venerdì 2 maggio 2014

L’uomo moderno non teme la morte, teme la vita


di Carlotta Maria Correra (L'Intellettuale Dissidente)


A folgore et tempestate, a peste, a fame et bello Libera nos Domine.

Recitano così le rogazioni, le antiche preghiere propiziatorie per le seminagioni. Fulmine tempesta, peste, fame e guerra queste erano le paure dell’uomo antico, da cui Dio doveva proteggere. Paure violente, connesse strettamente alla morte e dipendenti, il più delle volte, dalla potenza della natura; paure però, come sostiene il professore di Filosofia Vittorio V. Alberti, prevedibili ed in qualche modo arginabili e risolvibili, attraverso misure di difesa.

Al contrario le paure dell’uomo contemporaneo sono imprevedibili e difficilmente localizzabili. Oltre alle classiche paure individuali, sociali e politiche se ne aggiungono ulteriori non facili da individuare, figlie del predominio del progresso e dell’economia, della globalizzazione, della precarietà delle condizioni lavorative e della rapidità che tormenta lo svolgersi delle vite. Alla base di ciò sta il sistema capitalistico, il quale ha generato le più temibile delle nostre paure: l’insicurezza per il presente e l’incertezza per il futuro. L’uomo moderno si ritrova dinanzi un’infinita possibilità di scelta che si presentano come un daimon, da una parte generatore di libertà, dall’altro di angoscia. Difatti tale pletora di possibilità innesca un processo di destabilizzazione nell’individuo, che non riesce a seguire un mondo caotico, ingestibile, instabile, portatore di infiniti stimoli ed opportunità. Secono lo psicanalista Massimo Recalcati “dal punto di vista del disagio mentale la nostra epoca può essere definita come l’epoca del panico” , ossia della sensazione che tutto sia illimitato, senza più confini e dimensioni protettive e che non vi sia un nemico, per l’appunto, imputabile con certezza. Questa è la nostra condizione: esposti ad un rischio perennemente presente, ma allo stesso tempo invisibile. In tal modo, secondo quanto sostiene il filosofo Zygmunt Bauman, nel saggio “Il demone della paura”, il mondo appare come un luogo infido e spaventoso, dal quale proteggersi, in ogni momento, adottando ulteriori azioni difensive, estremamente redditizie dal punto di vista commerciale. Così il capitale produttore delle paure investe nelle paure stesse, per ricavare ogni tipo di profitto, sia politico che commerciale. E se un tempo era lo Stato Sociale indetto ad assicurarsi la salvaguardia dei propri cittadini, oggi la loro incolumità è esposta alle regole del mercato, avendo oramai indebolito le difese costruite dallo Stato ed avendo delegittimato i sistemi di tutela collettiva, come sindacati e la contrattazione collettiva. L’uomo moderno si ritrova a dover fronteggiare problemi e paure prodotte dalla società stessa con l’unico strumento a lui rimasto: l’acquisto. Stephen Grahamn, fa notare come a seguito dei catastrofici attentati terroristici si sia verificato un aumento, grazie anche ai servizi pubblicitari, di vendite dei SUV, veicoli simbolo di incolumità e di indistruttibilità. Il sistema capitalistico è dunque carnefice, avendo impiantato, in ognuno di noi, il timore e l’angoscia perpetua, e salvatore, proponendosi come unica soluzione salvifica possibile.

Ad esasperare ancor più il sentimento di paura, intervengono gli strumenti di informazione e comunicazione, i quali hanno creato una “matassa indistinta e confusa di paure”, denominata in tale maniera dall’antropologo Marc Augè nel saggio ” Les nouvelles peurs”. I timori economici, le violenze criminali, le catastrofi naturali, le guerre, nello schermo televisivo o sui giornali, appaiono concatenate le une con le altre, sebbene queste non lo siano, dando vita ad un groviglio confusionario che amplifica e semplifica nello stesso momento. Ed evocando una paura, ne viene rigurgitata l’intera matassa, la quale apparirà impossibile da combattere, generando così la sensazione angosciosa di impotenza. In questo nodo inestricabile di terrore si aggiunge inoltre, la paura della paura stessa, come, dopo la crisi del 29′ affermò Roosevelt “L’unica cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura stessa.”

In tal modo, dunque, l’uomo moderno più che temere la morte, non teme la vita stessa?