giovedì 24 maggio 2012

Quelle azioni che diventano preghiere




di Gabriele Marconi


Ricordando il periodo più infuocato degli Anni di Piombo, un mio caro amico una volta ha scritto che «… nella ricerca di quella moralità che emerge nei momenti di tensione estrema, là dove la coscienza è ancora presente, le azioni diventano preghiere».
Questa frase mi è tornata in mente quando, discutendo sullo slancio di mia figlia per la militanza politica, mi si chiedeva perché non le aprissi gli occhi sullo schifo della politica stessa, dimostrato ogni giorno di più dagli scandali che continuano a emergere a tutti i livelli (corruzioni, appropriazioni indebite, abusi di potere… ). E mi si diceva che quello slancio sarebbe   molto più incisivo se fosse diretto, ad esempio, nella pratica religiosa che lei trascura per riunioni, volantinaggi e corsi di formazione. La risposta è nelle parole scritte dal mio amico. Perché è vero e sacrosanto quel che si dice: in politica non esistono vuoti e lo spazio che lasci tu viene occupato da qualcun altro. Perché il disgusto è un’arma subdola in mano a chi ha tutto l’interesse a occupare quel vuoto. E se, schifati dalla miseria dimostrata da molta parte della cosiddetta “classe dirigente”, quelli che hanno a cuore le sorti del mondo (i migliori) si fanno da parte, va da sé, saranno altri, i più furbi (i peggiori) a decidere le sorti di tutti. Le idee che diventano azioni. E le azioni che diventano preghiere… Qualche giorno fa sono stato in quel di Verona per ricordare Nicola Pasetto, morto in un incidente stradale esattamente quindici anni fa. Lui era uno di quelli che avevano scelto di non tirarsi indietro. Dal periodo della militanza difficile e pericolosa fino alla vita parlamentare. Con limpidezza esemplare. Dimostrando che non è vero che sono tutti uguali. Durante quell’incontro Fausto Pasetto, ricordando suo figlio, ha raccontato di quella volta in cui, a metà degli anni Settanta, entrò nella Federazione del Msi di Verona con l’intenzione di cantarne quattro ai dirigenti perché consentivano a un quattordicenne (Nicola cominciò a quell’età, come molti di noi) di frequentare la sezione. «Ero pronto a denunciarli per circonvenzione d’incapace. Ma quando sono entrato nel salone ho visto una decina di ragazzini che, poggiandosi a un tavolo lungo, stavano lì tutti impegnati a scrivere striscioni e manifesti. Ed erano così belli, così luminosi che all’improvviso tutta la rabbia s’è trasformata in commozione. E sono andato via senza dire niente, convinto che Nicola dovesse seguire la strada che sentiva di dover percorrere». Idee che diventano azioni. Azioni che diventano preghiere… “Sì ma…” è la risposta pronta. “Ma” c’è chi sfrutta l’entusiasmo dei giovani. “Ma” c’è chi tradisce la buona fede. “Ma” c’è chi usa il tuo slancio ideale per monetizzarlo a proprio uso e consumo… È vero. Ma è altrettanto vero che c’è chi vuole che pensiamo siano tutti così. C’è chi ha tutto l’interesse perché quelli che hanno coscienza si facciano da parte, lasciando campo libero a chi voglia giocare il suo sporco gioco. “È tutto inutile” ci dicono, “la politica fa schifo e chi si avvicina al potere ne resta irrimediabilmente traviato”. E gli stessi, mentre dicono che è una pia illusione pensare di poter cambiare le cose, sono incredibilmente convinti di poter liberamente “fare del bene in altro modo”. Come se tirandosi fuori dalla melma ci si potesse salvare, diventando magicamente invulnerabili. Ma non è così. Tu puoi ignorare la politica, ma è la politica che non ignora te. Siamo tutti coinvolti. E tutti, in quanto miseri esseri umani, siamo condannati a fare degli errori. Ma come diceva il poeta “sol chi non fa non falla”. Meglio sbagliarsi, provandoci, che farsi vivere dagli altri senza averci provato mai.