giovedì 31 luglio 2014

Finché fisco non ci separi



di Marcello Veneziani

Trovo una coppia d'amici, chiedo come va e mi dicono tutto bene, vanno d'amore e d'accordo, perciò si stanno separando. Chiedo a questo punto il motivo dell'insano gesto e mi spiegano che è per ragioni fiscali. Da quando lei ha perso il lavoro vivono con lo stipendio di lui che ha un reddito tassabile di 59mila euro. Separandosi e concordando per lei un assegno pari a circa la metà delle sue entrate, lui lo detrae dal reddito e in tal modo rientra nel secondo scaglione Irpef. Così lui risparmierà oltre 10mila euro di tasse, lei ne pagherà meno di 7mila, in tutto risparmieranno 3.800 euro l'anno, cioè quattro volte i famosi 80 euro al mese strombazzati dal governo Renzi. Mica poco.

Ma non solo: entrando in una fascia di reddito più bassa scattano altre agevolazioni sugli assegni famigliari, ticket sanitari, mensa, ecc. Così i due si sposarono per amore, si separeranno per interesse. Impressiona la perversione fiscale: in questo Paese non solo non c'è una politica in favore delle famiglie, ma c'è un sistema fiscale che premia chi si separa e punisce chi resta unito (ci penserà poi il tribunale civile a far soffrire pure i separati).

Per completare il quadro antifamiliare, separarsi conviene alle famiglie monoreddito, con un coniuge casalingo, purché siano sopra la soglia di esenzione fiscale. C'è qualcosa di diabolico, antisociale e di antitetico in questo sistema fiscale. Dalla famigerata tassa sul celibato alla nefasta tassa sul coniugato. Questo non è un paese per famiglie. Ci vuole un fisco bestiale... 

mercoledì 30 luglio 2014

Il caos in Libia è una sciagura per l’Italia


di Mauro Indelicato (L'Intellettuale Dissidente)

Nulla di nuovo sotto il sole caldo della Libia; nei media tradizionali, si usano espressioni come “colpo di scena”, “mondo in allarme”, un po’ come se fossero tutti sorpresi di quanto sta capitando nel paese africano, ma già negli ultimi giorni di resistenza di Gheddafi in molti prevedevano uno scenario libico molto simile a quello somalo, con uno Stato di fatto fallito, il cui governo non ha più alcuna sovranità.

La situazione è forse peggiore dell’Afghanistan, lì dove il presidente viene chiamato “Sindaco di Kabul”, per via del fatto che la propria autorità non travalica i confini della capitale, ma in Libia nemmeno Tripoli e Bengasi sembrano essere sotto il controllo di alcuna autorità, anche perché autorità non ce n’è. I soldati che sembrano “regolari”, con tanto di divise, sono invece fedeli al generale Haftar, che dopo 20 anni di vita negli USA è tornato in patria per cercare di prendere le redini del gioco sotto l’evidente e marca spinta del paese che lo ha ospitato per tanti anni. Poi sul campo, ci sono tutta una serie di fazioni, spesso corrispondenti alle tradizionali tribù con cui è suddivisa la società libica e che rivendicano ciascuna fette di potere dopo essere state pagate per cacciare Gheddafi e porre in essere davanti gli occhi del mondo il teatrino della “resistenza” libica.

L’unico elemento di sorpresa, riguarda il fatto che in molti si aspettavano una frammentazione del paese seguendo la suddivisione storica della Libia, con l’autonomia cioè di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, ma pare che anche questi confini siano stati abbattuti ed a loro volta frammentati e così la spaccatura libica ha confini ancora più ristretti, seguendo le rivendicazioni non di intere regioni, ma di singole tribù o si singole famiglie.

Ma per il resto, per l’appunto, lo spacchettamento del paese era messo in conto ed anzi forse anche pianificato all’atto della brutale invasione della NATO cominciata nel marzo del 2011. Ciò che deve preoccupare adesso, sono le conseguenze che questa situazione avrà per i paesi vicini, in primis per l’Italia.

Per il nostro paese, vedere fallire un paese che costituiva un vero e proprio supermarket energetico a due passi dal giardino di casa, è una tragedia economica di proporzioni difficilmente immaginabili; forte degli antichi legami coloniali, Roma e Tripoli avevano relazioni privilegiate ed invidiate dal resto del mondo, che garantiva al nostro paese il 40% dell’approvvigionamento petrolifero e del gas, nonché anche investimenti di ogni tipo, come la costruzione fatta interamente da imprese italiane della super autostrada tra Tripoli e Bengasi. La caduta di Gheddafi, ha cancellato tutto; prima perché USA, Gran Bretagna e soprattutto la Francia, si sono insinuate di prepotenza nello scacchiere libico, stringendo accordi con coloro che hanno abbandonato Gheddafi per stringere le mani piene di Dollari dei capi di governo occidentali, poi perché quella poca produzione rimasta nelle mani di aziende italiane, oggi è quasi impossibile continuarla per via dei problemi di sicurezza.

Gli impianti sono ripetutamente attaccati dalle milizie, spesso si deve ricorrere a mercenari per proteggere le strutture, una situazione quindi che potrebbe far crollare già quest’inverno gran parte dell’approvvigionamento energico per l’Italia. Ma quello di gas e petrolio non è l’unico problema per il nostro paese. Infatti, dalla Libia arriva circa il 96% dei migranti che sbarcano sulle coste siciliane; una Libia fuori controllo, vuol dire via libera per i tanti criminali trafficanti di esseri umani, i quali hanno il controllo dei tanti porti grandi e piccoli della costa libica, specie in Tripolitania.

Di fatto, anche volendo, il governo italiano a differenza di prima non ha una controparte con cui poter discutere circa il problema dell’immigrazione; mentre con la Tunisia sono stati stretti accordi che hanno quasi azzerato le partenze da questo paese, a Tripoli non esiste un governo capace di mettere mano alla questione e poter garantire la sicurezza nel Mediterraneo.

Sembrano lontani i giorni in cui la Libia poteva vantare uno dei PIL più alti dell’Africa ed uno standard di vita superiore a molti paesi vicini; i libici godevano di uno stato sociale di prim’ordine, così come di diritti sociali oggi utopistici in molte parti d’Europa, come per esempio il diritto ad una casa assegnata dallo Stato quando una coppia decideva di sposarsi. Tutto questo non c’è più, non c’è più forse nemmeno la Libia, frantumata dallo spirito neo colonialista e prepotente di un occidente sempre più miope di fronte ai cambiamenti dello scenario internazionale. E in tutto questo, da sottolineare l’atteggiamento suicida di Roma, che contro i propri interessi è andata lei stessa a bombardare un paese che garantiva introiti e rifornimenti energetici.

Adesso quello stesso occidente però, tanto spavaldo nel marzo del 2011, oggi non è in grado di prendere il controllo della situazione; l’assassinio dell’ambasciatore americano a Bengasi nel 2012, era solo un avvertimento: oggi tutti i diplomatici di quei paesi che hanno bombardato la Libia, scappano dal paese. Una fuga da vigliacchi, di chi si gira subito dall’altra parte dopo aver causato un danno irreparabile per un popolo che adesso si ritrova senza uno Stato e con una grave situazione umanitaria.

Prima le bombe, poi la fuga: ecco l’occidente di oggi, quell’occidente che si professa esportatore di democrazia, che in nome di essa provoca guerre, infligge sanzioni e che poi, dopo aver perso di mano la situazione, scappa via lavandosene le mani. Ma dalla Libia il peggio deve ancora venire: lo scenario è imprevedibile e fuori controllo, ogni città del paese è in mano ad una fazione diversa, con gli islamisti pronti a replicare a pochi chilometri dalle nostre coste l’atroce esperimento che l’ISIL sta effettuando tra Iraq e Siria.

L’effetto boomerang del siluramento di Gheddafi, ancora deve dimostrare la sua massima potenza distruttiva: ed a piangere saranno gli stati del Mediterraneo confinanti alla Libia, con in testa un’Italia sempre più incapace di salvaguardare i suoi stessi interessi.

martedì 29 luglio 2014

Politica. Italia al collasso mentre Renzi gioca a Risiko con il Senato


di Augusto Grandi (Barbadillo)


Il burattino e il suo bugiardo cronico continuano a raccontare che la crisi è alle spalle, che gli 80 euro di mancia ad una parte dei lavoratori hanno consentito il ritorno alla crescita e che tutto va (abbastanza) bene.L’Italia, quella vera, è invece alle prese con una frenata delle esportazioni che rappresentavano l’unico fattore positivo. Mentre l’occupazione non aumenta, i saldi si rivelano un flop, il turismo non decolla, i consumi frenano, le aziende chiudono.

Ma il problema del Paese, a sentire la renzina Boschi, è la riforma del Senato. Non frega niente a nessuno, se non ai senatori, ma il parlamento si occupa solo di questo. Il lavoro? Se ne riparlerà in autunno, forse. D’altronde il burattino, su questo fronte, è perfettamente in linea con i suoi predecessori “tecnici”. Di fronte all’ondata di suicidi per disperazione economica, grazie ai demenziali provvedimenti del grigiocrate Monti e di nostra signora degli esodati, il “signor Fornero” in arte Deaglio aveva sostenuto che si poteva ben accettare qualche sacrificio umano pur di far ripartire la barca Italia. Tutti morti inutili,visto che la barca continua ad affondare. D’altronde questi sono gli economisti che non fanno grande l’università italiana. Ma il burattino ed il bugiardo cronico proseguono sulla medesima scia. Si indignano se i custodi di Pompei chiudono gli scavi per assemblea, ma si dimenticano di dire che i lavoratori non chiedevano aumenti, ma volevano semplicemente essere pagati per i mesi precedenti.

E si indignano, il burattino ed il bugiardo cronico, perché gli esuberi di Alitalia non vogliono perdere il lavoro. E che sarà mai? Mille da sacrificare per salvarne 15mila. La logica dei numeri. Peccato che i mille siano persone, con famiglie da mantenere. Eliminiamo anche mogli e figli, oppure mariti e nonni. Ce lo chiede l’Europa, ce lo chiedono gli Emirati. Si eliminano le persone come se fossero foglie secche. E poi, da grandi economisti alla Deaglio, ci si stupisce se i consumi interni non ripartono. Ma come, vi abbiamo dato 80 euro e vi abbiamo aumentato la Tasi di 200 euro, e voi vigliacchi non spendete? Ma allora siete antirenziani. Grazie alla Fornero non avete più garanzie sul vostro futuro da anziani e invece di suicidarvi per il bene del burattino e dell’Europa preferite vivere tagliando i consumi? Vigliacchi.

Come si fa a trasformare questa Italia in un Paese disperato, di schiavi a buon mercato e senza speranza, se gli esodati non si suicidano in massa, se non utilizzano gli ultimi risparmi per dar ragione al burattino ed al bugiardo cronico?

Già stanno riuscendo a far fuggire gli studenti migliori, per evitare che l’Italia abbia ancora troppe competenze. Il prossimo passo dovrà essere più deciso: nuove tasse, nuove stangate, 20 miliardi da recuperare e la grande opportunità di uccidere definitivamente ogni illusione di ripresa.

lunedì 28 luglio 2014

Gioventù e cieli azzurri. Se l'estate non è una stagione per vecchi

di Massimo Fini

Dopo una partenza strana, caratterizzata da piogge torrenziali che, almeno nell'Italia del Nord e del Centro, mitigavano di poco la temperatura ma rendevano l'aria più soffocante come se fossimo in un paese tropicale, poniamo a Bangkok, adesso sta iniziando, dopo quella da calendario, l'estate metereologica. D'ora in poi, a meno che l'inquinamento globale non abbia sconvolto proprio tutto, farà caldo, sempre più caldo. Per i vecchi l'estate è una stagione, oltre che tremendamente malinconica, insidiosa. Nel mio libro, 'Il Ribelle dalla A alla Z', organizzato come un dizionario, alla voce Giovinezza scrivo: «La vecchiaia inizia quando l'estate da promessa di felicità diventa una fonte di preoccupazione». In Italia solo il 30% degli anziani vive in famiglia, con i propri figli, e siamo già messi bene rispetto ai Paesi del centro e nord Europa dove la percentuale si aggira intorno al 4%. Una volta tanto il nostro atavico familismo, deleterio sotto altri aspetti perché fa presto a trasformarsi in clientalismo quando non in mafia, presenta dei vantaggi. Ma d'estate anche i figli, dopo undici mesi di lavoro, hanno diritto a farsi le ferie in santa pace senza trascinarsi dietro il vecchio genitore. E il vecchio resta solo. Tremenda è la solitudine del vecchio, sempre ma in particolare d'estate («Azzurro, il cielo è troppo azzurro......neanche un prete per chiacchierar» cantava Celentano su parole di Paolo Conte, eppure si riferiva a una persona giovane, possiamo immaginare, o vivere se ne abbiamo l'età, quanto per un vecchio sia 'troppo azzurro' quel cielo che rimanda ad altre estati, felici, di una giovinezza ormai perduta).

Ci si preoccupa molto dei cani abbandonati d'estate -le associazioni animaliste e la 'Pubblicità progresso' ce ne fanno una testa così- meno dei vecchi lasciati soli. L'estate del 2003 fu particolarmente calda. Nelle grandi città, e in particolare a Milano, i vecchi morivano a frotte. Per il caldo certamente. Una caratteristica bizzarra di un corpo vecchio è di sentire meno il calore, di non accorgersene, e quindi di andarsene più o meno beatamente all'altro mondo, di qui tutte le raccomandazioni a bere anche se non si ha sete. Un giovane se ha caldo beve, in modo naturale, senza che ci sia bisogno che qualcuno glielo dica. Ma morivano anche, se non soprattutto, di solitudine.

Il lettore penserà che i personaggi più o meno noti sono avvantaggiati. Fino a un certo punto. La vecchiaia comincia a uguagliare tutti in attesa di quel livellamento generale che è la morte ('a livella' coma la chiamava giustamente Totò).

Un 2 luglio di molti anni fa ero andato al Giornale per riscuotere un debito di gioco da un collega che faceva il bookmaker clandestino, 'il clanda' come si dice in gergo (cose da educande, intendiamoci, ci giocava anche Indro). Passando vicino alla stanza della Direzione, che era aperta per il gran caldo, vidi Montanelli seduto alla scrivania, davanti alla macchina da scrivere, immobile. Entrai e dissi ridendo: «Che ci fai, Direttore, qui al giornale in questo pomeriggio canicolare e patibolare di luglio?». «Se vado a casa penso alla morte. E allora preferisco stare qua a fingere di scrivere». Letizia Moizzi, la nipote, mi ha raccontato che negli ultimi anni Montanelli, un po' per gioco e un po' sul serio, pensava di ritirarsi in un ospizio per anziani, di lusso naturalmente. «Tu verrai qualche volta a trovarmi. E, come si faceva una volta inserendo cento lire nel juke box, mi solleciterai a raccontare, di me, delle mie esperienze, della mia vita. E si apriranno le cateratte». Da molti anni Alain Delon, che ai suoi tempi ha avuto le più belle donne d'Europa, d'estate fa la cura del sonno. Non la vuole vedere, l'estate. E' proprio quella luce luminosa, troppo luminosa, quel sole spavaldo, fatto per altre età, che ferisce, oltre agli occhi indeboliti, la loro sensibilità. E sono e si sentono soli, più soli che mai.

mercoledì 23 luglio 2014

MONTEPULCIANO AZIONE PRO PALESTINA: PIOVONO BOMBE SU GAZA



Ciò che è accaduto in queste settimane nella striscia di Gaza altro non è che la diretta conseguenza della politica espropriativa israeliana dei territori palestinesi,che ormai va avanti da più di sessant'anni. A seguito del ritrovamento dei corpi di 3 ragazzi israeliani,dei quali per inciso nessuno ha rivendicato l'omicidio,il governo israeliano si è sentito autorizzato a dare il via ad un attacco che giorno dopo giorno sta facendo centinaia di morti tra i civili palestinesi.Quotidianamente una pioggia di bombe si abbatte su Gaza city, difesa con qualche vecchio Kalašnikov,un pugno di qassam e delle fionde,l'Europa,gli Usa e l'Onu guardano praticamente in silenzio il genocidio palestinese.Tutti chiedono il cessate il fuoco ma nessuno decide di prendere i dovuti provvedimenti per ottenerlo, eppure in Iraq ed in Afghanistan tutti corsero in un lampo ad "esportare la democrazia" senza essere chiamati in causa da nessuno.Sembra che l'Occidente non abbia fretta di adoperarsi per porre fine a questa mostruosa carneficina. I palestinesi non solo si sono visti depauperati delle proprie terre e delle proprie risorse fin dal 1947,ma sono condannati a morire inermi sotto le bombe di un nemico che strumentalizza la morte di 3 ragazzi per appagare le proprie mire espansionistiche.


 L'Italia che attualmente presiede il consiglio dell'Unione Europea da una parte ha lanciato qualche tiepido appello alla pace,ma dall'altra è uno dei principali esportatori di sistemi militari verso Israele. Anche in questo frangente gli esponenti del nostro governo non perdono occasione per coprirsi di ipocrisia parlando di pace e solidarietà,mentre non si azzardano ad interrompere i rifornimenti di tutti gli strumenti di morte che permettono agli israeliani di mettere a ferro e fuoco il Medio Oriente. Casaggì ribadisce come sempre la propria vicinanza al popolo palestinese falcidiato da un nemico che allarga i propri confini sul sangue della povera gente.

martedì 22 luglio 2014

L’Europa (che piace alla sinistra) ci dà l’elemosina per gli immigrati e ci deride


di Francesco Signoretta (Secolo d'Italia)

Meglio ignorati che presi in giro, al limite della derisione. L’Europa, la “magica Europa” che piace tanto alla sinistra, continua a trattare l’Italia in modo offensivo, costretta ad abbassare la testa e mostrarsi soddisfatta di ogni elemosina che le venga data. Sulla fortissima immigrazione che il nostro Paese sta subendo passivamente (soprattutto a causa del permissivismo del governo Renzi, che ha continuato sulla stessa strada del governo Letta-Kyenge) la Ue continua a inondarci di frasi inutili e altrettanto inutili promesse, con un contentino in allegato.L’ultima rassicurazione di Bruxelles è paradossale: «Non vi abbiamo abbandonato». Non si sa né quando né come, ma l’Europa sostiene di averci aiutato, parole che suonano come una beffa. Intanto i numeri parlano chiaro: il quadro è allarmante, perché – tanto per citare un esempio – il numero di persone richiedenti asilo è aumentato del 30% nella Ue mentre nell’Italia l’aumento è stato del 61%. Quindi il nostro Paese, complessivamente, ha assorbito gran parte dell’afflusso Ue. E già questo basterebbe a smontare la tesi degli “aiuti” dati da Bruxelles. In termini economici, poi, la situazione di disagio e di indifferenza è ancora più evidente: dalla Ue è arrivata un’elemosina per l’Italia, solo quattro milioni di euro come aiuto per il flusso di immigrati (sotto le voci di assistenza ed emergenza). Roba da ridere, se si pensa che solo i profughi, sul nostro territorio, sono 65mila e occorre spendere unicamente per il cibo più di un milione di euro al giorno. Tra il 2005 e il 2012 l’Italia ha speso 1,6 miliardi di euro per affrontare l’emergenza dei quali solo 281 milioni di provenienza europea e negli ultimi due anni la situazione è notevolmente peggiorata. Per il solo contrasto all’immigrazione abbiamo speso quasi due miliardi di euro in pochi anni. Questa cifra riguarda le sole spese per i controlli delle frontiere, per le forze messe in campo dai vari governi e per le relazioni internazionali con i paesi d’origine di chi arriva sulle nostre coste. Dati che dovrebbero far riflettere. E indurre Bruxelles quantomeno a tacere. Perché affermare di averci aiutato è una presa in giro, uno schiaffo a tutti gli italiani, che già debbono fare fronte alla ceisi economica, ai sacrifici imposti dalla Merkel e ad un fisco famelico che vuota loro le tasche per finanziarte una spesa pubblica clientelare e parassitaria.

lunedì 21 luglio 2014

Di Europa si deve informare, parliamone!


di Giovanni Negri (L'Intellettuale Dissidente)

Facciamo un passo indietro. Senz’ombra di dubbio (e senza ironie) il primo pensatore moderno è stato Cartesio, da Cartesio abbiamo imparato il cogito: il pensare come prima forma di identità, che inizia mettendo in dubbio ogni affermazione esterna e sensoriale, il così detto dubbio metodico. Cartesio ci ha istruiti a “noi stessi” . La conoscenza parte quando ciascuno di noi cerca la propria identità intellettuale. Noi Italiani, negli anni, abbiamo affinato con grande maestria quest’arte del cogito fino ad avere una totale e chiara percezione della sinderesi umana. Oggi lo strumento pratico della nostra emancipazione è proprio il dubitare, primo requisito per fare la scelta giusta.

Ci chiediamo se per i nostri figli sia adatta una scuola privata piuttosto che un’ altra pubblica, se sia giusto leggere quel quotidiano troppo di sinistra piuttosto che un altro orientato diversamente, addirittura siamo arrivati a diffidare della medicina, e a chiederci se non sia meglio talvolta adottare rimedi naturali. Insomma abbiamo capito come istruire ed educare il pensiero, come non dare nulla per scontato o essere il prodotto di scelte altrui, ci siamo fatti noi stessi ago della bilancia in virtù di una ricerca personale della verità. Certo, con questa conoscenza di base, non ci è stato affatto difficile capire, e subito prendere le distanze, dalla campagna di indottrinamento pro-Europa trasmessa sui canali della televisione pubblica Rai.

Ancora più inqualificabile è l’atteggiamento, finto naif ,che lo stesso palinsesto assume nel propugnarci quei sermoni ad orari di pranzo o di cena. Il popolo italiano, in coscienza, sa che la Rai, televisione di Stato, dovrebbe essere una televisione amica e madre, garante di diverse libertà e culture; ovvero il mezzo attraverso il quale al cittadino l’informazione arriva pura, priva di qualsivoglia ideologica faziosità. Questa campagna mistificatoria intrapresa dalla tivvù italiana sembra essere un epigono delle pericolosissime tivvù di regime, che non informano ma violentano, non acculturano bensì coartano. Per dirla come il filosofo Fusaro: “ Non si tratta di globalizzazione ma di globalitarismo”.


Avremmo si accettato una campagna d’informazione culturale, scevra però da qualunque orientamento preponderante, dove più culture tra loro dialogano e restituiscono al cittadino la libertà di scelta che gli spetta, come diritto dell’uomo, oltre che etica di stato democratico. Se lo scrittore Thoreau nel suo saggio: “Disobbedienza civile” ci tenne ad informarci che “il governo migliore è quello che governa meno” oggi potremmo dire che siamo alla peggiore forma di governo, laddove si sua la televisione di Stato, voce di governo, per cucire addosso al popolo un’ unica cultura, pro-Europa, da difendere e portare addosso come una livrea. La verità è che queste grandi organizzazioni associative internazionali UE, ONU sono bastioni a protezione di meri interessi economici, propagandati ,invece, come unica grande egida di democrazia, libertà e pace.

Sotto gli occhi di tutti sono le loro falle e contraddizioni, come quando dovrebbero agire e manifestare il loro scopo e invece immobili cercano il modo di defilarsela. L’ONU e le sue misure mai seguite da tutte le nazioni, (vedi Iran), l’UE e i suoi scheletri, più che nell’armadio in mare, quando non interviene sul problema sbarchi nel Mediterraneo, nonostante un’ azione in questo ambito sarebbe la migliore pubblicità. Tutto ciò si và a inurbare in un contesto Italiano di per se spurio e settario, dove non si riesce ancora neppure ad immaginare una comunità unita. Sebbene condividiamo lo stesso territorio non riusciamo a non porre confini ai problemi, per non parlare delle soluzioni e all’identità comune di cui tanto abbiamo bisogno. Per alzare il capo dalla televisione che come un totem cerca di attribuirci quell’unica cultura e identità.

sabato 19 luglio 2014

giovedì 17 luglio 2014

Natura e contro-natura. 
Attualità del Macbeth shakespeariano


di Marco Zonetti


Possente, ambigua e autoriflessiva opera di William Shakespeare, il Macbeth viene dai più definito come la tragedia dell'ambizione e della brama di potere, non per niente ribattezzato Il trono di sangue nella versione cinematografica di Akira Kurosawa.

Rivisto con gli occhi moderni, in questa società di oggi che sempre più rifugge la Natura, sfidandola e rimettendola in discussione continuamente, complice una dissennataHýbris che vuole ridurla a balocco dei capricci di chicchessia, il Macbeth acquista tuttavia un'interpretazione completamente nuova.

Macbeth, barone di Glamis, viene subdolamente spinto a commettere regicidio dalle "Fatal Sisters", tre streghe (forze soprannaturali) che ne risvegliano l'ambizione latente contaminando il buono che è dentro di lui. Preda ormai della smania di potere, Macbeth scrive dunque una lettera all'amata moglie che, da quel momento in poi, diviene sua principale alleata (e istigatrice) nel piano per impadronirsi del trono di Scozia.

Avvelenati da forze maligne, arcane (e contro-natura), Macbeth e consorte mirano a sovvertire la natura delle cose, vedendo a poco a poco il loro amore e la loro unione sfaldarsi sotto il peso di titoli e corona conquistati attraverso il delitto.

"Foul is fair and fair is foul". Il Brutto è bello e il bello è brutto, recitano le Fatal Sisters.

Dal momento in cui Macbeth si lascia travolgere dallaHýbris, e dalla convinzione che tutto sia lecito, non vi è più nulla di definito, nulla di convenzionalmente riconosciuto, nulla di certo. La stessa Lady Macbeth è costretta a "snaturarsi" e a perdere i tratti femminili per divenire una sorta di virago spietata e assassina, un essere demoniaco privo di ogni connotato di genere nonché di umanità. Si può dire che Lady Macbeth divenga una sorta di "transgender" ante litteram, rinunciando alla propria femminilità per desiderio di potere. Paradossalmente non per sé, ma per il marito.

il "Macbeth", infatti, è prima di tutto una tragedia famigliare.

La tragedia di una coppia amorosa che si distrugge perché stravolta dalla Hýbris di voler sovvertire lo status quo e la natura, inseguendo effimere e irreali chimere che condurranno lui a uno stato d'insonne paranoia e lei alla follia vera e propria.

Nel disgraziato gorgo che li travolge, nel rifuggire ormai categoricamente tutto ciò che è naturale, non esiteranno perfino a eliminare una madre con il figlioletto, arrivando così a immolare una famiglia per i loro giochi di potere.

Complici i delitti della snaturata coppia, il regno di Scozia sprofonda in una sorta di tenebra perenne, che tanto ricorda la saga arturiana, quando Artù scopre l'adulterio di Ginevra con l'amico fraterno Lancillotto, atto illecito che contribuisce a spezzare l'equilibrio idilliaco di Camelot conducendo alla rovina.

Con il progredire della narrazione, il disegno satanico delle Sorelle Fatali sembra aver preso ormai il sopravvento, anche perché la profezia vuole che il regicida soccomba soltanto a un uomo non nato da donna, e questo nel momento in cui il bosco di Birnan muoverà contro Dunsinane, ovvero contro Macbeth stesso.

Questi due elementi apparentemente soprannaturali e impossibili a verificarsi, in perfetto clima con la tragedia, in realtà si rivelano un inganno sapiente delle tre streghe. L'uomo "non nato da donna", ovvero MacDuff che nell’epilogo restituirà la corona al legittimo erede al trono Malcom, è in realtà venuto al mondo in maniera del tutto naturale seppur con parto cesareo (e cioè strappato anzitempo al ventre della madre), e l'attacco da parte del bosco di Birnan è in realtà dovuto all'avanzata dei soldati che, dopo aver strappato i rami degli alberi, se ne schermano per coprire i propri progressi dando l'idea che sia lo stesso bosco a muoversi.

Il soprannaturale cede quindi alla Natura, e a essa soccombe, quasi fosse la Natura stessa a reclamare la vittoria sulle forze che mirano a sovvertirla.

Analizzando dunque la tragedia con gli occhi di un lettore moderno, è facile scorgere nel Macbeth una sorta di monito a non sfidare la Natura e a non accarezzare sogni ambiziosi di piegarla ai propri voleri, pena la distruzione del tessuto stesso della società, la disgregazione delle famiglie, e, non ultima, la fine dell'amore coniugale, schiacciato dalla corsa dissennata a soddisfare i propri desideri ambiziosi rivolgendosi a tutti i costi a ciò che naturale non è.

Il Macbeth, quindi, come metafora retroattiva di ciò che oggi vediamo accadere sotto i nostri occhi, dove tutto pare ormai lecito, dove madri e famiglie vengono costantemente minacciate da istanze egoistiche, e dove i sessi, emuli di Lady Macbeth, si "snaturano" per soddisfare ogni capriccio dettato dall'ambizione di volersi sostituire alla stessa fisiologia umana.

mercoledì 16 luglio 2014

Sondaggio. Gli immigrati? Per la metà degli elettori del Pd rappresentano un costo sociale


tratto da Redazione Barbadillo

Gli immigrati? Per gli elettori del Pd sono un costo più che un’occasione. A raccontare questa opinione-choc non è il bollettino dei partiti che si oppongono all’immigrazione clandestina né i giornali di opposizione, ma è il foglio moderato per eccellenza: il Corriere della Sera.

Sul quotidiano, infatti, ogni settimana vi è l’appuntamento con il sondaggista più televisivo che esista: Nando Pagnoncelli. E proprio lo studioso e volto noto delle rilevazioni che piacciono tanto al pubblico diBallarò e della sinistra moderata in generale ha dovuto comunicare alla società civile che l’opinione pubblica sull’immigrazione ha una posizione più che scettica: «Un elettore democratico su due la vede come un costo».

Non solo, quindi, gli elettori di centrodestra e gran parte di quelli del Movimento 5 Stelle sono sensibili al tema della regolazione dell’immigrazione. Proprio per i simpatizzanti del partito del premier – più del 58% – «le spese che il nostro Paese deve affrontare per il controllo dell’immigrazione clandestina, l’accoglienza dei migranti, l’assistenza pubblica e l’integrazione superano di gran lunga i vantaggi che ne riceviamo in termini di versamenti di tasse e contributi».

Per Pagnoncelli questo è da addebitare all’operazione Mare Nostrum e al dibattito acceso che ha scatenato anche per i costi sociali. Davanti a questo, come si affretta a spiegare il sondaggista, altri sono i numeri degli introiti che gli immigrati versano alle casse dello Stato: ben superiori a ciò che si spende per le politiche di accoglienza. Nonostante questo «l’idea che oramai la contribuzione degli immigrati al nostro sistema sociale sia così rilevante è davvero poco diffusa: solamente un italiano su quattro ritiene che, pur con queste ingenti spese, il saldo sia positivo».

Un sondaggio che, guarda caso, non ha avuto eco sulle agenzie di stampa (a differenza di quello della settimana scorsa, molto contestato sulle interpretazioni dei numeri, sulle unioni civili). Forse non è andato come ci si aspettava?

martedì 15 luglio 2014

FIRENZE: CASAGGì PER LA PALESTINA...



FIRENZE: CASAGGì ESPONE STRISCIONE PER LA PALESTINA A POCHI PASSI DAL VERTICE DEI MINISTRI EUROPEI PER LO SVILUPPO. LA GIOVANE DESTRA CHIEDE UN INTERVENTO DELL’EUROPA PER FERMARE GLI ATTACCHI SU GAZA. 

Firenze, 15 luglio 2014

A pochi passi dal vertice dei ministri per lo sviluppo dell’Ue, in atto a Firenze in questi giorni, alcuni militanti del “centro sociale di destra” Casaggì Firenze, assieme ad alcuni esponenti di Fratelli d’Italia e Gioventù Nazionale, hanno esposto uno striscione sul Ponte Vecchio in solidarietà con il popolo palestinese e con la sua lotta per l’autodeterminazione. 

“Quello in atto a Gaza – dichiarano da Casaggì – è un vero e proprio genocidio ai danni del popolo palestinese: centinaia di morti, utilizzo di armi vietate dalle convenzioni internazionali, raid aerei sui civili, bombardamenti a tappeto su ospedali e aree abitate. Quella in atto non è una guerra, poiché il popolo palestinese non possiede un’aviazione o una flotta: è un massacro attuato con scrupolosa precisione ai danni di un popolo già costretto a subire le ingerenze israeliane sul proprio territorio e nella propria quotidianità. Quella in atto non è neanche una strategia difensiva, vista l’inefficacia degli attacchi portati avanti dalle frange armate di Hamas, ma una vera e propria offensiva in piena regola, forte di una superiorità di mezzi e di armi senza precedenti”. 

“La giovane destra fiorentina – proseguono da Casaggì – lancia un appello ai ministri europei presenti a Firenze in questi giorni affinchè l’Unione Europea faccia quanto possibile per far cessare i bombardamenti israeliani su Gaza e sui territori palestinesi”.

Vi ricordate di Sabra e Chatila?

di Robert Fisk

Quello è un racconto che dovremmo far leggere ogni volta che il fantasma di Sharon e dei suoi epigoni scatena la ferocia di Israele. Sono parole di Stefano Chiarini,scambiate con inusuale tono solenne nella stanza degli “esteri” dopo aver mandato in stampa, col solito imbarazzante ritardo, una pagina mediorientale di un qualsiasi numero del manifesto di tanti anni fa. Quel racconto è il grande reportage che Robert Fisk, l’inviato di guerra più famoso del mondo,secondo il New York Times, scrisse nel 1982 dopo esser entrato, tra i primissimi, nel campo profughi di Sabra e Chatila. I falangisti libanesi avevano appena compiuto, sotto gli occhi dell’esercito regolare di Ariel Sharon uno dei massacri più atroci della storia del Novecento. Chiarini s’impegnò molto perché non fosse dimenticato. Aveva ragione. Lo sconvolgente articolo di Fisk è inserito (alle pagine 397-402) nella versione italiana de Il martirio di una nazione, edito da Il Saggiatore. Lo pubblichiamo per ricordare quella gente di Palestina, il lavoro di Stefano, che in giorni come questi ci manca parecchio, e dopo aver letto l’ultimo articolo di Fisk (qui lo trovate in inglese e in spagnolo) nel quale sostiene, con la consueta lucidità, che l’offensiva di Tel Aviv serve a chiarire che un eventuale microscopico Stato-Bantustan di Palestina non potrebbe in ogni caso avere confini veri ma dovrebbe restare un’enclave del tutto interna a Israele. Le stragi di questi giorni non sono certo causate dai missili di Hamas né dalla minaccia islamica, la chiave è quella di sempre: il possesso della terra. In coda, una breve video intervista al reporter inglese (con sottotitoli in italiano) nella quale Fisk dice come e perché raccontare una guerra è assai diverso dal raccontare una partita di calcio


“Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito – a legioni – sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare.

Se non ci muovevamo abbastanza velocemente, ci pungevano. Perlopiù giravano intorno alle nostre teste in una nuvola grigia, in attesa che assumessimo la generosa immobilità dei morti. Erano servizievoli quelle mosche, costituivano il nostro unico legame fisico con le vittime che ci erano intorno, ricordandoci che c’è vita anche nella morte. Qualcuno ne trae profitto. Le mosche sono imparziali. Per loro non aveva nessuna importanza che quei corpi fossero stati vittime di uno sterminio di massa. Le mosche si sarebbero comportate nello stesso modo con un qualsiasi cadavere non sepolto. Senza dubbio, doveva essere stato così anche nei caldi pomeriggi durante la Peste nera.

All’inizio non usammo la parola massacro. Parlammo molto poco perché le mosche si avventavano infallibilmente sulle nostre bocche. Per questo motivo ci tenevamo sopra un fazzoletto, poi ci coprimmo anche il naso perché le mosche si spostavano su tutta la faccia. Se a Sidone l’odore dei cadaveri era stato nauseante, il fetore di Shatila ci faceva vomitare. Lo sentivamo anche attraverso i fazzoletti più spessi. Dopo qualche minuto, anche noi cominciammo a puzzare di morto.

Erano dappertutto, nelle strade, nei vicoli, nei cortili e nelle stanze distrutte, sotto i mattoni crollati e sui cumuli di spazzatura. Gli assassini – i miliziani cristiani che Israele aveva lasciato entrare nei campi per «spazzare via i terroristi» – se n’erano appena andati. In alcuni casi il sangue a terra era ancora fresco. Dopo aver visto un centinaio di morti, smettemmo di contarli. In ogni vicolo c’erano cadaveri – donne, giovani, nonni e neonati – stesi uno accanto all’altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra. In ogni corridoio tra le macerie trovavamo nuovi cadaveri. I pazienti di un ospedale palestinese erano scomparsi dopo che i miliziani avevano ordinato ai medici di andarsene. Dappertutto, trovavamo i segni di fosse comuni scavate in fretta. Probabilmente erano state massacrate mille persone; e poi forse altre cinquecento.

Mentre eravamo lì, davanti alle prove di quella barbarie, vedevamo gli israeliani che ci osservavano. Dalla cima di un grattacielo a ovest – il secondo palazzo del viale Camille Chamoun – li vedevamo che ci scrutavano con i loro binocoli da campo, spostandoli a destra e a sinistra sulle strade coperte di cadaveri, con le lenti che a volte brillavano al sole, mentre il loro sguardo si muoveva attraverso il campo. Loren Jenkins continuava a imprecare. Pensai che fosse il suo modo di controllare la nausea provocata da quel terribile fetore. Avevamo tutti voglia di vomitare. Stavamo respirando morte, inalando la putredine dei cadaveri ormai gonfi che ci circondavano. Jenkins capì subito che il ministro della Difesa israeliano avrebbe dovuto assumersi una parte della responsabilità di quell’orrore. «Sharon!» gridò. «Quello stronzo di Sharon! Questa è un’altra Deir Yassin.»

Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle dieci di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico. C’erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell’odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone. Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati. Era stato uno sterminio di massa, un’atrocità, un episodio – con quanta facilità usavamo la parola «episodio» in Libano – che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica. Era stato un crimine di guerra.

Jenkins, Tveit e io eravamo talmente sopraffatti da ciò che avevamo trovato a Shatila che all’inizio non riuscivamo neanche a renderci conto di quanto fossimo sconvolti. Bill Foley dell’Ap era venuto con noi. Mentre giravamo per le strade, l’unica cosa che riusciva a dire era «Cristo santo!». Avremmo potuto accettare di trovare le tracce di qualche omicidio, una dozzina di persone uccise nel fervore della battaglia; ma nelle case c’erano donne stese con le gonne sollevate fino alla vita e le gambe aperte, bambini con la gola squarciata, file di ragazzi ai quali avevano sparato alle spalle dopo averli allineati lungo un muro. C’erano neonati – tutti anneriti perché erano stati uccisi più di ventiquattro ore prima e i loro corpicini erano già in stato di decomposizione – gettati sui cumuli di rifiuti accanto alle scatolette delle razioni dell’esercito americano, alle attrezzature mediche israeliane e alle bottiglie di whisky vuote.

Dov’erano gli assassini? O per usare il linguaggio degli israeliani, dov’erano i «terroristi»? Mentre andavamo a Shatila avevamo visto gli israeliani in cima ai palazzi del viale Camille Chamoun, ma non avevano cercato di fermarci. In effetti, eravamo andati prima al campo di Burj al-Barajne perché qualcuno ci aveva detto che c’era stato un massacro. Tutto quello che avevamo visto era un soldato libanese che inseguiva un ladro d’auto in una strada. Fu solo mentre stavamo tornando indietro e passavamo davanti all’entrata di Shatila che Jenkins decise di fermare la macchina. «Non mi piace questa storia» disse. «Dove sono finiti tutti? Che cavolo è quest’odore?»

Appena superato l’ingresso sud del campo, c’erano alcune case a un piano circondate da muri di cemento. Avevo fatto tante interviste in quelle casupole alla fine degli anni settanta. Quando varcammo la fangosa entrata di Shatila vedemmo che tutte quelle costruzioni erano state fatte saltare in aria con la dinamite. C’erano bossoli sparsi a terra sulla strada principale. Vidi diversi candelotti di traccianti israeliani, ancora attaccati ai loro minuscoli paracadute. Nugoli di mosche aleggiavano tra le macerie, branchi di predoni che avevano annusato la vittoria.

In fondo a un vicolo sulla nostra destra, a non più di cinquanta metri dall’entrata, trovammo un cumulo di cadaveri. Erano più di una dozzina, giovani con le braccia e le gambe aggrovigliate nell’agonia della morte. A tutti avevano sparato a bruciapelo, alla guancia: la pallottola aveva portato via una striscia di carne fino all’orecchio ed era poi entrata nel cervello. Alcuni avevano cicatrici nere o rosso vivo sul lato sinistro del collo. Uno era stato castrato, i pantaloni erano strappati sul davanti e un esercito di mosche banchettava sul suo intestino dilaniato.

Avevano tutti gli occhi aperti. Il più giovane avrà avuto dodici o tredici anni. Portavano jeans e camicie colorate, assurdamente aderenti ai corpi che avevano cominciato a gonfiarsi per il caldo. Non erano stati derubati. Su un polso annerito, un orologio svizzero segnava l’ora esatta e la lancetta dei minuti girava ancora, consumando inutilmente le ultime energie rimaste sul corpo defunto.

Dall’altro lato della strada principale, risalendo un sentiero coperto di macerie, trovammo i corpi di cinque donne e parecchi bambini. Le donne erano tutte di mezza età ed erano state gettate su un cumulo di rifiuti. Una era distesa sulla schiena, con il vestito strappato e la testa di una bambina che spuntava sotto il suo corpo. La bambina aveva i capelli corti, neri e ricci, dal viso corrucciato i suoi occhi ci fissavano. Era morta.

Un’altra bambina era stesa sulla strada come una bambola gettata via, con il vestitino bianco macchiato di fango e polvere. Non avrà avuto più di tre anni. La parte posteriore della testa era stata portata via dalla pallottola che le avevano sparato al cervello. Una delle donne stringeva a sé un minuscolo neonato. La pallottola attraversandone il petto aveva ucciso anche il bambino. Qualcuno le aveva squarciato la pancia in lungo e in largo, forse per uccidere un altro bambino non ancora nato. Aveva gli occhi spalancati, il volto scuro pietrificato dall’orrore.

Tveit cercò di registrare tutto su una cassetta, parlando lentamente in norvegese e in tono impassibile. «Ho trovato altri corpi, quelli di una donna con il suo bambino. Sono morti. Ci sono altre tre donne. Sono morte.»

Di tanto in tanto, premeva il bottone della pausa e si piegava per vomitare nel fango della strada. Mentre esploravamo un vicolo, Foley, Jenkins e io sentimmo il rumore di un cingolato. «Sono ancora qui» disse Jenkins e mi fissò. Erano ancora lì. Gli assassini erano ancora nel campo. La prima preoccupazione di Foley fu che i miliziani cristiani potessero portargli via il rullino, l’unica prova – per quanto ne sapesse – di quello che era successo. Cominciò a correre lungo il vicolo.

Io e Jenkins avevamo paure più sinistre. Se gli assassini erano ancora nel campo, avrebbero voluto eliminare i testimoni piuttosto che le prove fotografiche. Vedemmo una porta di metallo marrone socchiusa; l’aprimmo e ci precipitammo nel cortile, chiudendola subito dietro di noi. Sentimmo il veicolo che si addentrava nella strada accanto, con i cingoli che sferragliavano sul cemento. Jenkins e io ci guardammo spaventati e poi capimmo che non eravamo soli. Sentimmo la presenza di un altro essere umano. Era lì vicino a noi, una bella ragazza distesa sulla schiena.

Era sdraiata lì come se stesse prendendo il sole, il sangue ancora umido le scendeva lungo la schiena. Gli assassini se n’erano appena andati. E lei era lì, con i piedi uniti, le braccia spalancate, come se avesse visto il suo salvatore. Il viso era sereno, gli occhi chiusi, era una bella donna, e intorno alla sua testa c’era una strana aureola: sopra di lei passava un filo per stendere la biancheria e pantaloni da bambino e calzini erano appesi. Altri indumenti giacevano sparsi a terra. Quando gli assassini avevano fatto irruzione, probabilmente stava ancora stendendo il bucato della sua famiglia. E quando era caduta, le mollette che teneva in mano erano finite a terra formando un piccolo cerchio di legno attorno al suo capo.

Solo il minuscolo foro che aveva sul seno e la macchia che si stava man mano allargando indicavano che fosse morta. Perfino le mosche non l’avevano ancora trovata. Pensai che Jenkins stesse pregando, ma imprecava di nuovo e borbottava «Dio santo», tra una bestemmia e l’altra. Provai tanta pena per quella donna. Forse era più facile provare pietà per una persona giovane, così innocente, una persona il cui corpo non aveva ancora cominciato a marcire.Continuavo a guardare il suo volto, il modo ordinato in cui giaceva sotto il filo da bucato, quasi aspettandomi che aprisse gli occhi da un momento all’altro.

Probabilmente quando aveva sentito sparare nel campo era andata a nascondersi in casa. Doveva essere sfuggita all’attenzione dei miliziani fino a quella mattina. Poi era uscita in giardino, non aveva sentito nessuno sparo, aveva pensato che fosse tutto finito e aveva ripreso le sue attività quotidiane. Non poteva sapere quello che era successo. A un tratto qualcuno aveva aperto la porta, improvvisamente come avevamo fatto noi, e gli assassini erano entrati e l’avevano uccisa. Senza pensarci due volte. Poi se n’erano andati ed eravamo arrivati noi, forse soltanto un minuto o due dopo.

Rimanemmo in quel giardino ancora per un po’. Io e Jenkins eravamo spaventati. Come Tveit, che era momentaneamente scomparso, Jenkins era un sopravvissuto. Mi sentivo al sicuro con lui. I miliziani – gli assassini della ragazza – avevano violentato e accoltellato le donne di Shatila e sparato agli uomini, ma sospettavo che avrebbero esitato a uccidere Jenkins e l’americano avrebbe cercato di dissuaderli. «Andiamocene via di qui» disse, e ce ne andammo. Fece capolino in strada per primo, io lo seguii, chiudendo la porta molto piano perché non volevo disturbare la donna morta, addormentata, con la sua aureola di mollette da bucato.


Foley era tornato sulla strada vicino all’entrata del campo. Il cingolato era scomparso, anche se sentivo che si spostava sulla strada principale esterna, in direzione degli israeliani che ci stavano ancora osservando. Jenkins sentì Tveit urlare da dietro una catasta di cadaveri e lo persi di vista.Continuavamo a perderci di vista dietro i cumuli di cadaveri. Un attimo prima stavo parlando con Jenkins, un attimo dopo mi giravo e scoprivo che mi stavo rivolgendo a un ragazzo, riverso sul pilastro di una casa con le braccia penzoloni dietro la testa.

Sentivo le voci di Jenkins e Tveit a un centinaio di metri di distanza, dall’altra parte di una barricata coperta di terra e sabbia che era stata appena eretta da un bulldozer. Sarà stata alta più di tre metri e mi arrampicai con difficoltà su uno dei lati, con i piedi che scivolavano nel fango. Quando ormai ero arrivato quasi in cima persi l’equilibrio e per non cadere mi aggrappai a una pietra rosso scuro che sbucava dal terreno. Ma non era una pietra. Era viscida e calda e mi rimase appiccicata alla mano. Quando abbassai gli occhi vidi che mi ero attaccato a un gomito che sporgeva dalla terra, un triangolo di carne e ossa.

Lo lasciai subito andare, inorridito, pulendomi i resti di carne morta sui pantaloni, e finii di salire in cima alla barricata barcollando. Ma l’odore era terrificante e ai miei piedi c’era un volto al quale mancava metà bocca, che mi fissava. Una pallottola o un coltello gliel’avevano portata via, quello che restava era un nido di mosche. Cercai di non guardarlo. In lontananza, vedevo Jenkins e Tveit in piedi accanto ad altri cadaveri davanti a un muro, ma non potevo chiedere aiuto perché sapevo che se avessi aperto la bocca per gridare avrei vomitato.

Salii in cima alla barricata cercando disperatamente un punto che mi consentisse di saltare dall’altra parte. Ma non appena facevo un passo, la terra mi franava sotto i piedi. L’intero cumulo di fango si muoveva e tremava sotto il mio peso come se fosse elastico e, quando guardai giù di nuovo, vidi che solo uno strato sottile di sabbia copriva altre membra e altri volti. Mi accorsi che una grossa pietra era in realtà uno stomaco. Vidi la testa di un uomo, il seno nudo di una donna, il piede di un bambino. Stavo camminando su decine di cadaveri che si muovevano sotto i miei piedi.

I corpi erano stati sepolti da qualcuno in preda al panico. Erano stati spostati con un bulldozer al lato della strada. Anzi, quando sollevai lo sguardo vidi il bulldozer – con il posto di guida vuoto – parcheggiato con aria colpevole in fondo alla strada.

Mi sforzavo invano di non camminare sulle facce che erano sotto di me. Provavamo tutti un profondo rispetto per i morti, perfino lì e in quel momento.Continuavo a dirmi che quei cadaveri mostruosi non erano miei nemici, quei morti avrebbero approvato il fatto che fossi lì, avrebbero voluto che io, Jenkins e Tveit vedessimo tutto questo, e quindi non dovevo avere paura di loro. Ma non avevo mai visto tanti cadaveri in tutta la mia vita.

Saltai giù e corsi verso Jenkins e Tveit. Suppongo che stessi piagnucolando come uno scemo perché Jenkins si girò. Sorpreso. Ma appena aprii la bocca per parlare, entrarono le mosche. Le sputai fuori. Tveit vomitava. Stava guardando quelli che sembravano sacchi davanti a un basso muro di pietra. Erano tutti allineati, giovani uomini e ragazzi, stesi a faccia in giù. Gli avevano sparato alla schiena mentre erano appoggiati al muro e giacevano lì dov’erano caduti, una scena patetica e terribile.

Quel muro e il mucchio di cadaveri mi ricordavano qualcosa che avevo già visto. Solo più tardi mi sarei reso conto di quanto assomigliassero alle vecchie fotografie scattate nell’Europa occupata durante la Seconda guerra mondiale. Ci sarà stata una ventina di corpi. Alcuni nascosti da altri. Quando mi inchinai per guardarli più da vicino notai la stessa cicatrice scura sul lato sinistro del collo. Gli assassini dovevano aver marchiato i prigionieri da giustiziare in quel modo. Un taglio sulla gola con il coltello significava che l’uomo era un terrorista da giustiziare immediatamente. Mentre eravamo lì sentimmo un uomo gridare in arabo dall’altra parte delle macerie: «Stanno tornando». Così corremmo spaventati verso la strada. A ripensarci, probabilmente era la rabbia che ci impediva di andarcene, perché ci fermammo all’ingresso del campo per guardare in faccia alcuni responsabili di quello che era successo. Dovevano essere arrivati lì con il permesso degli israeliani. Dovevano essere stati armati da loro. Chiaramente quel lavoro era stato controllato – osservato attentamente – dagli israeliani, dagli stessi soldati che guardavano noi con i binocoli da campo.

Sentimmo un altro mezzo corazzato sferragliare dietro un muro a ovest – forse erano falangisti, forse israeliani – ma non apparve nessuno. Così proseguimmo. Era sempre la stessa scena. Nelle casupole di Shatila, quando i miliziani erano entrati dalla porta, le famiglie si erano rifugiate nelle camere da letto ed erano ancora tutti lì, accasciati sui materassi, spinti sotto le sedie, scaraventati sulle pentole. Molte donne erano state violentate, i loro vestiti giacevano sul pavimento, i corpi nudi gettati su quelli dei loro mariti o fratelli, adesso tutti neri di morte.

C’era un altro vicolo in fondo al campo dove un bulldozer aveva lasciato le sue tracce sul fango. Seguimmo quelle orme fino a quando non arrivammo a un centinaio di metri quadrati di terra appena arata. Sul terreno c’era un tappeto di mosche e anche lì si sentiva il solito, leggero, terribile odore dolciastro. Vedendo quel posto, sospettammo tutti di che cosa si trattasse, una fossa comune scavata in fretta. Notammo che le nostre scarpe cominciavano ad affondare nel terreno, che sembrava liquido, quasi acquoso e tornammo indietro verso il sentiero tracciato dal bulldozer, terrorizzati.

Un diplomatico norvegese – un collega di Ane-Karina Arveson – aveva percorso quella strada qualche ora prima e aveva visto un bulldozer con una decina di corpi nella pala, braccia e gambe che penzolavano fuori dalla cassa.Chi aveva ricoperto quella fossa con tanta solerzia? Chi aveva guidato il bulldozer? Avevamo una sola certezza: gli israeliani lo sapevano, lo avevano visto accadere, i loro alleati – i falangisti o i miliziani di Haddad – erano stati mandati a Shatila a commettere quello sterminio di massa. Era il più grave atto di terrorismo – il più grande per dimensioni e durata, commesso da persone che potevano vedere e toccare gli innocenti che stavano uccidendo – della storia recente del Medio Oriente.

Incredibilmente, c’erano alcuni sopravvissuti. Tre bambini piccoli ci chiamarono da un tetto e ci dissero che durante il massacro erano rimasti nascosti. Alcune donne in lacrime ci gridarono che i loro uomini erano stati uccisi. Tutti dissero che erano stati i miliziani di Haddad e i falangisti, descrissero accuratamente i diversi distintivi con l’albero di cedro delle due milizie.

Sulla strada principale c’erano altri corpi. «Quello era il mio vicino, il signor Nuri» mi gridò una donna. «Aveva novant’anni.» E lì sul marciapiede, sopra un cumulo di rifiuti, era disteso un uomo molto anziano con una sottile barba grigia e un piccolo berretto di lana ancora in testa. Un altro vecchio giaceva davanti a una porta in pigiama, assassinato qualche ora prima mentre cercava di scappare. Trovammo anche alcuni cavalli morti, tre grossi stalloni bianchi che erano stati uccisi con una scarica di mitra davanti a una casupola, uno di questi aveva uno zoccolo appoggiato al muro, forse aveva cercato di saltare per mettersi in salvo mentre i miliziani gli sparavano.

C’erano stati scontri nel campo. La strada vicino alla moschea di Sabra era diventata sdrucciolevole per quanto era coperta di bossoli e nastri di munizioni, alcuni dei quali erano di fattura sovietica, come quelli usati dai palestinesi. I pochi uomini che possedevano ancora un’arma avevano cercato di difendere le loro famiglie. Nessuno avrebbe mai conosciuto la loro storia. Quando si erano accorti che stavano massacrando il loro popolo? Come avevano fatto a combattere con così poche armi? In mezzo alla strada, davanti alla moschea, c’era un kalashnikov giocattolo di legno in scala ridotta, con la canna spezzata in due.

Camminammo in lungo e in largo per il campo, trovando ogni volta altri cadaveri, gettati nei fossi, appoggiati ai muri, allineati e uccisi a colpi di mitra. Cominciammo a riconoscere i corpi che avevamo già visto. Laggiù c’era la donna con la bambina in braccio, ecco di nuovo il signor Nuri, disteso sulla spazzatura al lato della strada. A un certo punto, guardai con attenzione la donna con la bambina perché mi sembrava quasi che si fosse mossa, che avesse assunto una posizione diversa. I morti cominciavano a diventare reali ai nostri occhi.

lunedì 14 luglio 2014

Finanza o economia reale?


di Francesco Carlesi (L'Intellettuale Dissidente)

“La scomparsa dell’Italia industriale” è il titolo di un fortunato saggio di Luciano Gallino, risalente a più di dieci anni fa, ma più attuale che mai. Il nostro paese, infatti, continua a perdere o a ridurre fortemente la sua capacità produttiva in settori industriali nei quali era stato fra i primi al mondo. È il caso dell’informatica e della chimica. L’Italia industriale è uscita quasi completamente da mercati in continua crescita quali l’elettronica di consumo. Né è pervenuta a far raggiungere un’adeguata massa critica a industrie dove ancora possiede un grande capitale di tecnologia e di risorse umane.

Tra le maggiori cause di questo impoverimento vi è il progressivo avanzamento dell’economia finanziaria a danno di quella reale, ancora una volta descritto puntualmente da Gallino in opere come “Finanzcapitalismo” o “Il lavoro non è una merce”. Gli allarmi lanciati dal sociologo, cresciuto in una “palestra” del calibro dell’Olivetti (azienda in grado di tracciare un significativo messaggio sociale), non sono stati raccolti da una classe dirigente e imprenditoriale a dir poco sorda. Da sempre abituata al clientelismo e poco propensa al rischio e alla tutela del “bene comune”. Privatizzazioni e delocalizzazioni sono l’aspetto più evidente di queste problematiche storiche, aggravate dalla crisi. In più, sempre più paesi “occidentali” stanno da tempo abbandonando il settore industriale in favore del terziario, lasciando spazio a mercati più “competitivi”, in particolar modo asiatici. «L’unico misuratore di valore, stabilito dall’equilibrio tra chi compra e chi vende, è il mercato finanziario. Il resto sono cavolate», arrivò ad affermare Sergio Marchionne.

Gli Stati Uniti in primis, seguendo l’influenza di pensatori quali Alvin Toffler, cominciarono sin dagli anni ’70 a drenare risorse verso i servizi e il mercato borsistico, trascurando l’industria. E’ da allora che il capitale finanziario transnazionale ha cominciato a divenire decisivo nelle sorti del paese, e poi del mondo. Un passaggio che, oltre a pagare ricchi dividendi a manager e banchieri, ha fatto vacillare in serie molte certezze della superpotenza. E della sua valuta, moneta mondiale di riserva e di cambio. Se nel 1945 era il potere politico, economico e militare nordamericano che sosteneva l’egemonia del dollaro, dal 2009 diventa evidente il contrario: l’egemonia del dollaro sostiene un potere politico, economico e militare in crisi.

Per il nostro paese uscire dalle secche è ancor più difficile, considerando che l’euro sta progressivamente erodendo la nostra competitività in favore della Germania. Senza considerare le limitazioni e le “gabbie” imposte dall’Unione Europea, esiziali in un momento di recessione. I concetti di sovranità politica, ricerca e sinergia pubblico – privato in campo industriale dovrebbero essere i punti fermi per la ricostruzione. L’interventismo statale ha spesso disegnato strategie e impulsi fondamentali per la crescita italiana (pensiamo all’IRI), accanto all’originalità che alcuni, come l’Olivetti citata in apertura, seppe offrire al mondo del lavoro e dell’innovazione. Riscopriamoli.

domenica 13 luglio 2014

Il fascista che sfidò la «Fiat» e «Wall Street»

solaro

di Maurizio Bergonzini (Il Borghese)

Di Giuseppe Solaro si è scritto poco. E di lui è impressa nella memoria delle generazioni di militanti nazionali (come si autodefinivano un tempo) soprattutto la foto terribile che lo vede ritto sopra il camion che lo porta, prigioniero di partigiani festanti, in giro per Torino prima dell’impiccagione. Foto terribile divenuta un’icona dei «giorni dell’odio ».


Vincenti, giornalista e studioso, lo libera, pur offrendo un’attenta e dettagliata ricostruzione delle vicende della sua morte, dal ruolo di icona proponendo una ricostruzione precisa della sua vita, dei suoi studi, delle sue scelte che costituiscono un ritratto rigoroso di un giovane fascista di origini sociali modeste, dei suoi sforzi per conquistare, lui geometra, la laurea in economia, del suo impegno nel GUF avendo come modelli Pallotta, Ricci, Giani e collaborando alla rivista Vent’anni, fondata appunto da Pallotta, dell’iniziativa intrapresa costituendo, nell’ambito sempre del Guf, il Centro Studi Economici. Ed è proprio questo lavoro politico e intellettuale che lo farà inserire in una lista nera nazista (cfr H. W. Neulen, Europa und das dritte Reich ed. Universitas Munchen): la sua affermazione di un’Europa a doppia guida (italiana e tedesca) comportava una visione della guerra come riscatto sociale in netto contrasto con «una guerra nazionale sublimata dal razzismo biologico». Come scritto dal citato storico tedesco «il terzo Reich si dimostrò una potenza imperialistica centralizzata che non aspirava ad ottenere la fiducia dei vinti, ma che mirava ad erigere una grande formazione territoriale germanica a spese dei Paesi sconfitti». L’8 settembre lo vide tra i primi fascisti torinesi impegnati nella ricostituzione dell’organizzazione locale.

L’autore studia ed espone in modo particolareggiato l’attività del Solaro come federale del PFR: l’ansia (simile a quella di Bombacci) di convincere gli operai a confrontarsi con il rinato Fascismo che avrebbe dovuto essere consapevole dei limiti dell’esperienza del ventennio, la volontà di spiegare e di realizzare la socializzazione, la determinazione nell’eliminare gli angoli oscuri e violenti presenti nello stesso PFR («fa arrestare il comandante del presidio di Chivasso… per malversazioni e soprusi contro la popolazione»), la lotta alla «borsa nera».

E l’autore indica con chiarezza come l’impegno di Solaro si infrange contro la ostilità popolare che non crede alle promesse fasciste, i ripetuti scioperi, l’astensione del 99 per cento dei lavoratori alle elezioni per i comitati di gestione della Fiat socializzata. Questa impossibilità a confrontarsi con le masse è particolarmente dolorosa per Solaro che, mentre come studioso di economia cita in un fondo ne La Stampa – nella scia di Pound – Gysell e l’idea di moneta deperibile, si schiera (con Pavolini, Zerbino, Borsani) nel Direttorio Nazionale del Partito per definire come «socialismo fascista» la prospettiva nelle tematiche sociali.

Solaro consapevole che i tedeschi, nella migliore delle ipotesi interessati soltanto alla produzione bellica (ma il generale Leyers rappresentante in Italia del Ministero della Produzione verrà nominato nel dopoguerra consulente della Deutsche Fiat), erano oggettivamente alleati con la dirigenza Fiat che non voleva la socializzazione e con i comunisti che ne aborrivano la prospettiva tenterà fino all’ultimo una opera di convincimento.

Il dramma per lui era che «Il ribelle, appartenente alla classe minuta, è fucilato od incarcerato perché catturato con le armi in mano» il dirigente della Fiat «che gli ha fornito le armi, no!» Da meditare la bella e convinta introduzione del Professor Giuseppe Parlato (professore ordinario di Storia contemporanea all’Università Internazionale di Roma , presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice di Roma e componente del Comitato scientifico della rivista Nuova Storia Contemporanea e di Nuova Rivista Storica e del Comitato scientifico dell’Archivio Centrale dello Stato) che sottolineando la capacità del volume di dar conto dell’attività del Fascismo repubblicano a Torino, delle condizioni di vita dei torinesi nella Rsi, della ricerca dei temi di fondo culturale su cui si basò l’azione di Solaro chiarisce come Vincenti abbia tolto Solaro stesso «dal mito della bella morte… da quella fissità ieratica» per farlo diventare «un uomo, rigoroso, coerente, drastico, ma un uomo, con le sue incertezze e i suoi errori di valutazione ».

mercoledì 9 luglio 2014

Il mondo deve far cambiare politica a Israele




di Daniele Biella - Ilan Pappe


Intervista allo storico israeliano, autore del saggio 'La pulizia etnica della Palestina', che ha suscitato risonanza mondiale e aspri dibattiti in patria. "Quale pace? Quella in cui lo Stato ebraico accetti le responsabilità per le proprie azioni sbagliate, oltre a incolpare Hamas per l'uccisione dei giovani coloni". Intanto la violenza nei Territori degenera, ucciso un 16enne palestinese




L’ultima notizia è agghiacciante, se confermato il movente. Un 16enne palestinese è stato rapito ieri sera nei pressi del campo profughi di Shufat, alle porte di Gerusalemme, e il suo corpo senza vita è stato ritrovato, brutalizzato e bruciato, questa mattina: i primi sospetti sono su una macchina (ripresa dalle telecamere) che testimoni attribuiscono a coloni israeliani, ma che altri ricondurrebbero a una faida tra famiglie: in queste ore nei pressi del campo ma non solo è in atto una guerriglia urbana. A 66 lunghissimi anni dall’inizio del conflitto israelo-palestinese, la barbarie sta prendendo il sopravvento. Quella stessa barbarie che ha portato ignoti (nonostante il premier israeliano Netanhyahu accusi Hamas, per ora non c’è alcuna prova schiacciante in merito) a rapire e a uccidere vicino a una colonia tre giovani israeliani, ora potrebbe fondare sull’occhio per occhio la propria vendetta, in un Israele sgomento, con decine di migliaia di persone che hanno partecipato ai funerali dei ragazzi, ma preda di un’ira (ieri sera nelle vie di Gerusalemme c’è mancato poco per una vera e propria ‘caccia al palestinese’) che può far precipitare ancora di più una situazione già disperata e fonte di enormi sofferenze in entrambi i lati del conflitto. Dopo le interviste a Janiki Cingoli e al volontario dell’Operazione Colomba, Vita.it ha raggiunto Ilan Pappe, uno degli storici israeliani più noti e discussi per via del suo impegno politico nella sinistra d’Israele e per avere scritto uno dei libri più letti e venduti al mondo sul tema, ‘La pulizia etnica della Palestina’. Lo scenario che delinea Pappe, oggi professore presso l’università di Exeter, in Inghilterra, è quello di due paesi, due popolazione, appese come non mai a un filo della Storia sempre più sottile, quasi invisibile.

La situazione, dopo la scoperta dei corpi dei ragazzi israeliani, sta sfuggendo di mano a tutti e si teme l’azione vendicativa, incontrollata, dei coloni. Siamo a un punto di non ritorno?

Il ritrovamento dei corpi senza vita può essere letta come un motivo in più per il governo di Israele per accelerare una strategia che sta portando avanti da molto tempo, nel tentativo principale di indebolire Hamas e annettere l’Area C (il territorio palestinese sotto controllo militare e civile israeliano) al proprio Stato. Questo sarebbe stato fatto altrimenti in modo più lento, ma la direzione è stata chiara fin dall’inizio.

Cosa può essere fatto per non lasciare che la violenza dilaghi?

Il nocciolo della questione è sempre lo stesso, ovvero quale pace vogliamo come soluzione al conflitto israelo-palestinese. Bisogna liberarsi dal paradigma di una pace basata sulla two states solution (la soluzione di due Stati divisi, quella indicata anche da Barack Obama, ndr) e concentrarsi sul vero problema: l’infrastruttura ideologica dello Stato ebraico. Se continuiamo a parlare di soluzione dei due Stati, incolpiamo Hamas per la violenza e non accettiamo che anche Israele abbia responsabilità per le proprie politiche criminali, la violenza è destinata ad andare al di là di ogni controllo.

Come vive la popolazione di Israele quanto successo? Segue il governo che persegue una “forte risposta” o non si sente del tutto coinvolta?

Molti israeliani leggono il tragico evento fuori dal contesto: non interessa loro, o non sanno, che almeno cinque giovani palestinesi sono morti nell’ultimo mese, da quando i giovani erano stati rapiti, o che la violenza verso di loro è il risultato della politica del proprio governo, non interessato alla pace e aderente all’ideologia sionista. La popolazione vuole una risposta armata sempre più forte e l’esercito è pronto a dargliela, con il risultato che una parte della politica può reagire in modo molto duro verso i palestinesi avendo il completo supporto della gente.

Qual è il ruolo del movimento di Hamas in tutto questo?

Hamas non era direttamente coinvolto nel rapimento, ma appoggia i rapimenti di soldati o coloni come parte della propria battaglia armata contro il sionismo.

Questi fatti accadono a meno di un mese di distanza dal primo accordo politico della propria storia tra Hamas e il principale partito, Al Fatah, al potere in Cisgiordania. Mera coincidenza?

Probabilmente no. Forse il rapimento è stata un’iniziativa di un gruppo locale di simpatizzanti di Hamas insoddisfatti dall’unità con Fatah, ma può darsi che sia stato programmato anche prima dell’accordo. Quello che è chiaro ora è che Israele userà l’evento per contrastare il nuovo governo di unità nazionale palestinese.

Quali azioni ci si può aspettare dalla comunità internazionale per migliorare la situazione?

Se la comunità internazionale continua a garantire a Israele l’immunità sotto l’ombrello del cosiddetto ‘processo di pace’, questo ciclo di violenza non smetterà.

Pensa che siamo alle porte della Terza Intifada?

Ritengo che i fattori che potrebbero portare a un’eventuale terza sollevazione popolare si sono già attivati da tempo, con o senza l’uccisione dei ragazzi israeliani. Ovvero, potrebbe concorrere al suo scoppio nel futuro, ma ne sarà la causa scatenante.

Quale sarà il risultato degli ulteriori bombardamenti di queste ore su Gaza?

Una maggior determinazione da parte di Hamas a continuare la sua battaglia. Inoltre, maggiori sofferenze per i palestinesi, e l’allontanamento di una soluzione per noi israeliani. L’oppressione, la povertà, la disoccupazione e la sensazione di vivere in una prigione a cielo aperto è il retroterra per ogni resistenza palestinese, violenta o nonviolenta. E continuerà finché il mondo con costringerà Israele a cambiare la propria strategia politica.