mercoledì 21 gennaio 2015

De Benoist:“In Europa il potere politico è nelle mani delle lobby”

anello poteredi Nicolas Gauthier, traduzione di Manlio Triggiani (Barbadillo.it)

 Signor de Benoist, Alain Madelin e Gérard Longuet, che lei ha conosciuto quando erano dei giovani spadaccini, alla fine divennero ministri. Solo per constatare che il vero potere era detenuto più dalle amministrazioni che avrebbero dovuto obbedir loro, ma che non obbedirono … Oggi, in politica, dov’è il potere?
“Molte persone oggi hanno una concezione del potere che risale al XIX secolo. Un partito politico cerca di ottenere la maggioranza per assumere il potere. Quando è al potere, attua il suo programma. Il campione (o la campionessa) diventa così un salvatore! Sfortunatamente, non è più questo il modo in cui vanno le cose. Gli ex ministri che lei ha citato, e molti altri prima di loro, non hanno smesso di constatarlo: il margine di manovra di cui dispongono, dopo essere ‘arrivati al potere’ non ha smesso di restringersi come la pelle di zigrino. Ciò non significa che loro sono totalmente impotenti, ma che la loro libertà d’azione urta contro vincoli di tutti i tipi che la limitano o l’ostacolano in maniera sempre più stretta. Il potere ha peraltro lasciato da tempo le sue istanze tradizionali. Domandarsi dove è il vero potere è chiedersi dove si prendono le decisioni. La grande domanda in politica è: chi decide? ‘ E’ sovrano, ha scritto Carl Schmitt, chi decide nel caso d’eccezione’. In poche parole, era stato detto tutto. Il potere dello Stato, oggi, è in gran parte diventato un potere accessorio o subordinato. Coloro che detengono il potere reale appartengono a un cenacolo al di fuori dello Stato e anche al di fuori del territorio. Questi cenacoli contano molti nominati o cooptati che eletti. E sono loro che decidono. E’ una delle cause della crisi della democrazia rappresentativa, che sarebbe meglio chiamare altrimenti democrazia sostitutiva, poiché sostituisce alla sovranità popolare l’unico potere dei suoi presunti rappresentanti”.
Quando, nel 1997, Lionel Jospin, allora primo ministro, riconobbe a proposito della chiusura dello stabilimento Renault di Vilvorde che “lo Stato non può fare tutto”, firmò la capitolazione del potere politico nei confronti del potere economico?
“Non so se questo è il miglior esempio che si possa prendere, ma è evidente che la subordinazione del potere politico al potere economico, e soprattutto finanziario, è uno dei tratti maggiori della situazione attuale, come anche una delle principali cause di deperimento del politico (il politico è tutt’altro che la politica nel senso corrente del termine). L’ideologia liberale, per la quale il legame sociale si riduce esclusivamente al contratto giuridico e allo scambio commerciale, ha sempre sostenuto tale subordinazione, in quanto la sovranità politica impedisce i meccanismi di ‘regolazione spontanea’ (la ‘mano invisibile’ del mercato) di produrre pienamente i loro effetti – contro una tradizione europea che aveva sempre badato che la dimensione economica fosse ‘incastrata’ (embedded, incorporata, dice Karl Polanyi) nel sociale, sotto l’autorità del politico e che aveva sempre messo in guardia contro il potere della crematistica. Il triste privilegio della nostra epoca è stato di spingere questa subordinazione a un livello che non aveva mai raggiunto prima. La politica del debito adottata dagli Stati li ha legati mani e piedi al potere dei mercati finanziari. I diktat moralistici dell’ideologia dei diritti umani hanno fatto il resto”.
Un potere che non è più sovrano perde di per sé il suo carattere politico. Ora, come tutti sanno, intere parti di sovranità sono venute meno nel corso degli ultimi decenni. La nostra sovranità militare è stata delegata alla Nato, la nostra sovranità politica è stata svenduta alle istituzioni dell’Unione europea, la nostra sovranità di bilancio al Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance firmata a Bruxelles nel 2012, la nostra sovranità giuridica alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Ciò a cui stiamo assistendo, è quindi l’espropriazione pura e semplice del potere politico, e al suo massiccio trasferimento verso istanze e persone che non sono state mai elette. E come queste differenti istanze sono a loro volta acquisite all’ideologia liberale, il potere politico scompare in una sorta di buco nero”.
Per riassumere, qual è lo scopo del potere? La volontà di potenza? Dotarsi di mezzi per ripristinare un po’ di senso in una società sempre più frammentata? Lasciare una traccia nella storia? Far trionfare le sue idee a scapito di altri?
“Un po’ di tutto questo, non c’è dubbio. Nel senso più alto, il potere politico avrebbe per fine soprattutto di garantire a un popolo, non solo un avvenire, ma un destino. Ma nell’immediato, il primo compito sarebbe quello di provare a ridare al politico i mezzi per svincolarsi dal sistema monetario. Essendo ben consapevoli che prendendo il potere si rischia di più di cederlo. Il primo gennaio 1994, il molto zapatista subcomandante Marcos disse: ‘Noi non vogliamo prendere il potere poiché sappiamo che se prendessimo il potere, saremmo presi da lui’. Un avvertimento sul quale si potrebbe meditare”.