martedì 23 giugno 2015

Mario Sanesi: itinerario di libertà dal Msi alle Nuove sintesi

La Voce della Fogna
di E. Nistri (Barbadillo.it)

Longanesi ha scritto che i figli dei grandi uomini assomigliano al padre solo per il naso. L’aforisma si adatta solo in parte al caso di Mario Sanesi, anche se non è da escludere che la personalità volitiva e un po’ ingombrante del padre abbia influito sul suo “profilo basso” in politica come nel lavoro. Su di esso pesò anche un’innata modestia, che lo indusse per esempio, lui laureatosi a pieni voti in storia medievale, con una ponderosa tesi di ricerca che Franco Cardini gli aveva assegnato intuendo in lui non comuni doti di ricercatore, a non cercare gli sbocchi universitari che il suo maestro gli aveva proposto, accontentandosi di una decorosa e inappuntabile carriera come professore di scuola. Ma non sempre la modestia, con buona pace di Marinetti, è la virtù dei mediocri, e, come dimostrano i suoi articoli e le sue recensioni su “Diorama letterario”, sempre puntuali, documentate, approfondite, Mario un mediocre non era.
Legato da rapporti di amicizia e di stima a Marco Tarchi, Sanesi seguì le principali tappe del suo itinerario umano, politico e culturale, dentro e fuori il Msi: dal campeggio a Corfù, nella Grecia dei Colonnelli, l’anno della maturità (quando però, dopo qualche dissapore coi locali, non rinunciò a intonare le strofe irripetibili dell’Osteria numero dieci cantate a suo tempo dal padre volontario di guerra) alla cooptazione nel direttivo provinciale del partito, a metà anni Settanta, insieme a figure di non comune levatura intellettuale, dallo stesso Tarchi a Dario Durando, dai fratelli Sinatti a Carlo Terracciano; dai viaggi in Francia all’amicizia con Jacques Marchall, dalla fondazione della “Voce della Fogna” a quella di “Diorama”, dall’esperienza della Nuova Destra alla fuoruscita dal partito, a costo di entrare in collisione col “federale padre” che pure doveva essere orgoglioso di quel figlio colto, lui che per i traumi del dopoguerra e la necessità di mantenere la famiglia non era potuto andare al di là di un diploma di ragioniere.
Il destino lo accomuna a Terracciano e alla Tre Re
Negli ultimi mesi della sua vita il suo aspetto fisico appariva pesantemente segnato dal subdolo operato di un male rivelatosi invincibile. Il suo volto di eterno ragazzo appariva ormai opaco e segnato. Eppure, stoico senza enfasi, cercò fino all’ultimo di condurre una vita normale, senza indulgere all’autocommiserazione, continuando a seguire i suoi discepoli sin quasi alle soglie della maturità, forte di una vocazione didattica che lo accomunava a Marco Tarchi. Pochi giorni fa, quando il suo destino era ormai segnato, fece la scelta di vivere i pochi giorni che gli restavano in Sardegna, con un gruppo di amici fidati. La morte, per arresto cardiaco, l’ha colto quasi in riva al mare, all’età di 62 anni: troppo pochi per chi avrebbe avuto ancora tante cose da offrire e da chiedere alla vita. Resta il rimpianto di un uomo modesto ma non mediocre, riservato ma non timido, colto senza ostentazioni, riservato ma capace di dire quello che pensava senza ritrosie né infingimenti. E la rabbia per un destino ingrato che l’accomuna purtroppo a tanti altri esponenti della sua generazione, da Carlo Terracciano a Susanna Tre Re.
Addio, Mario. Di quella magica e remota stagione di “Elementi”, che, insieme a tanti fraintendimenti e incomprensioni, ci regalò qualche attimo di rara felicità, non hai voluto essere che un discreto testimone e un intelligente comprimario. Ma non è retorica scrivere che, se tutti noi avessimo preso esempio da te, l’Italia sarebbe forse un paese migliore.
Alla politica era arrivato quasi per predestinazione familiare. Il padre, Sergio, originario di Castelfiorentino, uno dei comuni più rossi d’Italia, era stato giovanissimo volontario nella campagna di Grecia, combattente nella Repubblica Sociale, per poi divenire, dopo anni molto difficili, dirigente della Silvaneon, un’azienda pionieristica nel campo della pubblicità luminosa, fondata da Nando Martellini, anch’egli reduce della Rsi, vittima di uno dei primi rapimenti in Toscana. All’alba degli anni Settanta, quando il figlio si iscriveva alla Giovane Italia sull’onda delle grandi manifestazioni per la libertà della Polonia, era il segretario della federazione fiorentina del Msi, asserragliata come in un fortilizio al piano nobile di un palazzotto di piazza Indipendenza. Consigliere comunale e provinciale, alla fine degli anni Ottanta sarebbe divenuto senatore, per poi traghettare, forte del suo prestigio di ex combattente, il riottoso mondo reducistico missino in Alleanza Nazionale. Buon oratore, stimato nelle istituzioni anche dagli avversari, ricco di interessi culturali nonostante gli studi interrotti, morì nel 1999 e non è forse un caso se la sua scomparsa è coincisa con l’emergere di forze centrifughe sempre più devastanti all’interno della destra fiorentina.

mercoledì 17 giugno 2015

Maturità 2015: riflessioni non conformi


di Gianfranco Maccarone

Maturità 2015: risulta a dir poco ridicola e propagandistica la scelta di una traccia con il tema della Resistenza,proprio nel centenario della Prima Guerra Mondiale,tanto più se definita come un "nuovo Risorgimento" che avrebbe ricompattato l'Italia e l'avrebbe liberata dallo straniero.
Fu la Prima Guerra Mondiale ad unire il nostro popolo temprandolo nel fango delle trincee.Ciascun soldato,nonostante parlasse un dialetto diverso e spesso poco comprensibile dal proprio commilitone, si immolò per difendere la propria Patria dall'invasione straniera e per costruire un'Italia libera e sovrana.
La cosiddetta Guerra di liberazione,tanto decantata dai paladini della resistenza altro non è stata se non un guerra civile,dove ad essere versato fu il sangue di migliaia di italiani per consentire alle altre potenze straniere,Stati Uniti d'America in primis, di relegarci al rango di colonia.
La Guerra Civile ha portato soltanto fratture e divisioni.
Anche se finalmente una certa storiografia comincia a mettere in luce i crimini dei partigiani ,vedi la strage di Codevigo piuttosto che il supporto dato dai partigiani della brigata Garibaldi al generale Tito nella sua pulizia etnica solo per citare alcuni esempi,ancora si cerca di far leva sulla solita retorica dei "vincitori" che punta il dito contro i ragazzi di Salò, che ebbero il coraggio di mantener fede alla parola data sapendo di sacrificare la propria vita e di andare incontro ad una sicura sconfitta,indicandoli come "quelli schierati dalla parte sbagliata".
I "custodi della Verità",di fronte a tutto questo, cercano ancora di spacciare una delle pagine più buie e vergognose della storia italiana come l'inizio di un processo che avrebbe portato ad unire la nostra Nazione,un "nuovo Risorgimento",il cui simbolo a Guerra finita non furono altro che i cartelli che giravano nelle grandi città del Nord "Non si affitta ai meridionali",che qualcuno forse ha dimenticato.
Ancora oggi queste fratture sono sono ben visibili nelle ridicole parate del 25 Aprile capeggiate dall'ANPI (un associazione finanziata con i soldi dei contribuenti,di cui nessuno sa neanche bene il numero degli iscritti,che si erge a censore e moralizzatore della cultura e della vita pubblica), nelle manifestazioni indette sotto le bandiere rosse con tanto di sindaci ed assessori quando viene inaugurato un "centro sociale di destra", e in provincia di Siena dovrebbero saperne qualcosa,nei ragazzini che puntano il dito contro il proprio compagno,magari incitati dai propri insegnanti, perchè non si vuole appiattire alla solita retorica partigiana,ma guarda alla storia con pensiero critico scevro dai pregiudizi che qualche servo ha cercato di inculcargli a forza.
Si vedono, quando sono i Paesi stranieri a decidere come l'Italia debba gestire la propria politica economica,l'immigrazione,il lavoro,la cultura e tutte quelle scelte che una Nazione sovrana con una storia millenaria alle spalle dovrebbe prendere in totale autonomia.
La Guerra Civile dei partigiani guidati dai sovietici e dagli anglo-americani ha gettato le basi per disgregare l'Italia.
La Prima Guerra Mondiale,nel suo centesimo anniversario, rimane sempre un fulgido esempio di come unire e far venire fuori le migliori energie di un popolo.
Tanti saluti al Ministero del pensiero unico.

lunedì 15 giugno 2015

Addio a Rutilio Sermonti, per 94 anni fedele alla linea



di Antonio Fiore (Barbadillo)


Novantaquattro anni fedele alla linea.E’ salito in cielo come una cometa luminosa, a pochi giorni dal Solstizio, Rutilio Sermonti, “militante integrale” di un mondo antico, dove la guerra interiore veniva combattuta accanto a quella autentica, nelle trincee d’Europa.

Scompare ad Ascoli il più controcorrente di una famiglia di creativi, dal genetista Giuseppe al dantista Vittorio. Rutilo fu volontario nella seconda guerra mondiale, decorato con la Croce di Ferro, e donò ai suoi giovani discepoli la storia esemplare del combattente tedesco, che spirando a sedici anni sul fronte orientale, come ultimo sussulto di vita, gridò “Niemals”, “Mai”, estremo invito a non arrendersi e non terminare mai la propria lotta.

Le cronache giudiziarie, in una inchiesta su proclami grotteschi e deliranti di estremisti da tastiera, registravano Rutilio indagato per associazione sovversiva, reato che sarebbe evaporato con il procedere del lavoro degli inquirenti. Un destino che lo vedeva accomunato al grande scrittore non allineato, il Nobel Knut Hamsun, anch’egli perseguitato alla fine dell’esistenza terrena.

La vita di Rutilio dopo la guerra


“Avvocato, paleontologo, zoologo e scrittore. E’ stato – scrive Gianluca Borgatti – presidente dei GRE (Gruppi di Ricerca Ecologica). Ha ricostruito animali preistorici, scritto libri in difesa dell’ambiente (memorabile “Il prezzo della salvezza” scritto a quattro mani con il noto presentatore televisivo Sandro di Pietro), libri di storia e perfino raccolte di fiabe per bambini. Rutilio ha avuto un’intensa e multiforme attività pubblicistica”. Sterminato l’elenco delle sue pubblicazioni, tra cui una monumentale Storia del fascismo, scritta con Pino Rauti e ora ripubblicata da Controcorrente di Napoli.

Fondatore del Msi

In una intervista, il racconto di Sermonti: “Il Movimento è stato fondato da sette giovani: Giorgio Almirante Giacinto Trevisonno, Mario Pazzi, Giovanni Tonelli, Loffredo Gaetani Lovatelli, Giuliano Bracchi e io, in seguito l’ho abbandonato perché troppo dialogante con la Democrazia Cristiana. Il Msi nasce dopo una lunga discussione, decidemmo di fare un partito che partecipasse alla competizione politica contro la Democrazia Cristiana”. Partecipò anche ai Far e al Centro Studi Ordine Nuovo, come fondatore.

Ammiratore di Mussolini

“La grandezza di Mussolini – spiegava Sermonti – era quella di saper affrontare i problemi e utilizzare ciò che aveva a disposizione. Ha usato sindacati e agricoltori e ciò che già c’era, ma ha infuso uno spirito diverso. Lo stato organico è lo stato in cui ogni forza esistente ha la sua funzione, esiste ed è rappresentata: il cervello in un corpo è utile come i piedi. Fare unità, qualcosa che unisce uomini, donne e associazioni e ne fa uno strumento per il bene della nazione”.

Il monito ai giovani

“Per parlare bisogna studiare. Ho saccheggiato tutti i rami del sapere, se non hai una visione ampia diventi una vittima. Per vivere bene devi essere capace di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Altrimenti campi come una lucertola o un lombrico. Noi non ci fidiamo del pensiero. Il libero pensiero non esiste: ci sono 50 modi per alterarlo senza che l’interessato se ne accorga neppure. Se gli interessi di parte sono subordinati a quelli superiori della nazione, anche gli interessi di parte vengono perseguiti in modo lecito e fecondo”.

venerdì 12 giugno 2015

"CHILD 44": UN FILM CHE INCRINA IL DOGMA DEL "PARADISO" SOVIETICO

Recensione di Marco Scatarzi

Leo Demidov è il soldato che ha issato la bandiera rossa sul Reichstag di Berlino ponendo fine alla seconda guerra mondiale sul suolo europeo. Tornato in patria da eroe, nella Russia che ha sete di nuovi miti proletari e vittoriosi da spacciare alle grandi masse, diventa uno dei migliori agenti dei servizi segreti e – suo malgrado – è costretto a fare i conti con le meschinità del sistema sovietico, che lo degrada e lo costringe alla lotta, portandolo a riscattare la propria dignità e, allo stesso tempo, ad accettare i dogmi di facciata che la nomenklatura imponeva senza reticenze.
Costretto dagli eventi a indagare sulle ripetute uccisioni di bambini che infestano la Russia di Stalin, Leo si scontra con le menzogne di un modello che parte da una certezza assoluta: in “paradiso” non esistono omicidi. L’Unione Sovietica non ammetteva la possibilità che, nel “paradiso” del socialismo reale, qualcuno potesse uccidere. Certe degenerazioni della mente umana sono logica conseguenza del sistema capitalista e non possono essere concepite laddove trionfa l’etica collettiva e tutti hanno ciò che potrebbero desiderare: ammettere l’infelicità, la malattia o il disagio rappresenterebbe la fine di un equilibrio che la classe dirigente di Mosca è disposta a difendere ad ogni costo e con ogni mezzo necessario. Un equilibrio artificiale, una menzogna che viene spacciata per verità e che ricorda molto la censura che la Repubblica Democratica Tedesca, che di democratico aveva solo il nome, metteva in piedi per camuffare le centinaia di suicidi che ogni anno si registravano tra i grigi palazzoni in cemento di Berlino Est.
E’ uno sguardo nuovo, quello di “Child 44”, una prospettiva che il regista Daniel Espinosa ha saputo rappresentare al meglio: a venticinque anni suonati dalla caduta del Muro inizia a crollare anche il silenzio che per decenni ha avvolto una delle più terribili dittature della storia. Quella che Espinosa mette in scena è la Russia che ha tenuto in scacco mezzo mondo per mezzo secolo: una società imposta con la forza della repressione, inculcata attraverso una serratissima pratica dell’ideologia, tenuta in piedi da un meccanismo sociale studiato per annientare i legami solidali, disgregare le famiglie, annichilire ogni impeto libertario, ogni radice, ogni tensione verso l’alto, ogni inclinazione al sacro e al bello, ogni stimolo di ribellione, ogni sfaccettatura dell’animo umano che non rientrasse nella penosa prospettiva del lavoro assegnato, della vita scandita dai soliti ritmi e dalla severa osservanza delle regole. Tra queste ve ne era una particolarmente crudele: se un tuo parente esprimeva idee contrarie al volgo comune, dovevi denunciarlo. Non farlo avrebbe significato finire sotto terra in buon compagnia o condividere l’ebbrezza di un viaggio di sola andata per le lande siberiane, a spaccare pietre e morire di stenti nel gelo della tundra.
Un regime che costruiva le accuse ed emetteva le sentenze, che non dava spazio ai sentimenti e al capriccio, che rimuoveva con precisione maniacale ogni più insignificante inclinazione al senso critico, che risolveva i problemi del dissenso interno con la “democrazia” del colpo alla nuca e l’oblio della damnatio memoriae. “Child 44” è un film da vedere, perché racconta delle ovvietà storiche che l’intellighenzia cinematografica non ha mai voluto mostrare al mondo.
Un film da far vedere a tutti, soprattutto ai tanti paladini dei diritti a buon mercato, quelli che chiedono le unioni gay sventolando la bandiera di chi concepiva l’omosessualità come una malattia da punire con quindici anni di campo di concentramento. Un film che contribuisce a ricomporre il mosaico della ricostruzione storica perché – citando Orwell – “in tempi di menzogna universale dire la verità è un atto rivoluzionario”.





giovedì 4 giugno 2015

26 anni fa la rivolta di Piazza Tienanmen



Nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, una violenta repressione spense nel sangue le proteste di studenti e lavoratori cinesi in piazza Tiananmen a Pechino. 
Molto resta da chiarire su cosa sia esattamente successo tra il 3 e il 4 giugno 1989. In assenza di un'inchiesta indipendente, esistono versioni dei fatti molto diverse. Il numero dei morti, ad esempio, varia da centinaia a migliaia di persone e molte famiglie delle vittime stanno ancora aspettando una spiegazione su ciò che è accaduto ai loro cari.
Le proteste del 1989 Le proteste iniziano a metà aprile del 1989 nelle università di Pechino. Gli studenti chiedevano più libertà, riforme, salari più equi e condizioni di vita migliori. Dopo i funerali del politico riformista Hu Yaobang la rivolta esplode. I giovani indicono una grande manifestazione a cui aderiranno centomila persone. A metà maggio migliaia di studenti occupano Piazza Tiananmen e iniziano uno sciopero della fame a oltranza. Le autorità cinesi impongono la legge marziale e inviano carri armati e soldati. Ma negli stessi giorni, la protesta arriva sulle televisioni di tutto il mondo. La stampa internazionale infatti è a Pechino per l’arrivo di Mikhail Gorbaciov, nel paese per una riconciliazione russo-cinese. Gli studenti rilasciano dichiarazioni alla stampa estera e cercano di boicottare gli appuntamenti istituzionali. La situazione precipita velocemente. Il segretario del partito comunista Zhao Zhiyang si dimette, mentre Deng Xiaoping e il primo ministro Li Peng ordinano all’esercito la definitiva repressione della protesta di Piazza Tiananmen.

mercoledì 6 maggio 2015

Alle elezioni regionali sosterremo Maccarone senza "se" e senza "ma".

Il nostro impegno in questa tornata elettorale non era scontato perché, come abbiamo sempre sottolineato, non accettiamo compromessi e appoggiamo liste e/o candidati in base a programmi e alla qualità dei candidati stessi. Per le elezioni regionali del 31 maggio appoggeremo Gianfranco Maccarone, un nostro militante storico che ha dimostrato con il suo impegno e dedizione di credere in quei valori sociali ed identitari a cui noi ci rifacciamo. La lista in cui è inserito è quella di Fratelli d’Italia-AN che sostiene la candidatura a governatore di Claudio Borghi. Sicuramente l’alleanza tra FdI-AN e Lega Nord in Toscana potrebbe essere, noi ce lo auguriamo, un primo passo per la creazione di un vero e proprio fronte identitario che si occupi finalmente dei reali problemi dei cittadini e si opponga sia al mal governo del Partito Democratico sia a quei gruppi d’interesse che ormai da troppi anni fanno gli interessi alle spalle dei cittadini onesti e lavoratori.
A tal proposto la lista che sostiene Claudio Borghi si è già espressa in favore di politiche che tutelino i cittadini italiani evitando una vera e propria discriminazione contro i nostri connazionali durante le assegnazioni delle case popolari, dei posti negli asili, nei sussidi, etc… Un esempio di tale ingiustizia è la situazione che sta affrontando una famiglia di di Colle Val d’Elsa a rischio sfratto, persone che CASAGGì sta sostenendo da ormai qualche mese mentre le istituzioni se ne sono lavate completamente le mani.
Altre gravi situazioni sono: l’aumento della disoccupazione ( soprattutto giovanile), la crisi economica riscontrabile su tutta la provincia senese, i problemi all’interno degli edifici pubblici (soprattutto nelle scuole) 
e la necessità di opporsi con vigore all’introduzione dell’IMU agricola che va a tassare ulteriormente un settore già in ginocchio.Gianfranco Maccarone si farà portatore di tutte queste battaglie e tutti i militanti di CASAGGì Valdichiana faranno il possibile per sostenerlo durante e dopo la campagna elettorale, senza “se” e senza “ma”.

mercoledì 29 aprile 2015

SERGIO RAMELLI: UNA STORIA CHE FA ANCORA PAURA...


A Sergio Ramelli, nell'anniversario della morte. Lo ricordiamo col suo sorriso, come molte fotografie ce lo dipingono e come molti amici lo ricordano. Aveva diciotto anni, ma un commando di sciacalli di Avanguardia Operaia, in nome dell'antifascismo, lo massacrò sotto casa a colpi di chiave inglese, spaccandogli il cranio, nella Milano degli "anni di piombo" dove "uccidere un fascista non è reato". Sergio rimase in coma per 47 giorni, prima di spegnersi in una fredda stanza di ospedale, coi ragazzi del Fronte della Gioventù al suo capezzale. 

Sergio fu vittima di una violenza cieca, ideologica e feroce. La violenza dell'antifascismo militante, che lo aveva preso di mira a scuola, al Liceo Molinari, dove era stato ritenuto "colpevole" di aver scritto un tema nel quale criticava l'operato delle Brigate Rosse, già responsabili del duplice omicidio di due militanti missini a Padova, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci. Ne seguirono i "processi politici", le aggressioni verbali e fisiche, le minacce vergate sulle mura del quartiere. Fino a quando la sua foto non venne recapitata nelle mani del servizio d'ordine di Avanguardia Operaia, che decise di passare alle vie di fatto e di eliminarlo utilizzando le chiavi inglesi Hazet 36, purtroppo assai in voga in quei terribili giorni. 

Al suo funerale, partecipato da molti attivisti della destra politica, si cercò di vietare il corteo funebre, mentre nel consiglio comunale milanese la notizia della sua morte venne accolta con un applauso corale, come nel peggiore degli incubi. Qualche anno più tardi venne scoperto il covo di via Bligny. a Milano, dove fu rinvenuto un vero e proprio archivio tenuto segreto per decenni dalla sinistra extraparlamentare milanese, che aveva schedato e colpito decine di attivisti di destra, magistrati, poliziotti, politici e personalità ritenute scomode. Il processo per l'omicidio Ramelli si concluse con condanne ridicole, con pene abbreviate e con assassini rilasciati dopo pochi anni di carcerazione. 

Nel primo anniversario della morte di Sergio, il 29 aprile del 1976, Prima Linea "festeggiò" con un altro omicidio, quello di Enrico Pedenovi, consigliere del Msi milanese. Lo ricordiamo, assieme a tutte le vittime di quella stagione di sangue e di odio. 

Mai più infamia, mai più antifascismo. 
SERGIO ED ENRICO PRESENTI!

martedì 28 aprile 2015

Milano torna agli anni di piombo: colpite librerie e centri di destra

 di Matteo Carnieleto (Il Giornale)

La sinistra milanese non conosce rispetto. Sono, questi, giorni importanti per la destra meneghina. Domani, infatti, verranno commemorati Sergio Ramelli, Enrico Pedenovi e Carlo Borsani, tutti barbaramenti uccisi da uomini di estrema sinistra.
Nella notte, dopo l'incontro Divide et impera: Milano Burning, le radici dell'odio, sulla morte di Sergio Ramelli, sono stati colpiti alcuni importanti centri della Destra milanese. La libreria Ritter, uno dei più importanti centri della destra meneghina, è stata data alle fiamme. Le vetrine sono andate in frantumi, sono tutte da tappezzare, come ci racconta il proprietario. A causa dell'incendio, i condomini del palazzo che ospita la libreria sono stati evacuati.
Anche la sede dell'Ugl di via Aosta 13 è stata colpita questa notte. Come si legge nel sito: "Tra le ipotesi, le posizioni assunte dalla federazione su Expo in merito alle inefficienze relative alla sicurezza".
La sede di Forza Nuova Milano Sud è stata imbrattata con della vernice e le sono state divelte finestre e imposte. Attualmente, i ragazzi di Forza Nuova stanno aspettando gli artificieri perché nella sede del locale è ancora presente un tubo inesploso.
 

venerdì 24 aprile 2015

La “Festa della Liberazione” ha 70 anni. E li dimostra tutti

La “Festa della Liberazione” ha 70 anni. E li dimostra tutti
di Lando Chiarini (Il Secolo d'Italia)


Un 25 Aprile all’insegna della massima mobilitazione mediatica, ma anche dei veti, delle ripicche e delle esclusioni. Se ancora fino a qualche tempo fa tali celebrazioni servivano a diffondere e a rafforzare la religione civile della “Liberazione“, sul cui culto poggiava la retorica dell’Italia “nata dalla Resistenza“, oggi, a settant’anni di distanza, le stesse non riescono a trasmettere altro che il senso di una festicciola di partito, e per di più, impastata di polemiche.
Emblematico è il caso di Alessandria, il cui sindaco Maria Rita Rossa, “piddina” di confessione renziana, si è vista categoricamente bocciare dall’Anpi la proposta di affidare ad un ministro (Orlando, Boschi, Pinotti) l’orazione ufficiale. Niente da fare. Ufficialmente, perché alle celebrazioni non partecipano i membri del governo. In realtà, perché gli uomini (e le donne) di Renzi non risultano graditi all’associazione dei partigiani. Diversamente da Sergio Cofferati, il cui nome è stato fulmineamente rispedito al mittente dal sindaco, che lo ha bollato come una provocazione: «Ha denunciato il partito dopo aver perso le primarie». A sua volta l’ex-leader della Cgil ha controreplicato in un crescendo rossiniano di dichiarazioni e prese di posizioni il cui interesse è davvero pari a zero.
La “baruffa alessandrina” non stupisce più di tanto. Anzi, da un certo punto di vista rappresenta lo scontato epilogo di una ricorrenza mai stata veramente di tutti. Non lo è stata per gli italiani del Sud, “liberati” solo dalle truppe americane sbarcate in tutta libertà in Sicilia con l’appoggio dei mafiosi costretti dal regime di Mussolini ad espatriare negli Stati Uniti. Non lo è stata per quegli italiani del cosiddetto “triangolo della morte” – non necessariamente fascisti, anzi – per i quali la guerra cominciò nel momento in cui finiva per tutti gli altri. Non lo è stata, infine, per quella generazione di giovani che si arruolò dall’altra parte per servire la nazione più che la fazione. Sono aspetti arcinoti, ma ignorati da ben 70 anni. È esattamente da allora che la Resistenza è una festa di parte. Per renderla davvero nazionale e patriottica sarebbe servita una grande e coraggiosa “operazione verità”. È accaduto l’esatto contrario e chi, come Gianpaolo Pansa, ha cercato da sinistra di avviarla, si è ritrovato insultato e isolato dal “culturame” ufficiale. Tutto normale in un’Italia, unica nazione al mondo in cui si festeggia la tragedia della guerra civile. È proprio questo, del resto, il frutto avvelenato della retorica partigiana del 25 Aprile imposta dal Pci. Nessuna meraviglia, dunque, se siano oggi i suoi eredi nel Pd ad usare la “Liberazione” per regolare i conti al proprio interno.

lunedì 20 aprile 2015

Accame: “Da Malaparte a Pound, da Brasillach a Drieu: le mie letture ribelli”

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 Di Gabriele Marconi (Barbadillo.it)


Ecco la prima chiacchierata sui “Miti fondanti”. Quando pubblicammo su Area questa rubrica, alcuni anni fa, decisi di cominciare il ciclo d’incontri con Giano Accame, uno dei motori più brillanti della nostra rivista, il più anziano e, al tempo stesso, il più giovane di tutti noi. Ed è a lui – morto un anno e mezzo fa -, amico carissimo e maestro indimenticabile, che voglio dedicare la ripubblicazione di queste pagine.
 Il primo incontro è con Giano Accame, giornalista e saggista di lungo corso, autore del recente Una storia della repubblica. Accame fa risalire la prima pietruzza del suo personale mosaico «all’annuncio dell’Impero, nel maggio del ’36, quando frequentavo le scuole elementari. Un paio d’anni dopo quelle atmosfere vennero esaltate dai film “africani”…».
Ricordi i titoli?
Luciano Serra pilota, di Alessandrini, con Amedeo Nazzari, poi Sentinelle di bronzo, mi sembra di Romolo Marcellini, sui dubat, le nostre truppe coloniali; li ricordo perché sono legati appunto all’idea dell’Impero, dell’espansione italiana che tanto mi avevano colpito da bambino… erano gli anni in cui, vicino al Colosseo, insieme alle carte geografiche dell’espansione romana, se ne aggiungeva una con la nuova espansione italiana… c’era l’illusione del nuovo impero di Roma… l’idea di grandezza, insomma. E naturalmente il fascino dell’Africa. Ho il ricordo delle camicie nere a La Spezia: noi balilla assistemmo al loro ritorno. Portavano i caschi coloniali, un accessorio buffo che in tutti i viaggi che poi ho fatto da giornalista inviato (anni ’60-’70), in Angola, Mozambico, Nigeria, non ho mai più visto… I legionari portavano dall’Africa chi una lancia, chi uno scudo, chi addirittura una scimmietta sulla spalla… sembrava di veder vivere i romanzi di Salgari, no? L’avventura si fondeva alla storia.
E li leggevi, in quel periodo?
I libri di Salgari? Sì, certo, ma soprattutto Luigi Motta, che mi piaceva di più… allora era conosciuto forse più di lui.
Ma parlavano dell’Oriente o proprio dell’Africa?
Boh, adesso non ricordo esattamente… Avventure esotiche, comunque, e poi nella fantasia dei ragazzi si faceva un tutt’uno: Mompracem chissà dov’era… per noi poteva essere anche dalle parti di Mogadiscio! Un’altra “impressione” forte della mia infanzia fu il Museo navale, all’Arsenale di La Spezia. Anche perché ero figlio di un ufficiale di Marina, nipote di un ammiraglio… ero destinato a seguirne la strada, pur senza una particolare vocazione, come era successo sempre in famiglia: il Museo Navale era il luogo dei miei sogni per l’avvenire, insomma.
Poi la guerra, che sfiorasti soltanto, arruolandoti un giorno prima della fine, nella Rsi.
E vennero I proscritti, di Ernst von Salomon, avrò avuto diciotto, diciannove anni, più o meno nel ’46.
E dov’è che vendevano un libro del genere, in quel periodo?
Lo trovai su una bancarella, credo fosse la vecchia edizione Einaudi, quella con la copertina di Guttuso. Con sottile e perfida intelligenza, Einaudi decise di pubblicare proprio nel ’43 libri idealmente molto schierati, ma che già suggerivano l’idea della sconfitta: non per niente, uno fu L’Alfiere, di Carlo Alianello, nel quale un soldato borbonico vede morire il Regno delle Due Sicilie, l’altro, quello di von Salomon, raccontava le vicende dei “corpi franchi”, i tedeschi che in qualche modo si ribellavano alla sconfitta della Prima guerra mondiale. Per me era rappresentativo dei sentimenti di rivolta di quelli della mia generazione, gente come Fabio De Felice, Fausto Gianfranceschi, Enzo Erra… che si ribellavano alla sconfitta con la politica attiva.
E il Movimento sociale italiano venne fondato il 26 dicembre ’46…
Infatti, ma io cominciavo a far politica qualche mese prima, con il Fronte degli italiani, che era nato intorno a Rivolta ideale, il settimanale di Tonelli. Quando poi venne fondato l’Msi, gli iscritti del Fronte furono automaticamente accorpati nel nuovo movimento.
Il partito curava la formazione?
Ci pensò Carlo Costamagna, il grande giurista fascista (aveva scritto la Carta del Lavoro) poi tra i fondatori del Msi. Proprio lui, credo nel ’48, mi passò Rivolta contro il mondo moderno, nell’edizione Bocca.
Ed ecco Evola…
Rivolta mi “curò” dalla delusione e dall’irritazione che avevo provato alla prima lettura di Gentile, Genesi e struttura della società… mi ero incagliato nel primo paragrafo, intitolato “Disciplina”: quel linguaggio, quel gergo dell’idealismo, mi sembrava troppo complicato. Con Evola ho trovato una lettura più semplice.
Sembra una battuta!
È che forse ero più predisposto a ricevere il messaggio tradizionale di Evola che non quello filosofico di Gentile. Insomma quei due libri, I proscritti e Rivolta contro il mondo moderno furono fondamentali per i miei anni giovanili. Certo, poi naturalmente c’erano i testi più facili di Evola, quasi dei manuali di reclutamento per la corrente dei “Figli del sole”: Orientamenti e Gli uomini e le rovine, letture da cui poi mi sono anche un po’ allontanato, ma sono quelle che hanno avuto l’effetto più formativo.
Non hai più parlato di film.
E be’, parlando di eventi formativi, quanto a film mi fermo a quelli che ho ricordato prima.
Anche semplicemente “importanti”… indimenticabili, ecco.
Allora Casablanca, con Bogart.
Perché Casablanca?
E chi lo sa! Forse perché mi piaceva la Bergman. So di certo, però, che mi colpivano molto i film sulla vittoria degli altri.
Dove ti colpivano?
Mi si torcevano le budella dall’invidia… sentivo che questa era la grande cosa che nella vita mi era mancata: la vittoria dell’Italia in guerra, insomma. Ero abituato, fin da bambino, a considerare l’Italia vittoriosa… ero cresciuto avendo alle spalle la Grande guerra, le celebrazioni della vittoria, e poi la conquista dell’Impero, la Guerra di Spagna… Sì, questa cosa mi è mancata tutta la vita.
Adesso ti faccio una domanda retorica, visto che già conosco la risposta: c’è stato un libro che ha evidenziato questi tuoi sentimenti?
La pelle di Malaparte, che ho letto come un doloroso racconto “fascista” su che schifo era stata la liberazione, con gli americani che sfruttavano in maniera vergognosa la fame degli italiani. Malaparte, che aveva seguito le truppe Alleate come ufficiale di collegamento, ne poté parlare con una libertà assoluta. E nel buio terribile del dolore e dell’umiliazione dell’Italia liberata, si illumina di orgoglio soltanto nelle pagine che parlano dei “franchi tiratori” fiorentini fucilati dai partigiani.
«Li ammazzano perché gridano viva il duce»… «No, gridano viva il duce perché li ammazzano».
Sì, Malaparte, che già si diceva antifascista e che di lì a poco avrebbe preso la tessera del Pci, non riusciva a nascondere lo schifo per l’arroganza e l’inciviltà degli americani e l’ammirazione per quei ragazzini di Firenze che non volevano starci, a perdere la dignità. Lo lessi prima che uscisse in Italia: veniva pubblicato a puntate, su un giornale francese che mi portava mio padre… lui era ingegnere navale, e non potendo lavorare in Italia, perché personaggio non gradito, era costretto a lavorare in Africa, prima in Cirenaica e poi in Algeria, dove comprava questa rivista, di cui non ricordo il nome.
E Rivolta contro il mondo moderno si inserisce idealmente qua. Ma poi, come dicevi prima, ti sei un po’ allontanato da Evola: per approdare dove?
A Il borghese, di Werner Sombart… ad interessi di carattere economico e sociale.
Siamo negli anni…
Direi il ’60 o ’61. Il borghese, dicevo, poi Il tramonto dell’Occidente, di Spengler: la rivolta all’economicismo, il rifiuto dell’economia come destino, quando quel destino si rivelava incombente. È stato un po’ come liberarsi dallo snobismo evoliano, che ha portato tutta una generazione a non occuparsi di economia… come si diceva nei Promessi sposi, «scostati, vile meccanico», no? Accanto ai nuovi interessi, però, continuavano ad affascinarmi gli scrittori in qualche modo legati al fascismo… Amavo soprattutto i francesi, La Rochelle e Brasillach, avevo una grande passione per loro.
Come arrivarono nelle tue mani?
Tutto cominciò dalla lettura di Romanticismo fascista, di Paul Serrand, che poi sono andato a conoscere in Francia.
E cosa ti smuovevano libri come L’uomo a cavallo o Sette colori?
La concezione eroica dell’esistenza, la gioia fascista del cameratismo e dell’attesa del combattimento.
Ancora non ti ho sentito parlare di Ezra Pound.
Ma è perché l’ho davvero scoperto molto tardi. Avevo comprato nel ’57, ’58 i Canti pisani… erano appena usciti… trovandoli difficili e astrusi: la prima reazione è stata quella di rigetto. Insomma, gli davo ragione quando diceva che «la Bellezza è difficile».
E il recupero?
Nei primi anni Ottanta, quando facevo il giornalista economico al Fiorino, e Antonio Pantano (forse il maggior collezionista del grande poeta americano), nel primo decennale della morte mi commissionò un saggio su Pound economista, da inserire in un libro collettaneo. Mi sono dovuto impegnare a leggerlo a fondo, e da allora ho capito che avevo sbagliato per pigrizia, nel rifiutarlo al primo impatto.
Tanto da pubblicare, dopo una decina d’anni, un libro con lo stesso titolo, e un paio d’anni fa, sempre in tema di analisi poundiana, Il potere del denaro svuota le democrazie.
Sì, per Settimo Sigillo, con cui ho pubblicato buona parte delle mie cose.
Quindi Pound, nella maturità.
Diciamo pure nell’ultimo tratto…

giovedì 16 aprile 2015

Il rogo di Primavalle il 16 aprile 1973 e la morte dei fratelli Mattei



http://newsgo.it/wp-content/uploads/2015/04/il-rogo-di-Primavalle.jpg

 di Giulia Mammolotti (newsgo.it)

Erano gli anni di Piombo, quelli ricordati come un periodo buoi della storia nazionale post Seconda guerra mondiale: attentati, violenza e omicidi. Tutto in nome di un’ideologia, di uno scontro tra fazioni politiche. La notte del 16 aprile 1973 quando diversi militanti del gruppo extraparlamentare di sinistra Potere Operaio (Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo) versarono diversi litri di benzina sulla porta di casa di Mario Mattei, il segretario della sezione del Movimento Sociale Italiano del quartiere Primavalle, nella periferia capitolina.
Immediatamente divampò l’incendio e l’appartamento andò a fuoco. Al suo interno c’era la famiglia Mattei, composta dalla madre Anna Maria, le figlie Antonella, Lucia e Silvia, i figli Giampaolo, Virgilio e Stefano e il padre Mario. La madre riuscì a fuggire dalla porta di casa insieme ai figli Antonella e Giampaolo (9 e 3 anni); Lucia (15 anni) si buttò dal balcone del secondo piano aiutata dal padre; Silvia (19 anni) si gettò dalla veranda e riportò solo qualche frattura, Sorte diversa toccò ai fratelli Virgilio e Stefano (22 e 8 anni), che morirono carbonizzati nel rogo di Primavalle. I due non riuscirono a gettarsi dalla finestra e la gente, insieme alla famiglia, assistette incredula alla tragedia.
Nel cortile uno striscione: “Brigata Tanas – guerra di classe – Morte ai fascisti – la sede del MSI – Mattei e Schiavoncino colpiti dalla giustizia proletaria“.
Le indagini sul rogo di Primavalle portaro a porre particolare attenzione nei confronti di alcuni esponenti di movimenti collegati al Potere Operaio, che replicò repentinamente parlando di una montatura creata ad arte, “il risultato di un meccanismo di provocazione premeditato a lungo e ad alto livello, tipo «strage di stato», «Primavalle» è piuttosto una trama costruita affannosamente, a «caldo» da polizia e magistratura, un modo di sfruttare un’occasione per trasformare un “banale incidente” o un oscuro episodio – “nato e sviluppatosi nel vermiciaio della sezione fascista del quartiere”. Due giorni dopo Achille Lollo fu arrestato e, insieme agli altri due imputati, fu rinviato a giudizio.
Ma non tutti andarono contro quelli che erano ritenuti i presunti responsabili del rogo di Primavalle e ben presto si scatenò l’opinione pubblica: vari i giornali e gli intellettuali che si schierarono dalla loro parte. Durante il processo ci furono anche delle manifestazioni per chiedere il loro proscioglimento. Durante il processo di primo grado si ipotizzò la strage e l’accus chiese l’ergastolo per i tre imputati, ma di fatto vennero assolti per mancanza di prove. Nel processo di secondo grado furono condannati a 18 anni di carcere per omicidio premeditato, ma Achille Lollo fuggì in Sud America, mentre Manlio Grillo fuggì in Nicaragua e di Marino Clavo si persero le tracce.
Dopo la prescrizione, la famiglia Mattei, in anni più recenti, la Procura di Roma ha chiesto la riapertura del caso grazie a informazioni ottenute dagli stessi imputati, che hanno permesso di ipotizzare il reato di strage. Nel 2005 la famiglia Mattei ha denunciato Lanfranco Pace, Valerio Morucci e Franco Piperno come mandanti dell’attentato e lo stesso Lollo confessò la responsabilità nel 2005, affermando però di non aver materialmente incendiato la porta: “Non volevamo provocare l’incendio, né uccidere. Doveva essere un’azione dimostrativa, come altre che avevamo fatto contro i fascisti a Primavalle. Ma al momento di montare l’innesco, mi si ruppe il preservativo… La Lilli, così si chiamava all’epoca la bomba artigianale, si costruiva con una tanica, un po’ di benzina — due o tre litri — e i due preservativi servivano per l’acido solforico, il diserbante e lo zucchero. L’innesco doveva far esplodere i gas della benzina. Se tutto avesse funzionato, avremmo provocato un botto e annerito la porta dell’appartamento. Invece io sbaglio, l’acido mi cola tra le mani e scappiamo, lasciando la tanica inesplosa. Da quel giorno ho il dubbio su cosa sia davvero successo dopo. Non abbiamo mai pensato di far scivolare la benzina sotto la porta per dar fuoco all’appartamento. Mai. Tutte le perizie ci hanno dato ragione, tra l’altro“.
Ma il rogo di Primavalle continua a bruciare anche oggi dato che i mandanti e i responsabili sono a piede libero o latitanti.

mercoledì 15 aprile 2015





SCHIERATI CON NOI!
Nel mese di febbraio la disoccupazione giovanile ha toccato la soglia record del 42,6%, ciò vuol dire che domani se il tuo compagno di banco avrà un lavoro molto probabilmente tu sarai un disoccupato!
La crisi economica, insieme all’immigrazione incontrollata e alla perdita dei valori su cui poggiava la nostra società stanno portando alla rovina l’Italia. Mentre tutto va rotoli e le famiglie italiane fanno fatica ad arrivare a fine mese Renzi pensa a farsi i selfie e a distribuire 80 euro per garantirsi il voto alle elezioni.
Ti hanno detto che sei un bamboccione, che non te ne vai fuori di casa perché non ti vuoi responsabilizzare. In realtà sono questi politicanti da quattro soldi che ti tolgono la possibilità di essere indipendente e di avere un futuro.
Non è più il momento di far finta di nulla, noi ti diamo la possibilità di far sentire la tua voce e di combattere per il tuo futuro!

lunedì 30 marzo 2015

Grande successo per la conferenza: "VALDICHIANA TRA OPPOSIZIONE E AMMINISTRAZIONE"

Siamo assolutamente soddisfatti dell’iniziativa, a cui hanno partecipato circa venticinque cittadini. Sono stati trattati numerosi temi che hanno coinvolto molto il pubblico tanto che siamo stati costretti a sforare l’orario previsto per la chiusura dei lavori. Nella prima parte, dopo la presentazione fatta da Gianfranco Maccarone, abbiamo ascoltato l’esperienza dei nostri ospiti a circa un anno dalla loro elezione, ognuno con il proprio punto di vista come Daniele Chiezzi e Lorenzo Vestri che hanno optato per una “tattica” di fermezza su alcune tematiche e dialogo su temi più condivisimi, oppure chi come Angelina Rappuoli ha preferito calarsi pienamente nel ruolo di opposizione dura e pura. Chiaramente il discorso è ben diverso per quanto riguarda Davide Meniconi, consigliere comunale di Chianciano Terme, che trovandosi in maggioranza ci ha esposto le difficoltà di prendere per mano un Comune fortemente colpito dalla crisi e dalla cattiva amministrazione degli anni passati. Nella seconda parte della conferenza, moderata da Mattia Savelli, abbiamo avuto modo di confrontare i vari punti di vista su tematiche come sicurezza, immigrazione e opere pubbliche. Sostanzialmente è emerso che in molti paesi della Valdichiana è necessaria una maggior sicurezza a fronte di un alto numero di furti, rapine e atti di vandalismo. I quattro consiglieri sono sostanzialmente concordi nell’intraprendere un percorso comune per arginare tali fenomeni, percorso che dovrà sfociare in una maggior coesione tra i comuni della Valdichiana senese da sempre divisi da campanilismi.
Non potevamo sperare di meglio per questa conferenza: relatori preparati, pubblico numeroso e partecipazione hanno reso la discussione interessante e ricca di spunti per il futuro. I consiglieri comunali hanno espresso la necessità di fare sistema e condividere più frequentemente battaglie e idee, per questo noi abbiamo messo a disposizione la nostra struttura, ormai molto radicata sul territorio. Speriamo che questa bella giornata sia il primo passo per una maggior consapevolezza per tutte le forze che si trovano oggi nelle istituzioni e che non si riconoscono nel centro sinistra.

domenica 29 marzo 2015

Valdichiana tra opposizione e amministrazione:buona la prima!

Ieri grande successo per la conferenza promossa da Casaggì Valdichiana dal titolo: "VALDICHIANA TRA OPPOSIZIONE E AMMINISTRAZIONE". Quattro ospiti molto preparati e una platea numerosa con tanti giovani interessati alle problematiche locali.
NON CI FERMIAMO CERTAMENTE QUI!


mercoledì 25 marzo 2015

VALDICHIANA TRA OPPOSIZIONE E AMMINISTRAZIONE




Casaggì Valdichiana ha il piacere di ospitare quattro consiglieri comunali di alcuni dei Comuni della Valdichiana:
Angelina Rappuoli 
(consigliere comunale - Sinalunga)
Davide Meniconi 
(consigliere comunale - Chianciano Terme)
Daniele Chiezzi 
(consigliere comunale - Montepulciano)
Lorenzo Vestri 
(consigliere comunale - Torrita di Siena)
Ai quali si affiancheranno due dei nostri militanti:
Gianfranco Maccarone (vicepresidente FdI-AN Siena)
Mattia Savelli (Casaggì Valdichiana/FdI-AN)

A circa un anno dalle elezioni comunali vogliamo fare il punto della situzione con chi è stato eletto e per questo verranno toccati numerosi argomenti come: lavoro, agricoltura, turismo, sicurezza, etc..

Vi aspettiamo presso la sede di CASAGGì Valdichiana alle ore 17.30 di sabato 28 marzo in Via del Poggiolo 3 a Montepulciano.
A seguire aperitivo.

domenica 22 marzo 2015

UN AIUTO CONCRETO

Come avevamo promesso una settimana fa ci siamo attivati per consegnare alla coppia italiana di Colle Val d’Elsa, a rischio di sfratto, generi alimentari e di prima necessità: pasta, verdura, carne, latte e prodotti per l’igiene.

Abbiamo conosciuto la coppia venerdì scorso durante la raccolta firme volta a favorire gli italiani nell’assegnazione delle case popolari. I due si avvicinarono al nostro banchino per sottoscrivere la petizione e poi ci hanno reso partecipi della loro storia, non abbiamo avuto esitazione: dovevamo fare qualcosa per i nostri connazionali in difficoltà! Abbiamo così iniziato un passaparola dando vita ad una colletta finalizzata all’acquisto di alcuni generi di prima necessità e alimentari per aiutare la coppia. Tante persone si sono interessate alla vicenda e così oggi siamo stati a Colle Val d’Elsa per consegnare questi prodotti che sono stati accettati molto volentieri dai due coniugi. Certamente non sarà sufficiente né sostitutivo dell’intervento delle istituzioni, ma speriamo di dare comunque un sostegno ed un po’ di serenità a queste persone e soprattutto vogliamo lanciare un messaggio forte alle autorità nella speranza che si attivino quanto prima per sostenerle.

Questa è una fulgida dimostrazione di come la gioventù italiana non sia soltanto fatta di bamboccioni e ragazzini avulsi dalle problematiche sociali,bensì di ragazzi che in un momento di crisi si autotassano pur di aiutare dei connazionali che si ritrovano in una situazione di precarietà.

venerdì 20 marzo 2015

I.M.U. AGRICOLA UNA VERGOGNA TUTTA RENZIANA!



L’agricoltura è da sempre fondamentale per l’Italia!
Un settore con migliaia di piccoli e medi imprenditori che continuano, in mezzo a mille difficoltà, a garantire quantità e qualità. 
Non bastava la crisi e la concorrenza sleale di altri stati adesso è il governo Renzi che uccide i nostri agricoltori.

giovedì 19 marzo 2015

L’amore ai tempi del consumo



tratto da Azione Tradizionale

(aurhelio.it) – Vi sono scrittori la cui grandezza risiede nell’aver descritto con largo anticipo scenari distopici attingendo alle loro peggiori paure sul destino dell’umanità, romanzi forse incomprensibili per i lettori dell’epoca ma che oggi rivelano a pieno tutta la loro portata profetica. In “Brave New World” Aldous Huxley anticipa la fine dell’amore romantico nella società dei consumi e, in generale,la cessazione di ogni legame profondo e sentimento sincero che leghi gli invidui in una società umana. I legami parentali non esistono più (gli individui sono creati in provetta e poi allevati in fabbrica come polli), il sesso è puro eros, svuotato di ogni slancio sentimentale. La vita si svolge in una routine di lavoro leggero e privo di difficoltà, seguito da notti di vita sessuale sfrenata e da frequenti dosi di un potente allucinogeno il soma, in grado di inibire qualunque istinto violento o malinconico e qualunque cattivo pensiero. Chi legga il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, non tarderà a riconoscere nella società paventata dallo scrittore inglese alcuni dei temi che sono oggi oggetto di dibattito, altri realtà consolidate. Dai bambini nati in provetta alla somministrazione indiscriminata di psicofarmaci per alleviare pseudo-malattie mentali (che in ultima istanza non sono che natuali condizioni del sentire umano), alla disgregazione della famiglia tradizionale sotto i colpi della propaganda gender che invoca il “rimescolamento” sessuale con la conseguente destabilizzazione del binomio uomo-donna ( e con esso dell’amore “naturale” con fine la riproduzione). Sebbene nel momento in cui scriveva il suo romanzo distopico la società dei consumi non fosse che agli albori, Huxley aveva intuito chiaramente che per raggiungere un dominio completo della società, il capitalismo avrebbe dovuto sovvertirne valori e strutture, cioè spezzare le pensanti catene che legavano l’uomo al senso del dovere, dell’onore, della rispettabilità, della famiglia.

Oggi l’amore, non solo l’amore romantico, ma l’amore nel suo significato universale è minacciato da più parti a destra quanto a sinistra. Il cambiamento che investe le relazioni di coppia è di fronte ai nostri occhi. Alla quotidianità di un rapporto esperito nella sua completezza, tanto nei momenti di esaltazione e di passione quanto nei momenti di noia (il fatidico pendolo che inevitabilmente tutti gli amanti vedranno oscillare nella propria relazione) si è sostituito il rapporto virtuale, che sottrae l’individuo alla prova immediata, all’esperienza dell’alterità dell’altro. Ma gli attacchi più seri arrivano dal libertinaggio della sinistra, che oggi ha ridotto l’amore a variazioni sul tema dell’eros, a mera pratica di consumo. L’amore è come il fast-food: preconfezionato, insapore, express. “La vita organizzata intorno al consumo è priva di norme: è guidata dalla seduzione, da desideri sempre maggiori e da capricci volubili, non più da una regolamentazione normativa” scrive Bauman in Modernità liquida. Questo equivale ad affermare che qualsiasi cosa si presenti sottoforma di desiderio merita di trovare appagamento nella società dei consumi. Non essendoci quasi più limiti al godimento, né punti di riferimento, né una moralità condivisa, tutto diventa lecito. La società dei consumi sembra suggerire: “Qualunque tu cosa voglia la puoi comprare”. La proposta del sindaco Ignazio Marino di istituire zone “rosse” – moderni ghetti onde esercitare lontano dall’occhio del padre di famiglia l’antico mestiere- ha diviso l’opinione pubblica e ha riportato alla luce la necessità, più volte paventata, di regolamentarne il mercato di fronte all’evidente fallimento della legge Merlin, fallimento questo che deriverebbe dal fatto che le norme più severe non hanno di fatto posto fine al fenomeno: la prostituzione, in barba alle leggi, continua ad esistere ed è business milionario. Naturalmente, se questo fosse stato l’unico intento, potremmo convenire tutti che si è trattato di un fallimento, ma se analizziamo più in profondità le sue implicazioni sociali, allora è lecito considerare la legge Merlin come una legge naturale e del tutto sensata in una società umana che rifiuta lo sfruttamento del corpo femminile a scopi sessuali.

Poiché la società in cui viviamo umana non è ed invero nella sua disumanizzazione ci crogioliamo, siamo talmente abituati alla sessualizzazione del corpo della donna- ridotto a sineddoche- che la proposta di riaprire i bordelli nel nostro Paese non destra alcuno sdegno, anzi raccoglie consensi a destra e a sinistra. In nome del principio libertario del massimo godimento nel rispetto delle leggi, riteniamo la regolamentazione della prostituzione un segno di civiltà, un passo avanti verso una società aperta ai cambiamenti. Cosìè stata calendarizzata in Senato la discussione della legge sulla regolamentazione del mercato della prostituzione che, se approvata, prevederà l’iscrizione alla Camera di Commercio delle prostitute. La prostituzione, che è il mestiere più antico del mondo e sempre è stato esercitato nell’ombra, con vergogna, perchè non accettato socialmente, si fregia del titolo di lavoro, di questo assumendone oneri e onori ed il sesso, oggetto di commercio, privato di ogni sentimento, diviene una prestazione come tante, proprio come l’estrazione di un dente o la riparazione di una suola rovinata.

Gli effetti di una simile legge in un periodo di crisi economica come questa che viviamo, con il più alto tasso di disoccupazione giovanile mai registrato e in cui sono le giovani donne le prime vittime della precarizzazione del lavoro, ve le lascio immaginare ( e non ci sarà bisogno della perspicacia di Aldous Huxley). Come tempo fa si fecero rientrare le attività illecite nel calcolo del PIL adducendo motivazioni economiche tanto false quanto improbabili, così la regolamentazione della prostituzione oggi mira a contrastare il degrado che affligge molti quartieri italiani e che si risolve in file di donne seminude ai margini della strada. Perchè gli Italiani vogliono andarci, ma non vogliono averle sotto casa.
E così l’ultimo paletto all’ indecenza viene levato via, adducendo la motivazione del profitto e il denaro è giustificazione inoppugnabile di questi tempi. In nome del Dio denaro stiamo perdendo la nostra umanità e ciò, in fin dei conti, non ci avrà reso più ricchi.

lunedì 9 marzo 2015

CINEFORUM NON CONFORME:IL CAPITALE UMANO



Domenica 8 marzo 2015 è stato proiettato a Casaggì Valdichiana il film di Virzì: "Il capitale umano".
Uno spaccato dell'Italia di oggi in cui si trovano ricchi sempre più ricchi attaccati saldamente al dio denaro, unica loro ragione di vita per la quale non si fanno scrupoli a speculare affossando, di fatto, la Nazione. Vi sono poi i poveri che sono sempre più disagiati ed in mezzo un ceto medio preso per il collo,che invece di reagire si lascia andare a servilismi inutili e ad azioni prive di onore.
Abbiamo scelto il dialogo dell'ultima scena del film, il quale racchiude perfettamente due figure estremamente attuali: il radical chic presuntuoso sempre pronto a bacchettare,ma che in realtà è colpevole tanto quanto l'avido arrivista(seconda figura).

Lei: «Avete scommesso sulla rovina di questo Paese e avete vinto voi». 
Lui: «No. Abbiamo vinto noi».

Immigrazione, disoccupazione, cattiva amministrazione! Unioni civili del PD la prima preoccupazione?



Nella notte tra domenica 8 marzo e lunedì abbiamo affisso uno striscione (con scritto:"Immigrazione, disoccupazione, cattiva amministrazione! Unioni civili del PD la prima preoccupazione?") contro l'agenda politica dell'Amministrazione Comunale di Torrita di Siena.
Dopo le dichiarazioni rilasciate dal Sindaco Grazi, relative alla volontà dell’amministrazione di istituire un registro per le unioni civili, ci chiediamo se il primo cittadino non stia dimenticando quali siano le reali necessità della cittadinanza. Abbiamo così sentito il bisogno di esprimere il nostro dissenso riguardo le priorità di questa Amministrazione e ci chiediamo: è davvero necessario perder tempo su di una tematica come questa? Eppure è cosa nota che il Ministero degli Interni abbia già bloccato tali trascrizioni perché non conformi al quadro normativo vigente! Ci chiediamo quindi se non sia più opportuno preoccuparsi delle problematiche delle famiglie, adottando provvedimenti in favore della maternità e dell’aiuto a nuclei familiari a basso reddito. È quanto mai evidente che l’Amministrazione Comunale, targata PD, sia lontana dai reali problemi e bisogni della cittadinanza come: la disoccupazione giovanile, la difficoltà di molte famiglie ad arrivare a fine mese, una viabilità abbandonata a se stessa ormai da troppo tempo e servizi sempre più carenti nonostante le imposte comunali siano sempre più alte . Ancora una volta ci vediamo costretti a segnalare l’incapacità di una classe dirigente troppo impegnata ad autocelebrarsi, piuttosto che essere attenta alle vere necessità dei torritesi, i quali attendono un cambiamento vero nella gestione della cosa pubblica. Ci auguriamo che la giunta Grazi cambi le priorità della sua agenda politica, puntando a risolvere i problemi reali del territorio e non a farsi pubblicità in pieno stile renziano.

mercoledì 4 marzo 2015

CESARE, E' FINITA LA VACANZA! TI ASPETTIAMO!



La Corte Federale ha annullato lo status di "rifugiato politico" al terrorista italiano Cesare Battisti, da tempo rifugiato in Brasile. Appartenente al gruppo terroristico "Proletari Armati" è stato condannato in Italia all'ergastolo per aver commesso quattro omicidi durante gli anni di piombo. 
Da tempo l'Italia ne chiedeva l'estradizione, con scarso successo, adesso speriamo di potrer vedere questo assassino dietro le sbarre!

lunedì 2 marzo 2015

Il trionfo di Usura

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di Benedetta Scotti (L'Intellettuale Dissidente)

I mercati finanziari hanno liquefatto la finanza. Non solo nel senso che l’hanno più volte esposta ad una fatale implosione, con montagne di denaro virtuale scioltesi come neve al sole, ma anche nel senso che ne hanno distrutto l’essenza primaria. Se la finanza, in principio, non è altro che una rete di relazioni di fiducia, è abbastanza evidente come l’attuale sistema finanziario non conosca né il concetto di relazione né il concetto di fiducia, soppiantate dalla speculazione a brevissimo termine. Non a caso, la qualità di un titolo finanziario si valuta in base alla sua liquidità, ovvero la rapidità con la quale può essere comprato e venduto sul mercato. Non sorprende, allora, che la questione del debito, patto d’onore tra due controparti, si riduca ad algidi numeri, misure del rischio, valutazioni di collaterali. È importante, e non più scontato, sottolineare due: da una parte il debitore che si impegna a non tradire la fiducia accordata, dall’altra il creditore che si impegna a mettere il debitore nelle condizioni di ripagare o, come si sarebbe detto un tempo, a non comportarsi da usuraio. Ma come si definiscono i termini di un comportamento usurario?

È opinione comune che l’usura si riferisca alla richiesta di un interesse alto, superiore ad una determinata soglia, generalmente stabilita giuridicamente. Non la pensavano così due autori anglofoni del secolo scorso, Hilaire Belloc e Ezra Pound, che, sulla scorta del pensiero aristotelico e tomistico, denunciavano l’illogicità dell’assioma su cui si fonda il moderno sistema finanziario: l’idea che il denaro possa (e debba) necessariamente generare altro denaro, a prescindere dall’utilizzo che se ne fa. I due, conosciutisi nell’Inghilterra degli anni Dieci, pur rimanendo distanti su diverse questioni, scrissero pagine affini sulla funzione della moneta e del credito nel sistema capitalistico. Belloc definisce l’usura non come un alto tasso d’interesse, bensì come un qualsiasi interesse caricato su un prestito improduttivo, ossia incapace di generare nuova ricchezza, o come il profitto derivante dalla mercificazione della moneta stessa. Il denaro dovrebbe infatti funzionare come mezzo circolante atto a facilitare gli scambi multipli e non come fonte di guadagno per il semplice fatto di essere denaro. Secondo Belloc l’interesse diviene, però, legittimo se realizzato come compartecipazione al profitto generato dal credito iniziale mentre diviene usurario se richiesto nononostante tale profitto non si materializzi. Ne consegue che può essere perfettamente legittimo richiedere il 50% della ricchezza generata per mezzo di un prestito produttivo mentre non lo è richiedere un interesse, per quanto basso, sul credito al consumo che erode semplicemente le risorse del debitore senza creare nuova ricchezza. In termini analoghi si esprimeva Pound che definiva l’usura alla stregua di “una tassa prelevata sul potere d’acquisto senza riguardo alla produttività”. In “Lavoro e Usura” così notava: “Un interesse è dovuto, giustamente, da industrie ed impianti che servono ad aumentare la produzione. Ma il mondo ha perso la distinzione fra il produttivo e il corrosivo. Imbecillità imperdonabile perché questa distinzione fu nota nei primi anni della storia conosciuta. Rappresentare un corrosivo come produttivo è falsificare”. Il corrosivo per eccellenza, coma nota Belloc, sono i debiti di guerra, sostenuti non per potenziare un mezzo di produzione ma per impiegare uomini impegnati ad ammazzarne altri, senza alcuna creazione di ricchezza dalla quale possa essere ragionevolmente estratto un interesse. E, allo stesso modo, sono corrosivi tutti quei debiti contratti da popoli in difficoltà, non per produrre ma per sopravvivere, magari per ripagare altri debiti. È il caso attualissimo della Grecia che ha impiegato circa l’80% dei prestiti della Troika per onorare i debiti pubblici e privati nei confronti di investitori stranieri e istituzioni sovranazionali ma che ha visto crollare il suo PIL del 25% dal 2008 ad oggi.

L’usura, così intesa, è il principio fondante dell’odierno sistema finanziario dal momento che il denaro a credito implica assiomaticamente un interesse, quale che sia il suo utilizzo e la sua capacità produttiva. Oltre che perverso (“contra naturam” come lo definisce Pound nel Canto XLV), il meccanismo è paradossale: nell’era economica in cui si celebra la produttività sopra ogni cosa, profitti abnormi vengono da ciò non è produttivo affatto. Si pensi ai guadagni dei fondi speculativi sui titoli di debito dei paesi sudamericani o ai guadagni legati ai subprime (mutui e crediti al consumo) prima del crac. Guadagni incassati sulla pelle delle famiglie e a danno dell’economia reale. A tale proposito, nel Canto XLV, Pound profeticamente scriveva che “con usura nessun uomo ha una solida casa” e “usura arruginisce l’arte e l’artigiano/ tarla la tela nel telaio” e, concludendo, poneva l’usura quale violazione del sacro: “ad Eleusi han portato puttane / carogne crapulano / ospiti d’usura”.