sabato 17 gennaio 2015

FOIBE: IO NON SCORDO. MANIFESTAZIONE A FIRENZE...


Come da tradizione, anche quest’anno la destra fiorentina, unita dal tricolore, ricorderà i MARTIRI DELLE FOIBE. Ricorderemo le decine di migliaia di innocenti torturati e uccisi, gettati vivi - spesso a guerra terminata - nelle cavità carsiche del confine orientale. Innocenti che sono stati uccisi due volte: dall’odio comunista dei partigiani titini e dall’oblio di una cultura imposta e faziosa che ha relegato questa tragedia sotto silenzio. Una pulizia etnica su vasta scala della quale ancora si stenta a parlare a causa dell’imbarazzo provato da certa sinistra, all’epoca connivente con i carnefici. Ricorderemo le vittime di un odio cieco, massacrati perché “colpevoli” di essere italiani e di non voler rinnegare la propria italianità.

Ci saremo perché crediamo che la Patria non sia soltanto un’eredità dei nostri padri, ma un prestito dei nostri figli. Ci saremo perché l’appartenenza alla nostra Terra e i valori della nostra Civiltà si difendono anche onorando il sangue versato. Ci saremo perché vogliamo tramandare a chi verrà dopo di noi il senso di una memoria condivisa, l’amore per l’identità nazionale e la precisa volontà di far parte di un Popolo che sia prima di tutto una Comunità cosciente delle proprie radici, orgogliosa dei sacrifici e pronta ad affrontare il futuro a testa alta e senza paura. 

Perchè la nostra missione non è soltanto quella di vivere il presente e di onorare il passato, ma anche di costruire il futuro nel solco di quei principi etici e morali che sono il solo e vero antidoto per salvarci dalla crisi in atto. Perché abbiamo il dovere di fare i conti con la storia, tutta, senza omissioni di comodo e revisionismi di parte. Perché anche a Firenze deve tornare a sventolare il tricolore e noi faremo sventolare i nostri dal punto più alto della città, guardandola in tutto il suo splendore. 

MANIFESTAZIONE TRICOLORE
SABATO 14 FEBBRAIO 2015 ORE 16 
PIAZZALE MICHELANGELO - FIRENZE

FIACCOLATA, PRESIDIO, INTERVENTI, TESTIMONIANZE

giovedì 15 gennaio 2015

Il governo delle chiacchiere

Durante il discorso di chiusura del Semestre Europeo dell'Italia Renzi ha detto che: <<Le famiglie italiane hanno visto crescere i propri risparmi>>
A contraddirlo sono ancora una volta i dati, questa volta della Banca d'Italia che attesta un progressivo impoverimento delle famiglie italiane.

ANCORA GLI CREDETE?

L’anima persa in un centro commerciale



di Marcello Veneziani


Mi hanno deportato nel più grande centro commerciale d’Italia, sorto da pochi giorni a due passi da Roma. Sono venuti a prelevarmi all’aeroporto di Fiumicino ed io credevo che fosse un gesto per portarmi a casa. Invece mi hanno sequestrato affettuosamente, adottando subdoli motivi e allettanti occasioni, e mi hanno tenuto per svariate ore in questo gigantesco consumificio dove pascolano migliaia di individui beati con carrello, tra zone residenziali e innumerevoli negozi. Eccitati, quasi commossi, mi hanno mostrato dove sorge la multisala con ventiquattro sale cinematografiche, poi il più grosso ipermacrosupermercato che ci sta;infiniti ambulacri dove sciami di insetti umani ronzavano sereni; mi hanno fatto vedere i siti dove sorgeranno 40 nuovi ristoranti, che si aggiungono ai 40 già assediati da un’umanità affamata e benestante. Tutto è bello, futuribile, anche gli aerei che scendono a pelo sulla nuova città-mercato, e sembrano anch’essi ciclopici carrelli per la spesa. Palazzi ben costruiti, piazze affollate, fiumane di auto, niente mi dice se siamo a Roma o negli Emirati arabi, in America o a Hong Kong. C’è tutto, nel nuovo, leonardesco centro dei Caltagirone. Ma proprio tutto. Tu che vivi qui, dicevano ad un nuovo abitante di Tuttopoli, non hai bisogno di muoverti, la multisala, la palestra, fitness, hai tutto qui. Arrivi col carrello della spesa dentro casa tua. Erano contenti. Mi ha preso alla gola un senso d’angoscia: come, non hai più bisogno di muoverti, vuol dire che per te è finita? Ti dai al volontario ergastolo, ti chiudi felice nella prigione dorata, e fai tutto qua, vita morte e consumo?

Ho cominciato a sognare i posti dove mancano le cose, dove sei costretto a muoverti per via della Benedetta Carenza; dove esci di casa e vai in piazza. Ho cominciato a idealizzare l’imperfezione delle vecchie cittadine, dei borghi confortevoli, dove ogni pezzo importante lo devi andare a prendere in città o devi ordinarlo e ti arriverà tra giorni. La perfezione mi spaventa, la totalità esaudita mi atterrisce. Se non hai un altro mondo a cui attingere, verso cui tendere, sei finito. La regolarità geometrica di questi spazi, queste aiuole, questi palazzi, mi fa star male. Benvenuti nella Roba Esaudita. Preferisco l’irregolarità, l’imprevisto, in questo caso amo perfino l’abusivo e l’eccessivo.

Ma cos’è che non va, cosa ti senti? Non so, sussurro a mezza voce, sono contento per voi, è tutto bello e funzionale e utile e conveniente. È il massimo che si possa fare per la felicità. Ma non so cos’è questa vita da automi benestanti, qualcosa sento mancare, di fondamentale. Non esagerare, non farti prendere dai rigurgiti da fondamentalista arcaico; non pasolineggiare, non fare il mistico, questa gente è contenta di vivere, non nulla di male, perché glielo vuoi impedire? E poi, non semplificare, non vivono solo per il carrello, non sono solo consumatori. Amano, soffrono, sognano, godono, come te; hanno i loro hobby, avranno le loro nicchie in cui si esprimono creativamente, andranno persino in chiesa a pregare o in galleria a vedere le mostre, magari leggono. Ma sì, sarà così. Non cadere nella trappola dei nemici della modernità o negli imbecilli che fanno le crociate contro la Coca-cola. Anch’io come Bertinotti e Bossi offro chinotto a chi viene a trovarmi, non coca;ma un conto è una libera scelta individuale, un altro è frane una crociata. Per la stessa ragione, se questo Villaggio che sorge presso un centro commerciale non è nei tuoi gusti, sei libero di non frequentarlo, ma non farne una crociata contro, rispetta chi pensa altrimenti. Ci mancherebbe, nulla da eccepire. Però lasciate che io dubiti di queste rassicurazioni. Sospetto che a lungo andare il carrello diventi un prolungamento del corpo e il discount colonizzi un emisfero cerebrale. Siete sicuri che chi preferisce trascorrere il proprio tempo scarrozzando in questi santuari del Commercio abbia poi voglia, tempo e indole per arte, religione, lettura, vita interiore e vita di comunità? Siete sicuri che poi sarà un uomo libero e pensante? Cosa ci unisce in questo luogo se non il,fatto di essere consumatori? E basta questo per fondare una cittadinanza?

A me il mercato non è mai dispiaciuto, a differenza dei compagni; ma qui vedo realizzato un modello che ho sempre avversato, non il mercato dentro le città, ma la città dentro il mercato. Non dunque un mondo vario, fatto di chiese, piazze e mercato, di storia e di vita comunitaria, di palazzi antichi e di luoghi consacrati. Ma un Gran Mercato dove c’è Tutto, e introno dentro, ai margini di esso, qualche ricreazione funzionale allo scopo supremo. Vieni qua che ti offro un campioncino d’acqua santa, preferisci il piercing figo o le stimmate sante? Consumare, consumare.

La migliore descrizione del Centro Commerciale l’ho trovato in Tocqueville, risale all’800: “Vedo una folla smisurata di essere simili che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli piaceri… Ognuno di essi, ritiratosi in disparte, è come straniero a tutti gli altri, eccetto i figli e i pochi intimi; il resto dei cittadini è lì accanto a lui ma non lo vede; vive per sé solo e in sé… Al di sopra di questa folla vedo innalzarsi un immenso potere tutelare che si occupa di assicurare ai sudditi il benessere… È assoluto, metodico, minuzioso, previdente e persino mite, li tiene un un’infanzia perpetua, provvede alla sicurezza, ai bisogni, ai piaceri, si cura degli affari, toglierebbe loro la fatica di vivere e di pensare. Un potere che non spezza ma ammollisce, inebetisce”. Tocqueville pensava al futuro uno Stato dispotico, e invece descriveva un odierno centro commerciale…

In questi enormi spazi gremiti di vuoto e sovraffollati di gente in vacanza da sé, sento mancare l’alito caldo della Tradizione, qualcosa che si tramanda ma che è vita, che racconta di chi non c’è più, di chi è lontano, di chi è ancora, e perfino di chi verrà dopo di noi.

Qui tutto è presente, anzi il Presente è Tutto. Mi prende la nostalgia degli assenti, di coloro che non ci sono, che ci furono, o che saranno, mi prende l’angoscia del tempo e la passione per quel che non appartiene all’attimo fuggente, che non può entrare nel carrello, che non puoi parcheggiare alla fila tredicesima, angolo e. Vorrei avvicinarli a uno a uno e gridare: ma sapete che si muore, non potete fare come gli struzzi e mettere la testa dentro il carrello. Sono invocazioni primitive e sterili di cui debbo in fretta liberarmi, come di una patologia, così mi suggerisce tutto l’Apparato. E se invece, in quella’inquietudine, si è trincerata l’ultima traccia di umanità, l’ultimo straccetto invisibile che denominiamo anima. Dov’è l’anima nel Centro Commerciale? Alla cassa? All’entrata ,depositata negli appositi armadietti? In direzione o all’ufficio reclami? Avviso alla clientela. Si è smarrita una bimba di nome Anima, di anni imprecisati. I titolari sono pregati di venire a ritirarla all’uscita.

lunedì 12 gennaio 2015

La farsa del corteo di Parigi

 
 da L'Inellettuale Dissidente

Quasi due milioni di persone e quarantacinque capi di stato hanno partecipato ieri a Parigi al corteo contro il terrorismo, una mobilitazione senza precedenti a seguito del massacro della redazione del settimanale Charlie Hebdo. Tra i presenti, diversi leader: Francois Hollande, Angela Merkel, Matteo Renzi, David Cameron, Mariano Rajoy, Martin Schulz, Jean Claude Juncker, e perfino Benjamin Netanyahu e Petro Poroshenko. In sintesi, il fiore all’occhiello delle élites del mondo Occidentale. Quella andata in scena ieri a Parigi tuttavia non è stata una manifestazione di solidarietà ne tantomeno un occasione sincera per dire no al terrorismo, ma una vera e propria farsa mediatica. Qualcuno sembra aver improvvisamente riscoperto che il terrorismo non è solo un elemento attraverso cui destabilizzare stati sovrani, ma un nemico da combattere con fermezza. I vari Hollande, Cameron, Merkel e Netanyahu, hanno già dimenticato la scia di sangue che hanno contribuito a far scorrere in Siria in questi ultimi anni per rovesciare il regime di Bashar Al Assad. Il sostegno, economico e militare, che insieme hanno fornito a diverse fazioni terroristiche islamiche – come Al Nusra, Al Qaida e ISIS – rende evidente una semplice e banale considerazione: l’ipocrisia che i leader dell’Occidente mettono continuamente in mostra manipolando l’opinione pubblica mondiale.
Il copione è sempre lo stesso: da una parte ci si mostra uniti e decisi a combattere insieme un nemico pericoloso ed imprevedibile, dall’altra lo si utilizza per i propri scopi anche a costo di isolare chi quel nemico lo combatte veramente. Il 18 Giugno del 2014 il presidente siriano Bashar Al Assad ha rilasciato delle dichiarazioni che suonano oggi profetiche: “L’Occidente e i Paesi che sostengono l’estremismo e il terrorismo in Siria e nella regione devono rendersi conto che questa minaccia crescente sta per colpire tutti, in particolare i Paesi che hanno sostenuto il terrorismo e gli hanno permesso di svilupparsi” L’attentato alla redazione di Charlie Hebdo può essere interpretato utilizzando diversi elementi e punti di vista: fattori religiosi, etnici/culturali, economici, sociologici e politici; in riferimento alla questione dell’immigrazione clandestina e al modello di integrazione costruito dalla Francia nel corso degli ultimi anni.
Diverse cose sono state dette e scritte in questi giorni, tuttavia in pochi hanno fatto notare come la vera ragione di questa mobilitazione e spasmodica attenzione mediatica non sono stati i 12 morti di mercoledì scorso; ma la paura, il terrore con cui l’Occidente, in modo ipocrita, è tornato a fare i conti: la consapevolezza di essere inermi ed indifesi di fronte a qualcosa di cui non si ha più il controllo. Dopo decenni passati a fare delle fazioni terroristiche islamiche l’arma attraverso cui rovesciare e isolare paesi ritenuti scomodi – dalla Russia, alla Siria, all’Iran – l’Europa oggi si trova di fronte ad un bivio: decidere di combattere realmente il terrorismo attraverso la costruzione di intelligence condivise proprio con quei regimi ritenuti come il male assoluto, oppure continuare a fare finta di niente, sperare semplicemente che tutto ciò non accada più, e dopo, al massimo, sfilare in corteo per pulirsi la coscienza, senza girare a guardare quella di scia di sangue che oggi ci si è ritorta contro.

sabato 10 gennaio 2015

La conquista del K2, un orgoglio tutto italiano


di Giuseppe Contarino (Barbadillo)

Erano i primi anni ’50. L’Italia, da poco una Repubblica, era un Paese zoppicante bisognoso della stampella del Piano Marshall e con ancora le ferite fresche inferte dal secondo conflitto mondiale, una guerra che tra le molte vittime aveva colpito duramente anche l’amor proprio della nazione.

Ci voleva un sogno, qualcosa di grande in grado di restituire agli Italiani la fierezza di una stirpe antica, cancellando – o almeno nascondendo in parte – il marchio infame di sconfitti e voltagabbana. Fu con questo spirito che Ardito Desio, geologo ma anche esploratore, presentò all’allora presidente De Gasperi l’impresa che avrebbe ridato lustro alla patria:conquistare la vetta del K2.

Una spedizione al limite dell’impossibile, tenuto conto che l’anno prima, il 1953, anche gli invincibili americani si erano dovuti arrendere poco prima della cima. Eppure è così che si scrivono le pagine di storia.

Con disciplina militaresca (tanto da beccarsi il soprannome di ducetto) e rigore scientifico, Desio organizzò la missione che, impiegando 12 dei migliori alpinisti italiani, avrebbe raggiunto la seconda cima più alta del mondo. Utilizzando una tecnica d’assedio basata sull’installazione di numerosi campi di avvicinamento prima dell’assalto finale (addirittura 9, contro i 7 impiegati l’anno prima dagli statunitensi), la squadra italiana avrebbe poco per volta scalato il versante pakistano del Karakorum e, attraverso la verticalissima via nota come “sperone Abruzzi”, guadagnato un posto nella storia. Fu così che il 31 luglio 1954 Achille Compagnoni e Lino Lacedelli piantarono il tricolore in vetta.

Purtroppo alla gioia della conquista seguirono aspre polemiche, poiché nella versione ufficiale resa da Desio fu completamente ignorato il fondamentale apporto di Walter Bonatti e dell’hunza Amir Mahdi i quali, pur costretti ad un bivacco all’addiaccio a ben 8.100 metri di quota, ebbero il merito di trasportare le bombole d’ossigeno senza le quali Compagnoni e Lacedelli non sarebbero mai riusciti a giungere in vetta. (Per la cronaca, solo nel 2004 si arriverà al definitivo chiarimento di come andarono i fatti).

Ma al di là delle chiacchiere “di valle” ciò che resta è la conquista: Compagnoni, Lacedelli, Bonatti, Abram, Floreanini, Pagani, Gallotti, Puchoz, Angelino, Rey, Viotto e Soldà verranno ricordati come quegli italiani che, con i loro pregi ed i loro difetti, anche a costo della vita, riuscirono comunque a regalare un grande sogno all’Italia intera.

martedì 6 gennaio 2015

Il Financial Times scopre il fascista Sironi: è stato un grande maestro

Il Financial Times scopre il fascista Sironi: è stato un grande maestro

di Gloria Sabatini (Secolo d'Italia)

La perfida Albione scopre il fascista Mario Sironi, il grande pittore amico di Mussolini che nel 1915 si arruolò nel Battaglione Volontari Ciclisti insieme a Boccioni, Marinetti e Sant’Elia. Il 30 dicembre, con raro spregio del “pericolo”, il Financial Times ha dedicato un lungo articolo di Rachel Spence al grande Maestro del Novecento che, dopo vent’anni di silenzio, è tornato a Roma con una grande retrospettiva (fino al 9 febbraio) nel complesso del Vittoriano.

Ingiustamente trascurato

«Oggi, il nome di Mario Sironi è a malapena conosciuto fuori d’Italia. Anche lì, la sua reputazione di artista è stato “sporcata” dalla sua politica fascista» è l’incipit della recensione dal titolo “Mario Sironi 1885-1961 Il complesso del Vittoriano, una mostra sterling” (genuina, pura, ndr) di opere di questo artista italiano ingiustamente trascurato”. Novanta dipinti, bozzetti, riviste, e un importante carteggio con il mondo della cultura del Novecento mettono in chiaro la statura europea di Sironi, dal simbolismo degli inizi alla stagione futurista e metafisica fino alla pittura murale degli anni Quaranta (Il lavoratore e L’Impero del 1936). «Evviva allora – scrive il quotidiano londinese – per questa mostra che raccoglie dipinti, opere su carta, studi per i murales pubblici che sono stati commissionati dal regime di Mussolini, e, soprattutto, gli ultimi, meravigliosi, dipinti del dopoguerra».

Mussoliniano doc

«Sironi è stato mussoliniano – spiega la curatrice della mostra romana, Elena Pontiggia – ma, per parafrasareVittorini, non ha mai suonato il piffero della rivoluzione fascista perché la sua arte, intrisa di dramma, era più funzionale alla verità che alla propaganda». Ma insomma, si chiede il Ft, quanto la politica ha influenzato l’opera di Sironi? «Una volta ha detto di aver trovato la politica “indigesta” e ha dichiarato che il lavoro del gruppo di Novecento era privo di “intento politico”. Inconsciamente, però, sembra aver intuito la miseria latente del credo fascista…», scrive il giornalista timoroso di spingersi troppo in là nella fascinazione per il grande pittore-architetto dalla vocazione sociale. E allora arrivano i “necessari” chiaroscuri: «Una serie di paesaggi urbani – “Paesaggio urbano con camion” (1920), “The Tram” (1920), “Il Duomo” (1921) – mostra un mondo spogliato fino all’essenziale più tetro. In grigi scoscesi e marroni di fango, Sironi dipinse strade vuote fiancheggiate da edifici angolari, senza luce. Qua e là, la presenza di umanità anonima – un cavaliere solitario, un autista in una berlina nera, un camion senza finestre – aggrava lo stato d’animo di perdita esistenziale».

Il fascismo di sinistra

Per Sironi, invece, come si deduce dai suoi scritti, il fascismo significa «il sogno di una rinascita dell’Italia, e quindi dell’arte italiana». Ma anche il desiderio di «andare verso il popolo», per usare l’espressione del Duce, dunque il sogno di un’arte destinata non ai salotti e ai facoltosi collezionisti, ma alle piazze e ai muri degli edifici, per tutti. Quando Arturo Martini, nel 1944, diceva che Sironi «credeva di essere fascista, invece era d’animo bolscevico e quasi abissale» voleva indicare il senso del fascismo sironiano, un fascismo “immenso e rosso” per dirla con Brasillach. Ma questo il quotidiano della City non poteva saperlo.

domenica 28 dicembre 2014

Ad Angelo Pistolesi, ucciso il 28 dicembre del 1977 dall'antifascismo militante. Per non dimenticare.

sabato 27 dicembre 2014

Scegliete: o l’euro o la democrazia Bagnai coglie (di nuovo) nel segno


di Marcello Foa (Il Giornale)


Chi frequenta questo blog sa quanta stima io abbia per Alberto Bagnai, benché provenga da un mondo diverso dal moi : lui è di sinistra e io di sinistra non sono mai stato. Ma è un intellettuale libero, un uomo che si interroga, che cerca risposte autentiche, che rifugge verità di comodo. Per questo a sinistra, oggi, non lo amano. L’ho scoperto leggendo il suo primo saggio "Il tramonto dell'euro" e da qualche mese condividiamo l’avventura in "A/simmetrie". Da pochi giorni è uscito il suo secondo libro "L'Italia può farcela", che a mio giudizio è migliore del primo.

La tesi è decisamente controcorrente : in un’epoca di disfattismo imperante e di autoflagellazione, Bagnai ha scritto un libro quasi patriottico, benchè per nulla emotivo. Non è un libello, né un pamphlet ma un saggio vero, documentato, strutturato, come conviene a un professore universitario ma scritto con il brio e il sarcasmo della grande penna. La tesi è audace perché invoca la capacità di riscatto di un popolo, la fede nella sua imprenditoria e in un tessuto economico che, per quanto deprecato, ha garantito all’Italia per mezzo secolo una crescita industriale impressionante e che ora si affloscia sotto i colpi di un sistema implacabile, devastante eppur impalpabile: quello della moneta unica.
Bagnai da par suo smonta, con nuove argomentazioni rispetto al Tramonto dell’euro, il pensiero dominante, mainstream, che accomuna economisti e giornalisti nel presentare l’euro come un dogma intaccabile, sacro, inviolabile.

Non è un iconoclasta, né un provocatore, ma un italiano mosso dall’impulso irresistibile di fare qualcosa per salvare il proprio Paese.E ha il merito, in un’epoca di appiattimento intellettuale, di proporre riforme e percorsi di uscita originali, audaci, basati non sull’ideologia ma su un’osservazione disincantata della realtà. E’ più liberale di molti liberali di facciata ma non si vergogna ad invocare l’intervento dello Stato quando lo ritiene indispensabile o perlomeno il male minore rispetto a una situazione sociale ed economica che oggi è devastante e senza speranza ; lo fa senza timore di indispettire renziani e piddini.

Sorprende sempre e costringe il lettore a pensare, a non arrendersi, ad interrogarsi anche quando chi legge legittimamente dissente dalle tesi del libro. E ad allargare la riflessione. Bagnai – e non è un mistero – propone l’uscita dell’Italia dall’euro, ma non si limita alle argomentazioni economiche. Coglie nel segno evidenziando i rischi impliciti di una costruzione monetaria che sta di fatto smantellando i capisaldi della nostra convivenza civile.

L’affermazione è forte : chi oggi difende l’euro è contro la democrazia. 
Forte ma tutt’altro che impropria. Questa Europa ci sta privando silenziosamente di tutto, soprattutto della libertà di decidere, di cambiare, di scegliere a chi affidare il destino di un Paese, di cambiare politca economica e anche quella sociale. I governi e i parlamenti si trasformano in simulacri del potere o, se preferite, inreality della democrazia, dove l’apparenza è tutto ma chi decide davvero è lontano, appartiene a lobby europeiste, a élite tecnocratiche, che sanno usare l’Unione europea a fini propri e senza vera alternativa.

Una dittatura invisibile che si impone tramite l’euro, che si trincera dietro l’inviolabilità della Bce, che deprime i singoli Paesi depotenziandoli con una legislazione europea sovente assurda e prevaricatrice, che ci sta portando via oltre alla democrazia, lo stato di diritto, la sovranità, la libertà di intraprendere, la giustizia sociale e che punisce sia i piccoli imprenditori che gli operai. Ingiusta con tutti.

E’ a questa Europa che Bagnai dice basta. Con il coraggio che gli è proprio. E una convinzione nel cuore : l’Italia può aprire gli occhi. E farcela, anziché morire di inedia da euro.

martedì 23 dicembre 2014

Dopo Matteo verrà il Mullah Omar?

di Marcello Veneziani

Ha fatto molta impressione in Francia il libro di Michel Houellebecq, Sottomissione, che immagina nel 2022 la vittoria degli islamici alle urne, perché nel ballottaggio, pur di non far vincere Marine Le Pen, la sinistra e gli altri partiti votano per il candidato musulmano.

Il tema è, come suol dirsi, sensibile in Francia dove la presenza islamica è cospicua e Hollande sta aprendo molto ai migranti. E se invece succedesse da noi? L'ipotesi mi sembra meno peregrina che in Francia per varie ragioni. Siamo meno vaccinati, più accoglienti, più permeabili e più arrendevoli dei francesi, abbiamo un amor patrio più flebile, veniamo da decenni di demagogia terzomondista e filo-araba, il tema delle porte aperte domina a livello politico, sociale e pastorale. E non abbiamo alcun argine simile al Front national. Poi siamo il paese d'occidente geograficamente più vicino, in linea d'aria e d'acqua, ai paesi islamici, in alcuni casi anche storicamente; alcune nostre aree arabeggiano in stato avanzato, alcuni nostri centri sono ridotti a casbah, il kebab sta soppiantando la pizza e il narghilé va più forte della sigaretta elettronica.

Poi alcune figure politiche nostrane scopiazzano i muezzin: dopo il flop di alcuni surrogati, come il mullah Grillo e l'ayatollah Casaleggio, la califfa Boldrini e l'imam Vendola, non resta che provare con gli originali...Dopo Napolitano, un Turco napoletano al Quirinale o un Totò le mokò al posto di Matteo le cocò non sono poi così surreali. Allora si che ne vedremmo di tagli...



venerdì 19 dicembre 2014

L’altro volto di Benigni, quello del becero e odioso antifascista (video)

L’altro volto di Benigni, quello del becero e odioso antifascista (video)

di Redazione Secolo d'Italia

«“Se nasce un mongoloide è una cosa molto trista, ma la cosa più schifosa è se nasce un fascista”: così comincia la squallida poesia recitata dal comico toscano nel film “Effetti personali” di Giuseppe Bertolucci del 1983. A stanare la raccapricciante rappresentazione di Benigni – racconta il sito Lultimaribattuta.it – è stato Pietrangelo Buttafuoco intervistato da Libero. «A parte l’insulto rivolto con la discutibile rima alle persone nate con la sindrome di Down e ai loro familiari, si dovrebbero ricordare a Benigni quei ragazzi ammazzati per la sola colpa di essere fascisti. Dall’immediato Dopoguerra ai più recenti anni di piombo il motto “uccidere un camerata non è reato” ha garantito la massima impunità a quanti si sono macchiati di omicidi verso quei morti, a volte ragazzi giovanissimi, considerati “di serie B”. Ma al Benigni di inizio anni ’80 queste cose non interessavano. Anzi, per assicurarsi la carriera di grande attore, si prestava a una poesia che come unico scopo aveva quello di fomentare l’odio tra opposti estremismi. O meglio, l’odio fomentato è stato sempre e solo verso un unico estremismo, quello di destra. “Maledetta l’ora e il giorno in cui due merdaioli ti misero al mondo; maledetta l’ora, il giorno e l’annata che la tua mamma ti dette la prima poppata”: Benigni recitava queste parole nauseanti nello stesso anno in cui ha perso la vita Paolo Di Nella, a Roma nel quartiere Trieste-Salario, all’età di 20 anni, aggredito vigliaccamente da alcuni militanti antifascisti nel corso di un’affissione. Quella di Di Nella è stata considerata la morte che ha concluso la triste stagione degli anni di piombo. “Poi arrivasse Terracini, Paietta, Longo, Ingrao, ti cacassero sugli occhi mentre cantan ‘Bella Ciao’”: ecco cosa recitava chi qualche sera fa si è permesso di interpretare i “Dieci comandamenti”,norme e prescrizioni, secondo lo stesso Benigni, che diffondono amore verso il prossimo».

Anche al Vaticano è piaciuto il comico redento

A quanto pare il Benigni redento è piaciuto molto anche al Vaticano. Monsignor Fisichella su vari quotidiani nazionali ha elogiato il provocatore antifascista, ora convertito al calore e alla dolcezza: “Una lezione per la Chiesa”, l’ha definita. Anche monsignor Paglia ha raccontato la sua conversazione telefonica, ricca di complimenti, con il comico toscano. Qualcuno sussurra anche lo stesso Papa Francesco lo abbia chiamato, ovviamente per porgergli i suoi convenevoli. «Ma come mai – si chiede lultimaribattuta.it – questa conversione del “Piccolo diavolo” in angelo celeste e messaggero del verbo divino? La risposta la suggerisce sempre Buttafuoco su Libero: “Confermo quello che disse Ionesco quando aprì la porta del suo appartamento di Parigi e vide la folla sgargiante e urlante dei sessantottini: ‘Diventerete tutti notai’. È quel che è successo a Benigni“. Dal “Piccolo diavolo” a “La vita è bella”, anzi… la vita è bellissima: con 4 milioni di euro (a spese dei contribuenti) oltre alle conversioni succedono i miracoli».

https://www.youtube.com/watch?v=VxQA0hku12o

mercoledì 17 dicembre 2014

Il cavallo di Troika



di Guido Rossi (L'Intellettuale Dissidente)

Da anni si pensa alla situazione della Grecia come alla fine che non si augurerebbe nemmeno al peggior nemico. Nello stesso tempo si è guardato e si continua a guardare terrorizzati al miserabile spettro della miseria che, tenebroso e paziente, aleggia sopra quella terra un tempo matrice d’eroi. Ma osservando con attenzione questo –o meglio- questi spettri, si potranno scorgere nitidamente piume e becchi, estese ali e potenti artigli. Avvoltoi, che altro? Quelle strutture pseudoeuropee che volano e attendono di poter saziare le loro fameliche fauci con le povere spoglie di questa nazione. Aspettano dunque, giacché sanno perfettamente che presto o tardi le trame da loro ordite sortiranno l’effetto voluto. Un cavallo non più di legno bensì finanziario, strumento d’inganno, che è stato accolto tempo addietro dai Greci (e dal resto d’Europa) quale mirabile dono.

Una Grecia dunque alla quale si promise prosperità e pace, salvezza e benessere, ricchezza. Parole che certamente suonarono accattivanti a quei discendenti di Mida, dal quale ereditarono l’avidità, ma non il celebre tocco. La colpa tuttavia non deve ricadere sulla sola Ellade, bensì su tutte quelle Nazioni (Italia compresa) che hanno permesso ad organizzazioni autoelette e “diversamente democratiche” di poter prendere decisioni sulle sorti di Stati –una volta- sovrani. Ammise infatti Barroso pochi anni fa: “l’Unione Europea è un antidoto ai governi democratici. I governi democratici sbagliano molto spesso, e questa è la ragione principale per la quale abbiamo bisogno della Ue: perché non è democratica![1]”.

E come dar torto al predecessore di Junker: è vero, i governi “democratici” sbagliano spesso, spessissimo. Sicuramente per aver dato seguito alle lezioni impartite dalla troika (il cerbero a tre teste, Ue, Fmi e Commissione Europea). Come si trova infatti la Grecia dell’euro? Una disoccupazione intorno (e oltre) al 25%, quindi un greco su quattro sta a casa. E non si sta parlando di “semplici” disoccupati, ma di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà. In particolare circa il 40% dei bambini greci è in miseria estrema. Gente che di certo non può permettersi il mutuo e che quindi a viene privata della abitazione e messa in strada. Se ci sono proteste? Certamente. Ma è stato ripreso un decreto che prevede la galera per i lavoratori scioperanti. Nel frattempo, non mancano le manganellate. Se poi qualcuno necessita di medicarsi può andare tranquillamente nella prima farmacia che trova, e con qualche migliaio di euro(!) potrà acquistare i pochi farmaci necessari. Ma perché preoccuparsi in fondo? C’è l’Europa che interviene e la salva, giusto? Non proprio.

Cerchiamo di capirci. Con la moneta unica la Grecia – di suo già parecchio indebitata con l’estero – si trova una moneta forte rispetto alla sua piccola dracma. Di conseguenza, non esporta più nulla, e comincia ad importare. Nel frattempo si fanno necessari dei finanziamenti. Dlin, dlon, la troika suona subito alla loro porta. Aumenta il debito ed il denaro finisce nelle sole tasche dei tedeschi, le cui banche, di quel debito, possiedono una bella fetta. La situazione – ma che strano! – peggiora. Arrivano altri aiuti, addirittura dei “piani di salvataggio”. Ovviamente nessuno – tantomeno gli organi sovranazionali – conosce più la gratuità del dono, pertanto a detti “piani” segue una lista interminabile di richieste, quali soprattutto i tagli alla spesa pubblica (e quindi alla sanità, alla sicurezza, all’istruzione ecc), e privatizzazioni (che ovviamente per mancanza di liquido non finiranno in mano a privati greci – se non a qualche “Onassis” di turno– bensì a stranieri, gli stessi che regolano questi meccanismi extraeuropei). “Ma come? Dopo tutte queste scialuppe – fallate – ancora rischiate di affogare? Ma è veramente incredibile ciò! Non preoccupatevi, ecco altri fondi, in cambio – una sciocchezza –,vi commissariamo”.

Cosa significa un commissariamento da parte della Troika? Che quest’ultima porterà risorse allo Stato altrimenti non in grado di finanziarsi autonomamente sul mercato. Risorse che ancora una volta non si tradurranno in investimenti ed interventi statali (la vera cura!), proprio perché di contro sono stati imposti i citati tagli. E come sempre, il “commissario” chiede nuovo e continuo rigore, perciò ancora tagli e privatizzazioni, fino a quando anche l’ultimo brandello di Grecia non sarà ridotto ad ossa e cenere. Buona parte dei cittadini della penisola greca tuttavia non sembra ancora capacitarsi di chi siano le colpe e le responsabilità, né rendersi conto che l’affilata mannaia del boia Troika sta per scendere su di loro. I prossimi nella lista, è evidente, siamo noi. È l’ora di svegliarsi.



[1] Daniel Hanna, “The EU is an antidote to democratics governments, argues President Barroso”, The Telegraph, 01-10-10

venerdì 12 dicembre 2014

Quando la corruzione in Europa è “mal comune” (non solo in Italia)

corruzione


di FF (Barbadillo)

Descrivere l’Italia come il paese dei politici ladri e degli imprenditori tangentari è un gioco per alcuni divertente, ma pensare che il malaffare coinvolga solo il Belpaese e dunque auto flagellarsi non ha senso.

In realtà gli scandali legati alla condotta della classe politica sono diffusi in tutto il mondo e non solo per l’alterazione degli appalti della raccolta foglie e della pulizia delle strade. All’estero, nei paesi ‘avanzati’, non nelle post dittature africane, i politici arraffano forse più degli italiani e non si contano i turpi scandali sessuali. Si va dai ladri di polli, che fra una mazzetta e l’altra si intrattengono con prostitute d’alto bordo, a ben più gravi scandali legati ad armi e addirittura pedofilia.

Parliamo ad esempio della Germania, di cui si è occupato Panorama in un'inchiesta in due puntate. Fra i funzionari e i politici tedeschi si contano dei briganti patentati. Fra tangenti e lavoro nero, i crucchi occultano più di 500 miliardi di euro e non si fermano, come già detto, a rubacchiare sulla nettezza urbana. Ad esempio per “incoraggiare“ l’acquisto di armi di produzione tedesca sarebbero stati corrotti fior di funzionari greci, per un totale di 18 milioni di euro. E che dire del mondo dell’industria? La vicenda nota come "scandalo Siemens”, con tanto di perquisizioni e spettacolare impegno di 200 magistrati ha rivelato vicende di passaggi di denaro ben poco chiari. Cercando su Google “scandali Germania” l’utente si troverà di fronte a vicende di pedofilia, vitalizi d’oro, calcio scommesse, gestione dei rifiuti in mano alla criminalità, ministri che si dimettono. Non certo il paese dei balocchi.

Prendiamo dunque un traghetto e andiamo oltre Manica. Il Regno Unito è recentemente stato scosso da un enorme scandalo pedofilia che coinvolgerebbe una ventina di parlamentari ed ex ministri. Il dossier che ne parlava è stato però occultato e dunque le indagini sono ripartite da zero. Berlusconi quindi è un lurido sporcaccione perché si sarebbe intrattenuto con delle donne svestite e maggiorate (a meno che qualcuno pensi davvero che Ruby e la Daddario fossero bambine), mentre alcuni politici inglesi compivano azioni di gravità inaudita e forse rimarranno impuniti.
Mentre attendiamo di conoscere i risultati delle indagini parliamo della “Lobby dei Lord”, che ha coinvolto i componenti della camera alta. Per fare pressioni sul governo Cameron e per discutere leggi ad-tangentem alcuni nobiluomini avrebbero riscosso del ben poco nobile denaro, addirittura c’è chi parla di un mazzettone da 100 mila sterline. Ladri di polli, cialtroncelli, direte voi ma ben poco pollame è coinvolto nell’affaire “gas venduti ad Assad per fare le armi chimiche”. Ne dà notizia ad esempio il Daily Mail. La Perfida Albione dunque ha ben poco da insegnare ai politici nostrani.

Torniamo in continente e facciamo un giro e andiamo da quei sifilitici dei francesi. Vi siete chiesti perché Marine Le Pen ha avuto una crescita di consenso esponenziale? L’euro ha stufato, l’Unione Europea è opprimente, la finanza internazionale va fermata. Tutto vero. Ma uno dei motivi principali è che in Francia i politici rubano peggio di Lupin.Sono dei grassatori di prima categoria e gli elettori hanno spostato il loro consenso sul’unico partito che non ha mai grassato. Parliamo ad esempio degli “elicotteri kazaki”. Per venderli ci sarebbe stato un bel giro di tangenti che ha coinvolto addirittura Sarkozy. Il quale sarebbe stato sgamato anche a produrre fatture dubbie nella rendicontazione dei rimborsi elettorali. Mentre il suo predecessore Chirac è sotto processo per decine di assunzioni clientelari mentre faceva il sindaco a Parigi. Però il povero Jacque non può rispondere alle domande dei giudici perché è impossibilitato… Ha presentato anche un certificato medico. Un vero peccato, soprattutto perché parallelamente al certificato medico ha anche presentato nelle librerie il libro delle sue memorie. Cercando sempre su Google, troviamo in Francia un bel po’ di partite truccate, tangenti elettorali e varie notizie riguardanti il vecchio vizietto dei senza-bidet di vendere armi in Africa ai signori della guerra. Che sarà mai qualche mina anti-uomo?

Potremmo fermarci qui, ma perché soffermarsi sui singoli stati? Parliamo delle organizzazioni sovranazionali. Mario Giordano ha scritto un libro intero sugli sprechi enormi dell’Unione Europea, che attualmente vede nelle altissime sfere un certo Junker, reo di aver assistito alla creazione sotto i suoi occhi del più grande sistema di evasione fiscale mai visto. In Italia per uno scontrino mancato si finisce dritti al bagno penale, sullo stile di Jan Valjean, mentre invece uno dei maggiorenti dell’Ue può agevolare tassazioni virtuali e light per centinaia di miliardi e rimanere in carica.

D’altronde quello degli organismi internazionali è un pozzo senza fondo. E’ noto che la FAO, quella che “lotta contro la fame nel mondo”, in realtà lotta solo contro la fame dei suoi funzionari, organizzando con i fondi della solidarietà fior di banchetti a base di ostriche, champagne e caviale. L’80% dei fondi Unicef e Fao sono spesi per gli stipendi da nababbi dei funzionari, per spot pubblicitari e spese di rappresentanza. Dunque, quando fate beneficenza, fate attenzione.

Tutta l’Onu è un grande collettore di scandali. La faccenda è nota da anni, almeno da quando la famiglia Annan, quella dell’ex segretario generale, è stata colpita dall’ondata di scandali legati ad Oil For Food. Recentemente Ban Ki Moon ha insultato l’Italia per la questione degli scandali Expo, dicendo di togliere la sua foto dal sito internet della manifestazione. Secondo il suo metro di misura dunque, dovrebbe far togliere la sua foto anche dal sito dell’Onu, che fra un ospedale fallimentare in Africa (su cui qualcuno solleva dubbi riguardanti tangenti), e altre porcherie assortite, ha ben poco da insegnare.

Che figura ci fa dunque l’Italia alle prese con un (presunto) scandalo tangenti che coinvolge la Capitale e il vasto sistema di potere legato alle Cooperative Rosse? Siamo il Paese dei ladri e dei cialtroni, derisi da tutto il mondo o semplicemente il popolo dei Tafazzi che ama ‘sputtanarsi’ in giro per il mondo, convinti che l’erba del vicino sia sempre più verde?
Intendiamoci, il senso di questo articolo non è quello del “mal comune mezzo gaudio”, ma semplicemente un tentativo di smascherare i sepolcri imbiancati che prima di parlare di Italy-mafia, dovrebbero fare un po’ di pulizia in casa loro. Mentre noi potremmo abbandonare l’atteggiamento provinciale secondo cui lo straniero ricco e ben vestito, con l’accento british, è sempre migliore, mentre in realtà in molti casi risulta ben più sordido.

mercoledì 10 dicembre 2014

L’antimafia? La inventò Mussolini, parola di Massimo Fini

L’antimafia? La inventò Mussolini, parola di Massimo Fini


di Aldo di Lello (Secolo d'Italia)

«È noto che la mafia assume il potere che assume perché gli americani l’hanno usata come appoggio per lo sbarco in Sicilia. L’unico regime che l’ha davvero combattuta è stato il fascismo. Un regime forte non può accettare che ci sia all’interno un altro regime forte». Ribadisce un dato storico arcinoto lo scrittore Massimo Fini nell'intervista concessa a Il Giornale Off. Si tratta però di una verità talmente nota che, come regolarmente accade alle verità scomode, viene sistematicamente dimenticata. E allora desta sicuramente interesse e fa a suo modo “notizia” quando qualcuno, magari uno scrittore anticonformista come Massimo Fini, ripropone certe verità in momenti di crisi morale e politica come quello che l’Italia sta attraversando oggi.

Il boss e lo sbarco degli Alleati

C’è semmai da precisare che, non solo per un «regime forte» come il fascismo, ma per qualsiasi Stato degno di tale nome, la presenza mafiosa risulta intollerabile. Il punto è però che lo Stato italiano scaturito dal ’45 sconta purtroppo diversi vizi d’origine: quello della sconfitta militare e della limitazione di sovranità che ne scaturì, quello delle lunga egemonia di culture politiche, come quella democristiana e come quella comunista, sostanzialmente estranee all’idea di uno Stato nazionale forte e autorevole, quello, appunto, del ritorno in forze dei mafiosi scacciati dal prefetto Mori e dal fascismo, al seguito degli Alleati nello sbarco in Sicilia del 1943. Determinante fu in tal senso il ruolo svolto dal boss Lucky Luciano, d’intesa con l’Oss americano (il precedessore della Cia), nel preparare il terreno al futuro governo dell’isola.

Quando il duce visitò Palermo

Questi vizi d’origine li scontiamo purtroppo anche oggi. E ben al di là dei confini della Sicilia. Anzi, diciamo che la mafia, intesa come capacità di corruzione del sistema politico e delle istituzioni locali, ha raggiunto livelli di pericolosità ben lontano dalla sua terra, diciamo così, d’origine. Ma tutto riconduce sempre alla stessa matrice: la debolezza dello Stato, una debolezza intesa non tanto come insufficienza di leggi e di mezzi (sia detto per inciso, la legislazione italiana in materia è sicuramente all’avanguardia dalla legge, dalla legge Rognoni-La Torre in poi), ma come cultura delle classi dirigenti, a partire appunto dal senso dello Stato. E qui, sempre in tema di confronti storici, merita di essere ricordato un episodio narrato dal compianto Giuseppe Tricoli (lo storico di destra siciliano amico di Paolo Borsellino) in un volumetto dedicato alla figura del prefetto Mori. Riferisce Tricoli che Mussolini decise di usare il pugno duro con i mafiosi dopo una visita in Sicilia. Accadde che, mentre il duce girava per Palermo in macchina, un notabile che gli era seduto a fianco notò diversi signori fermi nelle strade dall’aria tipica degli agenti in borghese. A quel punto il notabile si rivolse al capo del governo per rassicurarlo e gli disse che non c’era bisogno di tutto quello spiegamento di forze, perché, se il duce era in sua compagnia, non poteva capitargli niente di male a Palermo. Quel notabile era chiaramente un boss mafioso e pensava di rivolgersi a Mussolini come si sarebbe rivolto a un qualsiasi politico dell’Italia liberale. Mal gliene incolse. Mussolini non disse nulla. Pochi giorni dopo era già pronto il decreto di nomina di Cesare Mori a prefetto di Palermo. Dal 1945 in poi è invece spesso capitato che i politici abbiano chiesto voti ai notabili mafiosi.

lunedì 8 dicembre 2014

Casaggì Firenze: “Universitari ribelli tra Brasillach e Vandea”


intervista di Marco Petrelli (Barbadillo)


Centro sociale (di destra) nato alla metà degli Anni Duemila nel contesto di Azione Giovani Firenze, Casaggì è una comunità che si sviluppa con una vocazione territoriale. Poi, l’attenzione si sposta anche all’UniFi che, da alcuni anni, comincia ad essere nuovo terreno di gioco. E pronta anche ad aderire al progetto di Gioventù Universitaria, pur con un sostanziale distinguo rispetto alle altre comunità delle quali vi abbiamo parlato. La formazione fiorentina considera, infatti, il termine “destra” come “scorciatoia cognitiva, punto di riferimento geografico-politico”. Niente di più. E i riferimenti culturali non lasciano certo dubbi sull’orientamento del gruppo: Pio Filippani Ronconi, Robert Brasillach, Julius Evola, Jean Thiriart, Adriano Romualdi, intellettuali che sarebbe quanto meno riduttivo “bollare” con una generica etichetta politica. Casaggì è una comunità complessa di ragazzi che, nel corso dell’intervista, accetta di parlare solo come gruppo, collettività e non come singoli individui.

Casaggì: che cos’è quando nasce e dove opera?

“Casaggì è un “centro sociale di destra”, uno spazio identitario che opera a Firenze dal 2005. Nasce all’interno di Azione Giovani e ne rappresenta fin dall’inizio il progetto metapolitico. Oggi la nostra Comunità è in grado di offrire corsi di autodifesa, ripetizioni per gli studenti, assistenza commerciale e legale, formazione culturale, corsi di grafica e pittura, di cucina e di primo soccorso. Nei nostri locali è presente un pub (il Bogside), una libreria (Sherwood), un progetto musicale (Gene ZeroZero), un gruppo femminile (Aleteia), un gruppo di approfondimento cinematografico (CineCrew), un movimento studentesco (Casaggì Scuole) ed uno universitario (Casaggì Università). Cerchiamo di operare a tutto tondo, dal volontariato sociale all’ambientalismo, dalla politica giovanile a quelle cittadina. Dal 2009 abbiamo un consigliere comunale, eletto con centinaia di preferenze e riconfermato nel maggio del 2014 con la più alta percentuale di preferenze rispetto ai voti di lista che si sia mai registrata a Firenze negli ultimi trent’anni. Ci ha premiato la militanza quotidiana, l’impegno disinteressato di quel centinaio di attivisti che hanno saputo difendere gli interessi degli ultimi, costruendo una forte rete di contatti e di solidarietà sul territorio e pagandosi una sede di tasca propria attraverso le tante attività condivise. Siamo riusciti, in questi anni, ad ottenere risultati importanti anche attraverso l’opera istituzionale. Tra le tante ne rivendichiamo due: abbiamo “cacciato” Equitalia da Firenze facendo approvare la nostra mozione all’unanimità e abbiamo fatto intitolare una strada a Bobby Sands, martire irlandese“.

Siete presenti anche all’Università di Firenze?

“Sì, da anni cerchiamo di occuparci anche di politica universitaria e utilizziamo l’Ateneo come volano di aggregazione giovanile per propagandare le nostre iniziative. Abbiamo più volte eletto dei consiglieri, nonostante le difficoltà fisiche e politiche che presentano le facoltà fiorentine. Restiamo convinti dell’assoluta necessità di creare una forza studentesca che non sia l’espressione del perbenismo borghese e della sciocca contrapposizione ideologica, ma che possa davvero attuare un contropotere organizzato, disciplinato e auto diretto“.

Vi definite di destra o centro destra?

“Il termine “destra” è utilizzato come scorciatoia cognitiva, come punto di riferimento geografico-politico. Quando nacque Casaggì e iniziamo a prenderci il nostro spazio conquistando la Consulta degli Studenti, un noto giornale locale fece la prima pagina con un titolo a caratteri cubitali: “Casaggì: un centro sociale, ma di destra”. Ci piacque e ce lo tenemmo. Ma l’etichetta, comunque, ci resta stretta: vogliamo essere altro, vogliamo essere di più“.

Quali sono i vostri riferimenti culturali?

“Ci siamo formati con i mostri sacri della cultura non allineata: dall’organizzazione del Cuib di Codreanu alla fascinazione guerriera per il Degrelle di “Militia”, dall’eresia antiborghese di Berto Ricci all’esempio di Alessandro Pavolini, dalla dottrina del Fascismo di Giovanni Gentile e Benito Mussolini alla mistica di Niccolò Giani e Guido Pallotta; dall’Europa di Adriano Romualdi e Jean Thiriart all’anticapitalismo di Sombart; dallo spirito futur-ardito al fiumanesimo dannunziano, da Corto Maltese ai romanzi d’avventura; dal tradizionalismo di Evola, Guenon, Scaligero, Eliade e De Giorgio alla profondità dei francesi come Brasillach, Celine e La Rochelle; da Mishima a Tolkien, da Kerouac a Marinetti; dai pensatori della Rivoluzione Conservatrice tedesca al peronismo e al Don Chisciotte, dal gabbiano Jonathan Livingston al Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, fino all’immensità di Ezra Pound, ma anche quella di Nietzsche, di Cioran, di Jose Antonio Primo de Rivera e di Junger. Dalla saggezza orientale dei koan zen a quella dei sufi e del Tao, passando per il Bushido e il Bhagavad Gita. E non possiamo non citare la filosofia ellenica, la sapienza latina, l’esempio di Roma e di Sparta, il Sacro romano Impero e i controrivoluzionari di Vandea, ma anche i nostri Briganti, i Pellerossa e i pirati. Un ruolo centrale lo giocano i combattenti per la libertà, dai palestinesi all’Ira, dai monaci tibetani ai karen, dai saharawi alle migliaia di siriani che stanno difendendo la sovranità della propria Terra: riferimenti viventi di una cultura che si fa azione. Tra i contemporanei, viventi e non, non possiamo non citare – tra gli altri – Alain de Benoist, Massimo Fini, Marcello Veneziani, Pietrangelo Buttafuoco, Gabriele Adinolfi, Guillaume Faye, Serge Latouche, Zygmunt Bauman, ma anche Domique Venner, Giano Accame e Pio Filippani Ronconi. E infine, quello che più conta: l’esempio silenzioso delle migliaia di soldati, di militanti e di Uomini: dal Carso al Piave, da El Alamein alla Rsi, da Iwo Jima alle rovine fumanti di Berlino”.

Casaggì è legata a qualche partito?

“Abbiamo portato avanti dei progetti di collaborazione locale e il nostro consigliere comunale è stato eletto con la lista di Fratelli d’Italia, ma preferiamo non entrare in modo integrale in nessun partito politico. Riteniamo i partiti uno strumento e non un fine. Preferiamo mantenere un’autonomia di riferimenti culturali e di azione, magari arrancando e facendo una colletta di più per pagare l’affitto o la stampa di un manifesto ma senza dover rendere conto a nessuno. Abbiamo capito che, alla lunga, ciò che conta è la capacità di restare fermi al centro e flessibili nella circonferenza, aperti al dialogo e alle sintesi, ma senza cedere alle lusinghe di una poltrona o di una prebenda“.

Come aggregate?

“Aggreghiamo in ogni modo possibile: con una frenetica attività nelle scuole superiori, fatta di centinaia di volantinaggi; con una continua opera di approfondimento culturale attraverso i cicli di conferenze, i cineforum e le scuole di formazione; con l’azione sociale, militante e politica sul territorio; con i tanti servizi che offriamo gratuitamente; con le attività ludiche e ricreative, musicali e sportive; con la ricerca di una comunicazione grafica e di linguaggio in grado di lanciare messaggi che siano chiari e accattivanti”.

Avete aderito al progetto di Gioventù Universitaria?

“Stiamo valutando il progetto“.

giovedì 4 dicembre 2014

Il "radical" pensa al prossimo soltanto se viene da lontano

di Marcello Veneziani

C' è un punto cruciale su cui la sinistra ha costruito la sua pretesa superiorità morale, etica e sociale rispetto alla destra. Parlo di ogni sinistra, comunista o liberal, socialdemocratica, cristiana o radical, compreso quel residuo di sinistra in via di liquidazione che boccheggia nel presente.



E parlo di ogni destra, liberale o conservatrice, reazionaria o popolare, tradizionale e perfino fascista. Quel punto basilare è il prendersi cura dell'umanità, il famoso I care , la fratellanza o la generosità verso i più deboli, i poveri e gli oppressi. In una parola la solidarietà. Quell'asse regge la pretesa di ogni sinistra a ergersi su un trespolo di superiorità, una cattedra morale o giudiziaria, e da lì giudicare il mondo, gli altri e gli avversari. Il sottinteso è che la sinistra sia mossa da un ideale, un valore - la fratellanza, la filantropia, l'amore per l'altro, la solidarietà, trasposizione sociale della carità - e la destra invece sia mossa sempre e solo da un interesse, se liberale, o da un istinto, se radicale. La prima è per definizione altruista, aperta, la seconda egoista o al più familista, comunque cinica, chiusa.

A questa «utopia necessaria» e benefica, Stefano Rodotà ha dedicato un libro, Solidarietà (Laterza, pagg. 141 euro 14) elogiato dalle «anime belle» della sinistra. Troneggia una tesi che già affiorava ne Le due fonti della morale e della religione di Bergson: la vera solidarietà sta nell'amare il lontano, lo sconosciuto, lo straniero. In realtà c'è un altro modo di concepire il legame sociale, solidale e comunitario che non è indicato da Rodotà. È il legame affettivo che parte dal più caro e si fonda sulla prossimità. L'amore stesso è fondato sulla predilezione: la persona amata non è intercambiabile con un'altra, non si può amare dello stesso amore chi è caro e famigliare e chi è remoto e ignoto. Non si potrà mai chiedere a una persona di amare di più chi non conosce o è straniero rispetto a sua madre o suo figlio. Non si potrà mai pretendere che si senta più fratello dello sconosciuto rispetto a suo fratello: non si può capovolgere una legge di natura, biologica e affettiva, carnale e spirituale. Su quella legge naturale ha retto ogni consorzio umano e si traduce in legame d'amore e famigliare, legame civico, sociale e nazionale. Posso essere aperto all'umanità e ben disposto verso ogni uomo, ma a partire da chi mi è più vicino, da chi appartiene alla mia vita, con cui condivido il pane (compagno, cum-panis ), la provenienza e la storia. Perché dovrei giudicare egoistica questa preferenza, o cinica la morale che ne consegue? Amare chi ti è caro e vicino non è chiudersi al mondo in una forma deplorevole di egoismo, ma è la prima e più autentica apertura agli altri nella vita reale.



Su quei legami reggono le prime fondamentali comunità, le famiglie, quell'energia anima l'amore tra due persone, quella fonte dà coesione alle patrie e le altre forme di comunità, inclusa la confraternita, fino alla colleganza di lavoro. L'errore o la mistificazione che si compie al riguardo per sancire la superiorità morale dei solidali cosmici, è paragonare un valore universale a una degenerazione del principio opposto: non si confronta l'amore verso lo straniero con l'amore a partire da chi ti è più caro, ma la fratellanza all'egoismo, l'amore per l'umanità al cinismo. Sarebbe facile a questo punto compiere la simmetrica operazione e paragonare l'amore per chi ti è vicino al disprezzo, l'odio o l'indifferenza verso il prossimo dietro l'alibi e l'impostura della filantropia universale. Due spiriti acuti e profondi come Leopardi e Dostoevskij criticarono il cosmopolitismo filantropico sottolineando che l'amore per l'umanità o per lo straniero di solito si sposa all'insofferenza o all'indifferenza verso chi ti è concretamente vicino, familiare o compatriota. Ovvero nel nome di un amore astratto, utopico e solo mentale, si nega e si rinnega l'amore reale, quotidiano per le persone a noi più prossime. Nell'amore per l'umanità si spezzano i legami reali e si opta per un individualismo planetario: il single sradicato che abbraccia il mondo intero.

L'utopia che muove la fratellanza universale è il principio egualitario, ossia la convinzione che tutti gli uomini siano uguali non solo in ordine ai diritti e ai doveri ma anche sul piano degli affetti. Anzi, in questa prospettiva merita più attenzione e più cura chi ci è più estraneo. Non solo si respinge il principio del merito secondo cui ognuno riceve secondo le sue capacità e le sue opere, e si sostituisce col principio del bisogno secondo cui ognuno riceve in base alle sue necessità; ma si sostituisce la priorità su cui si fonda l'amore (la persona amata, la famiglia, gli amici, i compatrioti o i consociati) con la priorità assegnata agli stranieri. Da qui il passaggio dal legame comunitario che unisce le società al principio di accoglienza che apre al suo esterno. In questo caso la coesione sociale sarebbe fondata sull'adesione allo stesso principio: ci unisce l'idea di accogliere lo straniero e formare con lui una società aperta e universale.

Questa disputa ideologica è tutt'altro che riservata ai circoli intellettuali perché è piuttosto la traduzione culturale di un tema cruciale di massa nella nostra epoca. Si fronteggiano nella vita di ogni giorno due visioni del mondo: quella di chi affronta l'universale a partire dal particolare e quella di chi affronta il particolare a partire dall'universale. Il primo può dirsi principio d'identità fondato sulla realtà, il secondo è un principio di alterità fondato sull'utopia, come dicono gli stessi assertori, Rodotà incluso. La solidarietà può esprimersi in realtà in due modi: quello di chi privilegia lo straniero e si fonda sul principio di accoglienza, e quello di chi parte da chi è più vicino e fonda il principio di comunità. È la sfida del nostro tempo: comunità o universalismo, anche se taluni pensano nella loro utopia che si possa fondare una comunità su basi universalistiche, una specie di comunità sconfinata che coincide con l'umanità, secondo il vecchio progetto cosmopolitico illuminista. In realtà l'unico sciagurato tentativo di tradurre nel reale questa utopia egualitaria e universalista è stato il comunismo e sappiamo gli esiti catastrofici. Ora il tentativo è ridurre questa utopia politica a prescrizione morale, preservando i diritti individuali. Così l'accoglienza solidale diventa la base del moralismo radical, ultima spiaggia della sinistra egualitaria. L'utopia del mondo migliore dichiara guerra al mondo reale, alla vita e alla natura, sacrificando l'uomo concreto all'umanità. E ribattezza questa guerra contro la realtà come solidarietà all'umanità...

martedì 2 dicembre 2014

Alla Farnesina c’è chi si crede tornato all’epoca dei serpentoni: volantinaggi, manifesti, intimidazioni. Ma si sbaglia

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di Mario Vattani

Invece di pensare ai diritti dei lavoratori, la CGIL Esteri lancia una campagna denigratoria contro un singolo funzionario, Mario Vattani. Stavolta è accusato di lavorare.

Nei primi anni settanta, alla Farnesina c’erano i serpentoni.

Decine di impiegati si davano appuntamento – di solito nell’ufficio della CGIL – poi partivano tutti in fila, salivano al primo piano, e da lì iniziavano a girare per tutto il Ministero. Grida, botti, slogan, e soprattutto i famosi calci sulle porte, per intimidire non solo i diplomatici e i dirigenti, ma anche lo stesso Ministro.

Ebbene alle undici del venerdì 28 novembre 2014, ricevo direttamente in ufficio un’email dalla CGIL Esteri, che mi trasmette un volantino firmato da quell’organizzazione, con il titolo:

“Bentornato Ministro Vattani! Ringraziamo l’Amministrazione per la bella insperata notizia: era ora!”. Segue il testo di un articolo del Fatto Quotidiano, appena pubblicato online lo stesso giorno. Inutile starne a illustrare il contenuto, perché è zeppo delle stesse notizie travisate, tendenziose, che quel giornale ha fieramente disseminato sulla carta e via internet negli ultimi anni. Con una novità: il fatto apparentemente inaccettabile che io sia rientrato al Ministero, a lavorare. C’è una foto di me, e si fa riferimento nel titolo a uno stipendio di addirittura 130.000 euro l’anno – ovviamente omettendo che si tratta di una cifra lorda, da dividere a metà, e comunque più bassa di quella percepita da molti miei colleghi di pari grado.

Verifico se per caso il volantino sia già in distribuzione, e in effetti lo trovo ovunque, ad ogni piano, affisso sui muri, nelle bacheche, davanti a tutti gli ingressi del Ministero, distribuito anche sui tavolini dei bar, e nella sala ospiti.

La CGIL Esteri non riesce a mandare giù che io sia il figlio primogenito di Umberto Vattani, già Segretario Generale della Farnesina, e che sia entrato in carriera diplomatica nel 1991, peraltro primo del mio concorso.

Sono d’accordo, essere figlio di qualcuno non è certo un merito. Tuttavia, non riesco ancora a comprendere in che modo possa costituire un demerito.

Non ho mai visto che faccia abbiano gli impiegati del Ministero degli Affari Esteri che fanno queste affissioni selvagge, credendosi forse al collettivo studentesco. Loro però conoscono bene la mia, anche grazie a L’Unità, che per settimane la pubblicava quasi a piena pagina, a mo’ di foto segnaletica.

Non li conosco, ma le loro accuse sono sempre le stesse.

Sono stato iscritto al Fronte della Gioventù, e se è per questo anche al Movimento Sociale Italiano, un partito nelle cui file si sono formati molti protagonisti della vita politica italiana, ivi compresi un numero di Ministri e Sottosegretari, e almeno un Presidente della Camera. Non ho avuto paura dei serpentoni allora, e certo non ne ho paura adesso, quindi nessuno si illuda che camminerò rasente i muri, abbassando gli occhi davanti a qualche assurdo volantino.

Sono stato fotografato nel 2011 a Casapound, dove conosco persone che hanno avuto percorsi giovanili simili al mio, in partiti rappresentati democraticamente in parlamento. Non mi risulta che sia un’organizzazione criminale, quindi nessuna legge mi impediva di andarci allora, come nessuna legge mi impedirebbe di andarci oggi, o anche domani se decidessi di farlo.

Qualcosa mi dice che se fossi stato invece fotografato in un centro sociale occupato, di quelli da dove partono i gruppi di vandali che impunemente devastano le scuole, le università, che sfasciano e imbrattano negozi e automobili – quelli che hanno preso a sassate la macchina di Matteo Salvini, per capirci – non sarei stato oggetto delle attenzioni di quei giornali.

In ogni modo, quali che siano le mie opinioni personali, non riguardano il mio lavoro. Entrando in carriera ho giurato fedeltà alla Costituzione della Repubblica Italiana, e non sono mai venuto meno a quel giuramento. E’ una Carta fondamentale ispirata alla libertà, che grazie al cielo mi permette di avere le mie idee e anche di esprimerle.

Nel 2012 mi è stata comminata, oltre a un richiamo poi giudicato illegittimo, anche una sanzione molto severa. Pur contestandola, l’ho scontata tutta, ed ora – con buona pace della CGIL Esteri – sono in servizio a Roma, nel pieno delle mie funzioni, non a occuparmi di politica o distribuire volantini, ma a servire il Paese, come ho sempre fatto.

Trovo inaccettabile che pochi facinorosi possano impunemente tappezzare il Ministero degli Affari Esteri come fosse un liceo occupato, con volantini mirati non – attenzione – a riaffermare delle rivendicazioni per i lavoratori, ma al contrario ad attaccare in modo denigratorio una sola persona, un dipendente della stessa Amministrazione dello Stato, sperando forse di intimidirla.

Non esistono delle regole in questo Ministero? Stupisce allora come questi personaggi possano liberamente affiggere volantini deliranti e denigratori negli ingressi, nei corridoi, addirittura nella Sala VIP di questo Ministero, dove vengono accolti gli ospiti italiani e stranieri, gli Ambasciatori, gli stessi addetti diplomatici con i quali intrattiene rapporti la mia Direzione Generale, le stesse persone che io ricevo nel mio ufficio, per servizio.

Oggi è lunedì 1 dicembre, ed arrivando al lavoro ho trovato di nuovo quei volantini. Sono passati tre giorni. Ho notato che quando finiscono, vengono ristampati e distribuiti. Qualcuno ha intenzione di intervenire? Oppure è tornata l’epoca dei serpentoni?

Peraltro al di là dell’attacco personale, non si comprende che cosa viene contestato. Se alla CGIL Esteri hanno problemi nei miei confronti, che agiscano nelle sedi preposte. Che si rivolgano al Direzione del Personale.

Come è possibile che gli altri sindacati, e penso soprattutto a quello dei diplomatici, al SNDMAE, che in teoria dovrebbero occuparsi in primis dei diritti dei lavoratori, non rispondano nulla – nemmeno per correggere la ridicola somma indicata urbi et orbi come mio stipendio, lasciando credere a chi paga le tasse che un Ministro Plenipotenziario a Roma guadagna davvero 130.000 euro l’anno?

E’ davvero così tanta la fifa di quattro sconsiderati armati di fotocopiatrice a colori?

Visto che nessuno interviene, spero di non vedermi costretto a ricorrere io stesso a provvedimenti legali, a fronte del perdurare di questo atteggiamento aggressivo e denigratorio da parte di un sindacato che sembra aver dimenticato che la priorità è difendere il lavoro, non discriminare un lavoratore per ostilità ideologica.

Europa: una Civiltà, non una moneta!