venerdì 12 giugno 2015

"CHILD 44": UN FILM CHE INCRINA IL DOGMA DEL "PARADISO" SOVIETICO

Recensione di Marco Scatarzi

Leo Demidov è il soldato che ha issato la bandiera rossa sul Reichstag di Berlino ponendo fine alla seconda guerra mondiale sul suolo europeo. Tornato in patria da eroe, nella Russia che ha sete di nuovi miti proletari e vittoriosi da spacciare alle grandi masse, diventa uno dei migliori agenti dei servizi segreti e – suo malgrado – è costretto a fare i conti con le meschinità del sistema sovietico, che lo degrada e lo costringe alla lotta, portandolo a riscattare la propria dignità e, allo stesso tempo, ad accettare i dogmi di facciata che la nomenklatura imponeva senza reticenze.
Costretto dagli eventi a indagare sulle ripetute uccisioni di bambini che infestano la Russia di Stalin, Leo si scontra con le menzogne di un modello che parte da una certezza assoluta: in “paradiso” non esistono omicidi. L’Unione Sovietica non ammetteva la possibilità che, nel “paradiso” del socialismo reale, qualcuno potesse uccidere. Certe degenerazioni della mente umana sono logica conseguenza del sistema capitalista e non possono essere concepite laddove trionfa l’etica collettiva e tutti hanno ciò che potrebbero desiderare: ammettere l’infelicità, la malattia o il disagio rappresenterebbe la fine di un equilibrio che la classe dirigente di Mosca è disposta a difendere ad ogni costo e con ogni mezzo necessario. Un equilibrio artificiale, una menzogna che viene spacciata per verità e che ricorda molto la censura che la Repubblica Democratica Tedesca, che di democratico aveva solo il nome, metteva in piedi per camuffare le centinaia di suicidi che ogni anno si registravano tra i grigi palazzoni in cemento di Berlino Est.
E’ uno sguardo nuovo, quello di “Child 44”, una prospettiva che il regista Daniel Espinosa ha saputo rappresentare al meglio: a venticinque anni suonati dalla caduta del Muro inizia a crollare anche il silenzio che per decenni ha avvolto una delle più terribili dittature della storia. Quella che Espinosa mette in scena è la Russia che ha tenuto in scacco mezzo mondo per mezzo secolo: una società imposta con la forza della repressione, inculcata attraverso una serratissima pratica dell’ideologia, tenuta in piedi da un meccanismo sociale studiato per annientare i legami solidali, disgregare le famiglie, annichilire ogni impeto libertario, ogni radice, ogni tensione verso l’alto, ogni inclinazione al sacro e al bello, ogni stimolo di ribellione, ogni sfaccettatura dell’animo umano che non rientrasse nella penosa prospettiva del lavoro assegnato, della vita scandita dai soliti ritmi e dalla severa osservanza delle regole. Tra queste ve ne era una particolarmente crudele: se un tuo parente esprimeva idee contrarie al volgo comune, dovevi denunciarlo. Non farlo avrebbe significato finire sotto terra in buon compagnia o condividere l’ebbrezza di un viaggio di sola andata per le lande siberiane, a spaccare pietre e morire di stenti nel gelo della tundra.
Un regime che costruiva le accuse ed emetteva le sentenze, che non dava spazio ai sentimenti e al capriccio, che rimuoveva con precisione maniacale ogni più insignificante inclinazione al senso critico, che risolveva i problemi del dissenso interno con la “democrazia” del colpo alla nuca e l’oblio della damnatio memoriae. “Child 44” è un film da vedere, perché racconta delle ovvietà storiche che l’intellighenzia cinematografica non ha mai voluto mostrare al mondo.
Un film da far vedere a tutti, soprattutto ai tanti paladini dei diritti a buon mercato, quelli che chiedono le unioni gay sventolando la bandiera di chi concepiva l’omosessualità come una malattia da punire con quindici anni di campo di concentramento. Un film che contribuisce a ricomporre il mosaico della ricostruzione storica perché – citando Orwell – “in tempi di menzogna universale dire la verità è un atto rivoluzionario”.