercato” senza regole, né controlli? E come coniugare concretamente globale e locale ? E dove costruire l’auspicata “partecipazione” ? Il comunitarismo ha un senso ? E c’è spazio per ritrovare nelle comunità di lavoro gli strumenti concreti della partecipazione ? Possono i nuovi media digitali farsi essi stessi strumenti partecipativi ? E che ruolo dare all’ associazionismo nella costruzione di un nuovo sistema partecipativo ? E alla sussidiarietà ? E ai partiti ? Chi è, oggi, il “nemico principale” rispetto al quale orientare sfide e scelte ?
Intorno a queste domande ed evidentemente a molte altre ancora si giocano le possibilità di costruire non solo risposte efficaci alla crisi, quanto strumenti aggregativi e culturali nuovi e con essi una giovane classe politica all’ altezza delle sfide contemporanee, in grado di farsi forza “mobilitante”.
Passatemi, in chiusura, l’ultima citazione. Come scriveva Abel Bonnard, “la gioventù di un grande Paese, in tempi felici riceve esempi, in tempi di crisi li dà”. 
Meditate, giovani, meditate e datevi una mossa…

lunedì 5 agosto 2013

Il mondo fino a ieri.

di Eduardo Zarelli ( ilribelle.com)


Recentemente è stato tradotto e pubblicato per le Einaudi il libro dell’antropologo premio Pulitzer Jared Diamond che già dal titolo, Il mondo fino a ieri. Che cosa possiamo imparare dalle società tradizionali, si pone a confronto con la modernità. Nelle isole del Pacifico e dalle testimonianze sugli Inuit, sugli Indios dell'Amazzonia, sui San del Kalahari, sui Nuer o sugli Andamani e molti altri popoli, emerge il mondo di ieri e qui, fuori da una scontata nostalgia, torna per confrontarsi con la verità stessa della vita, che – ereticamente, per i contemporanei – non è fatta di desideri individuali da trasformare in diritti. 
Dai viaggi in aereo ai telefoni cellulari, dall'alfabetizzazione all'obesità, la maggior parte di noi dà per scontate le caratteristiche della modernità, ma la società umana, per la quasi interezza dei suoi svariati milioni di anni di vita, non ha conosciuto nulla di tutto ciò. E se il baratro che ci divide dai nostri antenati primitivi può apparirci incolmabile, osservando le società tradizionali ancora esistenti, o esistenti fino a poco tempo fa, possiamo farci un'idea di com'era il nostro antico stile di vita. Insieme alla consuetudine di trasmettere usi e costumi (tradizioni), l’uomo aveva saggezza di vita, misura, capacità di adattamento e sopravvivenza senza violare gli equilibri naturali. L’antico non sbaglia mai, sul modo di accostarsi agli anziani; l’antico educa i figli, nel momento in cui li alleva; l’antico, quando sente un’afta scavare l’incavo del labbro, mette il sale sulla ferita, cauterizza senza farsi piagare da una pomata allopatica, che il linguaggio affinato definisce “crema”. L’antico magari sbaglia - è iscritto nel senso tragico del “limite” - ma si prende sempre la responsabilità del suo agire, è quindi fonte di ammirazione e di lezioni degne di essere imparate, a partire dall'approccio tradizionale a questioni universali. In realtà Diamond afferma poi che le società tribali sono considerevolmente più violente di quelle industrializzate e che “la maggior parte dei popoli tribali si trova intrappolata in uno stato di guerra cronico”. Per questo, non solo hanno bisogno dell’intervento dello Stato per mettere fine ai loro comportamenti cruenti, ma lo apprezzerebbero anche. 
Dubitabile, nonostante la maggior parte dei risultati della ricerca di Diamond abbia origine dal periodo trascorso in Nuova Guinea, l’autore non parla né tiene conto dell’invasione e dell’occupazione della Papua occidentale da parte del governo indonesiano, responsabile dell’uccisione di circa 100.000 indigeni papuasi.
Forse sarebbe più opportuno confrontarsi con le culture native su un altro piano, ove non sono le istituzioni a cambiare il carattere e il pensiero degli uomini, a renderli religiosi o scettici, o a insegnare loro a governarsi da soli, invece di appoggiarsi allo Stato e ridursi in schiavitù. Se una società ha più successo di un'altra, noi attribuiamo la riuscita alle sue istituzioni, e la stessa cosa avviene per il fallimento; non ci viene in mente di incriminare la civilizzazione, le odierne società industriali, diventate autodistruttive. Se correggiamo questo pregiudizio ed esaminiamo la vita sociale tradizionale, scopriamo che, dietro l'impressionante varietà delle forme culturali che monopolizzano ancora oggi l'attenzione degli antropologi, esistono dei tratti comuni, i quali si caratterizzano come principi universali di consapevolezza olistica, di condivisione cosmocentrica.
Uno dei comuni denominatori delle comunità tribali è appunto la relativa assenza di istituzioni governative. Nei popoli tradizionali, la funzione legislativa, paragonata a quella delle civiltà più complesse, è ridotta; tutto ciò di cui i rapporti sociali hanno bisogno è fornito dalle norme consuetudinarie, che hanno il ruolo di garantire l'adesione autorevole agli usi e costumi. Nelle società primarie, infatti, non esiste alcunché di corrispondente alla nostra accezione di governo. La cosa che assomiglia di più a un'istituzione politica è il Consiglio degli Anziani, uso a interpretare le tradizioni e i costumi della tribù incarnanti l'esperienza e le pratiche delle generazioni precedenti. Paradossalmente, una società del genere ha un elevato livello di ordine: l'assenza di istituzioni formali, invece di permettere qualsiasi cosa, come ci si potrebbe aspettare, è associata a una rigorosa disciplina e alla rigida adesione al codice etico della tribù. Un comportamento che in una società instabile verrebbe represso da una brutale coercizione, in una società tribale lo si evita con la pressione sociale, la persuasione morale (cioè esemplare), ì provvedimenti degli anziani e la paura di fare un torto agli antenati, ossia agli Spiriti. Si condivide un ethos pubblico, identificato sacralmente con il bene comune.
Le società moderne, in realtà, sono sistemi disgregati; le società tribali osservano invece le leggi elementari, che governano il comportamento di tutti gli altri sistemi naturali. È difficile valutare le implicazioni del nostro rifiuto di accettare che l'uomo possa essere parte di sistemi più vasti, quali una famiglia, una società, un ecosistema proprio come le cellule non si rendono conto di fare parte di un organismo biologico. In entrambi i casi, si potrebbe pensare che il comportamento tenda solo a soddisfare uno scopo individuale. In tal modo, il sistema - che dipende dalla cooperazione delle parti - sarebbe condannato inevitabilmente alla disintegrazione. In un organismo vivente, uno sviluppo simile si chiama metastasi: le cellule proliferano in modo erratico, come i membri di una società egoistica. 
Il principio più importante delle società tradizionali è che esse sono orientate verso uno scopo. Ma quale? La risposta è la stabilità, e non si tratta di uno stato fisso nello spazio-tempo, ma di una specie di corsa o traiettoria, in cui le discontinuità, gli squilibri e i bilanciamenti sono ridotti al minimo. Fino a poco tempo fa, le società umane obbedivano a questa esigenza di stabilità: le finalità della cultura erano il mantenimento delle norme. La stabilità come sinonimo di continuità non significa immobilità: un sistema immobile, incapace di adattarsi a un ambiente mutevole, non sarebbe stabile. Si pensi alla resilienza di un ecosistema, la capacità di tornare a uno stato simile a quello iniziale, dopo avere subito uno sconvolgimento dovuto a un evento di tipo antropico o naturale (inquinamento, disboscamento, cambiamento climatico, invasione da parte di una o più specie esogene ecc.). 
Una volta accettato il fatto che la stabilità è un obiettivo, abbiamo a disposizione dei criteri, per giudicare le strategie comportamentali utilizzate per governare le società umane. Invece di emettere giudizi arbitrari e soggettivi, possiamo valutare queste strategie in relazione al criterio oggettivo dell’armonia, perché ogni sistema stabile è autoregolato. Per il sistema sociale, questa autoregolazione è garantita da una coerente visione del mondo. La visione del mondo della società industriale porta alla dissipazione; quella dei popoli tradizionali, al contrario, ha permesso loro di perpetuarsi nella forza rituale, che addomestica il tempo senza invadere lo spazio. 
In molte culture tradizionali ritroviamo una parola, per definire tale modello di comportamento: per gli Indiani dell’epoca vedica, era rta; nell’Avesta, è a_a; per gli antichi Egiziani, era maat; un altro termine indù, in seguito mutuato dai buddhisti, è dharma; per i Cinesi, era Tao. 
Il Tao come “principio primo” di tutte le cose. Tutti gli esseri viventi, uomini inclusi, fanno parte di questo ordine naturale onnicomprensivo soggetto alTao, che ne è il principio regolatore. Il Tao come ordine della natura, ne governa l’azione. Nella tradizione taoista, «l’uomo si conforma alla Terra, la Terra si conforma al Cielo, il Cielo si conforma al Tao, il Tao si conforma alla spontaneità». La spontaneità è sinonimo di naturalezza, categoria eversiva nel mondo artificiale del contrattualismo sociale e del dominio tecno-scientifico. Fuori dal conformismo delle convenzioni, l’uomo deve «volgersi alla radice», ossia riconquistare quelle condizioni di spontaneità, che vigevano prima dell’introduzione della regola sociale. Una visione politica, basata su queste leggi e sul modo in cui opera il mondo del vivente, sarà indisposta a un potere autoritario (tecnocratico), che etero-dirige gli elementi fondanti l’organismo stesso, e sarà invece propensa alla autorevolezza di un potere condiviso e partecipativo, la cui sede decisionale è nella vitalità della comunità. 

domenica 4 agosto 2013

La parabola ventennale di Berlusconi e il crollo dei valori

di Massimo Fini

Un padre si rese conto che suo figlio era diventato un delinquente. Allora lo convoco' e gli fece una solenne ramanzina. Il figlio lo ascolto' con molta attenzione. Poi disse, dolcemente: «Vieni con me». Camminarono per un po' finchè giunsero nei pressi di un bosco e vi si inoltrarono. Il figlio strappo' un ramoscello da un albero, lo porse al padre e gli chiese di spezzarlo, cosa che l'altro fece con gran facilità. Ne strappo' un altro solo di poco meno esile e chiese al padre di fare la stessa cosa. Non ci furono problemi. Poi indico' un ramo piuttosto robusto e ingiunse: «Spezzalo». E il padre lo fece con una certa fatica. Andarono avanti in questa maniera con rami sempre più grossi. Finchè ne arrivo' uno che per quanto l'uomo si sforzasse e si impegnasse, madido di sudore, non riusci' a piegare. «Vedi» disse il figlio «se tu quella ramanzina me l'avessi fatta tanti anni fa quando ero ancora un giovane virgulto sarebbe stato facile rimettermi sulla buona strada. Oggi è troppo tardi».

Berlusconi andava fermato subito. Ormai è troppo tardi. E' il vero padrone del Paese, lo tiene in scacco e continuerà a farlo finchè madre natura vorrà. Per la verità ci fu qualcuno che all'inizio ci provo'. L'imprenditore Silvio Berlusconi aveva accentrato nelle sue mani l'intero comparto televisivo privato nazionale. Un oligopolio illiberista e illiberale. Intervenne la magistratura per sanare la situazione. Berlusconi fu salvato da Bettino Craxi (che io considero il primo, vero, grande corruttore di questo Paese) che gli confeziono' una legge ad hoc, la Mammi', che congelava e legittimava la posizione oligopolista dell'allora Fininvest in campo televisivo. Il Cavaliere avrebbe pero' dovuto sbarazzarsi delle sue proprietà nella carta stampata. Disse a Montanelli: «Sono rovinato, devo vendere Il Giornale». E lo cedette a suo fratello Paolo.

Nel 1994 quando decise di entrare in politica non avrebbe potuto farlo senza cedere le sue aziende in quanto una legge del 1957 interdiva l'ingresso in Parlamento a chi fosse detentore di concessioni da parte dello Stato (nel caso di Berlusconi quelle televisive). Il Cavaliere doveva scegliere: o le aziende televisive o la politica attiva. E' il famoso conflitto di interessi. Berlusconi non cedette le aziende e entro' lo stesso in politica nonostante per la legge fosse ineleggibile. Promise un blind trust per il quale, pur rimanendo proprietario, non avrebbe saputo nulla delle attività della Fininvest, nomino' un comitato di 'tre saggi' che non si è mai saputo che fine abbia fatto. Violo' la legge e basta. Volerlo dichiarare ineleggibile ora, a vent'anni dal suo ingresso abusivo in Parlamento, dopo che è stato quattro volte presidente del Consiglio, è semplicemente grottesco. Bisognava impedirglielo allora, bisognava fargli rispettare la legge allora, oggi non ha più senso.

I vent'anni del berlusconismo e dell'antiberlusconismo sono stati atroci. Non parlo qui come giornalista che, non appartenendo a nessuna delle due bande, ha trovato sempre più difficoltà a lavorare fino a subire una sorta di 'conventio ad escludendum' , da destra e da sinistra. Parlo come cittadino e come uomo. In vent'anni ho visto crollare, e non certo per colpa del solo Berlusconi, tutti i valori di stampo ottocentesco che mio padre, che era del 1901, aveva cercato di inculcarmi, onestà, dignità, lealtà, assunzione delle proprie responsabilità, che ho cercato di osservare anche se, ovviamente, non sempre ne sono stato all'altezza.

Quando Berlusconi 'scese in campo' ero un uomo nel pieno del suo vigore. Oggi sono solo un vecchio smarrito che ha perso tutti i suoi punti di riferimento.