domenica 25 gennaio 2015

A SIENA IL CORTEO PER IL RICORDO DEI MARTIRI DELLE FOIBE



Una marcia silenziosa senza slogan e simboli di partito,ma con decine di tricolori e fiaccole per ricordare il sacrificio di migliaia di italiani infoibati e massacrati dalle truppe del generale Tito,sul finire della Seconda Guerra Mondiale. Una tragedia troppo spesso dimenticata e relegata all’oblio da storici, politici (prevalentemente comunisti, socialisti e democristiani) con il mero intento di difendere alcuni partigiani italiani complici di quello sterminio.
Per celebrare il giorno del Ricordo Fratelli d’Italia, Gioventù Nazionale, Casaggì Valdichiana e Laboratorio Identitario hanno organizzato un corteo che si snoderà per le vie del centro di Siena il giorno 7 febbraio 2015. La partenza è prevista per le ore 18.00 da Via Tito Sarrocchi (nei pressi di Porta Tufi) per poi procedere per Via di Città, Piazza del Campo e terminare in Piazza Indipendenza.

mercoledì 21 gennaio 2015

De Benoist:“In Europa il potere politico è nelle mani delle lobby”

anello poteredi Nicolas Gauthier, traduzione di Manlio Triggiani (Barbadillo.it)

 Signor de Benoist, Alain Madelin e Gérard Longuet, che lei ha conosciuto quando erano dei giovani spadaccini, alla fine divennero ministri. Solo per constatare che il vero potere era detenuto più dalle amministrazioni che avrebbero dovuto obbedir loro, ma che non obbedirono … Oggi, in politica, dov’è il potere?
“Molte persone oggi hanno una concezione del potere che risale al XIX secolo. Un partito politico cerca di ottenere la maggioranza per assumere il potere. Quando è al potere, attua il suo programma. Il campione (o la campionessa) diventa così un salvatore! Sfortunatamente, non è più questo il modo in cui vanno le cose. Gli ex ministri che lei ha citato, e molti altri prima di loro, non hanno smesso di constatarlo: il margine di manovra di cui dispongono, dopo essere ‘arrivati al potere’ non ha smesso di restringersi come la pelle di zigrino. Ciò non significa che loro sono totalmente impotenti, ma che la loro libertà d’azione urta contro vincoli di tutti i tipi che la limitano o l’ostacolano in maniera sempre più stretta. Il potere ha peraltro lasciato da tempo le sue istanze tradizionali. Domandarsi dove è il vero potere è chiedersi dove si prendono le decisioni. La grande domanda in politica è: chi decide? ‘ E’ sovrano, ha scritto Carl Schmitt, chi decide nel caso d’eccezione’. In poche parole, era stato detto tutto. Il potere dello Stato, oggi, è in gran parte diventato un potere accessorio o subordinato. Coloro che detengono il potere reale appartengono a un cenacolo al di fuori dello Stato e anche al di fuori del territorio. Questi cenacoli contano molti nominati o cooptati che eletti. E sono loro che decidono. E’ una delle cause della crisi della democrazia rappresentativa, che sarebbe meglio chiamare altrimenti democrazia sostitutiva, poiché sostituisce alla sovranità popolare l’unico potere dei suoi presunti rappresentanti”.
Quando, nel 1997, Lionel Jospin, allora primo ministro, riconobbe a proposito della chiusura dello stabilimento Renault di Vilvorde che “lo Stato non può fare tutto”, firmò la capitolazione del potere politico nei confronti del potere economico?
“Non so se questo è il miglior esempio che si possa prendere, ma è evidente che la subordinazione del potere politico al potere economico, e soprattutto finanziario, è uno dei tratti maggiori della situazione attuale, come anche una delle principali cause di deperimento del politico (il politico è tutt’altro che la politica nel senso corrente del termine). L’ideologia liberale, per la quale il legame sociale si riduce esclusivamente al contratto giuridico e allo scambio commerciale, ha sempre sostenuto tale subordinazione, in quanto la sovranità politica impedisce i meccanismi di ‘regolazione spontanea’ (la ‘mano invisibile’ del mercato) di produrre pienamente i loro effetti – contro una tradizione europea che aveva sempre badato che la dimensione economica fosse ‘incastrata’ (embedded, incorporata, dice Karl Polanyi) nel sociale, sotto l’autorità del politico e che aveva sempre messo in guardia contro il potere della crematistica. Il triste privilegio della nostra epoca è stato di spingere questa subordinazione a un livello che non aveva mai raggiunto prima. La politica del debito adottata dagli Stati li ha legati mani e piedi al potere dei mercati finanziari. I diktat moralistici dell’ideologia dei diritti umani hanno fatto il resto”.
Un potere che non è più sovrano perde di per sé il suo carattere politico. Ora, come tutti sanno, intere parti di sovranità sono venute meno nel corso degli ultimi decenni. La nostra sovranità militare è stata delegata alla Nato, la nostra sovranità politica è stata svenduta alle istituzioni dell’Unione europea, la nostra sovranità di bilancio al Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance firmata a Bruxelles nel 2012, la nostra sovranità giuridica alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Ciò a cui stiamo assistendo, è quindi l’espropriazione pura e semplice del potere politico, e al suo massiccio trasferimento verso istanze e persone che non sono state mai elette. E come queste differenti istanze sono a loro volta acquisite all’ideologia liberale, il potere politico scompare in una sorta di buco nero”.
Per riassumere, qual è lo scopo del potere? La volontà di potenza? Dotarsi di mezzi per ripristinare un po’ di senso in una società sempre più frammentata? Lasciare una traccia nella storia? Far trionfare le sue idee a scapito di altri?
“Un po’ di tutto questo, non c’è dubbio. Nel senso più alto, il potere politico avrebbe per fine soprattutto di garantire a un popolo, non solo un avvenire, ma un destino. Ma nell’immediato, il primo compito sarebbe quello di provare a ridare al politico i mezzi per svincolarsi dal sistema monetario. Essendo ben consapevoli che prendendo il potere si rischia di più di cederlo. Il primo gennaio 1994, il molto zapatista subcomandante Marcos disse: ‘Noi non vogliamo prendere il potere poiché sappiamo che se prendessimo il potere, saremmo presi da lui’. Un avvertimento sul quale si potrebbe meditare”.

martedì 20 gennaio 2015

Il fondamentalismo dietro la democrazia

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di Francesco Carlesi (L'intellettuale dissidente.it) 


Uno dei frutti più dolci delle primavere arabe, secondo i massimi organi di stampa del nostro paese, è la Tunisia. Il paese dove la democrazia ha trionfato, grazie alla spontanea rivolta del popolo di fronte al regime dittatoriale e oppressivo. Una rivoluzione benedetta dall’Occidente e realizzata grazie al benefico influsso dei social network e degli strati più giovani del paese, verso cui l’attrazione del “migliore dei mondi possibili” non poteva che essere più ampia e salutare. Ma come spesso accade, dietro la propaganda e le spiegazioni facili, sta la realtà. Seppure Tunisi non abbia conosciuto i travagli di paesi quali l’Egitto, le ombre l’hanno fatta da padrone. E la fanno tuttora.
Tanto per cominciare, il maggior numero di foreign fighters al servizio del Califfato islamico arriva proprio dalla Tunisia. Elementi di primo piano in Siria, Iraq e nella vicina Libia, dove la situazione precipita di giorno in giorno: «i miliziani di Ansar al Sharia, alleati e vassalli del Califfo Al Baghdadi, controllano buona parte della Cirenaica ed hanno proclamato un sedicente emirato islamico a Derna, all’estremità orientale del pese», riporta un’inchiesta di Amedeo Ricucci (di «Repubblica») in loco. Gli aspiranti combattenti tunisini provengono spesso dalla gioventù, la migliore: di età compresa tra 18 e 25 anni e con una buona istruzione alle spalle. Eppure attirati nella rete salafita, alimentata dagli imam venuti dall’estero. Giunti da quei paesi del Golfo, come l’Arabia Saudita, ormai da lungo tempo in prima fila nel finanziamento del fondamentalismo più estremo.
Ma l’Occidente, invece di prendere le distanze, ha sempre intrattenuto ottimi rapporti con queste realtà, la Francia in primis. Difficile rinunciare ai petro-dollari, meglio quindi colpire quei regimi laici che, pur con tutti loro problemi, garantivano stabilità e contrastavano i gruppi violenti. Eliminati Saddam e Gheddafi le tensioni si sono moltiplicate. Per detronizzare Assad l’Occidente ha ripetuto il copione, finanziando l’estremismo che è poi sfuggito di mano (i killer di Parigi erano passati da lì). L’attivismo di John McCain è uno degli emblemi della questione, parte fondamentale degli attuali sconvolgimenti mediorientali. Esso vanta precedenti illustri, come quel Zbigniew Brzezinski che sostenne gli islamisti in ottica anti-sovietica (Afghanistan) sin dalla fine degli anni ’70.
La Tunisia, quindi, è in una situazione difficile: il 16 luglio scorso, sul massiccio del Chaambi, un violento scontro tra terroristi e esercito ha causato la morte di 15 soldati, più 20 feriti. Il bilancio più pesante dai tempi della lotta per l’Indipendenza del 1956. E le tensioni non sono cessate. «Vista la nostra collocazione geografica e visti i flussi migratori che ci sono fra i nostri paesi, è evidente che il pericolo rischia di estendersi a tutto il Mediterraneo», ha dichiarato il ministro degli Interni Ben Jeddou. Quel Mediterraneo in cui proprio la diplomazia italiana, anche nelle difficoltà del dopoguerra, era riuscita a esercitare un’azione incisiva ed efficace.
Quella Tunisia che ospitò Craxi in segno di riconoscimento per gli aiuti economico – politici e le influenze positive. Ma ora tutto è incerto. La nostra classe politica non ha la statura di un tempo, e partecipa alle follie di Francia e Inghilterra contro i suoi stessi interessi (Libia). Le «primavere arabe» si sono rivelate un bluff, le ingerenze esterne hanno dato frutti avvelenati e anche la Tunisia, il campione democratico, ammette paurose difficoltà. E’ arrivato il momento per l’Occidente di fare una seria autocritica, e per l’Italia di riscoprire lo spirito e le tendenze fondamentali della sua politica mediterranea. E il suo orgoglio.

lunedì 19 gennaio 2015

“La Grande Guerra Futurista” e Italo Balbo trasvolatore: Avanguardia o Fascismo?

di Giovanna Balducci (Barbadillo.it)

Centosei anni fa, con il famoso Manifesto nasceva il Futurismo, prima avanguardia artistica e culturale della storia, che rappresentò un nuovo modo, inusitato, di approcciarsi non solo all’arte, ma alla vita stessa.
futurismobookcarmOggi, memore di questo grande passato senza per questo essere passatista, in quanto crediamo anche disposto a seguire il proclama di Marinetti, ossia di cestinare gli uomini che furono, il movimento Neo-Futurista sale nuovamente agli onori delle cronache con una azzeccata pubblicazione nel centenario dell’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale ed in memoria di Italo Balbo trasvolatore, indimenticato ed indimenticabile orgoglio nazionale.
L’opera giustappunto intitolata La Grande Guerra Futurista (Wold War I, Centenario 1915-1918) Italo Balbo trasvolatore: Futurismo o Fascismo? Eedita da La Carmelina Edizioni e curata dallo stacanovista del Neo-Futurismo nostrano Roberto (Roby) Guerra, vero e proprio catalizzatore di cultura in quel di Ferrara, vede la collaborazione di più teste pensanti della cultura neofuturista e neofuturibile nostrana, tra cui Graziano Cecchini papà del Rosso-Trevi, Vitaldo Conte, Sandro Giovannini, Paolo Melandri, e Antonio Saccoccio, coadiuvati nell’impresa da giovani e meno giovani, navigati lupi di mare e enfants terribles dell’avanguardia italica, tra cui il giovane rampante Luca Siniscalco.
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 L’opera è architettata in una serie di brevi e godibili saggi, che consegnano al lettore un fervido e conciso ensemble di ciò che fu, di ciò che è e di ciò che sarà l’Avanguardia (Da Marinetti a Tzarà, a Dalì, alle folle lisergiche di Woodstock, allo sputnik, ai sogni transumanisti), processo che ha visto un inizio con il Manifesto del 1909, ed un battesimo di fuoco nelle trincee di guerra, che ha accompagnato l’Italia durante gli anni controversi del Fascismo, ma che con contaminazioni e variazioni sul tema attinenti al tempo e allo spazio ha fatto proseliti in tutto il mondo e ancora oggi a più d’un secolo continua ad ispirare i cuori e le menti di nuovi Ulisse dell’arte, della cultura, della vita.

domenica 18 gennaio 2015

Crolla l'alibi pacifista.

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di Gian Micalessin (IlGiornale.it)


Il ministro Paolo Gentiloni, protagonista in Parlamento di una difesa a spada tratta di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, avrebbe fatto meglio a consultarsi prima con i carabinieri del Ros. Carabinieri che, magari, avrebbero potuto mostrare pure a lui le intercettazioni delle telefonate, pubblicate da Il Fatto Quotidiano , tra le due suffragette lombarde e alcuni fiancheggiatori dei gruppi jihadisti siriani. 
Telefonate assai scomode e imbarazzanti. Telefonate da cui emerge con chiarezza come le due ragazzine non ambissero al ruolo di crocerossine neutrali, ma piuttosto a quello di militanti schierate e convinte.  

Militanti tradite dai propri stessi «amichetti» e riportate a casa solo grazie al trasferimento nella cassaforte della formazione al qaidista di Jabat Al Nusra, o di qualche altro gruppetto jihadista, di una decina di milioni di euro sottratti ai cittadini italiani. Milioni con cui i fanatici siriani, o quelli europei passati per le loro fila, potrebbero ora organizzare qualche atto di terrorismo in Italia o altrove nel Vecchio Continente.
Che Greta e Vanessa progettassero di mettere in piedi qualcosa di diverso da una normale organizzazione umanitaria, Il Giornale lo aveva intuito subito dopo il sequestro. Esaminando su Facebook le gallerie fotografiche di «Horryaty» - l'associazione creata assieme al 46enne fabbro di Varese Roberto Andervill - quel che più saltava agli occhi era l'aspetto chiaramente «militare» dei «kit di pronto soccorso» distribuiti da Greta e Vanessa in Siria. I kit, contenuti in tascapane mimetici indossabili a tracolla, assomigliavano più a quelli in dotazione a militanti armati o guerriglieri che non a quelli utilizzati da infermieri o personale paramedico civile. Anche perché la prima attenzione di medici e infermieri indipendenti impegnati sui fronti di guerra non è quella di mimetizzarsi ma piuttosto di venir facilmente identificati come personaggi neutrali, non coinvolti con le parti in conflitto. Un concetto assolutamente estraneo a Greta Vanessa.
Nelle telefonate scambiate prima di partire con Mohammed Yaser Tayeb - un 47enne siriano trasferitosi ad Anzola in provincia di Bologna ed identificato nelle intercettazioni del Ros come un militante islamista - Greta Ramelli spiega esplicitamente di voler «offrire supporto al Free Syrian Army», la sigla (Esercito Libero Siriano) che riunisce le formazioni jihadiste non legate al gruppo alaaidista di Jabat Al Nusra o allo Stato Islamico. L'acquisto dei kit di pronto soccorso mimetici da parte di Greta e Vanessa è documentato dalle ricevute pubblicate sul sito di Horryaty il 12 maggio di quest'anno, subito dopo la prima trasferta siriana delle due «cooperanti». La ricevuta, intestata a Vanessa Marzullo, certifica l'acquisto in Turchia di 45 kit al costo di 720 lire turche corrispondenti al cambio dell'epoca a circa 246 euro. La parte più interessante è però la spiegazione sull'utilizzo di quei kit. Nel rapporto pubblicato su Horryaty, Greta e Vanessa riferiscono con precisione dove hanno spedito o portato latte, alimenti per bambini, medicine e ogni altro genere di conforto non «sospetto». Quando devono spiegare dove sono finiti quei tascapane mimetici annotano solo l'iniziale «B.» facendo intendere di parlare di un avamposto militare dei gruppi armati il cui nome completo non è divulgabile per ragioni di sicurezza. 
Nelle telefonate con l'«amichetto» Tayeb registrate dai Ros, Greta Ramelli si spinge invece più in là. In quelle chiacchierate Greta spiega che i kit verranno distribuiti «a gruppi di combattimento composti solitamente da 14 persone». Spiegazione plausibile e circostanziata visto che in ambito militare una squadra combattente, dotata di uno specialista para-medico, conta per l'appunto dalle 12 alle 15 unità. L'elemento più inquietante, annotato dai Carabinieri del Ros a margine delle intercettazioni, sono però i contatti tra l'«amichetto» Tayeb e Maher Alhamdoosh, un militante siriano iscritto all'Università di Bologna e residente a Casalecchio del Reno. Con Maher Alhamdoosh s'erano coordinati - guarda un po' il caso e la sfortuna - anche Amedeo Ricucci, Elio Colavolpe, Andrea Vignali e Susan Dabous, i giornalisti italiani protagonisti nella primavera 2013 di un reportage in Siria conclusosi anche in quel caso con un bel sequestro. Un sequestro seguito da immancabile ed esoso riscatto pagato, anche allora, dai generosi contribuenti italiani.

sabato 17 gennaio 2015

TERRORI$MO I$LAMICO



L’attacco terroristico avvenuto nei giorni scorsi a Parigi ha portato alla ribalta di tutto il Mondo il problema del fondamentalismo islamico (da non confondere con la religione islamica). 
L’Europa si trova sicuramente in una situazione difficile ed è quanto mai necessario prendere le dovute precauzioni per ridurre al minimo il rischio del ripetersi di tali eventi. Allo stesso tempo però è necessario riflettere sul fatto che questi gruppi fondamentalisti sono il frutto di politiche dissennate,portate avanti dagli israeliani e americani con l’appoggio degli alleati europei e mediorientali. 
Con le guerre in Iraq, Afganistan e le Primavere Arabe sono stati destituiti presidenti di stampo laico che non lasciavano spazio a fondamentalisti ed estremisti. Per far cadere questi governanti, spesso, sono stati armati coloro che oggi progettano atti terroristici contro i cittadini occidentali.
Si sono così create delle aree in cui il terrorismo è proliferato liberamente, grazie all’assenza di autorità territoriali che lo contrastassero.
Ultimamente Obama ha provato a riproporre questo copione anche in Siria dove però, fortunatamente, le pressioni internazionali hanno evitato la caduta del Presidente Assad, l’unico che sta realmente combattendo l’ISIS e le altre organizzazioni terroristiche islamiche. 
A questo punto è ben chiaro che dobbiamo condannare non solo il terrorismo,ma anche coloro che di fatto lo hanno creato.

FOIBE: IO NON SCORDO. MANIFESTAZIONE A FIRENZE...


Come da tradizione, anche quest’anno la destra fiorentina, unita dal tricolore, ricorderà i MARTIRI DELLE FOIBE. Ricorderemo le decine di migliaia di innocenti torturati e uccisi, gettati vivi - spesso a guerra terminata - nelle cavità carsiche del confine orientale. Innocenti che sono stati uccisi due volte: dall’odio comunista dei partigiani titini e dall’oblio di una cultura imposta e faziosa che ha relegato questa tragedia sotto silenzio. Una pulizia etnica su vasta scala della quale ancora si stenta a parlare a causa dell’imbarazzo provato da certa sinistra, all’epoca connivente con i carnefici. Ricorderemo le vittime di un odio cieco, massacrati perché “colpevoli” di essere italiani e di non voler rinnegare la propria italianità.

Ci saremo perché crediamo che la Patria non sia soltanto un’eredità dei nostri padri, ma un prestito dei nostri figli. Ci saremo perché l’appartenenza alla nostra Terra e i valori della nostra Civiltà si difendono anche onorando il sangue versato. Ci saremo perché vogliamo tramandare a chi verrà dopo di noi il senso di una memoria condivisa, l’amore per l’identità nazionale e la precisa volontà di far parte di un Popolo che sia prima di tutto una Comunità cosciente delle proprie radici, orgogliosa dei sacrifici e pronta ad affrontare il futuro a testa alta e senza paura. 

Perchè la nostra missione non è soltanto quella di vivere il presente e di onorare il passato, ma anche di costruire il futuro nel solco di quei principi etici e morali che sono il solo e vero antidoto per salvarci dalla crisi in atto. Perché abbiamo il dovere di fare i conti con la storia, tutta, senza omissioni di comodo e revisionismi di parte. Perché anche a Firenze deve tornare a sventolare il tricolore e noi faremo sventolare i nostri dal punto più alto della città, guardandola in tutto il suo splendore. 

MANIFESTAZIONE TRICOLORE
SABATO 14 FEBBRAIO 2015 ORE 16 
PIAZZALE MICHELANGELO - FIRENZE

FIACCOLATA, PRESIDIO, INTERVENTI, TESTIMONIANZE

giovedì 15 gennaio 2015

Il governo delle chiacchiere

Durante il discorso di chiusura del Semestre Europeo dell'Italia Renzi ha detto che: <<Le famiglie italiane hanno visto crescere i propri risparmi>>
A contraddirlo sono ancora una volta i dati, questa volta della Banca d'Italia che attesta un progressivo impoverimento delle famiglie italiane.

ANCORA GLI CREDETE?

L’anima persa in un centro commerciale



di Marcello Veneziani


Mi hanno deportato nel più grande centro commerciale d’Italia, sorto da pochi giorni a due passi da Roma. Sono venuti a prelevarmi all’aeroporto di Fiumicino ed io credevo che fosse un gesto per portarmi a casa. Invece mi hanno sequestrato affettuosamente, adottando subdoli motivi e allettanti occasioni, e mi hanno tenuto per svariate ore in questo gigantesco consumificio dove pascolano migliaia di individui beati con carrello, tra zone residenziali e innumerevoli negozi. Eccitati, quasi commossi, mi hanno mostrato dove sorge la multisala con ventiquattro sale cinematografiche, poi il più grosso ipermacrosupermercato che ci sta;infiniti ambulacri dove sciami di insetti umani ronzavano sereni; mi hanno fatto vedere i siti dove sorgeranno 40 nuovi ristoranti, che si aggiungono ai 40 già assediati da un’umanità affamata e benestante. Tutto è bello, futuribile, anche gli aerei che scendono a pelo sulla nuova città-mercato, e sembrano anch’essi ciclopici carrelli per la spesa. Palazzi ben costruiti, piazze affollate, fiumane di auto, niente mi dice se siamo a Roma o negli Emirati arabi, in America o a Hong Kong. C’è tutto, nel nuovo, leonardesco centro dei Caltagirone. Ma proprio tutto. Tu che vivi qui, dicevano ad un nuovo abitante di Tuttopoli, non hai bisogno di muoverti, la multisala, la palestra, fitness, hai tutto qui. Arrivi col carrello della spesa dentro casa tua. Erano contenti. Mi ha preso alla gola un senso d’angoscia: come, non hai più bisogno di muoverti, vuol dire che per te è finita? Ti dai al volontario ergastolo, ti chiudi felice nella prigione dorata, e fai tutto qua, vita morte e consumo?

Ho cominciato a sognare i posti dove mancano le cose, dove sei costretto a muoverti per via della Benedetta Carenza; dove esci di casa e vai in piazza. Ho cominciato a idealizzare l’imperfezione delle vecchie cittadine, dei borghi confortevoli, dove ogni pezzo importante lo devi andare a prendere in città o devi ordinarlo e ti arriverà tra giorni. La perfezione mi spaventa, la totalità esaudita mi atterrisce. Se non hai un altro mondo a cui attingere, verso cui tendere, sei finito. La regolarità geometrica di questi spazi, queste aiuole, questi palazzi, mi fa star male. Benvenuti nella Roba Esaudita. Preferisco l’irregolarità, l’imprevisto, in questo caso amo perfino l’abusivo e l’eccessivo.

Ma cos’è che non va, cosa ti senti? Non so, sussurro a mezza voce, sono contento per voi, è tutto bello e funzionale e utile e conveniente. È il massimo che si possa fare per la felicità. Ma non so cos’è questa vita da automi benestanti, qualcosa sento mancare, di fondamentale. Non esagerare, non farti prendere dai rigurgiti da fondamentalista arcaico; non pasolineggiare, non fare il mistico, questa gente è contenta di vivere, non nulla di male, perché glielo vuoi impedire? E poi, non semplificare, non vivono solo per il carrello, non sono solo consumatori. Amano, soffrono, sognano, godono, come te; hanno i loro hobby, avranno le loro nicchie in cui si esprimono creativamente, andranno persino in chiesa a pregare o in galleria a vedere le mostre, magari leggono. Ma sì, sarà così. Non cadere nella trappola dei nemici della modernità o negli imbecilli che fanno le crociate contro la Coca-cola. Anch’io come Bertinotti e Bossi offro chinotto a chi viene a trovarmi, non coca;ma un conto è una libera scelta individuale, un altro è frane una crociata. Per la stessa ragione, se questo Villaggio che sorge presso un centro commerciale non è nei tuoi gusti, sei libero di non frequentarlo, ma non farne una crociata contro, rispetta chi pensa altrimenti. Ci mancherebbe, nulla da eccepire. Però lasciate che io dubiti di queste rassicurazioni. Sospetto che a lungo andare il carrello diventi un prolungamento del corpo e il discount colonizzi un emisfero cerebrale. Siete sicuri che chi preferisce trascorrere il proprio tempo scarrozzando in questi santuari del Commercio abbia poi voglia, tempo e indole per arte, religione, lettura, vita interiore e vita di comunità? Siete sicuri che poi sarà un uomo libero e pensante? Cosa ci unisce in questo luogo se non il,fatto di essere consumatori? E basta questo per fondare una cittadinanza?

A me il mercato non è mai dispiaciuto, a differenza dei compagni; ma qui vedo realizzato un modello che ho sempre avversato, non il mercato dentro le città, ma la città dentro il mercato. Non dunque un mondo vario, fatto di chiese, piazze e mercato, di storia e di vita comunitaria, di palazzi antichi e di luoghi consacrati. Ma un Gran Mercato dove c’è Tutto, e introno dentro, ai margini di esso, qualche ricreazione funzionale allo scopo supremo. Vieni qua che ti offro un campioncino d’acqua santa, preferisci il piercing figo o le stimmate sante? Consumare, consumare.

La migliore descrizione del Centro Commerciale l’ho trovato in Tocqueville, risale all’800: “Vedo una folla smisurata di essere simili che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli piaceri… Ognuno di essi, ritiratosi in disparte, è come straniero a tutti gli altri, eccetto i figli e i pochi intimi; il resto dei cittadini è lì accanto a lui ma non lo vede; vive per sé solo e in sé… Al di sopra di questa folla vedo innalzarsi un immenso potere tutelare che si occupa di assicurare ai sudditi il benessere… È assoluto, metodico, minuzioso, previdente e persino mite, li tiene un un’infanzia perpetua, provvede alla sicurezza, ai bisogni, ai piaceri, si cura degli affari, toglierebbe loro la fatica di vivere e di pensare. Un potere che non spezza ma ammollisce, inebetisce”. Tocqueville pensava al futuro uno Stato dispotico, e invece descriveva un odierno centro commerciale…

In questi enormi spazi gremiti di vuoto e sovraffollati di gente in vacanza da sé, sento mancare l’alito caldo della Tradizione, qualcosa che si tramanda ma che è vita, che racconta di chi non c’è più, di chi è lontano, di chi è ancora, e perfino di chi verrà dopo di noi.

Qui tutto è presente, anzi il Presente è Tutto. Mi prende la nostalgia degli assenti, di coloro che non ci sono, che ci furono, o che saranno, mi prende l’angoscia del tempo e la passione per quel che non appartiene all’attimo fuggente, che non può entrare nel carrello, che non puoi parcheggiare alla fila tredicesima, angolo e. Vorrei avvicinarli a uno a uno e gridare: ma sapete che si muore, non potete fare come gli struzzi e mettere la testa dentro il carrello. Sono invocazioni primitive e sterili di cui debbo in fretta liberarmi, come di una patologia, così mi suggerisce tutto l’Apparato. E se invece, in quella’inquietudine, si è trincerata l’ultima traccia di umanità, l’ultimo straccetto invisibile che denominiamo anima. Dov’è l’anima nel Centro Commerciale? Alla cassa? All’entrata ,depositata negli appositi armadietti? In direzione o all’ufficio reclami? Avviso alla clientela. Si è smarrita una bimba di nome Anima, di anni imprecisati. I titolari sono pregati di venire a ritirarla all’uscita.

lunedì 12 gennaio 2015

La farsa del corteo di Parigi

 
 da L'Inellettuale Dissidente

Quasi due milioni di persone e quarantacinque capi di stato hanno partecipato ieri a Parigi al corteo contro il terrorismo, una mobilitazione senza precedenti a seguito del massacro della redazione del settimanale Charlie Hebdo. Tra i presenti, diversi leader: Francois Hollande, Angela Merkel, Matteo Renzi, David Cameron, Mariano Rajoy, Martin Schulz, Jean Claude Juncker, e perfino Benjamin Netanyahu e Petro Poroshenko. In sintesi, il fiore all’occhiello delle élites del mondo Occidentale. Quella andata in scena ieri a Parigi tuttavia non è stata una manifestazione di solidarietà ne tantomeno un occasione sincera per dire no al terrorismo, ma una vera e propria farsa mediatica. Qualcuno sembra aver improvvisamente riscoperto che il terrorismo non è solo un elemento attraverso cui destabilizzare stati sovrani, ma un nemico da combattere con fermezza. I vari Hollande, Cameron, Merkel e Netanyahu, hanno già dimenticato la scia di sangue che hanno contribuito a far scorrere in Siria in questi ultimi anni per rovesciare il regime di Bashar Al Assad. Il sostegno, economico e militare, che insieme hanno fornito a diverse fazioni terroristiche islamiche – come Al Nusra, Al Qaida e ISIS – rende evidente una semplice e banale considerazione: l’ipocrisia che i leader dell’Occidente mettono continuamente in mostra manipolando l’opinione pubblica mondiale.
Il copione è sempre lo stesso: da una parte ci si mostra uniti e decisi a combattere insieme un nemico pericoloso ed imprevedibile, dall’altra lo si utilizza per i propri scopi anche a costo di isolare chi quel nemico lo combatte veramente. Il 18 Giugno del 2014 il presidente siriano Bashar Al Assad ha rilasciato delle dichiarazioni che suonano oggi profetiche: “L’Occidente e i Paesi che sostengono l’estremismo e il terrorismo in Siria e nella regione devono rendersi conto che questa minaccia crescente sta per colpire tutti, in particolare i Paesi che hanno sostenuto il terrorismo e gli hanno permesso di svilupparsi” L’attentato alla redazione di Charlie Hebdo può essere interpretato utilizzando diversi elementi e punti di vista: fattori religiosi, etnici/culturali, economici, sociologici e politici; in riferimento alla questione dell’immigrazione clandestina e al modello di integrazione costruito dalla Francia nel corso degli ultimi anni.
Diverse cose sono state dette e scritte in questi giorni, tuttavia in pochi hanno fatto notare come la vera ragione di questa mobilitazione e spasmodica attenzione mediatica non sono stati i 12 morti di mercoledì scorso; ma la paura, il terrore con cui l’Occidente, in modo ipocrita, è tornato a fare i conti: la consapevolezza di essere inermi ed indifesi di fronte a qualcosa di cui non si ha più il controllo. Dopo decenni passati a fare delle fazioni terroristiche islamiche l’arma attraverso cui rovesciare e isolare paesi ritenuti scomodi – dalla Russia, alla Siria, all’Iran – l’Europa oggi si trova di fronte ad un bivio: decidere di combattere realmente il terrorismo attraverso la costruzione di intelligence condivise proprio con quei regimi ritenuti come il male assoluto, oppure continuare a fare finta di niente, sperare semplicemente che tutto ciò non accada più, e dopo, al massimo, sfilare in corteo per pulirsi la coscienza, senza girare a guardare quella di scia di sangue che oggi ci si è ritorta contro.

sabato 10 gennaio 2015

La conquista del K2, un orgoglio tutto italiano


di Giuseppe Contarino (Barbadillo)

Erano i primi anni ’50. L’Italia, da poco una Repubblica, era un Paese zoppicante bisognoso della stampella del Piano Marshall e con ancora le ferite fresche inferte dal secondo conflitto mondiale, una guerra che tra le molte vittime aveva colpito duramente anche l’amor proprio della nazione.

Ci voleva un sogno, qualcosa di grande in grado di restituire agli Italiani la fierezza di una stirpe antica, cancellando – o almeno nascondendo in parte – il marchio infame di sconfitti e voltagabbana. Fu con questo spirito che Ardito Desio, geologo ma anche esploratore, presentò all’allora presidente De Gasperi l’impresa che avrebbe ridato lustro alla patria:conquistare la vetta del K2.

Una spedizione al limite dell’impossibile, tenuto conto che l’anno prima, il 1953, anche gli invincibili americani si erano dovuti arrendere poco prima della cima. Eppure è così che si scrivono le pagine di storia.

Con disciplina militaresca (tanto da beccarsi il soprannome di ducetto) e rigore scientifico, Desio organizzò la missione che, impiegando 12 dei migliori alpinisti italiani, avrebbe raggiunto la seconda cima più alta del mondo. Utilizzando una tecnica d’assedio basata sull’installazione di numerosi campi di avvicinamento prima dell’assalto finale (addirittura 9, contro i 7 impiegati l’anno prima dagli statunitensi), la squadra italiana avrebbe poco per volta scalato il versante pakistano del Karakorum e, attraverso la verticalissima via nota come “sperone Abruzzi”, guadagnato un posto nella storia. Fu così che il 31 luglio 1954 Achille Compagnoni e Lino Lacedelli piantarono il tricolore in vetta.

Purtroppo alla gioia della conquista seguirono aspre polemiche, poiché nella versione ufficiale resa da Desio fu completamente ignorato il fondamentale apporto di Walter Bonatti e dell’hunza Amir Mahdi i quali, pur costretti ad un bivacco all’addiaccio a ben 8.100 metri di quota, ebbero il merito di trasportare le bombole d’ossigeno senza le quali Compagnoni e Lacedelli non sarebbero mai riusciti a giungere in vetta. (Per la cronaca, solo nel 2004 si arriverà al definitivo chiarimento di come andarono i fatti).

Ma al di là delle chiacchiere “di valle” ciò che resta è la conquista: Compagnoni, Lacedelli, Bonatti, Abram, Floreanini, Pagani, Gallotti, Puchoz, Angelino, Rey, Viotto e Soldà verranno ricordati come quegli italiani che, con i loro pregi ed i loro difetti, anche a costo della vita, riuscirono comunque a regalare un grande sogno all’Italia intera.

martedì 6 gennaio 2015

Il Financial Times scopre il fascista Sironi: è stato un grande maestro

Il Financial Times scopre il fascista Sironi: è stato un grande maestro

di Gloria Sabatini (Secolo d'Italia)

La perfida Albione scopre il fascista Mario Sironi, il grande pittore amico di Mussolini che nel 1915 si arruolò nel Battaglione Volontari Ciclisti insieme a Boccioni, Marinetti e Sant’Elia. Il 30 dicembre, con raro spregio del “pericolo”, il Financial Times ha dedicato un lungo articolo di Rachel Spence al grande Maestro del Novecento che, dopo vent’anni di silenzio, è tornato a Roma con una grande retrospettiva (fino al 9 febbraio) nel complesso del Vittoriano.

Ingiustamente trascurato

«Oggi, il nome di Mario Sironi è a malapena conosciuto fuori d’Italia. Anche lì, la sua reputazione di artista è stato “sporcata” dalla sua politica fascista» è l’incipit della recensione dal titolo “Mario Sironi 1885-1961 Il complesso del Vittoriano, una mostra sterling” (genuina, pura, ndr) di opere di questo artista italiano ingiustamente trascurato”. Novanta dipinti, bozzetti, riviste, e un importante carteggio con il mondo della cultura del Novecento mettono in chiaro la statura europea di Sironi, dal simbolismo degli inizi alla stagione futurista e metafisica fino alla pittura murale degli anni Quaranta (Il lavoratore e L’Impero del 1936). «Evviva allora – scrive il quotidiano londinese – per questa mostra che raccoglie dipinti, opere su carta, studi per i murales pubblici che sono stati commissionati dal regime di Mussolini, e, soprattutto, gli ultimi, meravigliosi, dipinti del dopoguerra».

Mussoliniano doc

«Sironi è stato mussoliniano – spiega la curatrice della mostra romana, Elena Pontiggia – ma, per parafrasareVittorini, non ha mai suonato il piffero della rivoluzione fascista perché la sua arte, intrisa di dramma, era più funzionale alla verità che alla propaganda». Ma insomma, si chiede il Ft, quanto la politica ha influenzato l’opera di Sironi? «Una volta ha detto di aver trovato la politica “indigesta” e ha dichiarato che il lavoro del gruppo di Novecento era privo di “intento politico”. Inconsciamente, però, sembra aver intuito la miseria latente del credo fascista…», scrive il giornalista timoroso di spingersi troppo in là nella fascinazione per il grande pittore-architetto dalla vocazione sociale. E allora arrivano i “necessari” chiaroscuri: «Una serie di paesaggi urbani – “Paesaggio urbano con camion” (1920), “The Tram” (1920), “Il Duomo” (1921) – mostra un mondo spogliato fino all’essenziale più tetro. In grigi scoscesi e marroni di fango, Sironi dipinse strade vuote fiancheggiate da edifici angolari, senza luce. Qua e là, la presenza di umanità anonima – un cavaliere solitario, un autista in una berlina nera, un camion senza finestre – aggrava lo stato d’animo di perdita esistenziale».

Il fascismo di sinistra

Per Sironi, invece, come si deduce dai suoi scritti, il fascismo significa «il sogno di una rinascita dell’Italia, e quindi dell’arte italiana». Ma anche il desiderio di «andare verso il popolo», per usare l’espressione del Duce, dunque il sogno di un’arte destinata non ai salotti e ai facoltosi collezionisti, ma alle piazze e ai muri degli edifici, per tutti. Quando Arturo Martini, nel 1944, diceva che Sironi «credeva di essere fascista, invece era d’animo bolscevico e quasi abissale» voleva indicare il senso del fascismo sironiano, un fascismo “immenso e rosso” per dirla con Brasillach. Ma questo il quotidiano della City non poteva saperlo.

domenica 28 dicembre 2014

Ad Angelo Pistolesi, ucciso il 28 dicembre del 1977 dall'antifascismo militante. Per non dimenticare.

sabato 27 dicembre 2014

Scegliete: o l’euro o la democrazia Bagnai coglie (di nuovo) nel segno


di Marcello Foa (Il Giornale)


Chi frequenta questo blog sa quanta stima io abbia per Alberto Bagnai, benché provenga da un mondo diverso dal moi : lui è di sinistra e io di sinistra non sono mai stato. Ma è un intellettuale libero, un uomo che si interroga, che cerca risposte autentiche, che rifugge verità di comodo. Per questo a sinistra, oggi, non lo amano. L’ho scoperto leggendo il suo primo saggio "Il tramonto dell'euro" e da qualche mese condividiamo l’avventura in "A/simmetrie". Da pochi giorni è uscito il suo secondo libro "L'Italia può farcela", che a mio giudizio è migliore del primo.

La tesi è decisamente controcorrente : in un’epoca di disfattismo imperante e di autoflagellazione, Bagnai ha scritto un libro quasi patriottico, benchè per nulla emotivo. Non è un libello, né un pamphlet ma un saggio vero, documentato, strutturato, come conviene a un professore universitario ma scritto con il brio e il sarcasmo della grande penna. La tesi è audace perché invoca la capacità di riscatto di un popolo, la fede nella sua imprenditoria e in un tessuto economico che, per quanto deprecato, ha garantito all’Italia per mezzo secolo una crescita industriale impressionante e che ora si affloscia sotto i colpi di un sistema implacabile, devastante eppur impalpabile: quello della moneta unica.
Bagnai da par suo smonta, con nuove argomentazioni rispetto al Tramonto dell’euro, il pensiero dominante, mainstream, che accomuna economisti e giornalisti nel presentare l’euro come un dogma intaccabile, sacro, inviolabile.

Non è un iconoclasta, né un provocatore, ma un italiano mosso dall’impulso irresistibile di fare qualcosa per salvare il proprio Paese.E ha il merito, in un’epoca di appiattimento intellettuale, di proporre riforme e percorsi di uscita originali, audaci, basati non sull’ideologia ma su un’osservazione disincantata della realtà. E’ più liberale di molti liberali di facciata ma non si vergogna ad invocare l’intervento dello Stato quando lo ritiene indispensabile o perlomeno il male minore rispetto a una situazione sociale ed economica che oggi è devastante e senza speranza ; lo fa senza timore di indispettire renziani e piddini.

Sorprende sempre e costringe il lettore a pensare, a non arrendersi, ad interrogarsi anche quando chi legge legittimamente dissente dalle tesi del libro. E ad allargare la riflessione. Bagnai – e non è un mistero – propone l’uscita dell’Italia dall’euro, ma non si limita alle argomentazioni economiche. Coglie nel segno evidenziando i rischi impliciti di una costruzione monetaria che sta di fatto smantellando i capisaldi della nostra convivenza civile.

L’affermazione è forte : chi oggi difende l’euro è contro la democrazia. 
Forte ma tutt’altro che impropria. Questa Europa ci sta privando silenziosamente di tutto, soprattutto della libertà di decidere, di cambiare, di scegliere a chi affidare il destino di un Paese, di cambiare politca economica e anche quella sociale. I governi e i parlamenti si trasformano in simulacri del potere o, se preferite, inreality della democrazia, dove l’apparenza è tutto ma chi decide davvero è lontano, appartiene a lobby europeiste, a élite tecnocratiche, che sanno usare l’Unione europea a fini propri e senza vera alternativa.

Una dittatura invisibile che si impone tramite l’euro, che si trincera dietro l’inviolabilità della Bce, che deprime i singoli Paesi depotenziandoli con una legislazione europea sovente assurda e prevaricatrice, che ci sta portando via oltre alla democrazia, lo stato di diritto, la sovranità, la libertà di intraprendere, la giustizia sociale e che punisce sia i piccoli imprenditori che gli operai. Ingiusta con tutti.

E’ a questa Europa che Bagnai dice basta. Con il coraggio che gli è proprio. E una convinzione nel cuore : l’Italia può aprire gli occhi. E farcela, anziché morire di inedia da euro.

martedì 23 dicembre 2014

Dopo Matteo verrà il Mullah Omar?

di Marcello Veneziani

Ha fatto molta impressione in Francia il libro di Michel Houellebecq, Sottomissione, che immagina nel 2022 la vittoria degli islamici alle urne, perché nel ballottaggio, pur di non far vincere Marine Le Pen, la sinistra e gli altri partiti votano per il candidato musulmano.

Il tema è, come suol dirsi, sensibile in Francia dove la presenza islamica è cospicua e Hollande sta aprendo molto ai migranti. E se invece succedesse da noi? L'ipotesi mi sembra meno peregrina che in Francia per varie ragioni. Siamo meno vaccinati, più accoglienti, più permeabili e più arrendevoli dei francesi, abbiamo un amor patrio più flebile, veniamo da decenni di demagogia terzomondista e filo-araba, il tema delle porte aperte domina a livello politico, sociale e pastorale. E non abbiamo alcun argine simile al Front national. Poi siamo il paese d'occidente geograficamente più vicino, in linea d'aria e d'acqua, ai paesi islamici, in alcuni casi anche storicamente; alcune nostre aree arabeggiano in stato avanzato, alcuni nostri centri sono ridotti a casbah, il kebab sta soppiantando la pizza e il narghilé va più forte della sigaretta elettronica.

Poi alcune figure politiche nostrane scopiazzano i muezzin: dopo il flop di alcuni surrogati, come il mullah Grillo e l'ayatollah Casaleggio, la califfa Boldrini e l'imam Vendola, non resta che provare con gli originali...Dopo Napolitano, un Turco napoletano al Quirinale o un Totò le mokò al posto di Matteo le cocò non sono poi così surreali. Allora si che ne vedremmo di tagli...



venerdì 19 dicembre 2014

L’altro volto di Benigni, quello del becero e odioso antifascista (video)

L’altro volto di Benigni, quello del becero e odioso antifascista (video)

di Redazione Secolo d'Italia

«“Se nasce un mongoloide è una cosa molto trista, ma la cosa più schifosa è se nasce un fascista”: così comincia la squallida poesia recitata dal comico toscano nel film “Effetti personali” di Giuseppe Bertolucci del 1983. A stanare la raccapricciante rappresentazione di Benigni – racconta il sito Lultimaribattuta.it – è stato Pietrangelo Buttafuoco intervistato da Libero. «A parte l’insulto rivolto con la discutibile rima alle persone nate con la sindrome di Down e ai loro familiari, si dovrebbero ricordare a Benigni quei ragazzi ammazzati per la sola colpa di essere fascisti. Dall’immediato Dopoguerra ai più recenti anni di piombo il motto “uccidere un camerata non è reato” ha garantito la massima impunità a quanti si sono macchiati di omicidi verso quei morti, a volte ragazzi giovanissimi, considerati “di serie B”. Ma al Benigni di inizio anni ’80 queste cose non interessavano. Anzi, per assicurarsi la carriera di grande attore, si prestava a una poesia che come unico scopo aveva quello di fomentare l’odio tra opposti estremismi. O meglio, l’odio fomentato è stato sempre e solo verso un unico estremismo, quello di destra. “Maledetta l’ora e il giorno in cui due merdaioli ti misero al mondo; maledetta l’ora, il giorno e l’annata che la tua mamma ti dette la prima poppata”: Benigni recitava queste parole nauseanti nello stesso anno in cui ha perso la vita Paolo Di Nella, a Roma nel quartiere Trieste-Salario, all’età di 20 anni, aggredito vigliaccamente da alcuni militanti antifascisti nel corso di un’affissione. Quella di Di Nella è stata considerata la morte che ha concluso la triste stagione degli anni di piombo. “Poi arrivasse Terracini, Paietta, Longo, Ingrao, ti cacassero sugli occhi mentre cantan ‘Bella Ciao’”: ecco cosa recitava chi qualche sera fa si è permesso di interpretare i “Dieci comandamenti”,norme e prescrizioni, secondo lo stesso Benigni, che diffondono amore verso il prossimo».

Anche al Vaticano è piaciuto il comico redento

A quanto pare il Benigni redento è piaciuto molto anche al Vaticano. Monsignor Fisichella su vari quotidiani nazionali ha elogiato il provocatore antifascista, ora convertito al calore e alla dolcezza: “Una lezione per la Chiesa”, l’ha definita. Anche monsignor Paglia ha raccontato la sua conversazione telefonica, ricca di complimenti, con il comico toscano. Qualcuno sussurra anche lo stesso Papa Francesco lo abbia chiamato, ovviamente per porgergli i suoi convenevoli. «Ma come mai – si chiede lultimaribattuta.it – questa conversione del “Piccolo diavolo” in angelo celeste e messaggero del verbo divino? La risposta la suggerisce sempre Buttafuoco su Libero: “Confermo quello che disse Ionesco quando aprì la porta del suo appartamento di Parigi e vide la folla sgargiante e urlante dei sessantottini: ‘Diventerete tutti notai’. È quel che è successo a Benigni“. Dal “Piccolo diavolo” a “La vita è bella”, anzi… la vita è bellissima: con 4 milioni di euro (a spese dei contribuenti) oltre alle conversioni succedono i miracoli».

https://www.youtube.com/watch?v=VxQA0hku12o

mercoledì 17 dicembre 2014

Il cavallo di Troika



di Guido Rossi (L'Intellettuale Dissidente)

Da anni si pensa alla situazione della Grecia come alla fine che non si augurerebbe nemmeno al peggior nemico. Nello stesso tempo si è guardato e si continua a guardare terrorizzati al miserabile spettro della miseria che, tenebroso e paziente, aleggia sopra quella terra un tempo matrice d’eroi. Ma osservando con attenzione questo –o meglio- questi spettri, si potranno scorgere nitidamente piume e becchi, estese ali e potenti artigli. Avvoltoi, che altro? Quelle strutture pseudoeuropee che volano e attendono di poter saziare le loro fameliche fauci con le povere spoglie di questa nazione. Aspettano dunque, giacché sanno perfettamente che presto o tardi le trame da loro ordite sortiranno l’effetto voluto. Un cavallo non più di legno bensì finanziario, strumento d’inganno, che è stato accolto tempo addietro dai Greci (e dal resto d’Europa) quale mirabile dono.

Una Grecia dunque alla quale si promise prosperità e pace, salvezza e benessere, ricchezza. Parole che certamente suonarono accattivanti a quei discendenti di Mida, dal quale ereditarono l’avidità, ma non il celebre tocco. La colpa tuttavia non deve ricadere sulla sola Ellade, bensì su tutte quelle Nazioni (Italia compresa) che hanno permesso ad organizzazioni autoelette e “diversamente democratiche” di poter prendere decisioni sulle sorti di Stati –una volta- sovrani. Ammise infatti Barroso pochi anni fa: “l’Unione Europea è un antidoto ai governi democratici. I governi democratici sbagliano molto spesso, e questa è la ragione principale per la quale abbiamo bisogno della Ue: perché non è democratica![1]”.

E come dar torto al predecessore di Junker: è vero, i governi “democratici” sbagliano spesso, spessissimo. Sicuramente per aver dato seguito alle lezioni impartite dalla troika (il cerbero a tre teste, Ue, Fmi e Commissione Europea). Come si trova infatti la Grecia dell’euro? Una disoccupazione intorno (e oltre) al 25%, quindi un greco su quattro sta a casa. E non si sta parlando di “semplici” disoccupati, ma di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà. In particolare circa il 40% dei bambini greci è in miseria estrema. Gente che di certo non può permettersi il mutuo e che quindi a viene privata della abitazione e messa in strada. Se ci sono proteste? Certamente. Ma è stato ripreso un decreto che prevede la galera per i lavoratori scioperanti. Nel frattempo, non mancano le manganellate. Se poi qualcuno necessita di medicarsi può andare tranquillamente nella prima farmacia che trova, e con qualche migliaio di euro(!) potrà acquistare i pochi farmaci necessari. Ma perché preoccuparsi in fondo? C’è l’Europa che interviene e la salva, giusto? Non proprio.

Cerchiamo di capirci. Con la moneta unica la Grecia – di suo già parecchio indebitata con l’estero – si trova una moneta forte rispetto alla sua piccola dracma. Di conseguenza, non esporta più nulla, e comincia ad importare. Nel frattempo si fanno necessari dei finanziamenti. Dlin, dlon, la troika suona subito alla loro porta. Aumenta il debito ed il denaro finisce nelle sole tasche dei tedeschi, le cui banche, di quel debito, possiedono una bella fetta. La situazione – ma che strano! – peggiora. Arrivano altri aiuti, addirittura dei “piani di salvataggio”. Ovviamente nessuno – tantomeno gli organi sovranazionali – conosce più la gratuità del dono, pertanto a detti “piani” segue una lista interminabile di richieste, quali soprattutto i tagli alla spesa pubblica (e quindi alla sanità, alla sicurezza, all’istruzione ecc), e privatizzazioni (che ovviamente per mancanza di liquido non finiranno in mano a privati greci – se non a qualche “Onassis” di turno– bensì a stranieri, gli stessi che regolano questi meccanismi extraeuropei). “Ma come? Dopo tutte queste scialuppe – fallate – ancora rischiate di affogare? Ma è veramente incredibile ciò! Non preoccupatevi, ecco altri fondi, in cambio – una sciocchezza –,vi commissariamo”.

Cosa significa un commissariamento da parte della Troika? Che quest’ultima porterà risorse allo Stato altrimenti non in grado di finanziarsi autonomamente sul mercato. Risorse che ancora una volta non si tradurranno in investimenti ed interventi statali (la vera cura!), proprio perché di contro sono stati imposti i citati tagli. E come sempre, il “commissario” chiede nuovo e continuo rigore, perciò ancora tagli e privatizzazioni, fino a quando anche l’ultimo brandello di Grecia non sarà ridotto ad ossa e cenere. Buona parte dei cittadini della penisola greca tuttavia non sembra ancora capacitarsi di chi siano le colpe e le responsabilità, né rendersi conto che l’affilata mannaia del boia Troika sta per scendere su di loro. I prossimi nella lista, è evidente, siamo noi. È l’ora di svegliarsi.



[1] Daniel Hanna, “The EU is an antidote to democratics governments, argues President Barroso”, The Telegraph, 01-10-10

venerdì 12 dicembre 2014

Quando la corruzione in Europa è “mal comune” (non solo in Italia)

corruzione


di FF (Barbadillo)

Descrivere l’Italia come il paese dei politici ladri e degli imprenditori tangentari è un gioco per alcuni divertente, ma pensare che il malaffare coinvolga solo il Belpaese e dunque auto flagellarsi non ha senso.

In realtà gli scandali legati alla condotta della classe politica sono diffusi in tutto il mondo e non solo per l’alterazione degli appalti della raccolta foglie e della pulizia delle strade. All’estero, nei paesi ‘avanzati’, non nelle post dittature africane, i politici arraffano forse più degli italiani e non si contano i turpi scandali sessuali. Si va dai ladri di polli, che fra una mazzetta e l’altra si intrattengono con prostitute d’alto bordo, a ben più gravi scandali legati ad armi e addirittura pedofilia.

Parliamo ad esempio della Germania, di cui si è occupato Panorama in un'inchiesta in due puntate. Fra i funzionari e i politici tedeschi si contano dei briganti patentati. Fra tangenti e lavoro nero, i crucchi occultano più di 500 miliardi di euro e non si fermano, come già detto, a rubacchiare sulla nettezza urbana. Ad esempio per “incoraggiare“ l’acquisto di armi di produzione tedesca sarebbero stati corrotti fior di funzionari greci, per un totale di 18 milioni di euro. E che dire del mondo dell’industria? La vicenda nota come "scandalo Siemens”, con tanto di perquisizioni e spettacolare impegno di 200 magistrati ha rivelato vicende di passaggi di denaro ben poco chiari. Cercando su Google “scandali Germania” l’utente si troverà di fronte a vicende di pedofilia, vitalizi d’oro, calcio scommesse, gestione dei rifiuti in mano alla criminalità, ministri che si dimettono. Non certo il paese dei balocchi.

Prendiamo dunque un traghetto e andiamo oltre Manica. Il Regno Unito è recentemente stato scosso da un enorme scandalo pedofilia che coinvolgerebbe una ventina di parlamentari ed ex ministri. Il dossier che ne parlava è stato però occultato e dunque le indagini sono ripartite da zero. Berlusconi quindi è un lurido sporcaccione perché si sarebbe intrattenuto con delle donne svestite e maggiorate (a meno che qualcuno pensi davvero che Ruby e la Daddario fossero bambine), mentre alcuni politici inglesi compivano azioni di gravità inaudita e forse rimarranno impuniti.
Mentre attendiamo di conoscere i risultati delle indagini parliamo della “Lobby dei Lord”, che ha coinvolto i componenti della camera alta. Per fare pressioni sul governo Cameron e per discutere leggi ad-tangentem alcuni nobiluomini avrebbero riscosso del ben poco nobile denaro, addirittura c’è chi parla di un mazzettone da 100 mila sterline. Ladri di polli, cialtroncelli, direte voi ma ben poco pollame è coinvolto nell’affaire “gas venduti ad Assad per fare le armi chimiche”. Ne dà notizia ad esempio il Daily Mail. La Perfida Albione dunque ha ben poco da insegnare ai politici nostrani.

Torniamo in continente e facciamo un giro e andiamo da quei sifilitici dei francesi. Vi siete chiesti perché Marine Le Pen ha avuto una crescita di consenso esponenziale? L’euro ha stufato, l’Unione Europea è opprimente, la finanza internazionale va fermata. Tutto vero. Ma uno dei motivi principali è che in Francia i politici rubano peggio di Lupin.Sono dei grassatori di prima categoria e gli elettori hanno spostato il loro consenso sul’unico partito che non ha mai grassato. Parliamo ad esempio degli “elicotteri kazaki”. Per venderli ci sarebbe stato un bel giro di tangenti che ha coinvolto addirittura Sarkozy. Il quale sarebbe stato sgamato anche a produrre fatture dubbie nella rendicontazione dei rimborsi elettorali. Mentre il suo predecessore Chirac è sotto processo per decine di assunzioni clientelari mentre faceva il sindaco a Parigi. Però il povero Jacque non può rispondere alle domande dei giudici perché è impossibilitato… Ha presentato anche un certificato medico. Un vero peccato, soprattutto perché parallelamente al certificato medico ha anche presentato nelle librerie il libro delle sue memorie. Cercando sempre su Google, troviamo in Francia un bel po’ di partite truccate, tangenti elettorali e varie notizie riguardanti il vecchio vizietto dei senza-bidet di vendere armi in Africa ai signori della guerra. Che sarà mai qualche mina anti-uomo?

Potremmo fermarci qui, ma perché soffermarsi sui singoli stati? Parliamo delle organizzazioni sovranazionali. Mario Giordano ha scritto un libro intero sugli sprechi enormi dell’Unione Europea, che attualmente vede nelle altissime sfere un certo Junker, reo di aver assistito alla creazione sotto i suoi occhi del più grande sistema di evasione fiscale mai visto. In Italia per uno scontrino mancato si finisce dritti al bagno penale, sullo stile di Jan Valjean, mentre invece uno dei maggiorenti dell’Ue può agevolare tassazioni virtuali e light per centinaia di miliardi e rimanere in carica.

D’altronde quello degli organismi internazionali è un pozzo senza fondo. E’ noto che la FAO, quella che “lotta contro la fame nel mondo”, in realtà lotta solo contro la fame dei suoi funzionari, organizzando con i fondi della solidarietà fior di banchetti a base di ostriche, champagne e caviale. L’80% dei fondi Unicef e Fao sono spesi per gli stipendi da nababbi dei funzionari, per spot pubblicitari e spese di rappresentanza. Dunque, quando fate beneficenza, fate attenzione.

Tutta l’Onu è un grande collettore di scandali. La faccenda è nota da anni, almeno da quando la famiglia Annan, quella dell’ex segretario generale, è stata colpita dall’ondata di scandali legati ad Oil For Food. Recentemente Ban Ki Moon ha insultato l’Italia per la questione degli scandali Expo, dicendo di togliere la sua foto dal sito internet della manifestazione. Secondo il suo metro di misura dunque, dovrebbe far togliere la sua foto anche dal sito dell’Onu, che fra un ospedale fallimentare in Africa (su cui qualcuno solleva dubbi riguardanti tangenti), e altre porcherie assortite, ha ben poco da insegnare.

Che figura ci fa dunque l’Italia alle prese con un (presunto) scandalo tangenti che coinvolge la Capitale e il vasto sistema di potere legato alle Cooperative Rosse? Siamo il Paese dei ladri e dei cialtroni, derisi da tutto il mondo o semplicemente il popolo dei Tafazzi che ama ‘sputtanarsi’ in giro per il mondo, convinti che l’erba del vicino sia sempre più verde?
Intendiamoci, il senso di questo articolo non è quello del “mal comune mezzo gaudio”, ma semplicemente un tentativo di smascherare i sepolcri imbiancati che prima di parlare di Italy-mafia, dovrebbero fare un po’ di pulizia in casa loro. Mentre noi potremmo abbandonare l’atteggiamento provinciale secondo cui lo straniero ricco e ben vestito, con l’accento british, è sempre migliore, mentre in realtà in molti casi risulta ben più sordido.

mercoledì 10 dicembre 2014

L’antimafia? La inventò Mussolini, parola di Massimo Fini

L’antimafia? La inventò Mussolini, parola di Massimo Fini


di Aldo di Lello (Secolo d'Italia)

«È noto che la mafia assume il potere che assume perché gli americani l’hanno usata come appoggio per lo sbarco in Sicilia. L’unico regime che l’ha davvero combattuta è stato il fascismo. Un regime forte non può accettare che ci sia all’interno un altro regime forte». Ribadisce un dato storico arcinoto lo scrittore Massimo Fini nell'intervista concessa a Il Giornale Off. Si tratta però di una verità talmente nota che, come regolarmente accade alle verità scomode, viene sistematicamente dimenticata. E allora desta sicuramente interesse e fa a suo modo “notizia” quando qualcuno, magari uno scrittore anticonformista come Massimo Fini, ripropone certe verità in momenti di crisi morale e politica come quello che l’Italia sta attraversando oggi.

Il boss e lo sbarco degli Alleati

C’è semmai da precisare che, non solo per un «regime forte» come il fascismo, ma per qualsiasi Stato degno di tale nome, la presenza mafiosa risulta intollerabile. Il punto è però che lo Stato italiano scaturito dal ’45 sconta purtroppo diversi vizi d’origine: quello della sconfitta militare e della limitazione di sovranità che ne scaturì, quello delle lunga egemonia di culture politiche, come quella democristiana e come quella comunista, sostanzialmente estranee all’idea di uno Stato nazionale forte e autorevole, quello, appunto, del ritorno in forze dei mafiosi scacciati dal prefetto Mori e dal fascismo, al seguito degli Alleati nello sbarco in Sicilia del 1943. Determinante fu in tal senso il ruolo svolto dal boss Lucky Luciano, d’intesa con l’Oss americano (il precedessore della Cia), nel preparare il terreno al futuro governo dell’isola.

Quando il duce visitò Palermo

Questi vizi d’origine li scontiamo purtroppo anche oggi. E ben al di là dei confini della Sicilia. Anzi, diciamo che la mafia, intesa come capacità di corruzione del sistema politico e delle istituzioni locali, ha raggiunto livelli di pericolosità ben lontano dalla sua terra, diciamo così, d’origine. Ma tutto riconduce sempre alla stessa matrice: la debolezza dello Stato, una debolezza intesa non tanto come insufficienza di leggi e di mezzi (sia detto per inciso, la legislazione italiana in materia è sicuramente all’avanguardia dalla legge, dalla legge Rognoni-La Torre in poi), ma come cultura delle classi dirigenti, a partire appunto dal senso dello Stato. E qui, sempre in tema di confronti storici, merita di essere ricordato un episodio narrato dal compianto Giuseppe Tricoli (lo storico di destra siciliano amico di Paolo Borsellino) in un volumetto dedicato alla figura del prefetto Mori. Riferisce Tricoli che Mussolini decise di usare il pugno duro con i mafiosi dopo una visita in Sicilia. Accadde che, mentre il duce girava per Palermo in macchina, un notabile che gli era seduto a fianco notò diversi signori fermi nelle strade dall’aria tipica degli agenti in borghese. A quel punto il notabile si rivolse al capo del governo per rassicurarlo e gli disse che non c’era bisogno di tutto quello spiegamento di forze, perché, se il duce era in sua compagnia, non poteva capitargli niente di male a Palermo. Quel notabile era chiaramente un boss mafioso e pensava di rivolgersi a Mussolini come si sarebbe rivolto a un qualsiasi politico dell’Italia liberale. Mal gliene incolse. Mussolini non disse nulla. Pochi giorni dopo era già pronto il decreto di nomina di Cesare Mori a prefetto di Palermo. Dal 1945 in poi è invece spesso capitato che i politici abbiano chiesto voti ai notabili mafiosi.

lunedì 8 dicembre 2014

Casaggì Firenze: “Universitari ribelli tra Brasillach e Vandea”


intervista di Marco Petrelli (Barbadillo)


Centro sociale (di destra) nato alla metà degli Anni Duemila nel contesto di Azione Giovani Firenze, Casaggì è una comunità che si sviluppa con una vocazione territoriale. Poi, l’attenzione si sposta anche all’UniFi che, da alcuni anni, comincia ad essere nuovo terreno di gioco. E pronta anche ad aderire al progetto di Gioventù Universitaria, pur con un sostanziale distinguo rispetto alle altre comunità delle quali vi abbiamo parlato. La formazione fiorentina considera, infatti, il termine “destra” come “scorciatoia cognitiva, punto di riferimento geografico-politico”. Niente di più. E i riferimenti culturali non lasciano certo dubbi sull’orientamento del gruppo: Pio Filippani Ronconi, Robert Brasillach, Julius Evola, Jean Thiriart, Adriano Romualdi, intellettuali che sarebbe quanto meno riduttivo “bollare” con una generica etichetta politica. Casaggì è una comunità complessa di ragazzi che, nel corso dell’intervista, accetta di parlare solo come gruppo, collettività e non come singoli individui.

Casaggì: che cos’è quando nasce e dove opera?

“Casaggì è un “centro sociale di destra”, uno spazio identitario che opera a Firenze dal 2005. Nasce all’interno di Azione Giovani e ne rappresenta fin dall’inizio il progetto metapolitico. Oggi la nostra Comunità è in grado di offrire corsi di autodifesa, ripetizioni per gli studenti, assistenza commerciale e legale, formazione culturale, corsi di grafica e pittura, di cucina e di primo soccorso. Nei nostri locali è presente un pub (il Bogside), una libreria (Sherwood), un progetto musicale (Gene ZeroZero), un gruppo femminile (Aleteia), un gruppo di approfondimento cinematografico (CineCrew), un movimento studentesco (Casaggì Scuole) ed uno universitario (Casaggì Università). Cerchiamo di operare a tutto tondo, dal volontariato sociale all’ambientalismo, dalla politica giovanile a quelle cittadina. Dal 2009 abbiamo un consigliere comunale, eletto con centinaia di preferenze e riconfermato nel maggio del 2014 con la più alta percentuale di preferenze rispetto ai voti di lista che si sia mai registrata a Firenze negli ultimi trent’anni. Ci ha premiato la militanza quotidiana, l’impegno disinteressato di quel centinaio di attivisti che hanno saputo difendere gli interessi degli ultimi, costruendo una forte rete di contatti e di solidarietà sul territorio e pagandosi una sede di tasca propria attraverso le tante attività condivise. Siamo riusciti, in questi anni, ad ottenere risultati importanti anche attraverso l’opera istituzionale. Tra le tante ne rivendichiamo due: abbiamo “cacciato” Equitalia da Firenze facendo approvare la nostra mozione all’unanimità e abbiamo fatto intitolare una strada a Bobby Sands, martire irlandese“.

Siete presenti anche all’Università di Firenze?

“Sì, da anni cerchiamo di occuparci anche di politica universitaria e utilizziamo l’Ateneo come volano di aggregazione giovanile per propagandare le nostre iniziative. Abbiamo più volte eletto dei consiglieri, nonostante le difficoltà fisiche e politiche che presentano le facoltà fiorentine. Restiamo convinti dell’assoluta necessità di creare una forza studentesca che non sia l’espressione del perbenismo borghese e della sciocca contrapposizione ideologica, ma che possa davvero attuare un contropotere organizzato, disciplinato e auto diretto“.

Vi definite di destra o centro destra?

“Il termine “destra” è utilizzato come scorciatoia cognitiva, come punto di riferimento geografico-politico. Quando nacque Casaggì e iniziamo a prenderci il nostro spazio conquistando la Consulta degli Studenti, un noto giornale locale fece la prima pagina con un titolo a caratteri cubitali: “Casaggì: un centro sociale, ma di destra”. Ci piacque e ce lo tenemmo. Ma l’etichetta, comunque, ci resta stretta: vogliamo essere altro, vogliamo essere di più“.

Quali sono i vostri riferimenti culturali?

“Ci siamo formati con i mostri sacri della cultura non allineata: dall’organizzazione del Cuib di Codreanu alla fascinazione guerriera per il Degrelle di “Militia”, dall’eresia antiborghese di Berto Ricci all’esempio di Alessandro Pavolini, dalla dottrina del Fascismo di Giovanni Gentile e Benito Mussolini alla mistica di Niccolò Giani e Guido Pallotta; dall’Europa di Adriano Romualdi e Jean Thiriart all’anticapitalismo di Sombart; dallo spirito futur-ardito al fiumanesimo dannunziano, da Corto Maltese ai romanzi d’avventura; dal tradizionalismo di Evola, Guenon, Scaligero, Eliade e De Giorgio alla profondità dei francesi come Brasillach, Celine e La Rochelle; da Mishima a Tolkien, da Kerouac a Marinetti; dai pensatori della Rivoluzione Conservatrice tedesca al peronismo e al Don Chisciotte, dal gabbiano Jonathan Livingston al Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, fino all’immensità di Ezra Pound, ma anche quella di Nietzsche, di Cioran, di Jose Antonio Primo de Rivera e di Junger. Dalla saggezza orientale dei koan zen a quella dei sufi e del Tao, passando per il Bushido e il Bhagavad Gita. E non possiamo non citare la filosofia ellenica, la sapienza latina, l’esempio di Roma e di Sparta, il Sacro romano Impero e i controrivoluzionari di Vandea, ma anche i nostri Briganti, i Pellerossa e i pirati. Un ruolo centrale lo giocano i combattenti per la libertà, dai palestinesi all’Ira, dai monaci tibetani ai karen, dai saharawi alle migliaia di siriani che stanno difendendo la sovranità della propria Terra: riferimenti viventi di una cultura che si fa azione. Tra i contemporanei, viventi e non, non possiamo non citare – tra gli altri – Alain de Benoist, Massimo Fini, Marcello Veneziani, Pietrangelo Buttafuoco, Gabriele Adinolfi, Guillaume Faye, Serge Latouche, Zygmunt Bauman, ma anche Domique Venner, Giano Accame e Pio Filippani Ronconi. E infine, quello che più conta: l’esempio silenzioso delle migliaia di soldati, di militanti e di Uomini: dal Carso al Piave, da El Alamein alla Rsi, da Iwo Jima alle rovine fumanti di Berlino”.

Casaggì è legata a qualche partito?

“Abbiamo portato avanti dei progetti di collaborazione locale e il nostro consigliere comunale è stato eletto con la lista di Fratelli d’Italia, ma preferiamo non entrare in modo integrale in nessun partito politico. Riteniamo i partiti uno strumento e non un fine. Preferiamo mantenere un’autonomia di riferimenti culturali e di azione, magari arrancando e facendo una colletta di più per pagare l’affitto o la stampa di un manifesto ma senza dover rendere conto a nessuno. Abbiamo capito che, alla lunga, ciò che conta è la capacità di restare fermi al centro e flessibili nella circonferenza, aperti al dialogo e alle sintesi, ma senza cedere alle lusinghe di una poltrona o di una prebenda“.

Come aggregate?

“Aggreghiamo in ogni modo possibile: con una frenetica attività nelle scuole superiori, fatta di centinaia di volantinaggi; con una continua opera di approfondimento culturale attraverso i cicli di conferenze, i cineforum e le scuole di formazione; con l’azione sociale, militante e politica sul territorio; con i tanti servizi che offriamo gratuitamente; con le attività ludiche e ricreative, musicali e sportive; con la ricerca di una comunicazione grafica e di linguaggio in grado di lanciare messaggi che siano chiari e accattivanti”.

Avete aderito al progetto di Gioventù Universitaria?

“Stiamo valutando il progetto“.