venerdì 13 dicembre 2013

Tornano i mutui subprime... più in forma che mai


di Roberto Marchesi (Rinascita)

Nessuno, credo, avrà ancora dimenticato i fiumi di inchiostro spesi tra il 2008 e il 2009 per spiegare ai lettori di tutti i quotidiani il ruolo cruciale svolto dai mutui cosiddetti “subprime”, cioè “secondari, più rischiosi”, nell’innescare la crisi finanziaria iniziata nel 2007 e sfociata subito dopo in quella che poi è stata definita la “Grande Recessione”. Ebbene, questi mutui, che qualcuno ha definito “carta straccia”, e che fino al 2010 erano quasi completamente spariti dalla circolazione, adesso sono tornati in auge. Ovviamente, come è già stato spiegato molte volte, anche in miei precedenti articoli, le cifre che hanno interessato la crisi a partire dal 2008 sono state 100 volte più grandi di quelle che hanno interessato i mutui subprime, e vanno riferite alla mancanza di adeguate regole in tutto il mercato dei derivati finanziari, non solo in quello dei mutui, ma comunque è vero che sono stati questi mutui “subprime” ad accendere la miccia che poi ha dato fuoco a tutto il resto. E’ quindi necessario fare ora un passo indietro per vedere più a fondo cosa sono, come e perché questi mutui vengono offerti a condizioni più onerose dei mutui “prime”, e capire anche come mai ci sia un gran numero di risparmiatori disposti a mettersi in portafoglio titoli di credito che, apparentemente, nessuno dovrebbe desiderare di avere. La prima cosa da dire è che il termine “subprime” lo trovate solo sui foglietti informativi delle banche, ma nelle denominazioni correnti del mercato è più probabile trovarli invece sotto la voce “cov-lite” (molto utile a mimetizzare questo “sottoprodotto” finanziario). Cov-lite è l’abbreviazione di “covenant light”, che significa “condizioni leggere”. Perché condizioni leggere? Innanzitutto qui non stiamo parlando dei mutui per l’acquisto di case, ma di mutui per il sostegno agli investimenti delle imprese (ndr: era proprio il lavoro che facevo io quando ero in banca). Normalmente, per concedere un mutuo ad una impresa, la banca dovrebbe prima procedere ad una approfondita analisi sia patrimoniale che reddituale dell’azienda richiedente, poi dovrebbe valutare se l’investimento da finanziare è coerente con i piani economici aziendali, poi dovrebbe esaminare in previsione l’impatto con il mercato settoriale e infine, a titolo cauzionale, dovrebbe considerare il caso che tutte queste valutazioni, per qualunque ragione, si rivelino sbagliate e che occorra perciò avere adeguate garanzie che consentano il recupero del credito concesso. E poi, per avere ulteriore certezza sulla corretta impostazione finanziaria dell’impresa, dovrebbero essere aggiunte delle condizioni (covenant) relative all’obbligo di procedere, in certe condizioni, ad aumenti di capitale, accantonamenti a fondi rischi, ecc. ecc. Tutto questo c’è però solo nei mutui normali (prime loans) che però sono sempre più rari, perché costano molto tempo e lavoro alle banche (che comunque si fanno pagare) e soprattutto costano un severo impegno da parte delle aziende, che in certi sono sottoposte ad una vera e propria “libertà vigilata”. E’ così che, grazie anche alle continue vittorie delle lobbies che bloccano praticamente ogni riforma tendente a mettere delle regole nel mercato finanziario, ormai diventano sempre meno le imprese e le banche disposte a passare attraverso queste “forche caudine” dei mutui “prime”. Visto che è più semplice, preferiscono tutti, quando e’ possibile, praticare un “cov-lite”, cioè il prestito senza condizioni. Recentemente lo ha fatto anche la “Dell”, quella dei personal computers. Michael Dell, il suo fondatore, volendo fare il buy-out della sua impresa (cioè acquistare in proprio le azioni circolanti nel libero mercato) gli servivano circa 9 miliardi di dollari da aggiungere ai quasi 30 di cui disponeva già insieme alla private equity firm Silver Lake. Ha così deciso di finanziarsi quei 9 miliardi proprio con una operazione di “cov-lite” (covenant light), molto più semplice e rapida. Infatti quando a fare queste operazioni sono delle finanziarie non-banche le regole sono ancor più “leggere”, non solo in relazione alle “condizioni” (covenant) ma addirittura anche in relazione alla pubblicità dei soggetti titolari del debito. Le banche hanno certi obblighi di trasparenza che le finanziarie non hanno, quindi se a concedere il mutuo è una finanziaria l’importo del debito (il mutuo) puo’ essere cartolarizzato e trasformato in titoli di risparmio offerti ad un buon tasso di remunerazione agli investitori, senza l’obbligo di informare sul livello di rischio connesso all’operazione. Rischio che, in assenza di una completa indagine all’origine e senza le “condizioni” utili a mantenere un buon livello di solvibilità del debitore è in molti casi molto più elevato di quello che viene messo a conoscenza del risparmiatore che acquista quei titoli nel mercato. Non è il caso di Dell, ma potrebbe essere per esempio il caso di Learfield Communication una società americana del Missouri che, pur avendo un giro d’affari di soli 40/mln di dollari circa nel 2012, ha ottenuto quest’anno da Deutsche Bank e GE Capital mutui per 330/mln di dollari. Ma, come al solito, queste banche non si tengono in tasca i mutui fino al loro rimborso, li trasformano in titoli di risparmio e li piazzano sul mercato a ignari investitori. Non sanno più come fare a far soldi le banche, le finanziarie, gli Hedge Fund, le “Private Equity Firms”, ecc. perciò abbassano sempre di più il livello di controllo sulla solvibilità dei mutuatari e alzano di conseguenza il rischio di insolvenza. Rischio che però non si tengono loro, ma passano interamente nelle mani dei meno “scafati” piccoli risparmiatori, attratti dai buoni rendimenti che questi titoli offrono. Attualmente il volume raggiunto da questi mutui (548,4 miliardi di dollari, al 14 novembre) ha già superato persino il livello (535/miliardi) di dollari raggiunto nel 2007. Ma il volume di crescita sta diventando sempre più rapido e se le operazioni tipo “Learfield” crescono di pari intensità, è praticamente certo che anche questa bolla arriverà al punto di scoppiare. Non è detto che, come nel 2008, appicchi il fuoco a tutto il resto (anche se è molto probabile), tuttavia chi si troverà in tasca queste cartolarizzazioni piangerà.