domenica 16 dicembre 2012

L'eterna lotta fra opposti da cui nasce la saggezza


di Marcello Veneziani

«Laggiù tutto è ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà». Anche per un poeta maledetto come Baudelaire che attingeva a piene mani al disordine, alle brutture e allo spleen, il paese ideale era tutto «ordine e bellezza».



Pensavo all'Invito al viaggio di Baudelaire e poi la cantavo nella versione di Battiato e Sgalambro, andando a Napoli a concludere sabato scorso l'incontro di tre giorni di Capri-Enigma dedicato a L'ordine e la bellezza. Tema insolito per i convegni internazionali dell'associazione guidata dal vulcanico Raffaele Aragona, giunti alla XVII edizione. Parlare d'ordine a Napoli vi sembrerà grottesco; di bellezza un po' meno, perché pur immersa nelle brutture e nel degrado, Napoli conserva i tratti, il fascino e la voluttà della bellezza. Per Napoli Baudelaire è forse la guida giusta, perché nessuno più di lui può rappresentare insieme lo splendore e il degrado, il lusso e la corruzione, la miseria e la nobiltà, la luminosità e l'oscurità di Napoli e i suoi fiori del male. Proprio su questo mare, nel 2000, lanciai con Giorgio Albertazzi un Manifesto della Bellezza, che presentammo al premio Elsa Morante, con Raffaele La Capria e Dacia Maraini, in verità piuttosto riluttante. Ci torno ora per ricevere un premio largamente immeritato se i suoi canoni sono l'ordine e la bellezza. Sono un disordinato fin nel cervello, perché mancino; e quanto alla bellezza il meglio che si può dire è che ne sono un portatore sano.


La bellezza oggi non evoca più D'Annunzio ma Dostoevskij e la sua celebre frase - la bellezza salverà il mondo - ma affiancarla all'ordine resta un bell'azzardo. I primi commenti al tema oscillavano infatti tra la sospetta nostalgia reazionaria verso il mondo classico alla più sospetta nostalgia di ricostruire la disciolta visione fascista, fondata sull'autorità e il primato estetico. Ma ricordatevi di Baudelaire, rassicuravo i sospettosi, e di Simone Weil: «L'ordine è il primo bisogno dell'animo, cioè il più vicino al suo destino eterno». 

Non denigrate i principi costitutivi di ogni civiltà attraverso l'uso negativo che talvolta se ne fa: l'ordine è un principio fondativo e necessario di ogni società, organizzazione e assetto urbano. Non va demonizzato nel nome di una rappresentazione distorta o dispotica. È come se bandissimo la parola amore perché ci sono molti delitti, stupri, violenze, ossessioni e stalking in suo nome. E poi, l'ordine correlato alla bellezza si ingentilisce, assume una purezza classica e si ritrova con la bellezza nella comune origine di cosmo e cosmesi. L'ordine è bellezza e la bellezza è ordine, ambedue si fondano sulla misura e sull'armonia. Entrambi danno forma all'informe e s'oppongono al caos che deforma gli elementi e li confonde. I principi fondativi dell'ordine corrispondono ai principi costitutivi della bellezza, descritti da San Tommaso: proportio, integritas e claritas, cioè proporzione, integrità e chiarezza. In cielo e in terra, dalle partiture musicali all'ordito e la trama dei tappeti, stretto è il nesso tra ordine e bellezza. 

L'ordine degrada quando diviene meccanico e non organico, quando è solo estrinseco e non intrinseco; così la bellezza degrada quando non è annuncio di luce ma solo involucro e apparenza, e dunque è solo estrinseca e non intrinseca. Insieme si compensano: l'ordine è maschile e la bellezza è femminile, l'ordine è adulto e la bellezza è puerile, l'ordine infonde serenità e la bellezza gioia. L'ordine è la finestra e la bellezza è la luce che vi penetra. Ordine e bellezza sono principi metafisici. L'ordine è il disegno intelligente che organizza il mondo. La bellezza è la gloria del mondo cantata dalla luce: vela il suo splendore la nostalgia dell'invisibile. Pensare è ordinare il caos, cogliere la bellezza è attivare sensi soprannaturali. Per Pavel Florenskij come per Cristina Campo, l'ordine e la bellezza sono il riflesso in terra di principi spirituali e trascendenti. Ordine e bellezza insieme sono quanto più si avvicina in terra alla perfezione. E tuttavia, è forte e radicato anche il richiamo che esercita il loro rovescio: il fascino del caos primordiale, la passione del mostruoso, del sublime. C'è qualcosa che ci attrae come una forza elementare, originaria, davanti allo spettacolo dell'orrore, dell'enorme, del tempestoso. E c'è qualcosa che ci spinge talvolta a vivere l'ebbrezza della trasgressione, il disordine creativo. Del sublime ne trattava già nell'antichità lo pseudo-Longino, e in epoche più vicine a noi il conservatore Burke e il temperato Kant. 

E del caos, della confusio, del disordine, cantavano i romantici, che misero in conflitto ordine e bellezza. Ma prima di loro, i greci avevano già assegnato alla doppia vocazione degli uomini, verso il chiaro e distinto e verso l'oscuro e l'indistinto, a due dei, Apollo e Dioniso. Apollo è il dio solare dell'ordine e della bellezza, il dio della misura e dell'armonia. Dioniso è il Dio notturno della trasgressione e dell'ebbrezza, del delirio e degli eccessi. Nietzsche scoprì quel dualismo tragico e divino e scrutò il fondo ribollente del dionisismo dietro la calma luminosa del mondo greco. Quell'hybris o vertigine d'infinito che covava dietro la predilezione greca per il limite e la misura. Il dio in ombra che a volte irrompe nella società presente, dominata dalla ragione strumentale, cioè dalla tecnica e dall'economia, è Dioniso. È lui il signore di tutte le trasgressioni - alcol, droga, eros e velocità, fanatismi sportivi e deliri di ogni genere. È possibile frenare ma non sopprimere queste pulsioni originarie della società e della gioventù in particolare; meglio incanalarle per limitarle e per governarle, prevedendo valvole di sfogo e riti di catarsi. L'ordine non può mai essere totalitario, impone confini ma deve a sua volta accettare un confine che non può valicare; deve lasciar spazio alla notte, fermarsi sull'orlo dell'infinito. 

E così la bellezza sfiorisce nel culto assoluto e narcisistico di se stessa, deve riconoscere intorno a sé il non bello e ciò che risponde ad altri ordini, deve accettare la varietà del reale. Aurea regola è il politeismo: mai votare una società a un solo dio, l'Ordine o la Bellezza, o il loro rovescio; o anche la Libertà o l'Eguaglianza. Tutti i monismi o i monoteismi in terra, producono oppressione, menzogna e negazione della vita e solitamente si rovesciano nel loro contrario. Tutto ciò che è umano, attiene all'umano o abita tra gli uomini non può essere solo e assoluto. Anche l'ordine. Anche la bellezza. Ciascuno al suo posto. La saggezza umana è nel fragile equilibrio tra questi dei.

sabato 15 dicembre 2012

Ai malati "tagliano" pure l'acqua







                                                    
di Valerio Pugi (Secolo d'Italia)

I tagli imposti dalla legge di spending review e da quella di stabilità sono «inapplicabili», tanto che «per il 95% delle aziende sanitarie la politica di rigore si tradurrà in una riduzione dei servizi e delle prestazioni rese ai cittadini». A lanciare l’allarme è il presidente della Federazione italiana di Asl e ospedali (Fiaso), Giovanni Monchiero, presentando ieri una ricerca condotta tra le stesse aziende sanitarie sullo stato di attuazione della spending review in sanità. L’indagine Fiaso è stata condotta su un campione rappresentativo di 45 tra Asl e ospedali (il 20% del totale) e scatta la fotografia sui risultati ottenuti dalle aziende sanitarie e ospedaliere nella ricontrattazione dei contratti di fornitura di beni e servizi. Punto di partenza è la spending review della scorsa estate, che imponeva alle aziende di tagliare del 5% i contratti di fornitura, che vanno dai servizi di lavanderia e mensa ai dispositivi medici come le protesi e le risonanze magnetiche. Un taglio che la legge di stabilità, in via di approvazione in Parlamento, ha poi raddoppiato portandolo al 10% nel 2013. «Purtroppo – avverte Monchiero – i primi segnali non sono positivi e molte aziende si vedono già costrette a tagliare su altri fattori produttivi, come ad esempio il personale, oltre a quei servizi territoriali dove è più facile intervenire, come l’assistenza domiciliare o quella agli anziani nelle case di riposo». Da tutta l’Italia – afferma Monchiero – «arrivano segnali inquietanti, regioni virtuose incluse». L’obiettivo dei tagli imposti è dunque irrealizzabile, poiché – rileva la Fiaso – «nell’anno in corso i fornitori, in media, hanno concesso sconti solo del 2%, mentre la riduzione attesa per il 2013 cresce appena al 2,6% contro il 10% programmato dalla legge di stabilità». Inoltre, proprio le Regioni più virtuose, che non sono in piano di rientro, sono quelle più in difficoltà, con sconti che toccano appena l’1,8% nel 2012 e l’1,9% nel 2013. Segno – avverte la Fiaso – che «i tagli lineari finiscono per penalizzare chi è stato fino ad oggi più efficiente e non quindi nella condizione di ottenere altre riduzioni di prezzo da contratti già ridotti all’osso».

E’ soprattutto sulla manutenzione degli impianti che si sono abbattuti i tagli delle aziende ospedaliere per ottemperare all’obiettivo del 5% di riduzione dei prezzi per il 2012 e del 10% per il 2013 previsto dalla spending review e dalla legge di stabilità. Ad essere state maggiormente «aggredite» dalla rinegoziazione dei contratti – afferma la Fiaso – «sono state quelle funzioni accessorie, quali la manutenzione di impianti, tecnologie e beni non sanitari, dove gli “sconti” sono stati in media del 3,4%, quindi superiori alla media. Appena sopra la quale si sono collocati anche gli acquisti di beni non sanitari, con la riduzione dei costi del 2,5%». Meno bene è andata invece per i servizi non sanitari, come quelli di mensa e pulizia, dove non si è andati oltre a riduzioni medie di spesa dell’1,9%. Per i dispositivi medici – tra i quali apparecchiature delicate come Tac, Risonanze o stent coronarici – la riduzione di costo è stata di un «modesto» 1,6%. Come dire – sottolinea la Fiaso – «che per ottenere i risultati auspicati dalla spending review bisognerebbe agire riducendo la qualità di dispositivi e apparecchiature dai quali dipende la salute delle persone». Le aziende ospedaliere hanno comunque tutte attivato procedure di rinegoziazione con i fornitori: il campione delle 45 aziende dell’indagine ha in media contattato 212 ditte, con esiti però negativi nel 44% dei casi, mentre le negoziazioni conclusesi positivamente sono solo il 28%. Nel 60% dei casi – rileva l’indagine – tutto ciò «ha comportato una riduzione dei volumi o dei contenuti delle prestazioni». Dal taglio dell’acqua per i ricoverati alla somministrazione di farmaci col contagocce ai pazienti: sono questi alcuni esempi simbolici dei tagli evidenziati dalla Fiaso. «Alle Molinette di Torino – rivela la Federazione – si stanno somministrando ai pazienti farmaci con il contagocce; alcune Asl laziali hanno comunicato a voce o per iscritto ai pazienti, nutriti artificialmente a domicilio, che le soluzioni nutrizionali non potranno più essere fornite in misura sufficiente».

Per il 2014 si determineranno 18 miliardi di sottofinanziamento rispetto al fabbisogno stimato per la spesa sanitaria: il dato, a dir poco allarmante, deriva da una tabella della Ragioneria dello Stato rielaborata dalla Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso) e illustrata ieri dal presidente Giovanni Monchiero. Sulla base di questi numeri emerge «che nel 2014, a fronte di una spesa sanitaria prevista pari a 129,19 miliardi circa, il finanziamento statale programmato sarà invece di 110,79 miliardi, con un conseguente sottofinanziamento pari a 18,40 miliardi. Per il 2013, invece – ha aggiunto Monchiero – il sottofinanziamento rispetto al fabbisogno di spesa sanitaria sarà pari a 15,88 miliardi». Dalla Fiaso arrivano comunque alcune proposte: definire un sistema di prezzi di riferimento più congruo, costituire una Agenzia sui dispositivi medici per definire la congruità dei prezzi e «sostituire il sistema iniquo dei ticket con un più equo sistema di pagamento “a franchigia” proporzionato al reddito».

Le Regioni, dal canto loro, sottolineano la necessità di arrivare ad un nuovo Patto per la salute per gli anni 2013-2015, «strumento fondamentale per un efficace governo della spesa pubblica, come dimostrato dai risultati ottenuti negli ultimi anni». Lo hanno affermato i presidenti delle Regioni, al termine della Conferenza. «Senza la soluzione delle questioni relative alle risorse finanziarie necessarie per l’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea), non solo non sarebbe possibile sottoscrivere il patto, ma si aprirebbe una situazione di grave e insostenibile incertezza», hanno proseguito i governatori. Le Regioni chiedono che nella legge di stabilità siano ricercate «le condizioni minime che consentano, attraverso innovazione e riqualificazione dei servizi sanitari, la tenuta del sistema». La Conferenza delle Regioni ha ribadito poi la necessità e l’urgenza di arrivare ad uno sblocco degli investimenti previsti e già concordati per le strutture sanitarie. Per questi motivi le Regioni fanno appello al governo e al parlamento perché siano accolti gli emendamenti presentati e illustrati nel corso dei recenti incontri con i capigruppo al Senato.

venerdì 14 dicembre 2012

Acqua:Europa tra inquinamento,siccità e alluvioni

di Angela Lambaglia

Quadro preoccupante dall'ultimo rapporto dell'Agenzia europea dell'Ambiente sulla salute di laghi, fiumi e torrenti dell'Unione: inquinamento, sprechi e modifiche artificiali dei corpi idrici, tra le principali cause del cattivo status delle acque, in un'Europa sempre più alle prese con siccità e alluvioni.










                                                                      

Sono preoccupanti i dati dell'ultimo rapporto dell'Agenzia europea dell'Ambiente sulla salute di laghi, fiumi e torrenti dell'Unione

Più della metà dei corpi idrici superficiali in Europa ha uno status ecologico a rischio e richiederà misure di mitigazione e ripristino nei prossimi anni. E in sedici Stati membri, su ventisette, oltre il 10% dei corpi sotterranei risulta in cattivo stato chimico. A fare il punto sulla salute di laghi, fiumi e torrenti dell'Unione è l'ultimo rapporto sulla qualità delle acque dell'Agenzia europea dell'Ambiente (Aea), che ribadisce l'allarme lanciato dalla Commissione Ue, presentando la strategia per la salvaguardia delle risorse idriche.
I problemi sono diversi e interessano la qualità come la qualità delle acque europee, il Nord come il Sud del vecchio continente.

In cima alla lista, l'inquinamento: se cala la presenza di fosfati e ammoniaca, supera i livelli di guardia la presenza di nitrati provenienti dai fertilizzanti agricoli e, soprattutto, si profilano nuove minacce, con la comparsa in ambienti acquatici di sostanze - come antibiotici e farmaci - che possono sconvolgere l'equilibrio ormonale nell'uomo e negli animali non umani.

Ma a peggiorare la qualità delle acque sono anche altre forme di intervento umano: per l'Agenzia europea dell'Ambiente, modifiche artificiali quali dighe e serbatoi stanno alterando gli habitat e minacciando i normali processi di nutrizione, riproduzione e migrazione.

Sul fronte quantità, immancabile il capitolo sprechi: dall'agricoltura - compresa la produzione di biocarburanti - all'industria, l'Agenzia registra ancora troppa inefficienza nei consumi idrici.

Ma sono soprattutto gli eventi climatici estremi a preoccupare l'istituto europeo, che chiede un ripensamento della legislazione comunitaria, finora poco attenta a questi aspetti. Secondo l'Agenzia, la pressione dei cambiamenti climatici sta rendendo più frequenti i periodi di siccità e i fenomeni alluvionali. E la cementificazione selvaggia ne sta aggravando le conseguenze, con l'effetto di indebolire la salute degli ecosistemi e la loro resilienza, cioè la capacità di assorbire elementi di disturbo.
I paesi colpiti da siccità sono passati dai 15 del periodo 1971-1980 ai 28 del decennio 2001–2011

I paesi colpiti da siccità sono passati dai 15 del periodo 1971-1980 ai 28 del decennio 2001–2011 e il fenomeno non interessa più solo il Sud e il Centro Europa, ma anche le regioni settentrionali. Tra i paesi a rischio, anche l'Italia, che - con Belgio, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Malta e Regno Unito - sta sperimentando di conseguenza anche un calo della falda freatica.

Ma sull'Italia pesano sempre più anche gli eventi alluvionali, dentro un trend che vede intensificarsi ovunque la frequenza di questi episodi: basti pensare che delle oltre 325 grandi inondazioni dei fiumi registrate dal 1980, più di 200 si sono verificate a partire dal 2000. Un peggioramento che l'Agenzia collega agli effetti del riscaldamento globale, ma anche ad anni di cementificazione selvaggia che hanno drasticamente ridotto la capacità del terreno di assorbire l'acqua.

Purtroppo di prevenzione si parla ancora poco e neanche i costi economici della gestione dei disastri sono bastati finora a imporre a una diversa gestione del territorio. Legambiente ha calcolato in oltre un miliardo di euro la cifra stanziata dallo Stato per gli eventi calamitosi di natura idrogeologica che dal 2009 ad oggi hanno colpito tredici Regioni italiane e, secondo i dati del Ministero dell'Ambiente, il dissesto idrogeologico interessa l'89% dei comuni italiani.

Un'iniziativa il dicastero guidato da Corrado Clini, in realtà, l'ha in mente: è una strategia nazionale per l'adattamento ai cambiamenti climatici, con dentro investimenti per 40 miliardi di euro diretti ad aumentare la protezione dal rischio di frane e alluvioni.

Circa la sua realizzazione, però, solo punti interrogativi: troppi soldi per le casse dello Stato, a meno che il Governo italiano non ottenga una deroga al patto di stabilità per il costo degli interventi di contrasto al dissesto idrogeologico. Una possibilità introdotta dal Consiglio europeo – e quindi dai capi di Stato e di Governo dell'Unione - il 29 giugno scorso, ma solo per le misure che possono contribuire alla 'ripresa'. Sicurezza e tutela ambientale non sarebbero nel conto. Per farcele rientrare il ministro dell'Ambiente Corrado Clini ha scritto ai commissari europei per il Clima e l'Ambiente, Connie Hedegaard e Janez Potocnik, chiedendo supporto. Ad oggi, nessuna risposta.

giovedì 13 dicembre 2012

CENA DI NATALE A CASAGGì FIRENZE!



La destra fiorentina si ritrova e si fa gli auguri. Domenica 23 dicembre, a Casaggì Firenze, le realtà e le individualità della destra identitaria fiorentina si danno appuntamento, come ogni anno, per brindare al Natale e dare vita ad una cena sociale.

Sarà l’occasione per vivere un momento comunitario e fare il punto sulla situazione politica locale e nazionale, in vista dei nuovi progetti politici che stanno prendendo corpo in questi giorni grazie alla spinta di Giorgia Meloni. Ma sarà anche un’occasione di socialità, grazie alla raccolta solidale che i militanti di Casaggì stanno mettendo in piedi, per restare al fianco degli italiani indigenti e dei senza tetto: si raccoglieranno generi di prima necessità e coperte, che verranno poi distribuite dagli attivisti.

L’appuntamento è alle ore 20 con una cena a buffet composta da piatti caldi e varietà della cucina toscana. La serata proseguirà con la musica e con gli interventi dei dirigenti locali e nazionali, degli eletti nelle istituzioni e al consiglio comunale fiorentino e degli ospiti che vorranno prendere parola.

Ci si prepara, inoltre, per la grande mobilitazione tricolore in ricordo dei martiri delle foibe che, come da tradizione, ci vedrà impegnati nel mese di febbraio con il corteo del ricordo, anche quest’anno condiviso da tutte le realtà presenti sul territorio.

DOMENICA 23 DICEMBRE DALLE 20
NATALE COMUNITARIO
cena sociale e raccolta solidale
CASAGGì FIRENZE – VIA FRUSA 37 (STADIO)

USA: vietato criticare i droni

di Michele Paris

Dopo settimane di accurate indagini e ricerche, il Dipartimento di Polizia della città di New York qualche giorno fa ha arrestato l’artista locale Essam Attia, al quale sono stati contestati ben 56 capi d’accusa. Lo sforzo messo in atto dalla polizia newyorchese sembrerebbe dover essere giustificato, ad esempio, dalle azioni di un pericoloso terrorista.

L’unico crimine compiuto dal 29enne originario del Maine è stato invece quello di avere affisso nelle strade della metropoli una serie di manifesti satirici che descrivono il possibile uso di droni da parte del Dipartimento di Polizia per monitorare il comportamento dei cittadini.

Tra il 14 e il 16 settembre scorso, Essam Attia si è finto un dipendente del municipio di New York e ha sostituito decine di manifesti pubblicitari situati nelle apposite teche cittadine con altri di sua creazione che raffiguravano, tra l’altro, una famiglia in fuga presa di mira da un missile lanciato da un velivolo senza pilota con la dicitura “Droni del Dipartimento di Polizia di New York: protezione quando meno te lo aspetti”.

Le forze di polizia hanno alla fine fermato Attia, infliggendogli un’autentica lezione che ha tutte le caratteristiche di una vera e propria vendetta per avere mosso loro delle critiche in maniera così clamorosa. Tra le numerose accuse a suo carico ci sono quelle di furto e possesso di arma da fuoco dopo che al momento dell’arresto è stata rinvenuta nel suo appartamento di Manhattan una vecchia pistola calibro 22 scarica. Dopo il fermo, Attia ha potuto lasciare il carcere su cauzione.

Fotografo, artista di strada e, secondo quanto riportato dall’Huffington Post, “ex analista geo-spaziale” per l’esercito americano in Iraq, Essam Attia aveva spiegato le ragioni del suo gesto in una video-intervista al sito animalnewyork.com il 24 settembre scorso, mascherando il proprio aspetto e la propria voce per evitare di essere riconosciuto dalla polizia.

I manifesti esposti per le strade di New York, affermava Attia, sarebbero serviti per “stimolare un dibattito sull’uso dei droni nello spazio aereo americano”. A suo dire, “alcuni dipartimenti di polizia in Texas già ne hanno a disposizione ed è solo questione di tempo prima che arrivino anche a New York”. Attia ha poi ricordato che “in questo momento i droni vengono utilizzati per uccidere delle persone. Sono armati e lanciano missili. Stiamo combattendo una guerra illegale in Pakistan ma nessuno sembra volerne parlare”.

La provocazione di Essam Attia prefigura uno scenario che potrebbe diventare reale negli Stati Uniti in un futuro non molto lontano. Lo scorso mese di febbraio, infatti, il Congresso di Washington ha approvato una legge che dà il via libera all’impiego fino a 30 mila droni nello spazio aereo domestico entro il 2020, principalmente con funzioni di sorveglianza.

I velivoli che la CIA e i reparti speciali dell’esercito operano regolarmente in paesi come Pakistan, Yemen o Somalia, prendendo di mira presunti accusati di terrorismo, sono invece già in funzione da qualche tempo lungo il confine con il Messico per tenere sotto controllo l’immigrazione illegale. Autorità locali e federali hanno infine già in dotazione svariati droni, come ad esempio negli stati di California, North Dakota, Maryland, Florida e Nebraska.

Proprio a New York, poi, sono recentemente emerse le prove di discussioni tra il Dipartimento di Polizia e l’agenzia federale che sovrintende all’aviazione civile (FAA) nelle quali il primo ha affermato appunto di stare valutando il possibile uso di aerei senza pilota come strumenti di prevenzione del crimine.

La polizia dei New York ha peraltro già istituito un reparto speciale di intelligence al proprio interno dopo l’11 settembre 2001, deputato al monitoraggio e alla raccolta di informazioni su individui considerati potenziali minacce per la sicurezza nazionale, in particolare quelli di fede musulmana o appartenenti a gruppi di protesta come Occupy Wall Street.

La diffusione dei droni anche in territorio americano comporta inoltre la creazione di un mercato che può valere svariati miliardi di dollari e le aziende produttrici svolgono perciò da tempo un’intensa attività di lobby per ottenere nuove commesse da parte del governo federale e delle autorità statali e di polizia.

Alla Camera dei Rappresentanti è addirittura già stato creato un gruppo parlamentare (House Unmanned Systems Caucus) formato da una sessantina di deputati che si adoperano per la promozione dei droni sul suolo nazionale.

L’evoluzione dei droni e l’utilizzo capillare che ne verrà fatto anche internamente confermano dunque ancora una volta come le tecniche sviluppate per fronteggiare la cosiddetta guerra al terrore contro minacce esterne saranno sempre più utilizzate per controllare e reprimere il dissenso domestico negli Stati Uniti.

Un’arma quella dei droni che, assieme ad altre già consolidate, risulterà dunque fondamentale per la classe dirigente d’oltreoceano in un contesto storico caratterizzato dalla crisi strutturale del capitalismo e dall’aumento delle tensioni sociali in conseguenza delle politiche sempre più reazionarie messe in atto per salvare l’attuale sistema e i rapporti di classe esistenti.

mercoledì 12 dicembre 2012

Inverno demografico e crisi economica

                                                                                     
di Claudio Risè

L’Europa, con l’Italia in buona posizione, ha in questi anni tre primati che fanno pensare: il maggior sviluppo di patologie psichiatriche; la crisi economica più persistente; il tasso di natalità più basso nel mondo, solo 1,47 figli per donna. Per avere una popolazione almeno stabile ne occorrerebbero 2,1.
Che ci sia un nesso tra questi tre primati? Se ne parla poco, ma è molto probabile. I rapporti fra sviluppo economico e demografico, e tra invecchiamento e demenza, sono noti.
Chi lavora con l’inconscio sa che la comparsa dei bambini nei sogni annuncia sempre l’arrivo di nuove energie, la possibilità di reagire alle spinte depressive, a stanchezze e pessimismo. Il perché non è poi difficile da capire: il bambino significa nuova vita, nuova forza vitale, e così è visto in tutte le culture.
In quella cristiana dove l’arrivo del bambino Gesù, attorno al solstizio d’inverno (fra poco), segna l’inizio nascosto del rinnovamento. Ma anche, ad esempio, nella cultura Maya (se ne parla oggi a proposito delle sue previsioni di “fine del mondo”), che nel momento del suo fulgore adorava un dio fanciullo e buono, Xochipilli, sostituito poi con una figura tenebrosa e crudele. Cominciarono allora a moltiplicarsi i sacrifici di bambini al dio Sole, e quella civiltà si avviò alla decadenza e alla scomparsa.
Insomma la posizione di una persona o di un gruppo verso la riproduzione e i bambini segnala efficacemente il suo sentimento verso la speranza nel futuro, e la sua disponibilità al rinnovamento: personale, culturale, sociale. Riflette anche la sua propensione alla sessualità.
Tutte le statistiche, anche cliniche, mostrano infatti che nelle società con pochi bambini si finisce anche col fare meno l’amore, e si moltiplicano i problemi sessuali. Come se separare riproduzione e sessualità col tempo rendesse quest’ultima meno interessante, e ne indebolisse la salute e lo slancio.
Minor ottimismo, minor piacere e poca speranza, tendono poi ad indebolire e mettere in crisi anche lo sviluppo economico.
Una popolazione anziana ha meno “nuove idee” (e voglia di crederci, e realizzarle), di una giovane. E l’Europa è l’unica area del nostro mondo globale nella quale gli anziani (il 16, 4% ha più di sessantaquattro anni), sono più numerosi dei bambini.
In Italia è dal 1994 che ogni anno i morti sono di più dei nati, ed oggi il 15% del Pil è destinato ai pensionati (il 22% della popolazione).
Oltre al calo di produttività, inoltre, la riduzione della popolazione giovanile diminuisce la possibilità di mantenere le pensioni alla popolazione anziana, e di finanziarne l’assistenza medica, particolarmente costosa per la diffusione dei disturbi psichiatrici della vecchiaia.
I governi aumentano allora le tasse, ma ciò rende più complicato per i pochi giovani costituire una famiglia e mantenere i figli. Si finisce così col promuovere un modo di pensare ostile alla riproduzione e ai bambini, come dimostrano le associazioni e gruppi tedeschi “childfree” (liberi da figli), del resto presenti anche in Italia, specie nelle regioni del nord.
Il giornale inglese Economist, basandosi su queste tendenze, ha calcolato che anche in Germania il tasso di sviluppo economico scenderà al di sotto dell’1 per cento.
L’“inverno demografico” europeo genera nuova crisi economica, ma non sembra causato dalla crisi. In Italia, ad esempio, in testa alle nascite c’è Napoli con tutta la sua disoccupazione, mentre la ricca Milano ha uno dei tassi di natalità più bassi tra le città del mondo.
Spinta vitale e ricchezza non sono la stessa cosa, ma senza la prima la seconda si esaurisce.

martedì 11 dicembre 2012

Sanità nazionale costretta allo sfascio


di Ernesto Ferrante (Rinascita)

Il Sistema Sanitario Nazionale, progressivamente smantellato e aziendalizzato dai governi dell’ultimo ventennio, offre servizi di scarsa qualità e a costi troppo elevati per le attuali possibilità economiche degli italiani.
L’approvazione del maxi-emendamento al Decreto Salute, non servirà, purtroppo, a migliorare le condizioni critiche in cui versa, perché gli “aggiustamenti” apportati, pur contenendo alcune misure migliorative, non andranno ad incidere neanche minimamente sul “ventre molle” del disegno di riordino approntato dal ministro della Salute Renato Balduzzi, vale a dire la drastica riduzione delle risorse destinate al settore sanitario. Grande preoccupazione è stata espressa da Federconsumatori, nella cui dura nota si legge quanto segue: “Ancora una volta ribadiamo che, nonostante la necessità di eliminare di abusi e sprechi, l’ossessione del risparmio non riduce i problemi legati alla controversa questione della sostenibilità del SSN e non può portare alcun beneficio, finendo anzi per accelerare il collasso del sistema stesso. L’attuazione della logica dei tagli rischia di colpire le categorie più fragili, mettendo in discussione la qualità e la continuità delle cure”.
Il crescente costo delle prestazioni e la crisi incalzante, stanno spingendo infatti un numero sempre maggiore di persone a rinunciare a visite e controlli. Un dato, questo, che emerge anche dalle elaborazioni del Censis dalle quali si evince che ben 9 milioni di cittadini-utenti non usufruiscono delle prestazioni di cui avrebbero bisogno per assenza di possibilità economiche. In questo quadro, le spese sanitarie, soprattutto se relative a malattie gravi, possono trasformarsi in un fattore determinante nell’impoverimento delle famiglie. Si stima che per compensare le carenze del sistema pubblico, i costi sociali diretti a carico delle famiglie sfiorino i 6.900 Euro per l’ictus e arrivino a superare i 10.500 Euro per l’Alzheimer. 
Si continua a dire che da noi si spende troppo per la sanità pubblica, ma non è affatto vero.
Al contrario, nel nostro Paese, la spesa pubblica per questo delicato settore, risulta notevolmente più bassa rispetto a quella raggiunta da altri Paesi europei. Tra non molto, procedendo di questo passo, in tanti saranno costretti a rivolgersi a stregoni e fattucchiere...

lunedì 10 dicembre 2012

Obama,un vero Nobel per la pace...


di Massimo Fini

Nei giorni scorsi Barack Obama ha lanciato un duro monito a Bashar al Assad rivolgendosi direttamente al rais: “Il mondo vigila. L'uso di armi chimiche è e sarebbe inaccettabile. Se ne farai uso ci sarebbero conseguenze e ne sarai responsabile”. Su quali sarebbero queste conseguenze Obama lo ha detto apertis verbis a fine giugno: un intervento militare della Nato, con missili, bombardieri e truppe di terra, soprattutto inglesi e francesi (gli americani non vogliono perdere uomini).

Obama è stato messo all'erta dall'intelligence che attraverso i satelliti Usa, che tutto spiano (Stati e uomini) hanno notato movimenti ‘sospetti’ di truppe siriane intorno ai depositi dove il regime custodirebbe le cosiddette ‘armi non convenzionali’ (gas nervino, soprattutto, ma non solo). A me par ovvio che, se Assad possiede davvero queste armi ’chimiche’, protegga particolarmente i loro depositi ora che i combattimenti con i ribelli si sono fatti sempre più ravvicinati, perché se le ‘brigate rivoluzionarie’ se ne impadroniscono per lui è la fine. Ma sarebbero cazzi acidissimi per tutti.

La Siria, fino a prova contraria, è uno Stato membro dell'Onu e un minimo di senso di responsabilità lo deve pur conservare, nelle ‘brigate rivoluzionarie’ ci sono consistenti gruppi jihadisti i quali non si farebbero alcuno scrupolo a usarle contro i Paesi occidentali. I moniti, gli avvertimenti, le minacce a Bashar al Assad sono il preludio a un attacco militare della Siria da parte della Nato, sulla scia di quanto è avvenuto in Libia. Ma non è ciò di cui voglio parlare qui. Mi commuove fino alle lacrime l'umana sensibilità degli americani, il loro sincero orrore per l'uso di ‘armi non convenzionali’ giudicato “moralmente ripugnante e inaccettabile”.

Peccato che gli americani siano stati gli unici a utilizzare la più micidiale. Atomica su Hiroshima e Nagasaki (agosto 1945). Col dettaglio, sempre pudicamente sottaciuto, che Nagasaki fu colpita tre giorni dopo Hiroshima quando già si conoscevano i terrificanti effetti della Bomba. Fornitura, a metà degli anni ‘80, delle famose ‘armi di distruzione di massa’ (gas nervino) a Saddam Hussein perché le usasse contro i soldati iraniani e i ribelli curdi, compito diligentemente eseguito dall'impresario del crimine come lo chiamava Khomeini (5000 curdi iracheni gasati in un sol giorno nel villaggio di Halabya). Uso di bombe all'uranio impoverito in Serbia e Kosovo nel 1999. Più di 50 militari italiani presenti nella regione, che pur erano avvertiti del pericolo e usavano le precauzioni del caso, si sono ammalati di cancro. Sugli ammalati serbi, soprattutto bambini, che come tutti i bambini nei dopoguerra sono attratti dai proiettili rimasti sul terreno, li toccano, li maneggiano, si è preferito non fare calcoli.

Le montagne dell'Afghanistan spianate nel 2001-2002 con bombe all'uranio impoverito mentre con l'uso di quegli stessi gas che oggi si rimprovera ad Assad di poter ipoteticamente usare, si cercava di stanare Bin Laden, o il suo fantasma, dalle caverne in cui si sarebbe rifugiato. Uso a tappeto in tutte le guerre recenti delle cluster, bombe che esplodono a mezzo metro dal suolo, proibite dalle convenzioni internazionali.

Il Mullah Omar aveva proibito l'uso delle mine anti-uomo (quasi tutte di fabbricazione italiana, Oto Melara che, per carità, dà da vivere a tanti lavoratori) perché non sono un'arma di guerra colpendo quasi esclusivamente passanti ignari. Ma il Mullah, si sa, è un ‘criminale di guerra’, Barack Obama un Premio Nobel per la Pace.

domenica 9 dicembre 2012

Diciamo addio all'era dei bamboccioni...


di Claudio Risè


Cosa si aspettano i nostri (troppo pochi) giovani? Capirlo potrebbe aiutare il Paese ad uscire dallo stallo e malessere in cui si trova.

Chi, come genitori, educatori, terapeuti, è a contatto coi più giovani, può individuare con una certa chiarezza alcuni elementi comuni, presenti fra di loro e piuttosto nuovi rispetto alla generazione precedente. Uno è il rifiuto di ogni atteggiamento paternalista da parte dei “grandi”. Questi ragazzi si considerano persone, e sanno cosa ciò significa.

C’è – spesso – la consapevolezza di non sapere molte cose, e a volte la curiosità di conoscerle. Ma ancora più forte è la coscienza della propria dignità. Dal punto di vista psicologico, la loro situazione è diversa da chi li ha preceduti 10 o vent’anni fa. Questi oscillano meno spesso tra depressione e trasgressione, i due poli degli adolescenti a cavallo del millennio. In compenso sono piuttosto stabilmente “arrabbiati”, in modo meno isterico ma più costante.

Gli adulti devono stare attenti a ciò che dicono, a come lo dicono, e soprattutto a ciò che fanno. Possono perdere il loro prestigio in un batter d’occhio: la “rottamazione” è sempre pronta, in agguato, per tutti loro. Questa sensibilità al probabile “imbroglio” dei vecchi, considerato sempre possibile da ragazzini cresciuti tra gli scandali, fa sì che, per la prima volta dopo decenni di disinteresse per la politica, i giovani ora ricomincino ad occuparsene, non lasciandone il monopolio a quelli tra loro che poi vogliono fare “carriera” nello Stato. Anche se, poi, naturalmente, faticano ad individuare dei punti di riferimento, e mantengono comunque (a quanto parrebbe), una certa distanza critica a portata di mano.

La maggior parte di loro, in ogni caso, si considera “fortemente danneggiata” da come la generazione dei loro padri ha esercitato il proprio potere. Si tratta di un fenomeno molto diverso dalle proteste, spesso prevalentemente ideologiche, inscenate dai giovani dagli anni 70 in poi. I ragazzi di oggi danno molto spesso l’impressione di avere a disposizione una calcolatrice virtuale sempre pronta a conteggiare quanto un qualsiasi adulto che tenti di impartirgli lezioni, abbia loro sottratto in termini di pensione, possibilità di avere un posto di lavoro, tenore di vita, serenità familiare, valutazioni di solito assenti nei movimenti dal 68 in poi.

Quasi tutti, infatti, stanno uscendo dalle trappole delle ideologie (marxiste o liberiste), con le quali i “vecchi” – dicono – li hanno derubati da una partenza equa nella corsa della vita. Gli unici riferimenti, più pratici e esistenziali che ideologici, hanno un sapore libertario, con un retrogusto di pacifica anarchia.

Incominciano così a pensare che la libertà dovranno conquistarsela da soli, agendo direttamente, ma senza costruire strutture partitiche o piani particolareggiati. Semplicemente agendo come se si fosse già liberi, come se lo Stato non esistesse.
Un riferimento diffuso tra chi di loro ne cerca (ma non sono molti), non è un politologo o un economista ma un antropologo, David Graeber, ex docente a Yale (autore del recentissimo “Rivoluzione. Istruzioni per l’uso”).

Graeber, tra i protagonisti del movimento “Occupy Wall Street”, sconsiglia vivamente di perdere tempo a “distruggere lo Stato” borghese, proponendo piuttosto di vivere “come se lo Stato non esistesse”. C’è la percezione della crisi provocata nelle tradizionali strutture statuali dai grandi fenomeni contemporanei (globalizzazione, trasformazioni tecnologiche), nei confronti dei quali recuperare libertà e orientamento. Forse, il bamboccionismo è ormai alle spalle.

sabato 8 dicembre 2012

Natale solidale: raccolta di giocattoli

 

Casaggì dà inizio alla raccolta di giocattoli per donare un sorriso ai bambini meno fortunati.
In un periodo nel quale il Natale rappresenta solo l'ennesima occasione di "consumo",con il solo fine di soddisfare il proprio egoismo,diventa importante ricordare quale sia il vero spirito natalizio e la bellezza del donarsi .

Siamo a disposizione tutti i lunedì e sabato dalle 15:30 alle 19:00.

venerdì 7 dicembre 2012

La rivoluzione dentro di noi

di Pier Paolo Dal Monte

Accade sempre più di rado che un libro ci sorprenda, forse perché ne abbiamo letti tanti o, forse, perché sono sempre più rari i libri sorprendenti. Eppure ciò è accaduto con la lettura di questo. Uno dei motivi della nostra sorpresa è stata la scoperta della ricchezza di pensiero di un personaggio che, dobbiamo ammettere, non abbiamo mai troppo considerato e, pertanto non ci siamo mai curati di conoscere a fondo. Abbiamo sì spigolato qua e là qualche pagina della sua vasta opera, ma non siamo andati molto oltre quelle iniziali, considerando quegli scritti dei semplici reportage giornalistici ben narrati o, tutt’al più racconti di viaggio, categoria che non frequentiamo più da vari anni.


Leggendo questo libro abbiamo capito di aver commesso una leggerezza, di aver dato un giudizio affrettato (tanto affrettato da essere un pregiudizio) su qualcosa che meritava ben più di una lettura superficiale. Dobbiamo ringraziare l’autrice per averci fatto scoprire che l’opera di Terzani è molto più di quello che pensammo, ma narra un percorso interiore complesso e profondo (non è forse questo lo scopo di ogni viaggio che non sia semplice evasione da una squallida quotidianità?) ch’ella distilla con maestria per coglierne la quintessenza, dipanando l’aggrovigliata matassa sparsa in un’ampia mole di scritti e tessendola con perizia sino a formare un disegno coerente che mostra quell’archetipico viaggio interiore che dovrebbe costituire la trama della vita di ognuno di noi.

Diceva Henry Miller che “ C’è solo una grande avventura, ed è al di dentro, verso l’essere, e per questo non contano né il tempo, né lo spazio, e nemmeno i fatti.”, l’unico viaggio importante è quello che si percorre verso le profondità di noi stessi, non quello orizzontale, che copre l’estensione cartesiana, ma quello verticale che porta dalla materia allo spirito. Il viaggio della vita, inizia con la catabasi dello spirito che si condensa nella materia i cui siamo fatti -il “peccato originale”- e, nel corso del cammino, quella materia finirà col sublimarsi nuovamente in spirito. L’abilità dell’autrice è stata quella di cogliere il filo del percorso della che Terzani compie nel corso di una vita piena di luoghi, pensieri e persone, fino a confrontarsi, alla fine con una lunga malattia ch’egli coglierà come stimolo per l’anabasi finale.

Uno dei capitoli più importanti del libro, “La materia al centro di tutto”, tratta del complesso ideologico e mitologico che, da quattrocento anni, guida il corso della civiltà occidentale, la cui compulsione verso il “dominio del mondo” ha generato conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. I due miti principali di questo complesso, sono incarnati dal dogma economico e da quello scientista: la scienza e l’economia, da strumenti sono diventati dottrine di fede.

“A volte abbiamo persino l’impressione che la nostra vantata civiltà, tutta fondata sulla ragione, sulla scienza e sul dominio di quello che ci circonda, ci abbia portato in un vicolo cieco, ma tutto sommato pensiamo che la scienza ci aiuteranno a uscirne. E così continuiamo imperterriti a tagliare foreste, inquinare fiumi, seccare laghi, spopolare gli oceani, allevare e massacrare animali, perché questo – ci dicono gli scienziati ed economisti produce benessere”(pag 54)

La critica di Terzani è volta proprio a smascherare la credenza che l’economia sia una forza immanente alla quale bisogna attribuire una fede incondizionata, mentre invece è solo una funzione della società, quella volta a facilitare e –eventualmente- a normare gli scambi di beni e servizi, come già Aristotele comprese più di duemila anni fa.

A proposito dei nostri economisti Terzani si domanda: “Cosa sanno dirci sull’avidità che sta distruggendo il mondo in nome di quello che loro stessi, magari, definiscono progresso? [...] Parole come ‘ingordigia’, ‘avidità’, ‘egoismo’ non compaiono certo nei libri di economa e gli stessi economisti continuano a praticare la loro scienza come se non avesse niente a che fare col destino dell’umanità” (Ibid.)

Queste considerazioni ci ricordano quelle di Nicholas Georgescu-Roegen che, primo tra gli economisti, mise in luce i rapporti tra il processo economico e la seconda legge della termodinamica (quella che definisce l’entropia), arrivando a conclusioni simili a quelle che Terzani esprime nel passo seguente:

“ Quanto ancora potrà durare un mondo così, retto esclusivamente dai criteri incolti, disumani ed immorali del’economia?” (pag 55)

L’autrice, prendendo spunto dagli scritti di Terzani, elabora una forte critica del modello economico che informa la moderna società globale, critica che si inserisce in un solco tracciato da pensatori del calibro di Adorno e Horckheimer, Hannah Arendt e, più recentemente, di figure come Bernard Charbonneau, Andrè Gorz e Serge Latouche; col grande merito di trattare questo tema in maniera assai più semplice ed immediata, alla portata di lettori poco adusi a confrontarsi con opere complesse come quelle degli autori citati, ben comprendendo che, “Immersi come siamo in questa visione del mondo, non ci rendiamo conto di quanto il punto di vista economico, che domina così pesantemente la nostra vita, sia privata che pubblica, non abbia la benché minima valenza universale, ma derivi da un ben definito ambito di pensiero” (pag 137)

Lo stesso dicasi per ciò che riguarda la critica alla “religione della scienza” (alla religione della scienza, si badi bene, non alla scienza in quanto tale), che solo pochi autori hanno saputo condurre in profondità,

“Noi moderni siamo immersi in una mentalità scientifica, la quale, fondandosi sull’assunto che esista un mondo materiale separato dalla mente, pensa che questo mondo possa essere dominato e asservito ai nostri desideri. E’ quindi l’utilizzo di questo mondo a rappresentare il fine ultimo della nostra mentalità scientifica [...]Abbiamo messo la scienza sull’altare al posto della religione, ma la scienza è soltanto una delle possibili visioni del mondo, e il fatto che essa sia quella più moderna, non deve trarci troppo in inganno” (pag. 58, 68)

Terzani non sembra avere un atteggiamento pregiudiziale nei confronti della scienza in quanto tale né, tantomeno, aprioristicamente “antimodernista”, semplicemente egli biasima l’assolutismo culturale che ha messo la scienza su un altare e ne ha fatto un idolo cui si deve fede e venerazione ma che non può essere oggetto di critica, ed è diventato l’unico strumento di osservazione e l’unico criterio di valutazione dell’esistente.

“La scienza è bravissima la scienza contribuisce enormemente a rendere la nostra vita più comoda. [...] Ma che altro ci dà? Niente. Ci toglie il cielo perché con la pretesa di essere tutto blocca ogni altra aspirazione.” (pag 202),

Il riduzionismo insito visione del mondo meccanicistica, è responsabile di un’epistemologia sempliciotta che non è adatta per riconoscere ed affrontare adeguatamente i problemi generati dalla complessità dovuta alle infinite interazioni che caratterizzano i sistemi socioeconomici e gli ecosistemi. L’approccio meccanicistico non fa altro che cercare la vis a tergo di qualsiasi fenomeno, una causa chiara e definita e presuppone che, modificando quest’ultima, l’effetto risultante potrà fornire una soluzione, come nell’esempio della beata speranza della pace nel mondo:

“Nel mondo attuale , l’idea dominante riguardo alla pace è questa: una crescita economica diffusa porterà alla pace mondiale. Se esistono ancora guerre e conflitti, ciò accade perché esistono ancora situazioni di povertà e miseria. Ma quali fondamento ha un’idea così diffusa” (pag 121)

Nessun approccio che si fondi su simili basi è adeguato per comprendere quelli che sono chiamati, nel moderno gergo scientifico, sistemi adattativi complessi,semplicemente perché, nella complessità, le leggi lineari del meccanicismo, non funzionano..

“Quando l’essere dell’universo veniva concepito come totalità, come completa interconnessione, come unità complessa, il valore veniva sen’altro attribuito all’ordine, all’equilibrio e all’armonia delle cose. Lo scopo dell’uomo era dunque adeguarsi il più possibile all’ordine della natura” (pag. 106)

Il pensiero antico, che era olistico e quindi aveva una visione unitaria del cosmo e dell’uomo, aveva compreso da millenni queste semplici verità. Purtroppo la moderna visione del mondo ha prima svilito e poi ablato questo orientamento, per abbracciare un metodo meccanicistico che frammenta la conoscenza in mille rivoli, come fanno le attuali scienze. Solo negli ultimi decenni, si è iniziato a comprendere che lo studio dei sistemi complessi non può essere condotto attraverso il riduzionistico quadro epistemologico del meccanismo, perché:

“ Nel mondo tutto è legato, interrelato, collegato. Piuttosto che un solo nesso lineare causa-effetto, dovremmo ammettere che esiste sempre una catena di cause-effetti ed effetti-cause” (pag 81)

Prendere coscienza di quest’infinita complessità può essere scoraggiante, può disorientare coloro che vorrebbero cambiare le cose, modificare il corso suicida della nostra civiltà. Dove appoggiarsi? Da dove iniziare? Terzani suggerisce che il cambiamento debba, prima di tutto, essere interiore

“Dobbiamo renderci conto di quanti bagagli dobbiamo disfarci prima di metterci in cammino. Di questi bagagli i più pesanti sono senz’altro le idee che per abitudine ci portiamo appresso, il fardello delle idee collettive che danno forma la nostro tempo [...] Oggi il mondo è pieno di cose che vogliono intrappolarvi e fare di voi dei consumatori. Consumate sciocchezze, banalità. Allora difendetevi, digiunate [...]Ad ogni passo che fate domandatevi perché lo fate. La coscienza, amici miei, la coscienza prima di tutto [...]Basta ridurre i cosiddetti bisogni di cui presto ci si accorge di non aver bisogno affatto.[...]Questa è la vera libertà, non la libertà di scegliere, ma la libertà di essere” (pag 105, 104,164-165)

E poi, ancora

“Il salto qualitativo sta nell’esercitarsi ad abbandonare il nucleo dell’ego, dove l’io domina la materia attraverso il sapere, la modifica perché si adegui ai suoi interessi, la assoggetta al proprio utile e così finisce che la categoria più importante sia quella del profitto e tutto il mondo, compresa la natura e gli esseri umani è ridotto a qualcosa che possiamo consumare” (pag.217)

Che dire dopo questo? Possiamo solamente ringraziare ancora l’autrice per averci guidato non solo attraverso l’opera di un autore straordinario, ma anche, con grande acume critico, attraverso la storia del pensiero che ha portato alle rovine dell’oggi. La via per riuscire a liberarci dalle nostre catene è quella di smettere di credere ch’esse siano ciò che ci rende liberi.

giovedì 6 dicembre 2012

No alla privatizzazione della sanità


Nella notte di mercoledì 5 Dicembre blitz dei ragazzi di Casaggì Valdichiana contro la possibile privatizzazione della sanità.


Con un'azione compiuta contemporaneamente i militanti della comunità giovanile hanno affisso tre striscioni rispettivamente davanti all’'ospedale di Nottola, alla USL di Sinalunga e di Torrita di Siena. Su di essi si legge:” Ricco ti curi, povero muori? No alla privatizzazione della sanità”. "“Con quest'’azione abbiamo voluto rispondere alle parole del premier Monti di qualche giorno fa sull’'eventualità di trovare altre modalità di finanziamento per la sanità pubblica. Lo slogan provocatorio –- precisa una nota di Casaggì - serve a rimarcare la nostra assoluta contrarietà ad uno scenario simile a quello della sanità statunitense in cui ha la possibilità di curarsi soltanto chi può permetterselo. Un sistema, questo, a cui alcuni guardano come la soluzione ai problemi economici del nostro sistema sanitario nazionale. Siamo coscienti - conclude la nota-– che serva un restauro del servizio sanitario italiano atto a ridurre sprechi, migliorare la gestione del personale e delle risorse, ma il diritto alla salute deve restare tale per tutti i cittadini, siano essi facoltosi o meno. Un sistema simile a quello americano significherebbe un disastro sociale e nazionale a cui non vogliamo per nessun motivo assistere.”"

mercoledì 5 dicembre 2012

USA: la Sicilia come la kamchatka

di Rossella Cirrone


Il MUOS in Sicilia: così gli USA vincono la loro partita a Risiko

Ogni articolo sul MUOS inizia esplicitando il significato di questo cacofonico acronimo, provocando al lettore una sensazione di noia mista a nausea che, momentaneamente, vorrei evitarvi. Comincerò dunque raccontandovi di un ridente paesello siciliano, tutto sole, carciofi, cannoli e “Bedda matri”: Niscemi che – lo precisiamo per dare un aiuto a chi non ha un buon rapporto con la geografia – sorge su una collinetta orientale dell’isola, da cui potreste ammirare il mar Mediterraneo senza neanche sporgervi troppo.
Un bel giorno del lontano 1943, tra venditori ambulanti sgolati e scagnozzi armati di lupara, giunse qui una comitiva di fusti alti, biondi, rasati e con qualcosa in bocca che a mio nonno apparve come estremamente fastidioso. Era il chewingum. E loro erano soldati della flotta statunitense che dal giorno dello sbarco in Sicilia continuarono a passeggiare in zona. Ma perché? Per godere del paesaggio che si apre dal belvedere del paese? Per gustare l’ottima parmigiana che le mogli dei massari gli offrivano forse? Non lo sapevamo (ancora). Fatto sta che a Niscemi i soldati statunitensi ci sono rimasti.
Nel frattempo l’uomo metteva piede sulla Luna, Mary Quant inventava la mini-gonna, Berlusconi trovava sotto l’albero il suo primo blocchetto di fatture e, all’insaputa dei più, lo Stato italiano acquisiva degli appezzamenti di terra situati nel territorio che sarebbero stati dopo poco ceduti agli Stati Uniti per farne un’inquietante e antiestetica base militare. Oggi l’area, che si trova in prossimità del centro abitato e nelle vicinanze di una splendida riserva naturale popolata da specie uniche di piante e animali, è una delle più importanti centrali di telecomunicazione della marina militare USA, comprendente 41 antenne, delle quali la più alta raggiunge i 160 metri circa; adesso potrei dilungarmi dicendovi che le antenne operano nella banda High Frequency, HF (frequenza 3-30 MHz, lunghezza d’onda 10-100 mt), per le comunicazione di superficie, ma mi tratterrò per fare in modo che arriviate alla fine dell’articolo senza accusare mal di testa e spasmi. Vi basterà sapere che tutto questo comporta la presenza di un campo elettromagnetico intenso e costante il cui raggio d’azione danneggia uomini, animali, pomodori e cannoli. Sì, perché è proprio a colpi di radiazioni che gli USA vogliono salvarci dal terrorismo!
Nel corso degli anni, infatti, non contenti dell’operato di queste antenne, che si presentano alla vista come degli abnormi scheletri di insetti preistorici, gli ingegneri dell’esercito in stile Elvis Presley, con annessa brillantina ai capelli, hanno creato il suddetto MUOS. Le circostanze adesso mi costringono a spiegarvi cos’è: l’acronimo sta per “Mobile User Objective System” ovvero, senza spingerci troppo nella traduzione letterale, un’accozzaglia di pali, parabole e pannelli di ferro giganteschi e MUOStruosi (pensate che la costruzione prevede la cementificazione di 2059 mq dell’area) che dovrebbero dar vita ad un nuovo e più sofisticato sistema di comunicazione della marina USA, in grado di connettere tutti i propri mezzi – dalle navi agli aerei senza pilota – con centri di intelligence di qualsiasi parte del mondo.
Il progetto è partito nel 2001 a seguito di un accordo bilaterale sancito dagli USA e dallo Stato italiano, ma solo nel 2008 la notizia, prima insabbiata dagli organi di informazione, diviene di dominio pubblico. A quel punto la popolazione inizia a mobilitarsi e, studiando il caso, perviene ad un’informazione eclatante: esistono già tre installazioni MUOS operanti nel pianeta, collocati in Virginia, nelle Hawaii e in Australia; tutti luoghi parzialmente desertici. Insomma, oltre al danno la beffa. Ma al peggio non c’è mai fine. E’ inaccettabile, infatti, come grazie ad alcuni semplici giochetti burocratici, la regione e il governo nazionale, a cui sono state inviate negli anni decine di interrogazioni parlamentari senza ricevere mai risposta, siano riusciti a concedere il lasciapassare agli Stati Uniti per la costruzione di un eco-mostro, come l’ha definito il giornalista Antonio Mazzeo, che incrementa la massiccia presenza di venti di guerra in tutto il Mediterraneo.
A questo punto alcuni cittadini, arrabbiati e amareggiati, consci del mancato appoggio da parte dell’amministrazione nazionale, regionale e locale, decidono di riunirsi e aggregarsi: nasce così il Comitato NO MUOS che dopo anni di battaglie, indagini, manifestazioni e sigarette consumate nevroticamente davanti a infinite pile di scartoffie, è riuscito finalmente a farsi sentire, arrivando fino a Montecitorio, anche grazie all’appoggio di altri comitati che nel frattempo sono nati in tutta l’isola.
Il 6 Ottobre di quest’anno è stata inaugurata la prima manifestazione nazionale firmata NO MUOS, che ha visto la partecipazione di più di duemila persone accorse a Niscemi per appoggiare la causa. Proprio alla vigilia della manifestazione è giunta la notizia del sequestro dell’area nella quale continuavano incessanti i lavori per la costruzione del MUOStro, ma questo non deve essere un motivo per abbassare la guardia. L’obiettivo dei comitati, infatti, è quello di sensibilizzare l’intera nazione e diffondere la notizia che per troppo tempo è stata prigioniera della dimensione locale. Rendiamoci conto dell’importanza della smilitarizzazione e della pericolosità della presenza imponente in Italia degli USA, ovvero di uno Stato che fonda il cosiddetto “sogno americano” sulla morte. Sì. Quella degli altri però.

martedì 4 dicembre 2012

Consumo,dunque sono.Oppure sono,dunque consumo?

di Cristiano Viglietti - Luca Alterini

«Per molti secoli, nel mondo romano lo stile di vita è stato improntato alla frugalità, ad una forma di sobrietà materiale». L'ideologia liberista per la quale l'essere umano è per natura un homo oeconomicus - un essere perfettamente razionale, che persegue unicamente il soddisfacimento di individualistici bisogni materiali - suggerisce che solo nel caso non ce la faccia ad arricchirsi diventi frugale. 

Come nella favola della volpe e l'uva. Così non è. A Roma, dalle origini fin quasi alla fine dell'età repubblicana, ad esempio, «quello della frugalità è stato uno stile di vita, un modello economico se vogliamo. Un modello - spiega a greenreport.it Cristiano Viglietti, antropologo e ricercatore italiano nel Regno Unito - non improntato sull'accumulazione infinita della proprietà ma sulla limitazione dei bisogni e dei desideri, portata avanti anche con delle leggi, come le leggi suntuarie, o quelle che limitavano l'estensione della proprietà terriera. Con modelli culturali che orientavano le scelte, i comportamenti delle persone, e anche le decisioni politico-istituzionali».

Quello dei consumi è un tema centrale all'interno della nostra società, definita anche - e non a caso - come la società dei consumi (e dei consumatori). Particolare rilievo assumono in questi anni, i consumi: paradossalmente si notano di più perché diminuiscono. Una volta data per scontata la presenza di un elemento, è ben strano quando inizia a sbiadire dal contesto familiare. Con la crisi, la diminuzione dei consumi è un dato di fatto. Secondo Confindustria, in Italia si registra adesso il calo più vistoso dal dopoguerra: un -3,2% pro capite.

Eppure, non è "decrescita felice", ma decrescita forzata. A fianco di quella fascia di cittadini le cui possibilità di spesa si sono drammaticamente compresse anche per i beni di più immediata necessità (come i beni alimentari), e accanto ai quali sarebbe assurdo affiancare i benefici ecologici raggiunti da un minor consumo di beni, resiste accanitamente anche una sostanziosa percentuale di soggetti per i quali rinunciare anche a consumi più effimeri risulta impossibile o quasi. Un recente rapporto del Censis suggerisce miglioramenti che parlano di cittadini che dichiarano una diminuzione del desiderio di consumo, indipendentemente dalle problematiche legate al reddito. Un segnale di speranza, certo, che però diventa dannatamente flebile guardando nel mondo fuori dalle statistiche.

«Dei meccanismi consolidati nella nostra società inducono al consumo. Il bisogno di consumo è, anche in questo momento di crisi, molto forte. Se questo avviene è perché viviamo in una realtà socio-culturale in cui i legami umani si sono fortemente modificati - sottolinea Viglietti -, una realtà sempre più nucleare dove non è facile avere rapporti conviviali con le persone, e dove il rapporto con gli oggetti ne diventa spesso un sostituto».

Dai primi passi mossi sul pianeta, l'essere umano consuma risorse naturali: e non potrebbe essere altrimenti. Ma tra consumo e consumismo esiste una differenza palpabile. E la motivazione di questo scarto non è da cercarsi all'interno dei nostri modelli culturali: «Il progresso tecnico - continua Viglietti - non induce automaticamente un aumento dei consumi: la società consumistica è un fenomeno molto recente nella storia umana, mentre le trasformazioni tecnologiche che sono proseguite per decine, centinaia di migliaia di anni non hanno indotto di per sé ad un aumento dei consumi. È semmai una cultura che vuole aumentare i suoi consumi che indirizza il progresso tecnologico in quella direzione piuttosto che in un'altra. Gli strumenti agricoli disponibili nell'Alto Medioevo erano per molti versi più avanzati rispetto a quelli presenti ai tempi della Grecia classica, ma non per questo i consumi, o i livelli produttivi, erano complessivamente più alti».

Il percorso innescato dalla seconda guerra mondiale in poi, in Italia, «con l'arrivo dei modelli culturali americani (o meglio, della loro percezione)», non è ancora concluso. Elaborati nei secoli addietro in Francia, in Inghilterra, e dopo aver trovato la loro terra d'elezione negli Stati Uniti, questi modelli sono stati osservati come quelli di una società felice perché opulenta, e «sono riusciti a incidere profondamente all'interno di un tessuto sociale indebolito dalla guerra e da ciò che l'aveva preceduta, e dove l'indigenza era fortemente presente».

Un ciclo non ancora chiuso, nonostante gli strali della crisi. Cosa pensare dunque, per il domani? «Le previsioni su come andrà il mondo sono una pratica che mi lascia piuttosto scettico - chiosa Viglietti -. La storia dell'umanità è una storia di costante adattamento ai cambiamenti, una storia di trasformazioni dei consumi e degli stili di vita. Certo è che la mercificazione degli stili di vita è, oggi, un dato di fatto, ma non un processo irreversibile». Anche se non è possibile trovare un periodo storico, una passata età dell'oro da riproporre adesso tal quale e cui afferrarsi per risorgere, imparare dal passato per migliorare la propria vita presente (e futura) è una lezione che non dovremmo dimenticare.

lunedì 3 dicembre 2012

Dopo l'ennesimo rogo in Tibet

Il canto dei monaci - I monaci tibetani in preghiera per le vittime del terremoto che ha colpito la provincia cinese di Qinghai. I corpi di almeno 700 vittime sono stati  cremati in una grande cerimonia alla periferia della città di Jiegu,  una delle più colpite dal sisma. Un migliaio di monaci buddisti ha cantato inni sacri durante il rito. Secondo quanto riferisce la Bbc, la tradizione locale di questa  popolazione di etnia tibetana prevede che i corpi dei morti siano posti su elevate piattaforme e lasciati agli avvoltoi. Ma dato l'alto  numero di vittime si è preferito ricorrere alla cremazione per paura  di epidemie. L'ultimo bilancio del sisma del 14 aprile è di 1.144  morti e 11.744 feriti, dei quali 1.192 sono gravi (Reuters/Stringer)

di Mario Bozzi Sentieri


La monaca tibetana Sangay Dolams è morta domenica scorsa dopo essersi data fuoco presso il monastero di Mindrol Thagyal Ling, nella contea di Rebgong. Kunchok Tsering, 18 anni, è morto lunedì a Achok mentre l’ex monaco Wang Gyal, 20 anni, si è dato fuoco sempre lunedì a Serthar, nel prefettura autonoma tibetana di Kardze. Le autorità l’hanno portato via immediatamente: non si sa dove sia ora, se sia morto o vivo. Sempre lunedì, infine, Gonpo Tsering, 24 anni, è morto bruciato nella prefettura di Kanlho. 

Dal marzo scorso, dopo il primo caso di suicidio a Kirti, l’esercito cinese ha inasprito la repressione, circondando i monasteri “ribelli”, mentre continuano le deportazioni dei religiosi. Il rischio è una sorta di sacrificio di massa, quale estrema protesta contro la colonizzazione cinese. Il popolo tibetano non sembra insomma essersi abituato alla “liberazione pacifica” maoista, imposta, a colpi di baionetta, dal 1950.

Il gesto dei monaci buddisti riporta alla memoria altri gesti estremi, recenti e passati. 

E’ stato il suicidio del tunisino Mohammed Bouazizi, datosi fuoco nel dicembre 2010, a innescare la “rivoluzione dei gelsomini”, che ha portato alla cacciata di Ben Ali, espandendosi poi agli altri Paesi arabi. Risale al gennaio 1969 il gesto estremo dello studente Jan Palach, che, a Praga, in Piazza Venceslao, si trasformò in una torcia umana per protestare contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Otto anni dopo, nel febbraio 1977, a Parigi, analoga sorte toccò al giovane Alain Escoffier, immolatosi davanti all’Aerflot, l’agenzia aerea sovietica, per protestare contro l’Urss e le dittature comuniste. Tra gli episodi più emblematici quello dei bonzi vietnamiti che, nel 1963, si diedero fuoco a Saigon per protestare contro il governo filoamericano di Diem.

Le loro immagini, riprese dalle tv di tutto il mondo e diffuse dai giornali occidentali, contribuirono non poco a fare crescere, nell’opinione pubblica americana ed europea, il rifiuto nei confronti della guerra nel Vietnam.

In prima fila molti intellettuali italiani, che di quel sacrificio fecero oggetto di cronache appassionate e di campagne di protesta. Italo Calvino vide in quei monaci, insieme agli “uomini giusti e pazienti di Hanoi” (sic) e alla guerriglia dei Vietcong, simboli estremi “che per gridare la parola pace più forte dei rumori della guerra”, fanno parlare “le fiamme dei loro corpi irrorati di benzina”. Aldo Capitini, l’organizzatore, nel 1961, della prima “marcia della pace” Perugia-Assisi, commentando il rogo dei bonzi vietnamiti, scrisse che “il suicidio diventa l’estremo tentativo di protesta scegliendo tra la morte dell’altro e la propria – come se al sommo una morte ci voglia per mutare la situazione – la propria morte”. Parte dal sacrificio dei bonzi vietnamiti l’indignazione contro la guerra nei Vietnam, segnata da decine di appelli, sottoscritti da centinaia di uomini di cultura, dalle opere dei vari Guttuso, dall’indignazione del mondo accademico.

Ed oggi ? Di fronte ai recenti roghi dei religiosi tibetani qualcuno vuol farsi avanti ? C’è spazio per le “urla dal silenzio” asiatico in lotta contro il genocidio culturale del Tibet ?

L’anno scorso la polizia cinese ha arrestato cinquanta fra scrittori e artisti, per il loro ruolo nelle proteste anti-governative avvenute in Tibet e nelle province cinesi a maggioranza tibetana. I cinquanta intellettuali fermati, spiega ad AsiaNews una fonte locale, “sono coloro che hanno dimestichezza con il computer e che hanno qualche contatto con l’Occidente. Buona parte dei tibetani non soltanto non parla inglese, ma non conosce neanche i caratteri occidentali: loro, invece, sono stati in qualche modo il megafono delle proteste locali. Proteste che il governo cinese dimostra di non aver ancora dimenticato”.

Di fronte a questa realtà, le anime belle della cultura italiana non sembrano essersi preoccupate più di tanto. Non ci risulta che certa stampa patinata, sempre pronta per qualche campagna ad effetto, si sia mossa. Non abbiamo notato né special televisivi, né dibattiti sul tema. Non sono stati sottoscritti appelli al riguardo. Nessuna Università si è mobilitata contro l’attacco alla cultura e alla libertà.

Una volta, si diceva “la Cina è vicina”. Oggi, il Tibet appare drammaticamente lontano, almeno dalla sensibilità di molti.

domenica 2 dicembre 2012

Palestina all'ONU: c'è davvero da esultare?















tratto da Azione Tradizionale

In molti hanno esultato alla notizia. La “Palestina”, così come già il Vaticano, è stato ‘osservatore’ alle Nazioni Unite. Hurrà… Ma c’è veramente da festeggiare? Forse si, ma forse no. Anzitutto per l’inutilità sostanziale del riconoscimento, che sembra voler eludere il pieno riconoscimento, ritardandolo ulteriormente. Un contentino per riequilibrare la situazione post-aggressione israeliana. Ma, soprattutto, l’inserimento della “Palestina” in un quadro desolante, qual è quello di un’Organizzazione internazionale che, salvo i 5 membri del Consiglio di Sicurezza, conta nulla sul campo, come dimostrato dalla possibilità di avviare guerre senza che nessuno intervenga (purchè funzionali agli equilibri internazionali del potere). Come se l’ONU fosse un prestigioso ed onorevole regno del bene comune. Come se farne parte fosse un merito. L’ONU, quello delle guerre preventive, che dà sempre manforte agli occidentali guerrafondai. Farne parte, semmai, é necessario, talvolta. Ma ogni Palestinese se ne frega dell’ONU. A quel Popolo fiero e mai domo non serve nessun riconoscimento ONU per sentirsi vivo.

Palestina é Patria. Da sempre.

sabato 1 dicembre 2012

ILVA: la sopravvivenza è servita,ma la crisi resta...

di Matteo Mascia (Rinascita)


E così, dopo una vergognosa strategia della disattenzione da parte del governo, l’agognato decreto legge “salva-Ilva” è arrivato. L’esecutivo dei “tecnici” ha elaborato una norma-tampone per far sopravvivere l’Ilva di Taranto. Con la sua mossa in “zona Cesarini”, la produzione potrà proseguire: ancora qualche giorno e i Riva avrebbero avviato le pratiche per la messa in mobilità di migliaia di operai su tutto il territorio nazionale.

Naturalmente i lavoratori hanno accolto la notizia con gioia: il disastro è rinviato e per il momento non hanno nulla da temere. Il tribunale del riesame dovrà confrontarsi con l’atto dell’esecutivo. Ha forza di legge e non potrà essere eluso dai magistrati chiamati a verificare la legittimità della decisione presa dal gip su richiesta della Procura. Naturalmente i “tecnici hanno pensato anche alla loro oligarchia, prevedendo la figura di un garante, l’ennesimo garante che non controlla nulla ma che permette il moltiplicarsi di consulenze e apparati ad hoc.

In ogni caso, dopo l’autorizzazione integrata del ministero dell’Ambiente, l’iter giudiziario è destinato ad avere un lungo strascico. Quanto accaduto a Taranto è figlio della totale mancanza di un’autentica politica industriale. Per decenni si è fatto finta di nulla. Come se il secondo parco siderurgico d’Europa non fosse in Italia. La politica ha scelto di stare alla finestra, abdicando al suo ruolo. Il mercato si è “autoregolato”: per accumulare profitti i Riva hanno scelto di posticipare l’abbattimento delle emissioni. Una scelta incivile che la vecchia Italsider, pubblica, non avrebbe fatto, né potuto fare.

Negli ultimi giorni si era lanciato da più parti l’invito a nazionalizzare l’Ilva. Una proposta di tipo “peronista” - l’Argentina è stata salvata così dal disastro liberista: con le rinazionalizzazioni di tutte le aziende strategiche - ma odiata dai cultori del liberismo, “governanti tecnici” in primis. Eppure, lo Stato avrebbe potuto cogliere l’occasione per tornare ad essere protagonista e non spettatore. Una pia illusione. Gli attuali inquilini di Palazzo Chigi sono in piena sintonia con la finanza.

L’economia reale, per loro, semplicemente, non esiste.