mercoledì 15 luglio 2015

Fusaro: “L’Europa? Senza sovranità vince il capitale finanziario”

Diego Fusaro

di Mario De Fazio (Barbadillo)

“La democrazia è la capacità di un popolo di partecipare al proprio destino” sosteneva Moeller van den Bruck, filosofo tedesco tra i principali interpreti della Rivoluzione Conservatrice. “Senza sovranità non può esservi democrazia” aggiunge oggi il filosofo Diego Fusaro. Il giovane “allievo indipendente” di Marx individua nella Russia di Putin quel modello di “democrazia sovrana” capace di opporsi con “un’eroica resistenza” al modello unico che ha negli Usa “il braccio armato del capitalismo finanziario” e nel politicamente corretto il “proprio equivalente culturale e sovrastrutturale”. Putin come speranza di un mondo multipolare, in cui la pluralità non soccomba dinanzi all’unica ideologia vincente, il liberalismo. E se le vicende della Grecia delle ultime ore segnano una novità per il nuovo protagonismo del popolo, anche dinanzi alle giravolte di Tsipras, Fusaro individua nel capitalismo finanziario il vero nemico, raccogliendo l’invito di De Benoist rispetto alla creazione di nuove sintesi che oltrepassino le categorie destra-sinistra. Torna attuale la lezione di Mao, che diceva: “Non importa di che colore sia il gatto, l’importante è che mangi il topo”.

Fusaro, Dostoevskij fa dire al protagonista de “L’Idiota” che “chi ha rinunciato alla propria terra, rinuncia al proprio Dio”. Oggi si potrebbe dire che chi ha rinunciato alla propria sovranità, rinuncia alla propria identità. Putin è un modello di “democrazia sovrana” a cui anche l’Europa dovrebbe ispirarsi?

Sembra una banalità ma può esserci democrazia solo dove c’è una comunità capace di decidere del proprio destino. Il caso italiano è una conclamata assenza di democrazia per assenza di sovranità, almeno su due fronti. Mancano due condizioni fondamentali che già Machiavelli aveva individuato: la sovranità militare e quella monetaria. Abbiamo 115 basi militari statunitensi che rendono impossibile esercitare la sovranità in Italia. Se l’America decide che l’Italia deve essere nemica della Russia di Putin, il nostro Paese mette in campo sanzioni che sono il primo caso nella storia, dai sumeri in giù, in cui nuocciono al sanzionante e non al sanzionato, del tutto contrarie alle logiche del nostro Paese. Sulla sovranità monetaria non ne parliamo: l’abbiamo persa con l’ingresso nell’Euro, moneta transnazionale e privata, che porta all’indebitamento. E’ fondamentale tenere insieme oggi la democrazia e la sovranità. Non può esservi democrazia in assenza di sovranità e Putin l’ha capito bene. L’Italia è sempre ferma, come diceva Gramsci, a una fase tolemaica: abbiamo da una parte chi celebra la mission americana e dall’altra gli ultimi retaggi della sinistra che non hanno capito che l’internazionalismo è l’altra faccia della globalizzazione: non è un caso che si ritrovino dalla stessa parte dei magnati della finanza.

La Russia di Putin come speranza di un mondo multipolare anche sul fronte culturale? Cosa pensa della riscoperta delle radici identitarie russe portate avanti dal presidente?

Solo dove c’è una cultura critica può sussistere una resistenza a forme dispotiche e un’identità culturale. Il vecchio capitalismo, oggi finanziario, tende a distruggere la sovranità militare, economica e l’identità culturale dei popoli imponendo l’unico modello anglofono, che non parla altra lingua che quella del mercato. Oggi si rispetta solo l’ideologia del Medesimo: il capitale trionfante non accetta la differenza e il diritto alla pluralità, vuole vedere solo atomi consumatori che parlano inglese, senza identità e cultura. Putin svolge un ruolo geopolitico fondamentale: ha capito l’importanza della sovranità militare ed economica e sta riscoprendo le radici culturali russe. Il capitale vince più facilmente senza identità, imponendo ovunque il medesimo.

Putin nasce come reazione a un processo che stava portando la Russia a un modello ultraliberista sotto la parentesi di Eltsin, riaffermando la sovranità russa. La Russia è l’unica alternativa plausibile alla “fine della storia” sancita dopo il crollo del muro di Berlino?

Putin non è Lenin ma ha il merito di essere resistente rispetto al modello unico globalista, rispetto al quale sta ponendo un limite fortissimo. E’ un impaccio per le politiche di tipo militare americano, il braccio armato con cui il mercato torna a grondare sangue e sporcizia: la Russia eroicamente resiste, svolgendo la funzione di equivalente di senso rispetto alla defunta Unione sovietica che, con tutti i limiti che non mi sogno di negare né di ridimensionare, svolgeva un ruolo positivo perché la pluralità è sempre meglio rispetto all’unità, alla reductio ad unum. E’ rimasto un unico modello che tende a pensarsi come il solo possibile, e che tende a imporsi nell’Ordine mondiale nel suo equivalente sovrastrutturale che è il pensiero unico del politicamente corretto, con l’imposizione di un unico modello culturale e di costumi, con penalizzazione, come omofobo, sul piano dei costumi per chiunque dissenta, e come fascista o stalinista per chiunque dissenta invece sul piano politico, diffamando e colpevolizzando chiunque si opponga al pensiero unico stesso. Diffido dei facili cosmopolitismi ma la Russia mi interessa rispetto alle sorti geopolitiche, come resistenza eroica al modello unico a guida statunitense, tenendo aperta la possibilità del plurale.


All’assedio economico e culturale a cui è sottoposta la Russia, Putin reagisce con il dialogo con Serbia e Grecia, e con il progetto dei Brics. La crisi greca, al di là delle ultime mosse di Tsipras, è anche, o soprattutto, una partita sullo scacchiere geopolitico internazionale?

Basta chiedersi come mai Obama sia intervenuto solo adesso, per scongiurare il rischio che si crei una nuova alleanza che va a sparigliare il pensiero unico. Bisogna ragionare nella concretezza storica dei fenomeni a cui assistiamo oggi. Il ruolo di Putin è rispondere all’immagine del presidente Obama e al suo al “yes we can” con un limite, con un “no we can’t”. Nella congiuntura dei rapporti di forza chi sta con Putin è per un mondo multipolare. Peggio di un mondo diviso dal muro di Berlino poteva esserci solo ciò che è venuto dopo, un mondo in cui c’è modello unico che tende a delegittimare a priori qualunque altro modello possibile, distruggendo le lingue nazionali, le culture, il diritto alla differenza, creando quella situazione che Heidegger chiamava “uniformazione planetaria”. Molto si capirà da come Putin gestirà la vicenda greca. Se interverrà a sostenere la Grecia potrebbe realizzare un capolavoro politico, il capovolgimento dei rapporti di forza e il ricongiungimento dell’Europa con la Russia. Vedremo la Grecia di Tsipras cosa farà.

In una recente intervista alla rivista Tradizione, pubblicata su Barbadillo, Alain De Benoist cita anche lei come uno dei pensatori a cui guardare per “nuove sintesi” capaci di collocarsi al di fuori delle consuete dicotomie politiche e culturali. E’ possibile un percorso del genere, oggi, in Italia?

Intanto sono felice e onorato che De Benoist mi abbia citato perché lo considero, con il compianto Preve, uno dei più grandi filosofi contemporanei e una delle poche voci fuori dal coro. Più che nuove sintesi, occorre andare oltre, oltrepassare: non vuol dire una corsa verso il futuro ma tenere del passato ciò che di buono vi è di esso, liberandosi degli errori e portando all’altezza dei tempi il pensiero, abbandonando quelli che Adorno chiamava i “cadaveri concettuali”, cioè quei concetti che non fanno più presa sulla realtà. Continuare oggi a dividersi sterilmente tra destra e sinistra significa precludersi la possibilità di capire che il nemico è la Banca centrale, il mercato unico che elimina i diritti sociali. Il potere oggi incentiva tutte le dicotomie che non sono in grado di mettere in discussione il potere stesso: si esalta l’antifascismo, l’anticomunismo, ma mai si può parlare di anticapitalismo, di lotta all’imperialismo. E’ indispensabile andare oltre, al di là di destra e sinistra, per la lotta al capitale finanziario globale e la rivendicazione della comunità umana come priuus, come intoccabile dall’economia. Occorrerà sempre più creare un fronte di resistenza rispetto al fanatismo economico: se quello è il nemico occorre reagire, senza dividersi tra rossi e neri, islamici e cristiani, bianchi e neri. Pretendere la purezza di chi lotta contro il nemico somiglia all’atteggiamento di chi, davanti a un incendio, si mettesse a chiedere i documenti ai vigili del fuoco. Bisogna spegnere l’incendio: per farlo De Benoist dice che occorrono nuove sintesi, io aggiungo che bisogna andare oltre, senza restare intrappolati nelle vecchie categorie.

venerdì 10 luglio 2015

La vita di una comunità è più importante dei suoi debiti finanziari



Di Marcello Veneziani



Un asfissiante dirigismo finanziario sta soffocando la vitalità dell’economia e la sovranità degli stati europei. Il Novecento ci aveva abituato a vedere sulla scena due modelli economici contrapposti: da una parte il modello dello Stato interventista che frenava il libero mercato sotto la cappa di uno statalismo invadente, che dirigeva l’economia e stabiliva reti di protezione e vincoli, nel nome del Welfare, dell’economia sociale, se non socialista, tra programmazione e pianificazione. E dall’altra parte il modello del libero mercato che lasciava spazio all’iniziativa privata nel nome del liberismo e della deregulation, la libera circolazione di merci e capitali. Nel nuovo millennio è cresciuto in Europa, sulle ali del libero mercato e della finanza globale, un mostro sovrastatale che impone un rigido, oppressivo, minaccioso dirigismo economico. L’unica sovranità che riconosce è la sovranità del debito, il cosiddetto Debito Sovrano e l’assoluta priorità che impone agli stati e alle società è pagare i propri debiti, ridurre il deficit, tendere al pareggio di bilancio.

L’imperativo riguarda direttamente gli stati membri e la spesa pubblica ma ricade inevitabilmente sull’iniziativa privata, sulle imprese, sulle condizioni reali dell’economia di un paese. Se c’è da scegliere tra l’assetto contabile degli stati e la vita reale dei popoli, la priorità degli euro-dirigisti è assegnata senza esitazioni al primo, a scapito della seconda. Un paese può fallire, finire in default e perfino essere estromesso dall’Europa, se non ha i conti in ordine e se non rispetta i parametri imposti dal dirigismo economico europeo. Il debito sovrano assume oggi lo stesso ruolo che aveva il peccato originale: una macchia indelebile, che anche le nuove generazioni ereditano dalla nascita, una colpa assoluta e indipendente dalle volontà e dai comportamenti di ciascuno che li pone in condizione permanente di dipendenza e subalternità, tra procedure d’infrazione e minacce di sospensione ed espulsione, equivalenti tecnico-finanziari della scomunica, dell’anatema e della dannazione. Vista l’entità gigantesca del debito e la sua crescita esponenziale col tempo, che costringe non a ridurre veramente il debito ma solo a pagare gli interessi sui debiti pregressi, vista l’impossibilità di terapie radicali e definitive, non c’è alcuna uscita dal tunnel del debito, solo un percorso obbligato e scandito da tappe infinite che non consentono il recupero della libertà né il ripristino della sovranità. Debitori si nasce, si cresce e si muore.

“Il privato si è mangiato il pubblico – scrive Mario Tronti – l’economia si è mangiata la politica, la finanza si è mangiata l’economia, quindi il denaro si è mangiato lo Stato, la moneta s’è mangiata l’Europa, la globalizzazione si mangia il mondo”. Naturalmente non si tratta di seguire gli schemi complottistici e dividere l’Europa tra vittime e carnefici: ci sono state politiche dissennate che hanno ingigantito il debito e ci sono tentativi apprezzabili di risanare gli errori passati. Ma a questo punto non resta che fuoruscire dalla gabbia, rimettere in discussione la sovranità del debito e partire da altre basi, non legate alla finanza ma alla vita reale dei popoli e dell’economia, alla sovranità politica, nazionale e popolare. La crisi economica non si risolverà finché restiamo solo sul terreno dell’economia e soprattutto se restiamo dentro i dogmi e gli schemi tecno-finanziari. Lo stesso mercato finanziario appare fortemente condizionato da fattori psicologici, emotivi, meta-economici: la borsa è psicolabile e lo dimostra ogni giorno… Si tratta allora di spodestare l’Economia dal trono di Ars regia e riportarla a terra, in mezzo alle genti. Bisogna salire di un piano o scendere alle fondamenta se si vuole spezzare la china automatica che si è generata. Tocca alla politica, la grande politica che decide, non la governance, tagliare il nodo di Gordio. Per questo, con tutte le velleità, le astuzie e l’avventurismo che hanno accompagnato l’esperienza greca e le sue tifoserie nostrane, è necessario trarre un insegnamento e una previsione dal referendum: un popolo viene prima degli assetti contabili, la vita di una comunità è più importante dei suoi debiti finanziari, non è possibile cacciare dall’Europa chi fa parte della sua storia e della sua identità. Solo su queste basi si potrà rifondare l’Europa vera, viva, variegata, ricca di passato e di avvenire.

lunedì 6 luglio 2015

I


Il Governo Renzi approva il suo modello di “buona scuola”.
L’ennesimo passo verso lo smantellamento della scuola pubblica è compiuto, nel silenzio generale e senza dibattiti preventivi.
Il mondo della formazione si aziendalizza e il sapere diventa merce, mentendo intatti i punti deboli del comparto-scuola: strutture inadeguate, docenti impreparati e faziosi, tagli al personale, precarizzazione generale.
L’istruzione cessa di essere un diritto e diventa un prodotto da accompagnare alla massificazione in atto e al processo di riduzione dell’esistente alla logica del profitto e della produttività; un primo passo verso la creazione del consumatore di domani, privo di identità, di coscienza critica e di radici, di spunti vitali, solidali e comunitari.
Se questa è la “buona scuola”, siamo fieri di essere quelli dell’ultimo banco.

mercoledì 1 luglio 2015

Torrita di Siena.Blitz di Casaggì:"Prima gli italiani!"





Abbiamo protestato per una scelta calata dall’alto in cui la cittadinanza è stata avvertita a cose fatte. Abbiamo deciso di gridare forte e chiaro il nostro punto di vista, che poi è quello di molti cittadini, lo abbiamo fatto sicuramente in modo plateale con uno striscione con su scritto “PRIMA GLI ITALIANI” e lanciando volantini durante la conferenza stampa del Sindaco di Torrita di Siena.
Noi sono mesi che chiediamo agli amministratori locali di avviare delle indagini sul loro territorio di pertinenza per verificare la presenza di famiglie italiane in difficoltà e solo dopo decidere se aiutare o no i richiedenti asilo. La nostra è una posizione assolutamente di buon senso, crediamo fortemente che la precedenza debba esser data ai nostri connazionali, soprattutto in un periodo di crisi come questo. Girando la provincia abbiamo conosciuto molte famiglie che non riescono più a pagare l’affitto ma anche discriminazioni vere e proprie durante le assegnazioni delle case popolari, basta guardare un po’ i primi posti delle graduatorie per accorgersi che i vincitori sono sempre più spesso cittadini stranieri. Per questi motivi vogliamo che i Sindaci, Assessori e associazioni di volontariato si informino prima se sul territorio comunale ci siano italiani da aiutare, nel caso in cui non ve ne siano si può pensare di aiutare gli immigrati richiedenti asilo. Una cosa è chiara fin quando le istituzioni si faranno in quattro per assistere persone provenienti dall’estero mentre i nostri concittadini vengono ignorati noi saremo sempre in prima fila per dare voce a quest’ultimi.

martedì 30 giugno 2015

Famiglia, demografia e sviluppo: il miracolo ungherese

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da azionetradizionale.com

Le politiche pro vita, pro famiglia e per l’incremento demografico non riscuotono certo il consenso politicamente corretto dei grandi media e delle Istituzioni internazionali.
Frequentemente, per esempio, leggiamo sulla stampa attacchi contro Viktor Orban, il capo di Stato Ungherese, spesso presentato come un dittatore.
Vediamo ora cosa ci dicono i fatti, dai quali si potranno dedurre le ragioni della propaganda internazionale contro l’Ungheria ed il suo Presidente.
Il parlamento Ungherese ha inserito nella Costituzione la protezione della Vita dal concepimento.
Il Governo fa uscire il paese dalla crisi, manda a casa il Fondo Monetario Internazionale e rende la Banca Centrale indipendente dalle pressioni finanziarie internazionali.
Più bambini sono nati nel 2014 che negli ultimi cinque anni. Il tasso di fecondità totale è 1,41, il valore più alto dal 1997, anche se ancora non è abbastanza alto. Il numero dei matrimoni è aumentato costantemente dal 2010, del 9% nel solo 2014. Ricordiamo che tra il 2002 e il 2010 il numero dei matrimoni in Ungheria era sceso del 23%. Il numero dei divorzi è diminuito del 15% tra il 2010 e il 2013. Il numero di aborti è in continuo declino, ed è diminuito del 20% dal 2010. Grazie ai sussidi alle famiglie 236 miliardi di HUF (fiorini ungheresi) sono rimasti alle famiglie nel 2014. Le pensioni sono aumentate del 19% dal 2011 al 2014.
Dietro a queste cifre vi sono i numerosi vantaggi fiscali per le famiglie: diminuzione delle tasse sul reddito per famiglie con più di due figli, l’indennità di maternità, l’indennità per gli acquirenti della prima casa, l’aumento del 25% nei posti in asili nido e le misure sulla tutela del lavoro.
Numerosi anche i miglioramenti generali dell’economia: 210.000 posti di lavoro in più nel 2014. La disoccupazione al 7.1% (contro il 13.1% in Italia). Il PIL è aumentato del 3.5% l’anno scorso (quasi il doppio della media europea). I salari sono anche in continuo aumento: 4% nel 2014. Con l’eliminazione dei prestiti in valuta estera, sono stati convertiti prestiti per un valore di 3.600 miliardi di HUF, e sono state quindi protette le case di mezzo milione di famiglie. L’ anno scorso il turismo è aumentato del 13% e gli investimenti esteri del 14%.
Questo vero e proprio miracolo è il diretto risultato di una politica di indipendenza monetaria e di supporto alle famiglie che sono il nerbo di ogni nazione.
Riflettiamoci!

sabato 27 giugno 2015

Se la scuola democratica (e renziana) è un fallimento



di Giovanni Balducci (Centro Studi La Runa)

In merito alle ultime disposizioni in materia scolastica che ci giungono da Palazzo Chigi, la prima cosa che ci viene da fare è rispolverare con spirito futurista il celebre pamphlet "Chiudiamo le scuole" di Giovanni Papini, e quanto sostenuto nel Manifesto del Futurismo da Marinetti & Co. contro la cultura accademica in genere. Quindi a fronte della “buona scuola” di Matteo Renzi e della ministra Giannini, l’unica vera buona scuola per noi sarebbe quella chiusa.

Ma si sa, non siamo più nell’Ancient Règime e l’istruzione di massa è uno dei capisaldi dell’ideologia illuminista e neo-illuminista che domina già da qualche secolo l’occidente. Lontani sono i tempi in cui durante un censimento voluto da Federico II di Prussia un nobile poté vantarsi d’essere “analfabeta per via dell’alta nobiltà”. Oggigiorno un esercito di maestrine dalla penna rosa invece ci obbliga a passare tra i banchi di scuola gran parte della nostra giovinezza, con il pretesto dell’alfabetizzazione di massa e il miraggio di elevarci socialmente attraverso lo studio.

Nella realtà dei fatti però le cose stanno diversamente e la scuola in quanto a garanzia di mobilità sociale e su molti altri punti si rivela sempre più una barca che fa acqua da tutte le parti. Certo, si è cercato di correre ai ripari: le riforme della scuola tese a puntellarla, se non proprio a rattopparla, ormai non si contano più. Dal ventennio fascista ad oggi saranno state sette o otto e tutte piuttosto che migliorare il sistema scolastico, l’hanno peggiorato.

Ma partiamo per gradi, agli albori del secolo scorso il filosofo Giovanni Gentile, nel saggio Il concetto scientifico di pedagogia, avvia una rifondazione in senso idealistico della pedagogia, che sarà attuato nella famosa riforma del sistema scolastico che appunto dal filosofo prenderà il nome. Gentile afferma che l’oggetto specifico della pedagogia è l’educazione, diretta a “fare lo spirito”, identificando così la pedagogia con la filosofia. Per quanto riguarda i suoi contenuti culturali, la scuola che emerge dalla dottrina pedagogica gentiliana è legata alla tradizione umanistico-letteraria. Relativamente alla sua organizzazione, essa è caratterizzata da un ordinamento gerarchico e centralistico. Si tratta di una scuola aristocratica, pensata per gli “studi di pochi, dei migliori”, e suddivisa per quel che riguarda il livello secondario, in un ramo classico-umanistico per preparare le future classi dirigenti e in uno professionale per avviare al lavoro manuale e meccanico.

La riforma Gentile, come sappiamo si è attirata gli strali della cultura progressista che la accusava di essere fautrice di un tipo di cultura nozionistico, distante dalla prosaicità della vita quotidiana. Con questi presupposti, e con il pretesto che la scuola gentiliana difendesse un tipo di società patriarcale e padronale, con il ’68 le si sono inferti colpi mortali, così studenti ed insegnanti hanno protestato, scioperato, manifestato, sino a condurre la scuola alla situazione in cui ora versa.

Si è protestato negli ultimi anni contro i ministri dei governi di centro-destra, accusati di voler riportare in auge l’antico regime gentiliano, fatto sta che la scuola italiana continua ad essere inadeguata alle esigenze dei ragazzi, sempre più in difficoltà nel trovare un posto nella società e nel mondo del lavoro una volta usciti dalle mura degli istituti scolastici.

Tante e gravi sono le pecche dell’odierno sistema scolastico: si può innanzitutto dire che ad un tipo d’insegnamento di carattere qualitativo se ne è sostituito uno quantitativo, si è di fatto sostituita la memoria all’intelligenza in una concezione della cultura puramente verbale, che di fatto rimpinzando il discente di concetti non tenta di spiegare la loro connessione e le loro conseguenze. Altro che nozionismo gentiliano, almeno il modello gentiliano che prediligeva un tipo di cultura umanistico, fondato sui classici, riusciva nel dare una visione d’insieme della cultura e della vita. Ciò unito all’osservanza cieca di quello pseudo-principio rappresentato dall’uguaglianza, ha fatto sì che ad ognuno fossero impartiti gli stessi insegnamenti, e che si finisse col pretendere di insegnare a tutti applicando lo stesso metodo, in una completa ignoranza delle naturali differenze insite in ognuno. Poi, la credenza diffusa che tutti, per il solo fatto di desiderarlo possano ascendere socialmente, ha fatto sì che molti studenti con pochi mezzi intellettuali, e magari anche pochi mezzi economici, fossero spinti dalle loro famiglie e dai loro insegnanti a continuare gli studi controvoglia, a causa di un malcelato arrivismo diffuso dalla propaganda progressista.

Questo appiattimento sociale, unito alla meccanicizzazione del sapere, il “calcolo senza pensiero” come ebbe a definirlo Martin Heidegger, ha condotto molti giovani ad intraprendere strade errate, non confacenti a ciò che intimamente è la loro reale vocazione, e a quelle che sono le loro necessità sociali, pur di aderire aidiktat del mercato richiedenti oggi più che mai una mercificazione del sapere, di un sapere, per altro, che non è più sapienza, ma al massimo mera erudizione, un sapere che non mira a creare uomini padroni delle proprie conoscenze, ma automi in serie da sfruttare come materiale umano.

Ecco che molti giovani brancolano nel buio, non avendo sane linee guida da seguire per affrontare le dure prove della vita, questo unito all’imperante pensiero debole, che tende ad abolire ipocritamente ogni differenza, ha creato intere generazioni di uomini sviati, senza più valori, e succubi di un mondo che ha eretto ad unico discrimine il successo economico. Che per altro per la gran massa degli studenti, diplomati e laureati, si rivela un vero e proprio miraggio, tant’è che i molti titolati piuttosto che star meglio dei loro genitori o dei loro nonni, i quali all’età in cui loro discutono la loro brava tesi di laurea erano già belli e sistemati, versano in una condizione di cronico precariato. Ma lo spirito del nostro tempo è quello ben sintetizzato dal rapper americano 50 Cent: “Get rich or die tryin”, (Diventa ricco, o muori provandoci).

martedì 23 giugno 2015

Mario Sanesi: itinerario di libertà dal Msi alle Nuove sintesi

La Voce della Fogna
di E. Nistri (Barbadillo.it)

Longanesi ha scritto che i figli dei grandi uomini assomigliano al padre solo per il naso. L’aforisma si adatta solo in parte al caso di Mario Sanesi, anche se non è da escludere che la personalità volitiva e un po’ ingombrante del padre abbia influito sul suo “profilo basso” in politica come nel lavoro. Su di esso pesò anche un’innata modestia, che lo indusse per esempio, lui laureatosi a pieni voti in storia medievale, con una ponderosa tesi di ricerca che Franco Cardini gli aveva assegnato intuendo in lui non comuni doti di ricercatore, a non cercare gli sbocchi universitari che il suo maestro gli aveva proposto, accontentandosi di una decorosa e inappuntabile carriera come professore di scuola. Ma non sempre la modestia, con buona pace di Marinetti, è la virtù dei mediocri, e, come dimostrano i suoi articoli e le sue recensioni su “Diorama letterario”, sempre puntuali, documentate, approfondite, Mario un mediocre non era.
Legato da rapporti di amicizia e di stima a Marco Tarchi, Sanesi seguì le principali tappe del suo itinerario umano, politico e culturale, dentro e fuori il Msi: dal campeggio a Corfù, nella Grecia dei Colonnelli, l’anno della maturità (quando però, dopo qualche dissapore coi locali, non rinunciò a intonare le strofe irripetibili dell’Osteria numero dieci cantate a suo tempo dal padre volontario di guerra) alla cooptazione nel direttivo provinciale del partito, a metà anni Settanta, insieme a figure di non comune levatura intellettuale, dallo stesso Tarchi a Dario Durando, dai fratelli Sinatti a Carlo Terracciano; dai viaggi in Francia all’amicizia con Jacques Marchall, dalla fondazione della “Voce della Fogna” a quella di “Diorama”, dall’esperienza della Nuova Destra alla fuoruscita dal partito, a costo di entrare in collisione col “federale padre” che pure doveva essere orgoglioso di quel figlio colto, lui che per i traumi del dopoguerra e la necessità di mantenere la famiglia non era potuto andare al di là di un diploma di ragioniere.
Il destino lo accomuna a Terracciano e alla Tre Re
Negli ultimi mesi della sua vita il suo aspetto fisico appariva pesantemente segnato dal subdolo operato di un male rivelatosi invincibile. Il suo volto di eterno ragazzo appariva ormai opaco e segnato. Eppure, stoico senza enfasi, cercò fino all’ultimo di condurre una vita normale, senza indulgere all’autocommiserazione, continuando a seguire i suoi discepoli sin quasi alle soglie della maturità, forte di una vocazione didattica che lo accomunava a Marco Tarchi. Pochi giorni fa, quando il suo destino era ormai segnato, fece la scelta di vivere i pochi giorni che gli restavano in Sardegna, con un gruppo di amici fidati. La morte, per arresto cardiaco, l’ha colto quasi in riva al mare, all’età di 62 anni: troppo pochi per chi avrebbe avuto ancora tante cose da offrire e da chiedere alla vita. Resta il rimpianto di un uomo modesto ma non mediocre, riservato ma non timido, colto senza ostentazioni, riservato ma capace di dire quello che pensava senza ritrosie né infingimenti. E la rabbia per un destino ingrato che l’accomuna purtroppo a tanti altri esponenti della sua generazione, da Carlo Terracciano a Susanna Tre Re.
Addio, Mario. Di quella magica e remota stagione di “Elementi”, che, insieme a tanti fraintendimenti e incomprensioni, ci regalò qualche attimo di rara felicità, non hai voluto essere che un discreto testimone e un intelligente comprimario. Ma non è retorica scrivere che, se tutti noi avessimo preso esempio da te, l’Italia sarebbe forse un paese migliore.
Alla politica era arrivato quasi per predestinazione familiare. Il padre, Sergio, originario di Castelfiorentino, uno dei comuni più rossi d’Italia, era stato giovanissimo volontario nella campagna di Grecia, combattente nella Repubblica Sociale, per poi divenire, dopo anni molto difficili, dirigente della Silvaneon, un’azienda pionieristica nel campo della pubblicità luminosa, fondata da Nando Martellini, anch’egli reduce della Rsi, vittima di uno dei primi rapimenti in Toscana. All’alba degli anni Settanta, quando il figlio si iscriveva alla Giovane Italia sull’onda delle grandi manifestazioni per la libertà della Polonia, era il segretario della federazione fiorentina del Msi, asserragliata come in un fortilizio al piano nobile di un palazzotto di piazza Indipendenza. Consigliere comunale e provinciale, alla fine degli anni Ottanta sarebbe divenuto senatore, per poi traghettare, forte del suo prestigio di ex combattente, il riottoso mondo reducistico missino in Alleanza Nazionale. Buon oratore, stimato nelle istituzioni anche dagli avversari, ricco di interessi culturali nonostante gli studi interrotti, morì nel 1999 e non è forse un caso se la sua scomparsa è coincisa con l’emergere di forze centrifughe sempre più devastanti all’interno della destra fiorentina.

mercoledì 17 giugno 2015

Maturità 2015: riflessioni non conformi


di Gianfranco Maccarone

Maturità 2015: risulta a dir poco ridicola e propagandistica la scelta di una traccia con il tema della Resistenza,proprio nel centenario della Prima Guerra Mondiale,tanto più se definita come un "nuovo Risorgimento" che avrebbe ricompattato l'Italia e l'avrebbe liberata dallo straniero.
Fu la Prima Guerra Mondiale ad unire il nostro popolo temprandolo nel fango delle trincee.Ciascun soldato,nonostante parlasse un dialetto diverso e spesso poco comprensibile dal proprio commilitone, si immolò per difendere la propria Patria dall'invasione straniera e per costruire un'Italia libera e sovrana.
La cosiddetta Guerra di liberazione,tanto decantata dai paladini della resistenza altro non è stata se non un guerra civile,dove ad essere versato fu il sangue di migliaia di italiani per consentire alle altre potenze straniere,Stati Uniti d'America in primis, di relegarci al rango di colonia.
La Guerra Civile ha portato soltanto fratture e divisioni.
Anche se finalmente una certa storiografia comincia a mettere in luce i crimini dei partigiani ,vedi la strage di Codevigo piuttosto che il supporto dato dai partigiani della brigata Garibaldi al generale Tito nella sua pulizia etnica solo per citare alcuni esempi,ancora si cerca di far leva sulla solita retorica dei "vincitori" che punta il dito contro i ragazzi di Salò, che ebbero il coraggio di mantener fede alla parola data sapendo di sacrificare la propria vita e di andare incontro ad una sicura sconfitta,indicandoli come "quelli schierati dalla parte sbagliata".
I "custodi della Verità",di fronte a tutto questo, cercano ancora di spacciare una delle pagine più buie e vergognose della storia italiana come l'inizio di un processo che avrebbe portato ad unire la nostra Nazione,un "nuovo Risorgimento",il cui simbolo a Guerra finita non furono altro che i cartelli che giravano nelle grandi città del Nord "Non si affitta ai meridionali",che qualcuno forse ha dimenticato.
Ancora oggi queste fratture sono sono ben visibili nelle ridicole parate del 25 Aprile capeggiate dall'ANPI (un associazione finanziata con i soldi dei contribuenti,di cui nessuno sa neanche bene il numero degli iscritti,che si erge a censore e moralizzatore della cultura e della vita pubblica), nelle manifestazioni indette sotto le bandiere rosse con tanto di sindaci ed assessori quando viene inaugurato un "centro sociale di destra", e in provincia di Siena dovrebbero saperne qualcosa,nei ragazzini che puntano il dito contro il proprio compagno,magari incitati dai propri insegnanti, perchè non si vuole appiattire alla solita retorica partigiana,ma guarda alla storia con pensiero critico scevro dai pregiudizi che qualche servo ha cercato di inculcargli a forza.
Si vedono, quando sono i Paesi stranieri a decidere come l'Italia debba gestire la propria politica economica,l'immigrazione,il lavoro,la cultura e tutte quelle scelte che una Nazione sovrana con una storia millenaria alle spalle dovrebbe prendere in totale autonomia.
La Guerra Civile dei partigiani guidati dai sovietici e dagli anglo-americani ha gettato le basi per disgregare l'Italia.
La Prima Guerra Mondiale,nel suo centesimo anniversario, rimane sempre un fulgido esempio di come unire e far venire fuori le migliori energie di un popolo.
Tanti saluti al Ministero del pensiero unico.

lunedì 15 giugno 2015

Addio a Rutilio Sermonti, per 94 anni fedele alla linea



di Antonio Fiore (Barbadillo)


Novantaquattro anni fedele alla linea.E’ salito in cielo come una cometa luminosa, a pochi giorni dal Solstizio, Rutilio Sermonti, “militante integrale” di un mondo antico, dove la guerra interiore veniva combattuta accanto a quella autentica, nelle trincee d’Europa.

Scompare ad Ascoli il più controcorrente di una famiglia di creativi, dal genetista Giuseppe al dantista Vittorio. Rutilo fu volontario nella seconda guerra mondiale, decorato con la Croce di Ferro, e donò ai suoi giovani discepoli la storia esemplare del combattente tedesco, che spirando a sedici anni sul fronte orientale, come ultimo sussulto di vita, gridò “Niemals”, “Mai”, estremo invito a non arrendersi e non terminare mai la propria lotta.

Le cronache giudiziarie, in una inchiesta su proclami grotteschi e deliranti di estremisti da tastiera, registravano Rutilio indagato per associazione sovversiva, reato che sarebbe evaporato con il procedere del lavoro degli inquirenti. Un destino che lo vedeva accomunato al grande scrittore non allineato, il Nobel Knut Hamsun, anch’egli perseguitato alla fine dell’esistenza terrena.

La vita di Rutilio dopo la guerra


“Avvocato, paleontologo, zoologo e scrittore. E’ stato – scrive Gianluca Borgatti – presidente dei GRE (Gruppi di Ricerca Ecologica). Ha ricostruito animali preistorici, scritto libri in difesa dell’ambiente (memorabile “Il prezzo della salvezza” scritto a quattro mani con il noto presentatore televisivo Sandro di Pietro), libri di storia e perfino raccolte di fiabe per bambini. Rutilio ha avuto un’intensa e multiforme attività pubblicistica”. Sterminato l’elenco delle sue pubblicazioni, tra cui una monumentale Storia del fascismo, scritta con Pino Rauti e ora ripubblicata da Controcorrente di Napoli.

Fondatore del Msi

In una intervista, il racconto di Sermonti: “Il Movimento è stato fondato da sette giovani: Giorgio Almirante Giacinto Trevisonno, Mario Pazzi, Giovanni Tonelli, Loffredo Gaetani Lovatelli, Giuliano Bracchi e io, in seguito l’ho abbandonato perché troppo dialogante con la Democrazia Cristiana. Il Msi nasce dopo una lunga discussione, decidemmo di fare un partito che partecipasse alla competizione politica contro la Democrazia Cristiana”. Partecipò anche ai Far e al Centro Studi Ordine Nuovo, come fondatore.

Ammiratore di Mussolini

“La grandezza di Mussolini – spiegava Sermonti – era quella di saper affrontare i problemi e utilizzare ciò che aveva a disposizione. Ha usato sindacati e agricoltori e ciò che già c’era, ma ha infuso uno spirito diverso. Lo stato organico è lo stato in cui ogni forza esistente ha la sua funzione, esiste ed è rappresentata: il cervello in un corpo è utile come i piedi. Fare unità, qualcosa che unisce uomini, donne e associazioni e ne fa uno strumento per il bene della nazione”.

Il monito ai giovani

“Per parlare bisogna studiare. Ho saccheggiato tutti i rami del sapere, se non hai una visione ampia diventi una vittima. Per vivere bene devi essere capace di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Altrimenti campi come una lucertola o un lombrico. Noi non ci fidiamo del pensiero. Il libero pensiero non esiste: ci sono 50 modi per alterarlo senza che l’interessato se ne accorga neppure. Se gli interessi di parte sono subordinati a quelli superiori della nazione, anche gli interessi di parte vengono perseguiti in modo lecito e fecondo”.

venerdì 12 giugno 2015

"CHILD 44": UN FILM CHE INCRINA IL DOGMA DEL "PARADISO" SOVIETICO

Recensione di Marco Scatarzi

Leo Demidov è il soldato che ha issato la bandiera rossa sul Reichstag di Berlino ponendo fine alla seconda guerra mondiale sul suolo europeo. Tornato in patria da eroe, nella Russia che ha sete di nuovi miti proletari e vittoriosi da spacciare alle grandi masse, diventa uno dei migliori agenti dei servizi segreti e – suo malgrado – è costretto a fare i conti con le meschinità del sistema sovietico, che lo degrada e lo costringe alla lotta, portandolo a riscattare la propria dignità e, allo stesso tempo, ad accettare i dogmi di facciata che la nomenklatura imponeva senza reticenze.
Costretto dagli eventi a indagare sulle ripetute uccisioni di bambini che infestano la Russia di Stalin, Leo si scontra con le menzogne di un modello che parte da una certezza assoluta: in “paradiso” non esistono omicidi. L’Unione Sovietica non ammetteva la possibilità che, nel “paradiso” del socialismo reale, qualcuno potesse uccidere. Certe degenerazioni della mente umana sono logica conseguenza del sistema capitalista e non possono essere concepite laddove trionfa l’etica collettiva e tutti hanno ciò che potrebbero desiderare: ammettere l’infelicità, la malattia o il disagio rappresenterebbe la fine di un equilibrio che la classe dirigente di Mosca è disposta a difendere ad ogni costo e con ogni mezzo necessario. Un equilibrio artificiale, una menzogna che viene spacciata per verità e che ricorda molto la censura che la Repubblica Democratica Tedesca, che di democratico aveva solo il nome, metteva in piedi per camuffare le centinaia di suicidi che ogni anno si registravano tra i grigi palazzoni in cemento di Berlino Est.
E’ uno sguardo nuovo, quello di “Child 44”, una prospettiva che il regista Daniel Espinosa ha saputo rappresentare al meglio: a venticinque anni suonati dalla caduta del Muro inizia a crollare anche il silenzio che per decenni ha avvolto una delle più terribili dittature della storia. Quella che Espinosa mette in scena è la Russia che ha tenuto in scacco mezzo mondo per mezzo secolo: una società imposta con la forza della repressione, inculcata attraverso una serratissima pratica dell’ideologia, tenuta in piedi da un meccanismo sociale studiato per annientare i legami solidali, disgregare le famiglie, annichilire ogni impeto libertario, ogni radice, ogni tensione verso l’alto, ogni inclinazione al sacro e al bello, ogni stimolo di ribellione, ogni sfaccettatura dell’animo umano che non rientrasse nella penosa prospettiva del lavoro assegnato, della vita scandita dai soliti ritmi e dalla severa osservanza delle regole. Tra queste ve ne era una particolarmente crudele: se un tuo parente esprimeva idee contrarie al volgo comune, dovevi denunciarlo. Non farlo avrebbe significato finire sotto terra in buon compagnia o condividere l’ebbrezza di un viaggio di sola andata per le lande siberiane, a spaccare pietre e morire di stenti nel gelo della tundra.
Un regime che costruiva le accuse ed emetteva le sentenze, che non dava spazio ai sentimenti e al capriccio, che rimuoveva con precisione maniacale ogni più insignificante inclinazione al senso critico, che risolveva i problemi del dissenso interno con la “democrazia” del colpo alla nuca e l’oblio della damnatio memoriae. “Child 44” è un film da vedere, perché racconta delle ovvietà storiche che l’intellighenzia cinematografica non ha mai voluto mostrare al mondo.
Un film da far vedere a tutti, soprattutto ai tanti paladini dei diritti a buon mercato, quelli che chiedono le unioni gay sventolando la bandiera di chi concepiva l’omosessualità come una malattia da punire con quindici anni di campo di concentramento. Un film che contribuisce a ricomporre il mosaico della ricostruzione storica perché – citando Orwell – “in tempi di menzogna universale dire la verità è un atto rivoluzionario”.





giovedì 4 giugno 2015

26 anni fa la rivolta di Piazza Tienanmen



Nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, una violenta repressione spense nel sangue le proteste di studenti e lavoratori cinesi in piazza Tiananmen a Pechino. 
Molto resta da chiarire su cosa sia esattamente successo tra il 3 e il 4 giugno 1989. In assenza di un'inchiesta indipendente, esistono versioni dei fatti molto diverse. Il numero dei morti, ad esempio, varia da centinaia a migliaia di persone e molte famiglie delle vittime stanno ancora aspettando una spiegazione su ciò che è accaduto ai loro cari.
Le proteste del 1989 Le proteste iniziano a metà aprile del 1989 nelle università di Pechino. Gli studenti chiedevano più libertà, riforme, salari più equi e condizioni di vita migliori. Dopo i funerali del politico riformista Hu Yaobang la rivolta esplode. I giovani indicono una grande manifestazione a cui aderiranno centomila persone. A metà maggio migliaia di studenti occupano Piazza Tiananmen e iniziano uno sciopero della fame a oltranza. Le autorità cinesi impongono la legge marziale e inviano carri armati e soldati. Ma negli stessi giorni, la protesta arriva sulle televisioni di tutto il mondo. La stampa internazionale infatti è a Pechino per l’arrivo di Mikhail Gorbaciov, nel paese per una riconciliazione russo-cinese. Gli studenti rilasciano dichiarazioni alla stampa estera e cercano di boicottare gli appuntamenti istituzionali. La situazione precipita velocemente. Il segretario del partito comunista Zhao Zhiyang si dimette, mentre Deng Xiaoping e il primo ministro Li Peng ordinano all’esercito la definitiva repressione della protesta di Piazza Tiananmen.

mercoledì 6 maggio 2015

Alle elezioni regionali sosterremo Maccarone senza "se" e senza "ma".

Il nostro impegno in questa tornata elettorale non era scontato perché, come abbiamo sempre sottolineato, non accettiamo compromessi e appoggiamo liste e/o candidati in base a programmi e alla qualità dei candidati stessi. Per le elezioni regionali del 31 maggio appoggeremo Gianfranco Maccarone, un nostro militante storico che ha dimostrato con il suo impegno e dedizione di credere in quei valori sociali ed identitari a cui noi ci rifacciamo. La lista in cui è inserito è quella di Fratelli d’Italia-AN che sostiene la candidatura a governatore di Claudio Borghi. Sicuramente l’alleanza tra FdI-AN e Lega Nord in Toscana potrebbe essere, noi ce lo auguriamo, un primo passo per la creazione di un vero e proprio fronte identitario che si occupi finalmente dei reali problemi dei cittadini e si opponga sia al mal governo del Partito Democratico sia a quei gruppi d’interesse che ormai da troppi anni fanno gli interessi alle spalle dei cittadini onesti e lavoratori.
A tal proposto la lista che sostiene Claudio Borghi si è già espressa in favore di politiche che tutelino i cittadini italiani evitando una vera e propria discriminazione contro i nostri connazionali durante le assegnazioni delle case popolari, dei posti negli asili, nei sussidi, etc… Un esempio di tale ingiustizia è la situazione che sta affrontando una famiglia di di Colle Val d’Elsa a rischio sfratto, persone che CASAGGì sta sostenendo da ormai qualche mese mentre le istituzioni se ne sono lavate completamente le mani.
Altre gravi situazioni sono: l’aumento della disoccupazione ( soprattutto giovanile), la crisi economica riscontrabile su tutta la provincia senese, i problemi all’interno degli edifici pubblici (soprattutto nelle scuole) 
e la necessità di opporsi con vigore all’introduzione dell’IMU agricola che va a tassare ulteriormente un settore già in ginocchio.Gianfranco Maccarone si farà portatore di tutte queste battaglie e tutti i militanti di CASAGGì Valdichiana faranno il possibile per sostenerlo durante e dopo la campagna elettorale, senza “se” e senza “ma”.

mercoledì 29 aprile 2015

SERGIO RAMELLI: UNA STORIA CHE FA ANCORA PAURA...


A Sergio Ramelli, nell'anniversario della morte. Lo ricordiamo col suo sorriso, come molte fotografie ce lo dipingono e come molti amici lo ricordano. Aveva diciotto anni, ma un commando di sciacalli di Avanguardia Operaia, in nome dell'antifascismo, lo massacrò sotto casa a colpi di chiave inglese, spaccandogli il cranio, nella Milano degli "anni di piombo" dove "uccidere un fascista non è reato". Sergio rimase in coma per 47 giorni, prima di spegnersi in una fredda stanza di ospedale, coi ragazzi del Fronte della Gioventù al suo capezzale. 

Sergio fu vittima di una violenza cieca, ideologica e feroce. La violenza dell'antifascismo militante, che lo aveva preso di mira a scuola, al Liceo Molinari, dove era stato ritenuto "colpevole" di aver scritto un tema nel quale criticava l'operato delle Brigate Rosse, già responsabili del duplice omicidio di due militanti missini a Padova, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci. Ne seguirono i "processi politici", le aggressioni verbali e fisiche, le minacce vergate sulle mura del quartiere. Fino a quando la sua foto non venne recapitata nelle mani del servizio d'ordine di Avanguardia Operaia, che decise di passare alle vie di fatto e di eliminarlo utilizzando le chiavi inglesi Hazet 36, purtroppo assai in voga in quei terribili giorni. 

Al suo funerale, partecipato da molti attivisti della destra politica, si cercò di vietare il corteo funebre, mentre nel consiglio comunale milanese la notizia della sua morte venne accolta con un applauso corale, come nel peggiore degli incubi. Qualche anno più tardi venne scoperto il covo di via Bligny. a Milano, dove fu rinvenuto un vero e proprio archivio tenuto segreto per decenni dalla sinistra extraparlamentare milanese, che aveva schedato e colpito decine di attivisti di destra, magistrati, poliziotti, politici e personalità ritenute scomode. Il processo per l'omicidio Ramelli si concluse con condanne ridicole, con pene abbreviate e con assassini rilasciati dopo pochi anni di carcerazione. 

Nel primo anniversario della morte di Sergio, il 29 aprile del 1976, Prima Linea "festeggiò" con un altro omicidio, quello di Enrico Pedenovi, consigliere del Msi milanese. Lo ricordiamo, assieme a tutte le vittime di quella stagione di sangue e di odio. 

Mai più infamia, mai più antifascismo. 
SERGIO ED ENRICO PRESENTI!

martedì 28 aprile 2015

Milano torna agli anni di piombo: colpite librerie e centri di destra

 di Matteo Carnieleto (Il Giornale)

La sinistra milanese non conosce rispetto. Sono, questi, giorni importanti per la destra meneghina. Domani, infatti, verranno commemorati Sergio Ramelli, Enrico Pedenovi e Carlo Borsani, tutti barbaramenti uccisi da uomini di estrema sinistra.
Nella notte, dopo l'incontro Divide et impera: Milano Burning, le radici dell'odio, sulla morte di Sergio Ramelli, sono stati colpiti alcuni importanti centri della Destra milanese. La libreria Ritter, uno dei più importanti centri della destra meneghina, è stata data alle fiamme. Le vetrine sono andate in frantumi, sono tutte da tappezzare, come ci racconta il proprietario. A causa dell'incendio, i condomini del palazzo che ospita la libreria sono stati evacuati.
Anche la sede dell'Ugl di via Aosta 13 è stata colpita questa notte. Come si legge nel sito: "Tra le ipotesi, le posizioni assunte dalla federazione su Expo in merito alle inefficienze relative alla sicurezza".
La sede di Forza Nuova Milano Sud è stata imbrattata con della vernice e le sono state divelte finestre e imposte. Attualmente, i ragazzi di Forza Nuova stanno aspettando gli artificieri perché nella sede del locale è ancora presente un tubo inesploso.
 

venerdì 24 aprile 2015

La “Festa della Liberazione” ha 70 anni. E li dimostra tutti

La “Festa della Liberazione” ha 70 anni. E li dimostra tutti
di Lando Chiarini (Il Secolo d'Italia)


Un 25 Aprile all’insegna della massima mobilitazione mediatica, ma anche dei veti, delle ripicche e delle esclusioni. Se ancora fino a qualche tempo fa tali celebrazioni servivano a diffondere e a rafforzare la religione civile della “Liberazione“, sul cui culto poggiava la retorica dell’Italia “nata dalla Resistenza“, oggi, a settant’anni di distanza, le stesse non riescono a trasmettere altro che il senso di una festicciola di partito, e per di più, impastata di polemiche.
Emblematico è il caso di Alessandria, il cui sindaco Maria Rita Rossa, “piddina” di confessione renziana, si è vista categoricamente bocciare dall’Anpi la proposta di affidare ad un ministro (Orlando, Boschi, Pinotti) l’orazione ufficiale. Niente da fare. Ufficialmente, perché alle celebrazioni non partecipano i membri del governo. In realtà, perché gli uomini (e le donne) di Renzi non risultano graditi all’associazione dei partigiani. Diversamente da Sergio Cofferati, il cui nome è stato fulmineamente rispedito al mittente dal sindaco, che lo ha bollato come una provocazione: «Ha denunciato il partito dopo aver perso le primarie». A sua volta l’ex-leader della Cgil ha controreplicato in un crescendo rossiniano di dichiarazioni e prese di posizioni il cui interesse è davvero pari a zero.
La “baruffa alessandrina” non stupisce più di tanto. Anzi, da un certo punto di vista rappresenta lo scontato epilogo di una ricorrenza mai stata veramente di tutti. Non lo è stata per gli italiani del Sud, “liberati” solo dalle truppe americane sbarcate in tutta libertà in Sicilia con l’appoggio dei mafiosi costretti dal regime di Mussolini ad espatriare negli Stati Uniti. Non lo è stata per quegli italiani del cosiddetto “triangolo della morte” – non necessariamente fascisti, anzi – per i quali la guerra cominciò nel momento in cui finiva per tutti gli altri. Non lo è stata, infine, per quella generazione di giovani che si arruolò dall’altra parte per servire la nazione più che la fazione. Sono aspetti arcinoti, ma ignorati da ben 70 anni. È esattamente da allora che la Resistenza è una festa di parte. Per renderla davvero nazionale e patriottica sarebbe servita una grande e coraggiosa “operazione verità”. È accaduto l’esatto contrario e chi, come Gianpaolo Pansa, ha cercato da sinistra di avviarla, si è ritrovato insultato e isolato dal “culturame” ufficiale. Tutto normale in un’Italia, unica nazione al mondo in cui si festeggia la tragedia della guerra civile. È proprio questo, del resto, il frutto avvelenato della retorica partigiana del 25 Aprile imposta dal Pci. Nessuna meraviglia, dunque, se siano oggi i suoi eredi nel Pd ad usare la “Liberazione” per regolare i conti al proprio interno.

lunedì 20 aprile 2015

Accame: “Da Malaparte a Pound, da Brasillach a Drieu: le mie letture ribelli”

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 Di Gabriele Marconi (Barbadillo.it)


Ecco la prima chiacchierata sui “Miti fondanti”. Quando pubblicammo su Area questa rubrica, alcuni anni fa, decisi di cominciare il ciclo d’incontri con Giano Accame, uno dei motori più brillanti della nostra rivista, il più anziano e, al tempo stesso, il più giovane di tutti noi. Ed è a lui – morto un anno e mezzo fa -, amico carissimo e maestro indimenticabile, che voglio dedicare la ripubblicazione di queste pagine.
 Il primo incontro è con Giano Accame, giornalista e saggista di lungo corso, autore del recente Una storia della repubblica. Accame fa risalire la prima pietruzza del suo personale mosaico «all’annuncio dell’Impero, nel maggio del ’36, quando frequentavo le scuole elementari. Un paio d’anni dopo quelle atmosfere vennero esaltate dai film “africani”…».
Ricordi i titoli?
Luciano Serra pilota, di Alessandrini, con Amedeo Nazzari, poi Sentinelle di bronzo, mi sembra di Romolo Marcellini, sui dubat, le nostre truppe coloniali; li ricordo perché sono legati appunto all’idea dell’Impero, dell’espansione italiana che tanto mi avevano colpito da bambino… erano gli anni in cui, vicino al Colosseo, insieme alle carte geografiche dell’espansione romana, se ne aggiungeva una con la nuova espansione italiana… c’era l’illusione del nuovo impero di Roma… l’idea di grandezza, insomma. E naturalmente il fascino dell’Africa. Ho il ricordo delle camicie nere a La Spezia: noi balilla assistemmo al loro ritorno. Portavano i caschi coloniali, un accessorio buffo che in tutti i viaggi che poi ho fatto da giornalista inviato (anni ’60-’70), in Angola, Mozambico, Nigeria, non ho mai più visto… I legionari portavano dall’Africa chi una lancia, chi uno scudo, chi addirittura una scimmietta sulla spalla… sembrava di veder vivere i romanzi di Salgari, no? L’avventura si fondeva alla storia.
E li leggevi, in quel periodo?
I libri di Salgari? Sì, certo, ma soprattutto Luigi Motta, che mi piaceva di più… allora era conosciuto forse più di lui.
Ma parlavano dell’Oriente o proprio dell’Africa?
Boh, adesso non ricordo esattamente… Avventure esotiche, comunque, e poi nella fantasia dei ragazzi si faceva un tutt’uno: Mompracem chissà dov’era… per noi poteva essere anche dalle parti di Mogadiscio! Un’altra “impressione” forte della mia infanzia fu il Museo navale, all’Arsenale di La Spezia. Anche perché ero figlio di un ufficiale di Marina, nipote di un ammiraglio… ero destinato a seguirne la strada, pur senza una particolare vocazione, come era successo sempre in famiglia: il Museo Navale era il luogo dei miei sogni per l’avvenire, insomma.
Poi la guerra, che sfiorasti soltanto, arruolandoti un giorno prima della fine, nella Rsi.
E vennero I proscritti, di Ernst von Salomon, avrò avuto diciotto, diciannove anni, più o meno nel ’46.
E dov’è che vendevano un libro del genere, in quel periodo?
Lo trovai su una bancarella, credo fosse la vecchia edizione Einaudi, quella con la copertina di Guttuso. Con sottile e perfida intelligenza, Einaudi decise di pubblicare proprio nel ’43 libri idealmente molto schierati, ma che già suggerivano l’idea della sconfitta: non per niente, uno fu L’Alfiere, di Carlo Alianello, nel quale un soldato borbonico vede morire il Regno delle Due Sicilie, l’altro, quello di von Salomon, raccontava le vicende dei “corpi franchi”, i tedeschi che in qualche modo si ribellavano alla sconfitta della Prima guerra mondiale. Per me era rappresentativo dei sentimenti di rivolta di quelli della mia generazione, gente come Fabio De Felice, Fausto Gianfranceschi, Enzo Erra… che si ribellavano alla sconfitta con la politica attiva.
E il Movimento sociale italiano venne fondato il 26 dicembre ’46…
Infatti, ma io cominciavo a far politica qualche mese prima, con il Fronte degli italiani, che era nato intorno a Rivolta ideale, il settimanale di Tonelli. Quando poi venne fondato l’Msi, gli iscritti del Fronte furono automaticamente accorpati nel nuovo movimento.
Il partito curava la formazione?
Ci pensò Carlo Costamagna, il grande giurista fascista (aveva scritto la Carta del Lavoro) poi tra i fondatori del Msi. Proprio lui, credo nel ’48, mi passò Rivolta contro il mondo moderno, nell’edizione Bocca.
Ed ecco Evola…
Rivolta mi “curò” dalla delusione e dall’irritazione che avevo provato alla prima lettura di Gentile, Genesi e struttura della società… mi ero incagliato nel primo paragrafo, intitolato “Disciplina”: quel linguaggio, quel gergo dell’idealismo, mi sembrava troppo complicato. Con Evola ho trovato una lettura più semplice.
Sembra una battuta!
È che forse ero più predisposto a ricevere il messaggio tradizionale di Evola che non quello filosofico di Gentile. Insomma quei due libri, I proscritti e Rivolta contro il mondo moderno furono fondamentali per i miei anni giovanili. Certo, poi naturalmente c’erano i testi più facili di Evola, quasi dei manuali di reclutamento per la corrente dei “Figli del sole”: Orientamenti e Gli uomini e le rovine, letture da cui poi mi sono anche un po’ allontanato, ma sono quelle che hanno avuto l’effetto più formativo.
Non hai più parlato di film.
E be’, parlando di eventi formativi, quanto a film mi fermo a quelli che ho ricordato prima.
Anche semplicemente “importanti”… indimenticabili, ecco.
Allora Casablanca, con Bogart.
Perché Casablanca?
E chi lo sa! Forse perché mi piaceva la Bergman. So di certo, però, che mi colpivano molto i film sulla vittoria degli altri.
Dove ti colpivano?
Mi si torcevano le budella dall’invidia… sentivo che questa era la grande cosa che nella vita mi era mancata: la vittoria dell’Italia in guerra, insomma. Ero abituato, fin da bambino, a considerare l’Italia vittoriosa… ero cresciuto avendo alle spalle la Grande guerra, le celebrazioni della vittoria, e poi la conquista dell’Impero, la Guerra di Spagna… Sì, questa cosa mi è mancata tutta la vita.
Adesso ti faccio una domanda retorica, visto che già conosco la risposta: c’è stato un libro che ha evidenziato questi tuoi sentimenti?
La pelle di Malaparte, che ho letto come un doloroso racconto “fascista” su che schifo era stata la liberazione, con gli americani che sfruttavano in maniera vergognosa la fame degli italiani. Malaparte, che aveva seguito le truppe Alleate come ufficiale di collegamento, ne poté parlare con una libertà assoluta. E nel buio terribile del dolore e dell’umiliazione dell’Italia liberata, si illumina di orgoglio soltanto nelle pagine che parlano dei “franchi tiratori” fiorentini fucilati dai partigiani.
«Li ammazzano perché gridano viva il duce»… «No, gridano viva il duce perché li ammazzano».
Sì, Malaparte, che già si diceva antifascista e che di lì a poco avrebbe preso la tessera del Pci, non riusciva a nascondere lo schifo per l’arroganza e l’inciviltà degli americani e l’ammirazione per quei ragazzini di Firenze che non volevano starci, a perdere la dignità. Lo lessi prima che uscisse in Italia: veniva pubblicato a puntate, su un giornale francese che mi portava mio padre… lui era ingegnere navale, e non potendo lavorare in Italia, perché personaggio non gradito, era costretto a lavorare in Africa, prima in Cirenaica e poi in Algeria, dove comprava questa rivista, di cui non ricordo il nome.
E Rivolta contro il mondo moderno si inserisce idealmente qua. Ma poi, come dicevi prima, ti sei un po’ allontanato da Evola: per approdare dove?
A Il borghese, di Werner Sombart… ad interessi di carattere economico e sociale.
Siamo negli anni…
Direi il ’60 o ’61. Il borghese, dicevo, poi Il tramonto dell’Occidente, di Spengler: la rivolta all’economicismo, il rifiuto dell’economia come destino, quando quel destino si rivelava incombente. È stato un po’ come liberarsi dallo snobismo evoliano, che ha portato tutta una generazione a non occuparsi di economia… come si diceva nei Promessi sposi, «scostati, vile meccanico», no? Accanto ai nuovi interessi, però, continuavano ad affascinarmi gli scrittori in qualche modo legati al fascismo… Amavo soprattutto i francesi, La Rochelle e Brasillach, avevo una grande passione per loro.
Come arrivarono nelle tue mani?
Tutto cominciò dalla lettura di Romanticismo fascista, di Paul Serrand, che poi sono andato a conoscere in Francia.
E cosa ti smuovevano libri come L’uomo a cavallo o Sette colori?
La concezione eroica dell’esistenza, la gioia fascista del cameratismo e dell’attesa del combattimento.
Ancora non ti ho sentito parlare di Ezra Pound.
Ma è perché l’ho davvero scoperto molto tardi. Avevo comprato nel ’57, ’58 i Canti pisani… erano appena usciti… trovandoli difficili e astrusi: la prima reazione è stata quella di rigetto. Insomma, gli davo ragione quando diceva che «la Bellezza è difficile».
E il recupero?
Nei primi anni Ottanta, quando facevo il giornalista economico al Fiorino, e Antonio Pantano (forse il maggior collezionista del grande poeta americano), nel primo decennale della morte mi commissionò un saggio su Pound economista, da inserire in un libro collettaneo. Mi sono dovuto impegnare a leggerlo a fondo, e da allora ho capito che avevo sbagliato per pigrizia, nel rifiutarlo al primo impatto.
Tanto da pubblicare, dopo una decina d’anni, un libro con lo stesso titolo, e un paio d’anni fa, sempre in tema di analisi poundiana, Il potere del denaro svuota le democrazie.
Sì, per Settimo Sigillo, con cui ho pubblicato buona parte delle mie cose.
Quindi Pound, nella maturità.
Diciamo pure nell’ultimo tratto…