giovedì 6 giugno 2013

Fortunato il paese che ha bisogno di eroi e (soprattutto) che ha Tolkien



di Roberto Alfatti Appetiti 

In principio fu Franco Cardini. Sua, l’intuizione. Giusto trent’anni fa, mentre la critica strabuzzava gli occhi – tra lo stupore e il fastidio – davanti all’accoglienza entusiastica del pubblico per Il Signore degli anelli, lo studioso fiorentino azzardò l’analisi più acuta: il viaggio della Compagnia dell’Anello, come gruppo e in termini di singoli, altro non è che un viaggio nell’Oltretomba, nell’Aldilà, e in quanto tale un iter iniziatico, a conclusione del quale tutti raggiungono un mutamento di status, un cambiamento interiore, attraverso una serie di prove materiali e spirituali da superare. Più di qualcuno saltò sulla sedia. L’ambito in cui i critici avevano già pensato di circoscrivere l’opera tolkieniana era quello inoffensivo del racconto d’avventure, per quanto riuscito potesse dimostrarsi. Un confine che non giustificherebbe, però, i cento milioni di copie vendute in ogni angolo del mondo, le ristampe a cadenza annuale, la consacrazione cinematografica, le nuove generazioni di fans. Non soltanto l’opera tolkieniana ha resistito alle mode, ma ne ha generata una delle più fortunate: l’heroic fantasy, con tanto di case editrici specializzate, riviste, giochi da tavolo e relative app. Un successo inarrestabile che conferma, piuttosto, come le opere dello scrittore inglese abbiano saputo dare una risposta a bisogni universali. «Tolkien offre a una società scettica e demitizzata, sotto forma di una grande saga fantastica ed eroica, quasi un’epopea, un mito positivo, fondante, completo e verosimile in cui credere, anche se ci si rende conto che è la favola più lunga del mondo». Così Gianfranco de Turris introduce “J. R. R. Tradizione e modernità nel Signore degli anelli”, il prezioso e aggiornato volume di Stefano Giuliano (Bietti, pp. 345, € 22) appena tornato in libreria che, nella sterminata produzione di libri sull’opera tolkieniana, va a colmare un vuoto siderale. E lo fa proprio raccogliendo e approfondendo lo spunto offerto a suo tempo da Franco Cardini. «In Italia scarseggiano studi che analizzano specificatamente il retroterra culturale tolkieniano in funzione della simbologia mitologica, ossia quali siano i fondamenti di certi suoi personaggi, luoghi ed episodi – scrive ancora de Turris – e Stefano Giuliano analizza le influenze e le suggestioni che stanno al fondo di tale narrativa mettendo il Signore degli anelli a confronto con la storia delle religioni, l’antropologia culturale, la mitologia indoeuropea, l’epica medioevale, i romanzi arturiani, le chansons de geste e le saghe norrene, ricostruendo il senso simbolico di personaggi e azioni». Nell’attuale società “liquida”, con la perdita di “consenso” di fedi e credenze, nell’era del precariato globale, la fantasia mito-poietica di Tolkien, con la sua portata esemplare, le valenze morali collegate alle vicende dei protagonisti e le foreste di simboli attraversate dal lettore, hanno avuto successo non tanto e non solo perché narrano storie avventurose ma perché, in un’epoca segnata dal disincanto, hanno restituito significato al mito, dato nuovo vigore a idee e valori antichi, offerto un antidoto al materialismo e al cinismo odierno. «Il Signore degli anelli si fonda sul dispositivo narrativo della discesa agli inferi e sul simbolismo di morte e rinascita come racconto fondante del cammino dei protagonisti», sottolinea Giuliano, classe 1964, talmente a proprio agio tra immaginario religioso, agiografia medievale e letteratura cavalleresca da ricostruire passo passo le fonti letterarie, folkloristiche e mitiche dell’opera tolkieniana. Nella ricerca, nata come tesi di laurea e pubblicata per la prima volta nel 2001 da Ripostes di Salerno col titolo “Le radici profonde non gelano”, Giuliano si sofferma su ogni “indizio” utile: il nome di un personaggio o di un luogo, le citazioni, i riferimenti celati tra le righe e, non ultimi, gli “stratagemmi” letterari con cui il professore coniugava sapientemente quanto efficacemente mito e realtà. Ecco che il percorso iniziatico di Frodo, il portatore dell’Anello, verso Mordor, può essere letto anche come la migliore metafora possibile della condizione dell’uomo di oggi in un mondo che sembra affacciarsi sull’orlo del baratro. Una missione così difficile, la sua, da risultare quasi “insostenibile”. Eppure Tolkien (non a caso) la affida a un mezzo uomo, un hobbit, la figura più “fragile” nel ricco parterre di eroi classici, elfi e guerrieri valorosi a sua disposizione. Con buona pace di Bertolt Brecht, è fortunato il paese che ha bisogno di eroi. Meglio ancora: il paese che coltiva una sana cultura dell’eroismo. Tolkien ambiva a restituire all’Inghilterra quelle storie di dèi e degli eroi dell’epoca pre-cristiana (sul genere dell’Edda norrena, del Kalevala finnico e del Nibelungenlied tedesco) che la conquista normanna e la prima rivoluzione industriale avevano finito per disperdere. Ma, nello stesso tempo, non trascurava il mondo che aveva intorno. Mordor, oltre a essere una rappresentazione dell’inferno, lascia intravedere un’inquietante “somiglianza” con la realtà moderna: «inquinamento atmosferico e idrogeologico, impoverimento del territorio, rovina del paesaggio, accumulo di scorie e residui, mentre Sauron pare offrirsi come rappresentazione del potere assoluto e tirannico». Meglio di chiunque altro, era stato Elémire Zolla a “inquadrare” Tolkien, sin dalla prima introduzione all’edizione del 1970: «Autore o amatore di fiabe è colui che non si fa servo delle cose presenti». Tolkien, uno di noi.