lunedì 5 settembre 2016

RINASCE AZIONE STUDENTESCA!



RINASCE “AZIONE STUDENTESCA”: SIMBOLI ANTICHI PER NUOVE BATTAGLIE. GLI STUDENTI IDENTITARI TORNANO NELLE SCUOLE DI TUTTA ITALIA.

Sono trenta le province nelle quali, con il trillo della prima campanella dell’anno scolastico, il simbolo della croce bretone tornerà ad accompagnare le rivendicazioni di quel mondo studentesco che non vuole riconoscersi nella “buona scuola” di Renzi e nell’egemonia culturale post-sessantottina, che vuole opporre la vitalità delle idee alla fatalità di un declino annunciato che attanaglia l’Italia e l’Europa.

Azione Studentesca torna a vivere per volontà dei militanti attivi sul territorio nazionale: nasce dal basso e godrà di una propria autonomia culturale e politica, sarà trasversale, avrà un programma chiaro e un’identità marcata. La scelta di utilizzare un nome conosciuto, che aveva caratterizzato le lotte studentesche in seno al progetto di Azione Giovani, è stata unanime: ritrovare una casa comune, rimarcare la continuità simbolica con il percorso di una Comunità umana che non ha mai reciso le proprie radici, restituire nuova linfa ad un simbolo che richiama la tradizione e la verticalità di una Civiltà in affanno.

Azione Studentesca vuole costruire un’altra scuola: non subordinata agli interessi dei privati, per un sapere svincolato dalla logica del mercato, per il primato della libertà di iniziativa sull’egemonia del Preside-sceriffo, per il trionfo della meritocrazia sul clientelismo, per una centralità dello studente nel “Comitato per la valutazione dei docenti”, nella presenza consultiva e decisionale dei Consigli d’Istituto e delle Consulte Provinciali, nell’istituzione di un organo di controllo dei Presidi che vigili e proponga. La nostra scuola è accessibile a tutti, efficiente e completa: non crolla, non ha barriere architettoniche e offre strutture moderne e sicure. E’ la scuola aperta allo sport e alla natura, è centro di aggregazione e di confronto anche dopo il trillo della campanella. E’ la scuola della socialità, dove non occorre un mutuo per compare i libri. E’ la scuola degli studenti e non dei potentati, delle caste e dei sindacati.

Azione Studentesca si batterà contro la scuola dei polli in batteria. Perché non siamo delle copie, degli automi o degli utenti. La scuola deve prepararci alla vita e non solo all’azienda: vogliamo diventare uomini e donne con una coscienza critica e un futuro dignitoso, vogliamo credere al verbo della volontà e non al germe della rassegnazione. L’insegnamento deve essere uno stimolo alla crescita e non un prodotto commerciale, deve educare e non omologare, deve offrire spunti e non nozioni. Deve formare persone e non polli in batteria.


Azione Studentesca vuole studiare, vivere e difendere l’identità. Abbiamo una storia e una terra, apparteniamo ad un popolo e ad una nazione. La nostra è la civiltà delle legioni di Roma e dei miti greci, dell’aratro e della spada, delle grandi cattedrali e dei dolci paesaggi, dell’arte e della navigazione, dei santi e degli eroi, della letteratura e del diritto. Siamo l’Europa delle patrie e delle identità, della famiglia naturale, dello spirito e delle tradizioni: il nostro destino non può esserci imposto dalla società multietnica dell’immigrazione senza regole, dai poteri globali e dall’ideologia gender. La scuola deve trasmetterci la fierezza di essere italiani ed europei, deve renderci orgogliosi di appartenere a tutto questo, affinchè possiamo iniziare a difendere ciò che abbiamo imparato ad amare.

mercoledì 31 agosto 2016

IL NOSTRO IMPEGNO IN FAVORE DEI TERREMOTATI





Questa mattina i nostri militanti insieme a quelli di Casaggì Firenze, Casaggì Pisa e Casaggì Siena hanno consegnato il materiale raccolto in favore delle popolazioni terremotate.
Per consegnare la grande quantità di materiali abbiamo usato un furgone e impiegato alcune auto; ciò dimostra la grande generosità dei nostri concittadini che in pochi giorni si sono mobilitati per dare il proprio contributo.
Il materiale è stato, in accordo con le associazioni predisposte, consegnato nel punto di raccolta allestito ad Arezzo e gestito dal Comune insieme a Croce Rossa, Croce Bianca, Misericordia, Cesvot, Caritas, consulta del volontariato di protezione civile; questo punto di raccolta che è in contatto diretto con i campi dove alloggiano gli sfollati,si occupa di dilazionare nel tempo e consegnare il materiale direttamente sul posto,senza aggravare il lavoro degli altri centri di smistamento.
Abbiamo cercato nel nostro piccolo di dare un aiuto quanto più ampio possibile alla causa, in questi giorni abbiamo tenuto sempre aperta la nostra sede in Via del Poggiolo 3 a Montepulciano per consentire a tutti di portarci il materiale da donare e una volta conclusa la raccolta è stato tutto inscatolato ed inventariato per facilitare il lavoro dei volontari.


Continuiamo a mantenerci attivi su questo fronte e siamo disponibili a riattivare la raccolta, eventualmente più mirata non appena seguiranno ulteriori indicazioni, in quanto i volontari della protezione civile ci hanno assicurato che l'emergenza è tutt'altro che conclusa e si protrarrà per i prossimi mesi.
Grazie a tutti coloro che ci hanno dato fiducia ed hanno contribuito attivamente a portare la propria solidarietà a chi ne ha veramente bisogno.

Ecco la lista completa dei materiali raccolti e consegnati dai nostri militanti questa mattina. Un grazie a tutti coloro che hanno donato.
Nei prossimi giorni daremo informazioni relative ad un eventuale prolungamento della raccolta.

GENERI ALIMENTARI
Pasta 70 kg
Pasta senza glutine 2 kg
Acqua 90 l
Passata di pomodoro 20 kg
Biscotti 8 kg
Latte 30 l
Pasta per bambini 5 confezioni
Omogeneizzati 63 barattoli
Biscotti per bambini 4 kg
Tonno in scatola 7 kg
Sgombro in scatola 500 g
Zucchero 8 kg
Farina 5 kg
Riso 5 kg
Succhi di frutta 98 pezzi
Orzo solubile 2 kg
Caffè 3 kg
Fette biscottate 500 g
Fagioli 1kg
Ceci 1 kg
PRODOTTI PER L’IGIENE
Sapone – bagnoschiuma 35 l
Shampoo 5 l
Saponette 5 pezzi
Dentifricio 15 confezioni
Spazzolino da denti 10 confezioni
Schiuma da barba 5 bombolette
Lamette da barba 50 pezzi
Assorbenti 15 pacchi
Salviette detergenti 18 pacchi
Carta igienica 60 rotoli
Fazzoletti di carta 27 pacchetti
Pannolini 350 pezzi
Repellente per zanzare 5 flaconi
ALTRO
Sacchi della spazzatura 330 pezzi
Tovaglioli di carta 700 pezzi
Piatti di plastica 1260 pezzi
Forchette di plastica 230 pezzi
Coltelli di plastica 200
Bicchieri di plastica 700 pezzi

mercoledì 24 agosto 2016

RACCOLTA PER IL REATINO

In seguito al terremoto che la scorsa notte ha flagellato la provincia di Rieti, abbiamo deciso di dare il nostro contributo e rimboccarci le maniche per portare il nostro sostegno alle popolazioni colpite dal sisma. Difronte a simili catastrofi è necessario essere uniti e sostenere all’unisono chi ha perso la propria casa ed i propri cari,affinché non si senta solo nella dura lotta per ricostruire ciò che in un attimo è stato distrutto. 
Da oggi pomeriggio per tutti i prossimi giorni terremo aperta la nostra sede di Via del Poggiolo 3 a Montepulciano  dalle 15:30 alle 19:30 per permettere a chiunque voglia di donare alimenti a lunga conservazione e beni di prima necessità da inviare nelle zone colpite dal terremoto,in modo da aiutarne le popolazioni in difficoltà. Un piccolo gesto che può dare conforto in un momento estremamente drammatico.

lunedì 22 agosto 2016

Il piccolo Omran e quella verità nascosta, che dovrebbe indignarvi

di Marcello Foa (ilgiornale.it)

Vi siete commossi per il piccolo Omran salvato dalle macerie di Aleppo? Certo che sì, ci siamo commossi tutti. Però la storia andrebbe contestualizzata, cosa che quasi nessuno ha fatto.

Non mi riferisco tanto alla possibilità che l’immagine sia stata costruita ovvero che si sia trattata di una “photo opportunity”, ovvero di una sequenza in apparenza spontanea in realtà costruita ad arte, evocata da alcuni blogger. Che sia autentica o ritoccata è stata usata per una campagna di propaganda tipica dello spin, con la speranza di suscitare un’altra ondata emotiva e in seconda battuta politica, analoga a quella provocata da un’altra fotografia celebre, quella del piccolo Aylan sulle spiagge turca. Quegli scatti indussero la Germania ad aprire le frontiere, rendendo moralmente accettabile il flusso di migranti verso l’Europa, flusso che oggi è diventato incontrollabile, dimostrando quanto improvvida fu la decisione di Frau Merkel.

Ecco perché anche oggi bisognerebbe evitare di non limitarsi all’emotività e di capire bene quale sia la vera posta in gioco.

In estrema sintesi l’equazione che viene proposta dai media e dai politici mainstream è la seguente i russi e Assad hanno bombardato Aleppo, colpendo dei bimbi innocenti come Omran. L’Occidente non può rimanere insensibile e deve intervenire in difesa della popolazione civile e in difesa dei ribelli islamici che combattono contro Assad e che – badate bene – non sono dell’Isis ma sono moderati e nostri amici.

Non è un caso che negli Stati Uniti voci autorevoli invochino proprio in queste ore un intervento della Nato in Siria.

Moderati? Amici?

Siamo sicuri?

Il sito Information Clearing House ha ricostruito chi è davvero l’eroico fotografo che ha scattato l’immagine di Omran nell’ambulanza. Si chiama Mahmoud Raslan e non è propriamente un novello Gandhi. Sulla sua pagina Facebook ha postato più volte commenti inneggianti al martirio dei kamikaze islamici e alla Guerra e appare più volte con la banana tipica del jihadista. Ma soprattutto appare in un selfie con due membri di un commando del gruppo militanti “Zenkie” e protagonista di un episodio orribile.

l fotografo di Omran con i guerriglieri del commando che hanno sgozzato un bimbo di 12 anni.
Trattasi dell’arresto, sempre ad Aleppo, di un bambino palestinese di 12 anni. Guardatelo nella foto: ha smagrito, ha l’aria smarrita, è figlio di una famiglia di profughi. Gli operatori umanitari e persino gli altri gruppi presenti ad Aleppo hanno negato che si trattasse di un terrorista, di un baby, molto baby terrorista. Verosimilmente ha avuto solo la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Ma i militanti di Zenkie non hanno voluto sentir ragioni. Lo hanno preso, caricato su un pick-up attorniato da un un gruppo di militari esaltati, giubilanti per aver catturato un “nemico”. Di dodici anni. Tra di loro due persone. Sono le stesse due persone che appaiono anche in un selfie con un raggiante Raslan.

Potrei mostrarvi il video di quel che accade dopo, ma non ne ho il coraggio. Quelle immagini hanno anche shoccato anche me.
I guerriglieri hanno fermato il pick up in una strada, hanno legato le mani del povero bambino dietro la schiena, lo hanno sdraiato a pancia in giù. Un giovane si è avvicinato con un coltello, gli ha alzato la testa, sgozzandolo e poi decapitandolo.

Ecco, questi sono i ribelli moderati per cui la Nato dovrebbe mobilitarsi.

Ecco, questi sono gli episodi che dovrebbero indignare l’Occidente, ben più della commovente foto di Omran ma scommetto che pochi di voi ne erano al corrente. Eppure l’esecuzione è avvenuta il 25 luglio, nemmeno un mese fa.

mercoledì 17 agosto 2016

La sinistra e i professori non si vogliono più bene


fotogramma - ruzzo -


di Francesco Boezi (Il Diario del Ribelle)

Si erano tanto amati, la sinistra ed i docenti. Incontratisi per la prima volta sulle scale dell’università, si fusero nell’enfasi marxista; quindi la sinistra con tono impositorio disse: “Ora, se vorrete guadagnare la vera libertà, leggerete Marcuse tre volte, sovvertirete il sistema borghese, brucerete jeep, appiccherete roghi, occuperete facoltà e predicherete la fine dei costumi dei padri. Solo così diverrete veramente liberi!” Fu colpo di fulmine.

I docenti, che allora erano solo degli studentelli sbarbati, credettero. Era il 1968’. “Ricordi? Sbocciavan le molotov.” Lei seduceva con l’inchiostro. Loro, in fin dei conti, erano solo i figli di quella borghesia da distruggere: la leva ideologica di un ventennio. Pier Paolo Pasolini pensava fossero vittime di un gigantesco equivoco: non sono rivoluzioni quelle fatte con i soldi di papà.

L’esito? Un po’ l’inconsistenza, la finzione e la disperazione del terrazzo radical chic di Jep Gambardella, un po’ la “spada de’ foco” di Carlo Verdone nel salotto di Mario Brega.

Vennero i governi e le riforme, la fantasia al potere, in televisione ed in cattedra. Gad Lerner e Michele Santoro, Marco Boato e Massimo Cacciari. Il sentimento tenne. Dalle aule delle università, vennero occupati i conti correnti: dicono i grafici di Bankitalia che il reddito medio di quella generazione crebbe molto di più rispetto quello delle successive. Sinistra progressista e classe docente, unite per la vita. “Encore!”, dice Lacan, è la domanda dell’amore. Ancora! Senza soluzione di continuità. Dal 18 politico con l’eskimo, al modello 730 con la barca a vela. A braccetto, nella buona e nella buonissima sorte. Anche gli insegnanti malpagati gridarono: “Encore!” Nei momenti di crisi si sparò a zero contro l’avversario politico, fatto qualche girotondo, andati al cinema insieme. Una passione filtrata dai decenni e mai interrotta. Neppure “La Cosa” di Achille Occhetto poté farci nulla. Persino il Partito Democratico andò giù liscio come l’olio.

Ci voleva un algoritmo impazzito per distruggere un amore. Un nemico difficile contro cui girotondare perché, alla fine, è solo un numeretto. Che rende la vita precaria ancor prima del lavoro. Che ti spara dal sud al nord come la pallina di un flipper: docenti con punteggi altissimi costretti a lasciare la famiglia per trasferirsi a 700 km di distanza, altri con punteggi minori che possono insegnare sotto casa. L’evoluzione neoliberista della sinistra governativa europea.

In Italia lo hanno fatto quelli che dicevano di voler visitare una scuola ogni settimana ed aumentare gli stipendi dei professori. Ve la ricordate la prima Leopolda sì?

Senza famiglia a due passi, però, diventano tutti irascibili. Persino le truppe dell’egemonia gramsciana. La voglia di instabilità relazionale millantata nel 68’ era pura propaganda. L’idea di Marx per cui la borghesia avrebbe ridotto tutte le libertà a quella della mercificazione, meno.

La sinistra e i professori no, non si vogliono più bene.

venerdì 5 agosto 2016

Tremonti: “Di troppa finanza si muore. Italia vicina a un nuovo 1992″


di Gerardo Adami (barbadillo.it)


L’ultimo saggio di Giulio Tremonti si intitola “Mundus Furiosus”, testo prezioso perché l’intellettuale socialista riaggiorna la sua analisi politica sulla degenerazione del mondialismo e sullo strapotere della finanza. L’ex ministro si è confrontato sull’attualità politica ed economica con una brillante intervista concessa a Linkiesta, firmata dal direttore Francesco Cancellato.

La caduta dell’impero romano

“Lo scenario va oltre i confini dell’Europa e c’è il rischio che coincida con la crisi della società occidentale. Se vogliamo far finta di essere persone di cultura, possiamo rifarci a “Declino e caduta dell’Impero Romano” di Gibbon. La storia dell’impero romano da lui narrata si chiude con la tragedia finale, con la caduta. Una dinamica che si sviluppa su due piani e con due traiettorie. Sul piano orizzontale, Roma si estende troppo, va quasi oltre i confini della natura. La traiettoria verticale è quella della caduta dei valori. Ora, è vero che la storia non si ripete mai per identità perfette, però qualche analogia c’è. E va considerata proprio per evitare all’Occidente di fare una fine come quella di Roma”.

La solitudine nella moltitudine

“Ricorda l’antico slogan rivoluzionario “collettivizzazione ed elettrificazione”? Uno slogan nuovo e molto più vasto è “globalizzazione più rete”. Questa combinazione non solo estende, ma dilata i confini dello spazio. Aggiunge e sovrappone alla realtà fisica una dimensione metafisica. Lo vede scorrendo dalla finanza forzata per algoritmi con frequenza parossistica, lo vede nell’annichilamento delle masse, nella solitudine nella moltitudine, generata dagli smartphone, lo vede nella caduta delle antiche gerarchie nell’anarchia, lo vede nella micidiale combinazione tra arcaico e ultramoderno propria delle immagini usate sulla rete dal terrorismo. Se vogliamo sdrammatizzare, un sistema di videogame. Parlando della finanza usavo l’immagine della sequenza dei mostri in arrivo. Se il videogame della finanza è dominato dall’idea irresmposabile del lucro, altri sono dominati dalla cifra del terrore. Si tratta di cose totalmente diverse, ma si collocano comunque tutte nella dimensione estremizzata del nuovo spazio”.

La tragedia dell’identerminatezza identitaria dell’uomo

“Nel mondo in cui siamo entrati, si troverebbe benissimo Eliogabalo con il suo speciale set di valori e stili di vita. Un mondo molto lontano da quelle che sono state le radici della vecchia Europa e penso anche dell’Occidente. Un mondo neanche tanto pagano, quanto piuttosto dionisiaco, panteista. Un mondo in cui si ammettono per lo stesso individuo identità multiple. Per esempio, uomo di giorno, donna di notte. Un mondo in cui un matrimonio si celebra con un clic, in cui la dieta prende il posto di Dio, l’estetica il posto dell’etica”.

Il ruolo della televisione

“Chi migra non è un barbaro. Comunque, i barbari non avevano la televisione, ma comunque “sapevano” dell’esistenza di Roma. Questi non sono barbari e hanno le televisioni. È la televisione il motore virtuale che muove le masse. Un motore più forte dei motori a scoppio. È un processo che ha alla base masse di persone che si spostano da sud a nord. A lato ci sono i nuclei rivoluzionari, prima Al Qaeda, ora l’ISIS”.

Di troppa finanza si muore

“Di troppa finanza si muore. E muore la finanza stessa. E non per caso ma pour cause, Marx vede nei tassi zero la fine del capitalismo. Qui c’è il rischio di una finanza insufficiente per eccesso. Quasi quasi è più capitalistico il falsario di Napoli che che in tempo reale, con perfetta tecnologia, riproduce le nuove banconote da 20 euro. L’effetto ricchezza di Napoli non è poi tanto diverso dall’effetto ricchezza di Francoforte”.

Italia vicina a un nuovo 1992

“La mia impressione è che la situazione attuale sia abbastanza simile a quel che è già successo nel 1992. Molto simili gli elementi della confusione e della illusione. Del resto, nella storia quello italiano è il laboratorio politico per eccellenza. E lo vedi nei numeri. Tu oggi hai il 50% degli aventi diritto che non vota, equamente distribuito da chi lascia fare e da chi è schifato dalla politica. L’altro 50% va poi nettizzato di almeno un 5% di voti bianchi o nulli. Inoltre, all’interno di quel meno della metà che vota hai la prevalenza delle forze che il pensiero convenzionale definisce nella migliore delle ipotesi, anti-sistema, nella peggiore – meglio, in quella che per loro è la peggiore – come populiste. In questo scenario, se vuoi recuperare voti, non devi parlare ”da politico di politica“. L’unica via è quella della realtà. Tentando di intercettare i bisogni e le speranze dei popoli. In ogni caso dal basso e non dall’alto. E in ogni caso, dalla verità e non dalle bugie”.

giovedì 4 agosto 2016

Il “Sì” alle droghe libere come nuovo dogma del razzismo etico


di Marcello Veneziani (barbadillo.it)



Sentivamo che mancava qualcosa al catechismo dei Sentimenti Leciti e Illeciti a norma di legge. C’era stata la legge sull’omofobia e subito dopo l’annuncio di Renzi sulle unioni gay; c’era stato l’attacco alla legge Bossi-Fini per spalancare le porte agli immigrati clandestini; poi c’è stato il femminicidio, nel senso che chi uccide una donna è più assassino di chi uccide un uomo; c’era stata la proposta di punire le opinioni razziste e xenofobe, seguendo l’esempio della Francia, Madre e vittima di tutte le tolleranze e le intolleranze. E c’è stata infine l’imposizione dell’Europa, sempre attenta e solerte quando si tratta di rimettere in discussione la famiglia tradizionale, ad accettare senza battere ciglio che ognuno si scelga il cognome che vuole, di mammà o di papà. Però mancava qualcosa. Già, mancava la liberalizzazione delle droghe soft. È bastato che Obama, il Papa dei Diritti Civili, desse la benedizione alla nuova ondata e che il Colorado legalizzasse la cannabis e via col solito fronte pro-droga.

Proibire è inefficace, dicono i liberalizzatori, produce disastri. Non credo che proibire serva a molto, è vero. Ma se è per questo neanche il contrario. Gli esempi che abbiamo da ambo i versanti non ci confortano. Non vivono meglio i Paesi bassi, e alticci, che l’hanno legalizzata, non sono più civili coi loro parchi dello squallore e col loro turismo tossico. E non mi pare che il traffico clandestino – l’orrendo racket alle fonti e i pusher per strada – ne risenta granchè. Allora il problema va visto sotto un altro profilo, non è solo questione di efficacia: una società deve o no stabilire i confini tra ciò che è lecito e ciò che è illecito, deve indicare, soprattutto ai suoi ragazzi, quali sono i comportamenti da premiare e quelli viceversa da scoraggiare, deve stabilire o no una linea di confine tra ciò che danneggia e degrada i singoli e le comunità e ciò che non danneggia e non degrada? Deve poi demarcare la linea tra ciò che attiene alla sfera privata e ciò che ricade sulla sfera pubblica? Perché lo Stato dev’essere intollerante con bische e prostitute e liberale con droghe e clandestini? È degno di un paese che vuol tutelare i diritti civili perseguire le opinioni in ordine alla razza, al sesso, alla nazione, e invece liberalizzare le droghe leggere e dunque i comportamenti che ne conseguono una volta perduta o sospesa la lucidità della ragione e il controllo dei propri impulsi? Perché punire il dire scorretto e permettere il fare scorretto?


Curioso poi quel puritanesimo isterico contro le sigarette e quel permissivismo tardosessantottino con la marijuana. O quel salutismo schizofrenico per cui dolci e grassi sono veleno, mentre la cannabis rientra nel libero arbitrio…
Non si tratta di fare i bacchettoni o gli struzzi e non guardare la realtà presente. Né di tifare contro i comunardi per i giovanardi. Né si tratta di demonizzare chi ne fa uso; più semplicemente si tratta di scoraggiare l’uso senza con questo disprezzare e dannare chi ne fa uso. Una società è viva se sa reagire alle proprie tendenze autodistruttive e se è in grado di riconoscere modelli positivi e modelli negativi di vita. Si tratta di saper vivere in una civiltà, con i diritti e i doveri che comporta, di aver il rispetto di sé, degli altri e delle regole; di riconoscere i confini della propria libertà, che è poi l’unico modo per rendere preziosa e concreta la libertà stessa, che sconfinando, si disperde, si svaluta e si rovescia nel suo contrario. E così propizia nuove tirannidi e nuove proibizioni, magari impartite dal Codice Ideologico del Politically Correct, la Buoncostume del nuovo razzismo etico
.

sabato 9 luglio 2016

Lezione di sovranità da Ungheria: sui migranti voterà il popolo


da: azionetradizionale.com

Brexit? Forse solo l’inizio di un effetto valanga e, forse, dai risvolti anche positivi. Lo ha capito il premier Orban che, per il 2 ottobre prossimo, ha convocato un referendum per chiedere al popolo ungherese se vuole o meno gli immigrati redistribuiti dalla UE sul suo territorio. Una bella lezione di “democrazia” da parte di chi “democratico” non è.

(www.repubblica.it) – Dopo la vittoria del leave al referendum britannico sul Brexit, un’altra consultazione popolare si annuncia in un paese membro della Ue e della Nato, l’Ungheria. E sarà un difficile e importante test della “voglia d’Europa” nelle opinioni pubbliche dell’Unione. Il capo dello Stato ungherese, Jànos Ader, ha formalmente comunicato oggi che è stata scelta la data del 2 ottobre per il referendum in cui i cittadini magiari saranno chiamati a dire se accettano o no una ripartizione di quote di profughi e migranti decisa dall’esecutivo europeo.

Vista la forte paura verso l’immigrazione – specie dopo la grande ondata dell’estate scorsa, e la costruzione della barriera di filo spinato alla frontiera serba, poi prolungata a quella croata – e considerata l’altissima popolarità e il carisma del premier nazionalconservatore Viktor Orbàn, ideatore della consultazione, una vittoria del no sembra quasi scontata.

Ecco la domanda che i cittadini leggeranno sulla scheda elettorale del referendum: “Volete che l’Unione europea, anche senza consultare il Parlamento ungherese, prescriva l’immigrazione in Ungheria di persone che non sono cittadini ungheresi?”. Da tempo Orbàn si è detto assolutamente contrario alla politica europea della ripartizione in quote, e in questa sua linea dura trova il consenso della grande maggioranza del Paese. Sulla stessa posizione lo hanno seguito gli altri tre Paesi del centroest europeo membri di Ue e Nato, cioè Cèchia, Polonia e Slovacchia, membri insieme all’Ungheria del “Gruppo di Viségrad”. Il Gruppo di Viségrad, organo di cooperazione regionale di quei 4 paesi, tutti Stati dove le dittature comuniste finirono con la svolta del 1989, sta diventando sempre più un’alleanza del fronte della fermezza dell’Est di Unione e Alleanza contro i profughi. Una posizione che non esita a scontrarsi con quelle di Bruxelles (intesa come Ue), Roma, Berlino o Parigi. 

Nel settembre scorso, la Ue aveva deciso di ripartire in altri Paesi per quote 160mila profughi da Italia e Grecia, aree di transito sovraffollate. Secondo i piani di Bruxelles l’Ungheria avrebbe dovuto accoglierne 2300 circa, ma il premier magiaro, col paese alle spalle che lo appoggia, si è subito opposto, e in dicembre ha sporto denuncia alla Corte europea di giustizia contro l’idea dei contingenti di profughi e migranti da ripartire. Da allora, egli aveva cominciato a parlare di referendum. L’Unione europea, ha dichiarato più volte Orbàn, “non può permettersi di prendere decisioni alle spalle dei popoli e contro la volontà dei popoli ,decisioni che cambiano la vita dei popoli e delle loro generazioni future”.

La linea di Orbàn – che di fatto a causa del dibattito sul problema dei migranti è cresciuto come vero statista-leader del centroest euro minimalista – è criticata da Commissione e Parlamento europeo, e un compromesso non appare in vista. Il governo di maggioranza ungherese, con due forti vittorie elettorali alle spalle (201 e 2014) e di fronte a sé un’opposizione debole, spesso divisa e priva di creatività politica, è in generale contrario a un’eccessiva, accentuata integrazione politica europea, difende competenze e poteri degli Stati nazionali. E ha commentato con dispiacere la decisione degli elettori inglesi di abbandonare la Ue, notando che “il voto del Regno Unito mostra quali rischi l’Europa corre quando non ascolta i popoli”. Rammarico ben comprensibile: per Budapest, come per Varsavia, Londra in generale eurominimalista era di gran lunga il più importante alleato nella Ue. 

Contemporaneamente, l’Ungheria ha annunciato che da oggi entra in vigore per gli immigranti illegali la procedura di espulsione immediata, cioè senza che l’espulsione stessa sia preceduta da un esame di eventuali richieste d’asilo. Da oggi, chiunque sarà scoperto dopo un ingresso illegale nell’arco di otto chilometri entro le frontiere ungheresi sarà immediatamente ricondotto dalle forze di sicurezza ai reticolati che blindano l’Ungheria ai confini con la Serbia e la Corazia. Lo ha annunciato Gyoergy Bakondi, consigliere per la sicurezza interna del capo del governo, spiegando che il Parlamento ungherese (Orszaghàz), dove la Fidesz (il partito guidato da Orbàn) ha posizione di forza prominente, ha già approvato la decisione. Secondo il premier si tratta di decidere sull’indipendenza del Paese e sul suo diritto di scegliere con chi convivere.

venerdì 8 luglio 2016

Gli iracheni sbaragliano l’ISIS, ma la stampa italiana attribuisce tutto agli Stati Uniti


da: l'Opinione Pubblica

In Iraq gli esperti del Pentagono hanno ripetuto per settimane che la presa di Fallujah sarebbe stata operazione lentissima, faticosa e oltremodo sanguinosa. Secondo le stime degli esperti militari la popolazione civile di confessione sunnita si sarebbe schierata con l’ISIS o con le milizie sciite addestrate dall’Iran che si sarebbero abbandonate a vendette e saccheggi.

Niente di questo è successo, Fallujah è tornata in mano irachena rapidamente con la popolazione civile che ovunque abbia potuto si è data alla fuga e ha fornito informazioni utili alle milizie che liberavano la città.

Ma esiste, purtroppo una stampa italiana che ha serie difficoltà quando si tratta di riconoscere meriti a potenze in ascesa come la Russia. Infatti se le milizie del paese invaso dall’ISIS riescono ad avanzare velocemente su alcuni fronti, bisogna ringraziare soprattutto la tecnologia e gli equipaggiamenti di marca russa cui sono forniti. Invece i continui bombardamenti di apparecchi ad ala fissa e mobile con cui l’Aviazione Irachena, equipaggiata in massima parte con macchine russe, ha distrutto le colonne dei terroristi in fuga da Fallujah e dintorni, sono stati immediatamente attribuiti all’Aeronautica Usa, quella che, lo ricordiamo, all’apice della sua campagna anti-ISIS compiva sei missioni al giorno, spesso sbagliando bersaglio e colpendo gli irakeni o lanciando munizioni e rifornimenti sulle posizioni del Califfato.

Gli Usa, ricordiamolo, finora hanno fornito all’Iraq solo quattro F-16, e hanno nicchiato talmente tanto sulla vendita degli elicotteri d’attacco “Apache” da esasperare Nouri al-Maliki (all’epoca Premier irakeno) spingendolo a rivolgersi a Mosca, che prontamente ha fornito elicotteri Mi-35 e soprattutto Mi-28, i “Cacciatori della Notte” dotati di cannoncino da 30mm, 16 missili anticarro e pod di razzi da 80 o 122mm.

Gli Usa, nonostante i loro proclami roboanti, non hanno mai preso nessuna risoluta iniziativa contro l’ISIS, forse sperando che l’orda di Al-Baghdadi riuscisse a spaccare la Mesopotamia lungo linee etniche e a togliere le leve del potere statale alla maggioranza sciita della popolazione e ai partiti politici che ne sono espressione.

giovedì 7 luglio 2016

De Benoist: “Il patriottismo? Amare i propri non significa odiare gli altri”

di Nicolas Gauthier (barbadillo.it)




Per alcuni partiti politici l’unica linea di frattura è tra i “nostri” e gli “altri”. Non è un concetto un po’ smilzo?


“Soprattutto, è equivoco. Si vuol dire che per principio è sempre legittimo preferire i “nostri” o che, rispetto agli “altri”, i “nostri” hanno sempre ragione? Il vecchio principio “my country, right or wrong” è spesso mal interpretato. Non significa affatto che si debba dare ragione al proprio paese anche quando ha torto ma che, anche quando ha torto, resta il proprio paese: non è lo stesso.


Per ammettere, inoltre, che il proprio paese possa avere torto, bisogna disporre di un criterio di giudizio che vada al di là della sola propria appartenenza. In mancanza di tale criterio, la verità si riduce all’appartenenza, cioè alla mera soggettività. E’ la concezione sviluppata da Trotsky ne “La loro morale e la nostra” (1938). Non è la mia. Sulla preferenza, invece, non ho obiezioni. L’appartenenza comune alimenta, non solo nell’uomo ma anche negli altri animali, un sentimento naturale che porta a preferire quelli che ci sono più vicini, che ci somigliano e che possono riconoscerci. Non ne segue che dobbiamo detestare gli altri. In genere, un uomo preferisce i suoi figli ai figli degli altri. Se suo figlio sta annegando assieme a uno dei suoi compagni, cercherà di salvare per primo suo figlio. Ci sono, certo, eccezioni, a volte giustificate, ma confermano la regola.


Nondimeno il patriottismo è diventato oggi, agli occhi di molti, un’idea vetusta, degna di quella “Francia appassita” stigmatizzata a suo tempo da Philippe Sollers. Come si è arrivati a ciò?


“ottima domanda. Lattanzio, soprannominato “Il Cicerone cristiano”, diceva agli inizi del IV secolo che “l’attaccamento alla patria è, nell’essenza, un sentimento ostile e malevolo”. Pare aver fatto scuola. Ma come si è giunti a demonizzare il sentimento naturale di preferenza per i propri? Cerco di abbozzare una risposta. Sull’onda dell’ideologia del progresso, dapprima si è squalificato il passato per il solo motivo che la modernità attribuisce più valore al presente che al passato. Il passato, portatore di valori e di esempi superati, non ha quindi più niente da dirci. Al peggio è un errore, al meglio un annuncio imperfetto delle categorie moderne. Poi le grandi ideologie universaliste ci hanno convinti in primo luogo che tutti gli uomini sono ovunque gli stessi, poi che fra quelli identici ce ne sono comunque alcuni peggiori degli altri: gli europei. Questa convinzione ha spalancato le porte del pentimento: bisogna pentirsi, se non scusarsi di esistere. Amore dell’altro, odio di sé. Un debito infinito verso il resto del mondo, la redenzione tramite l’immigrazione. Come scrive Francois Bousquet, “il maggioritario è tre volte colpevole: in quanto maschio (processo per misoginia), in quanto eterosessuale (processo per omofobia), in quanto bianco (processo per razzismo)”. Ci si è anche impegnati a screditare tutto ciò che appartiene all’ordine della natura, dell’ancoraggio o del radicamento. Yann Moix dichiara fieramente che “la nascita non può essere biologica”, perché nascere “è affrancarsi dai propri geni”, cosa di cui è capace solo “chi preferisce gli orfani ai figli di famiglia, gli adottati ai programmati, i fuggiaschi ai successori, le devianze alle discendenze”. Il filosofo Ruwen Ogien scrive: “Si pone il problema di capire perché una donna dovrebbe preferire i propri figli a quelli del vicino, per il semplice fatto che sono biologicamente i suoi, quando tutti hanno lo stesso valore morale in quanto persone umane”. Infine, si è desacralizzato. Anche se alla fine è stato annullato, l’invito rivolto al rapper Black M di venire a cantare a Verdun rientra in questo quadro (Prokofiev a Palmira, Black M a Verdun, due mondi). Ancor più notevole sono le parole pronunciate da Najat Vallaud-Belkacem per giustificare che si possa ancora cantare la Marsigliese: “La Marsigliese è un inno nazionale rivolto all’universale. Il suo posto nella nostra scuole è dunque molteplice, diverso e vario. Si basa sulla voce, lo strumento più democratico che ci sia. Questo ordito di imbecillità esprime una vera contorsione mentale. Nello stesso spirito ci si impegna a rappresentare le opere di Wagner con messe in scena grottesche, per screditare il contenuto ideologico del libretto”.


L’antirazzismo ha svolto un ruolo…


“Il razzismo di cui oggi si parla non ha nulla a cui vedere con le razze. Il termine è diventato un comodo operatore che consente di stigmatizzare ogni critica rivolta a minoranza le cui rivendicazioni si esprimono nel linguaggio dei diritti onde mettere la maggioranza in imbarazzo e renderla estranea a se stessa. Dalla battuta alla “molestia”, tutto ciò che può essere percepito come sgradevole, spiacevole, umiliante, offensivo da questo o quell’individuo a causa della sua appartenenza a questo o quel gruppo, è considerato “razzismo”. Non si nasconde, del resto, che anche una definizione oggettiva del razzismo sarebbe discriminazione: “un atteggiamento percepito come razzista da una persona “razzistizzata” deve essere considerato tale senza discutere. Sono legittimate a definire il razzismo di una situazione solo le persone “razzizzate” in causa”, si è potuto leggere in un testo recente. In parallelo , al cinema i film di fantascienza hanno preso il posto dei western, perché solo con gli extraterrestri si può immaginare una lotta senza quartiere senza “discriminare”. Il razzismo ha finito così per raggruppare tutte le “fobie” nei cui confronti sensibilità esasperate esigono risposte istituzionali e giudiziarie. La legge è chiamata più che mai a consacrare il sentimento o il desiderio. Ritroviamo, qui, i disastri causati dalla soggettività. la figura del nomade, dell’individuo estraneo al suolo, disincarnato, che non è “determinato” da alcunché e si crea liberamente da solo si è imposta a poco a poco, mentre la “società aperta” si imponeva come l’insuperabile orizzonte del nostro tempo”.

martedì 14 giugno 2016

Balcanizzazione, “guerre di faglia”, immigrazione artificiale forzata.



di Claudio Mutti (www.eurasia-rivista.org)

Nel suo celebre libro sulla “Grande Scacchiera” eurasiatica, Zbigniew Brzezinski indica alla superpotenza statunitense quelli che il sottotitolo stesso definisce come “i suoi imperativi geostrategici”. Il capitolo in cui l’autore suggerisce agli USA di dominare l’intero continente utilizzando e favorendo l’anarchia etnica, religiosa e politica reca un titolo eloquente: I Balcani eurasiatici (The Eurasian Balkans). “In Europa – scrive Brzezinski – la parola Balcani evoca immagini di conflitti etnici e di rivalità regionali di grandi potenze. Anche l’Eurasia ha i suoi Balcani, ma i Balcani eurasiatici sono molto più estesi, più popolosi, ancor più eterogenei sotto il profilo religioso ed etnico. Si trovano in quell’ampia ed oblunga area geografica che contrassegna la zona centrale di instabilità globale (…) che abbraccia porzioni dell’Europa sudorientale, l’Asia centrale e parti dell’Asia meridionale, l’area del Golfo Persico e il Medio Oriente”.

Da parte sua, il geopolitico François Thual, analizzando il fenomeno mondiale della proliferazione degli Stati e della corrispondente frammentazione politica del pianeta, paragona l’emergere delle nazioni dell’America latina alla nascita degli Stati balcanici. Inoltre, Thual applica il concetto di balcanizzazione alla devoluzione della parte araba dell’Impero ottomano:“la morte dell’Impero ottomano prima nei Balcani e poi nel mondo arabo ha inaugurato un processo di spezzettamento che è durato novant’anni nella parte europea e centoquarant’anni nell’altra”.

Bastino questi due esempi per mostrare come il lessico geopolitico faccia ricorso alla metafora dei Balcani ed al termine balcanizzazione per indicare un’area afflitta da instabilità e disordine cronici dovuti a conflitti etnici e religiosi, nonché il corrispondente processo di disgregazione degli Stati.

Il termine balcanizzazione nacque nelle cancellerie europee alla fine della prima guerra mondiale, che segnò la scomparsa di quattro imperi e la nascita di entità statuali mai esistite prima d’allora, fra cui il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni; ma già i cento anni precedenti (intercorsi fra la rivolta serba del 1815 e la fine della seconda guerra balcanica, nel 1913) avevano assistito all’ultima fase dell’indebolimento ottomano ed alla nascita di sei nuovi Stati: Grecia, Serbia, Montenegro, Romania, Bulgaria, Albania.

Ma neanche la Grande Guerra pose un termine definitivo al processo balcanico di dissoluzione. La disintegrazione dello Stato jugoslavo fra il 1991 e il 2008 ha dato alla luce sette staterelli: Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro, Macedonia, Cossovo. Questo ulteriore processo di disgregazione ha confermato presso l’opinione pubblica dell’Europa occidentale la validità del termine balcanizzazione, rafforzandone le connotazioni negative, le quali non si riferiscono soltanto al fenomeno della parcellizzazione territoriale ed all’instabilità politica, ma anche a violenti conflitti etnico-religiosi ed a fenomeni di pulizia etnica.

La regione che ha prestato il suo nome alla metafora con cui vengono indicati i fenomeni suddetti è lapenisola limitata ad est dal Mare Egeo, a sud dal Mediterraneo, ad ovest dallo Jonio e dall’Adriatico. A nord, l’interpretazione più estensiva fissa il confine della penisola in corrispondenza della linea immaginaria Trieste-Odessa; ma per lo più si tende ad assumere come limite settentrionale la linea segnata dal corso inferiore del Danubio, da quello della Sava e del suo affluente Kupa (tra Slovenia e Croazia, non lontano da Fiume). In conformità di questo secondo punto di vista, possono essere considerati paesi balcanici a pieno titolo la Bulgaria, l’Albania, la Grecia e gli Stati successori della Jugoslavia (tranne la Slovenia, che viene inserita nel gruppo dei “paesi alpini, ma è ritenuta parte integrante dei Balcani per varie ragioni). Paesi parzialmente balcanici, infine, sono la Romania e la Turchia.

Su questo territorio è stanziata una decina di popoli, nonché vari gruppi etnici minori; vi si parlano idiomi di diversa origine (tre o quattro lingue slave, il romeno, l’albanese, il neogreco, il turco) e vi si praticano religioni diverse (l’Ortodossia, il Cattolicesimo, l’Islam).

Il complesso mosaico costituito da una tale varietà etnica e culturale ha offerto agli strateghi dello “scontro delle civiltà” la possibilità di favorire quel genere di conflitti che vengono chiamati “guerre di faglia”; è stata infatti la Federazione Jugoslava, la costruzione statale più rappresentativa di tutto il mosaico balcanico, a fornire il terreno per “il più complesso, confuso e variegato intreccio di guerre di faglia dei primi anni Novanta”.

Data la sua natura geografica di “prolungamento dell’Asia anteriore sul suolo europeo”, oggi la penisola balcanica subisce immediatamente, prima di altre regioni, l’impatto di destabilizzanti ondate migratorie destinate a trasmettersi al resto dell’Europa. Nei primi due mesi del 2016 la Grecia ha registrato l’arrivo di 132.200 individui, mentre nello stesso periodo dell’anno precedente gli arrivi erano stati 3.952. Per quanto riguarda gli altri paesi della cosiddetta “rotta balcanica”, dall’inizio del 2016 alla fine di febbraio si hanno i seguenti dati: Macedonia 89.000, Serbia 93.600, Croazia 103.200, Slovenia 98.400. Gli arrivi concernenti l’Ungheria e l’Austria sono stati, rispettivamente, 3.600 e 110.700.

La situazione prodotta da tali ondate ha indotto perfino il commissario europeo per le migrazioni e gli affari interni, Dimitris Avramopoulos, a paventare il rischio di un collasso totale. Contemporaneamente, l’ex ministro della Difesa italiana Mario Mauro rivelava che le forze militari della missione Kfor avevano ricevuto l’ordine di traghettare sulle coste italiane i 150.000 clandestini bloccati tra il Cossovo e l’Albania. Lo stesso comandante della missione NATO, il generale Miglietta, il 27 gennaio aveva dichiarato alla Commissione Difesa del Senato italiano che, secondo informazioni provenienti dai servizi segreti europei, qualche centinaio di terroristi del cosiddetto “Stato Islamico” si era già mescolato alla folla dei clandestini.

L’assistenza fornita dalle forze militari della NATO al disordine migratorio è un’ulteriore conferma di ciò che abbiamo sostenuto su queste pagine: le “migrazioni artificiali coercitive” (coercive engineered migrations) teorizzate negli USA si configurano come un’arma non convenzionale che, al pari di altre armi non convenzionali impiegate nella “guerra senza limiti”, viene usata contro l’Europa.

mercoledì 11 maggio 2016

De Benoist a CASAGGì Firenze per parlare del Trattato Transatlantico

Sabato 7 maggio si è tenuta una magnifica e intensa serata con Alain de Benoist presso Casaggì Firenze. Il tema della conferenza era il Trattato Transatlantico (TTIP) al quale l’autore ha dedicato il suo ultimo libro (Il Trattato Transatlantico), che è stato analizzato nella sua interezza. Si è partiti elencando i settori economici e sociali nei quali si avranno le ripercussioni più evidenti e più nefaste, ricordando come il TTIP, che riguarderà il 60% del PIL mondiale, ha lo scopo di ancorare – attraverso l’apertura doganale e la creazione di un grande spazio di libero scambio – le economie e le società europee al sistema americano di regole e di interessi.

Uno dei punti centrali del negoziato fra l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America è la soluzione delle controversie in materia di investimenti. Il metodo prescelto consiste nella previsione di un arbitratointernazionale le cui parti siano le multinazionali e lo Stato ospite. Ciò significa che le multinazionali, prevalentemente made in USA, potranno citare in giudizio gli Stati se quest’ultimi non rispetteranno gli accordi presi o se, tramite leggi nazionali, modifichino alcuni punti del trattato stesso (esempio l’orario di lavoro, gli stipendi e molti altri diritti che ad oggi sono ad esclusiva volontà statale). I giudici chiamati a giudicare le possibili controversie saranno giudici privati e seguiranno la legislatura americana. Tutto ciò porterebbe ad un livellamento dei poteri all’interno di ogni singolo Stato con le multinazionali che vedrebbero i loro ruoli scalare molte posizioni arrivando ad affiancare il ruolo decisionale e legislativo dello Stato.

L’autore evidenzia un altro aspetto molto importante del TTIP: l’assoluta segretezza delle trattative. Infatti dal lontano 14/6/2013, ogni 5 mesi si tengono delle riunioni segretissime una volta a Bruxelles e una volta a Washington. Pochissimi sono coloro che hanno potuto udire e sono potuti entrare nelle segrete stanze dove venivano portate avanti le trattative. La maggior parte dei politici europei, i media, la popolazione e i giornalisti sono completamente all’oscuro. In pratica, non sappiamo chi realmente stia portando avanti i suddetti accordi. Come detto, l’obbiettivo principale del TTIP è l’abolizioni delle barriere doganali legate a un dazio economico fra Unione Europea e Stati Uniti. De Benoist evidenzia due diversi tipi di barriere doganali: il primo tipo sono le barriere doganali tradizionali, cioè quelle che una volta abbattute permetteranno lo scambio di merci attraverso l’Atlantico; l’altro tipo di barriere sono quelle invece non legate a un dazio economico, cioè tutto ciò che riguarda la vita privata di ogni singolo cittadino dell’Unione Europea.

Il TTIP metterà a repentaglio diversi settori fra cui quello dei diritti dei lavoratori, del welfare, dell’ambiente e dell’agroalimentare con l’invasioni di prodotti OGM e carni sottoposte agli ormoni della crescita (in particolare la Francia e l’Italia rischiano di perdere le denominazioni DOCG IGP DOP IGT e altre che non piacciono agli USA che vorrebbero invece liberalizzare la vendita di tali prodotti). La conclusione finale è che gli Stati Uniti imporranno il proprio volere soprattutto su quello che riguarda le libertà del cittadino. Il TTIP, infatti, nasce per subordinare definitivamente l’Europa alle volontà stabilite oltreoceano, proprio come si è già fatto ancorando la politica europea alla tecnofinanza e alle agenzie di rating, alle banche private e ai meccanismi anonimi del mercato, sempre più autoreferenziali e sempre più propensi a dettare le regole ad un mondo politico ormai ridottosi a governance, a entità burocratica e tecnica svuotata di ogni autonomia e di ogni volontà. Il TTIP ha dunque una duplice funzione: la prima è quella di rafforzare la posizione, la presenza, la pressione degli Stati Uniti sul vecchio continente; la seconda è una conseguenza della prima ed è quella di ostacolare ulteriormente i dialoghi fra Unione Europea e Russia. De Benoist nel suo libro definisce il TTIP molto più di un mero patto economico, ma lo identifica come un parte integrante di quel processo di mondializzazione che sta schiacciando “come un rullo compressore” le sovranità e le identità delle Nazioni: un processo che non è soltanto prassi economica, ma anche ideologia: la volontà di omologare il mondo secondo una logica universale e schiacciante.
L’autore dedica all’Europa l’ultimo capitolo del suo libro. Dichiara che il più grande sbaglio è stato quello di “discreditare il concetto di Europa”. Alla nascita l’Europa era vista dai governi, ma soprattutto dai popoli, come un sogno, la fine delle ostilità fra Paesi, l’inizio di un lungo cammino di collaborazione economica, una strada da percorrere vicendevolmente. Oggi giorno quel sogno è svanito, e la maggior parte dell’opinione pubblica vede l’Europa, ma soprattutto le istituzioni europee, un problema, che va ad aggiungersi ai problemi che ogni singolo Stato ha e deve già affrontare. De Benoist afferma che “l’Europa è nata dall’alto e non dal basso con la creazione della Commissione che ha dato vita al resto. L’Europa è nata senza popolo. Dalla caduta dell’URSS l’idea prevalente è stata quella di allargare e non approfondire (sotto la spinta della Nato)”. Tuttavia l’Europa potrebbe uscire dal suo stato di coma e sottomissione attraverso un percorso di riappropriazione della sovranità, delle proprie tradizioni e del proprio spazio d’azione.

venerdì 29 aprile 2016

TEORIA GENDER: progresso o involuzione?

Sabato 14 maggio alle ore 17.00 presso la nostra sede di CASAGGì Valdichiana (Via del Poggiolo 3 - Montepulciano) si svolgerà la conferenza dal titolo: "TEORIA GENDER: progresso o involuzione?"
Interverranno vari ospiti tra cui l'Avvocato Simone Pillon fondatore del "Comitato Difendiamo i Nostri Figli" e tra gli animatori del "Family Day", insieme a lui ci sarà l'Avvocato e consigliere comunale di Montepulciano Daniele Chiezzi e il fondatore di CASAGGì  Marco Scatarzi. La conferenza sarà diretta e moderata dal nostro militante Gianfranco Maccarone.
La teoria gender, ormai affermata in molti paesi occidentali, è un’ideologia che fonda la propria essenza sulla convinzione che non esistano uomini e donne, ma comportamenti sociali in grado di stabilire – a piacimento – l’identità sessuale della persona. Questo attacco alla sessualità e ai suoi generi – maschile e femminile – è una manipolazione dell’essere umano e della sua natura, una mutazione antropologica che viene promossa dalle grandi lobby con un bombardamento mediatico e culturale. Negli ultimi anni abbiamo assistito al tentativo, già in atto, di far scomparire i termini “madre” e “padre” dall’utilizzo quotidiano per convertirli nei più anonimi e politicamente corretti “genitore 1” e “genitore 2”: sono stati proprio alcuni istituti a cancellare queste parole dalla propria modulistica e dai libretti delle giustificazioni o a diffondere nelle scuole elementari le fiabe gay. Lo scopo ultimo di questo folle progetto è la creazione di un uomo senza identità, amorfo e resettato, manipolabile e fluido, una pedina di quell’omologazione assoluta fondata sul pensiero unico e allineato. È un attacco al cuore della nostra civiltà e del suo pilastro storico: quella famiglia che rappresenta la prima cellula comunitaria della società. Il comma 16 del testo della “Buona scuola”, in nome della lotta alla discriminazione, rimanda alla legge 119 del 2013 che, a sua volta, fa riferimento alla Convenzione di Istanbul e al decreto legge n.93. Il testo non si riferisce alla nozione classica di “sesso biologico”, ma al concetto di “ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti” e di “superamento degli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne o uomini (…) mediante l’inserimento di un approccio di genere nella pratica educativa”, oltre all’assoluta necessità di “promuovere una adeguata formazione non solo alle superiori, ma fin “dalla scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione”. Abbiamo ritenuto nostro dovere informare le migliaia di famiglie che da domani potrebbero essere coinvolte, attraverso l’educazione scolastica dei propri figli, in questo folle progetto di sovversione della natura e dell’identità.

mercoledì 13 aprile 2016

VOTA "SI" AL REFERENDUM DI DOMENICA 17 APRILE

Siamo fermamente convinti che il voto di domenica sia necessario per dare un segnale preciso ai lobbisti ed alle multinazionali straniere che sfruttano i giacimenti di petrolio e gas presenti nel Mediterraneo. Abbiamo voluto sposare la causa del “SI” perché crediamo che attualmente le trivellazioni nel nostro mare vadano contro gli interessi italiani. La maggior parte delle aziende che gestisce le estrazioni sono straniere e sfruttano i giacimenti con dei diritti da versare nelle casse dello Stato assolutamente ridicoli! Attualmente si parla del 10% per il gas e 7% per il petrolio se pensiamo che in Guinea sono al 25% mentre in Norvegia e Russia sono al 80% capiamo subito che il Governo italiano sta facendo il gioco delle lobby straniere, favorendole e colpendo così un’azienda nazionale come ENI di cui lo Stato detiene la maggioranza delle azioni. Tale situazione non favorisce certamente la crescita industriale italiana e i posti di lavoro dei nostri connazionali. Allo stesso tempo siamo dalla parte dei pescatori italiani i quali denunciano da tempo le restrizioni e l’impossibilità di pescare in determinate aree. A ciò si collega anche il fattore ambientale, per noi non secondario. CASAGGì ha da sempre a cuore la tutela del territorio senza scadere in isterismi ed esasperazioni di cui sono vittime certi movimenti e partiti. Siamo certi che il futuro italiano debba essere segnato dallo sviluppo del turismo, dell’agricoltura e dell’industria, il tutto il più possibile in armonia con l’ambiente, quindi rigettiamo ogni forma di inquinamento non strettamente necessario alla crescita economica nazionale. Per queste ragioni abbiamo fatto quest’azione congiunta a Siena e provincia, ma il nostro impegno non si ferma qui! In questi giorni i militanti di CASAGGì Scuole, ossia i giovani delle scuole superiori che aderiscono alla nostra Comunità, sono davanti agli istituti per informare i loro coetanei sulle motivazioni di questo referendum che molto probabilmente influirà sul loro futuro.
Il Governo sta facendo di tutto per boicottare il referendum, prima lo divide dalle elezioni amministrative, nonostante le spese aggiuntive, poi lo stesso Renzi invita a non andare a votare, scordandosi che il voto oltre ad essere un “diritto” é un “dovere” di ogni italiano. Ciò ci fa pensare che Renzi stia difendendo gli interessi di tutte quelle multinazionali straniere che sfruttano i nostri giacimenti a costi per loro assai convenienti. Invitiamo i nostri simpatizzanti e tutti i cittadini ad andare a votare domenica 17 aprile e votare “SI” per dire “NO” alle lobby straniere del petrolio che sfruttano i nostri governanti incapaci di definire una precisa linea di sviluppo economico per l’Italia.



domenica 3 aprile 2016

FIRENZE: SUCCESSO PER LA MANIFESTAZIONE TRICOLORE PROMOSSA DA CASAGGì IN PIAZZA STROZZI!





Firenze, la destra in piazza Strozzi per la "Manifestazione tricolore".

Dito puntato dagli organizzatori contro le politiche di Renzi, Rossi e Nardella: "la sinistra sta umiliando l'Italia e gli italiani, devono andare a casa prima che sia troppo tardi!" 

Piazza Strozzi piena di tanti giovani, ma numerosi sono anche i meno giovani che siedono sul muretto di Palazzo Strozzi, nessuna bandiera di partito, ma solo bandiere italiane: la "Manifestazione Tricolore" promossa da Casaggì e Fratelli d'Italia, insieme a CasaPound, ha portato in piazza le diverse anime della destra fiorentina che, per un giorno, hanno scelto di rinunciare ai simboli di partito per puntare, tutti insieme, il dito contro le politiche di Renzi, a Rossi e Nardella. 

Il primo a salire sul palco è Marco Scatarzi, organizzatore dell'evento e portavoce di Casaggì: "La manifestazione di oggi ha lo scopo di ribadire la centralità della Nazione, oggi privata di una propria sovranità e di un proprio destino. Il governo Renzi, tra un conflitto di interessi e un favore a qualche lobby, sta affossando le imprese, abbandonando i lavoratori e svendendo gli assi portanti della nostra economia, il tutto mentre si aprono le frontiere e si affronta il problema della denatalità consentendo l'ingresso di migliaia di clandestini. Vergognoso anche l'appoggio al TTIP, un trattato che imprime l'ennesima accelerazione mondialista all'Europa e devasta il nostro prodotto. Renzi che parla di combattere il terrorismo con la cultura è una barzelletta: le sole cose che ha fatto è stata quella di proporre lo Ius Soli ed andare a fare affari con i sauditi, primi finanziatori dell'Isis". 

Giovanni Donzelli, capogruppo di Fratelli d'Italia in consiglio regionale, si scaglia contro il governatore Rossi: "come possiamo accettare di sentire parlare ogni giorno di sanità gratuita per immigrati ed extracomunitari, quando poi ad un cittadino italiano malato, vengono chiesti 10 euro per digitalizzare i risultati delle proprie analisi?". "Rossi - continua Donzelli - almeno è coerente: dopo aver regalato milioni di Euro ai Rom, poi ci si fa i self-service insieme. Ma sono le politiche per l'immigrazione di questo paese ad essere ridicole: noi dobbiamo essere solidali ed accoglienti con chi scappa dalla guerra, ma se quando sei in Italia ti metti a fare il delinquente, perdi lo status di rifugiato e te ne torni a casa tua!". 


Conclude la "Manifestazione Tricolore" Francesco Torselli, capogruppo di Fratelli d'Italia a Palazzo Vecchio che parla di città commissariata e di un sindaco "prono al volere di Renzi e di quei poteri economici e finanziari che hanno permesso la scalata politica dell'attuale premier". "Renzi, Lotti e Carrai usano Palazzo Vecchio come fosse il salotto di casa loro - ha detto Torselli - e il sindaco eletto dai fiorentini gli fa da maggiordomo: questo è il rispetto per il voto dei cittadini che hanno questi personaggi. Arrivano a Firenze, chiamano il sindaco e gli assessori a raccolta e dettano loro la linea politica. Il dramma è che Nardella ed i suoi non fiatano neppure... Prendono appunti e fanno quello che gli viene detto". "Per non parlare dei consiglieri comunali del PD, - ha concluso il capogruppo di Fratelli d'Italia - quelli che hanno chiesto i vostri voti per governare Firenze... Non aprono mai bocca, accettano di tutto, non propongono mai mezza idea e quando lo fanno, come in occasione del Bilancio 2016, lo fanno per chiedere di dare 'case dignitose' ai Rom del Poderaccio. La prossima volta che gli incontrate e che vi chiederanno il voto, mandateli a fare campagna elettorale al Poderaccio!".

giovedì 24 marzo 2016

SINALUNGA - Emergenza abitativa per una mamma e suo figlio di 6 anni


Siamo qui, ancora una volta, a denunciare una situazione di emergenza abitativa. Più volte i nostri militanti si sono occupati in prima persona di famiglie che rischiavano di restare senza un tetto sulla testa. Questa volta la situazione riguarda una mamma (Michela) e il suo bimbo di 6 anni di Sinalunga. La loro storia inizia qualche anno fa quando abitavano in un appartamento che poi hanno dovuto lasciare perché lo stabile è stato riconosciuto come inagibile, subito dopo hanno trovato una casa dove abitano attualmente, che però il proprietario ha deciso di vendere intimandogli di abbandonarla. Il loro unico reddito sono 100euro mensili di assegno di sussistenza, il bimbo va a scuola e la mamma deve pagare 40 euro mensili per la mensa scolastica. La signora ha più volte parlato con Sindaco e uffici competenti che però gli hanno puntualmente risposto di non avere alloggi disponibili e che eventualmente potevano contribuire anticipando delle mensilità per un affitto, che chiaramente non si possono permettere. Dal nostro punto di vista è una situazione paradossale, è assurdo come in un comune come quello di Sinalunga ci possa essere una madre e suo figlio che rischiano di ritrovarsi da un giorno all’ un altro senza un posto dove dormire. Le liste per le case popolari sono spesso occupate da cittadini extracomunitari che magari sono da pochissimi anni sul territorio comunale, mentre capita che famiglie italiane si ritrovino in queste situazioni. 
Anche questa volta abbiamo deciso di metterci in prima linea per una buona causa e supportare questa famiglia al meglio delle nostre possibilità. Sollecitiamo le autorità ad attivarsi e trovare una soluzione a questa situazione. Chiediamo anche uno sforzo da parte dei sinalunghesi e se ci fosse qualcuno disposto a dare una mano può contattare il nostro militante Mattia Savelli al numero 344 110 5766

sabato 27 febbraio 2016

MANIFESTAZIONE TRICOLORE A FIRENZE!


LA CHIAMEREMO SEMPRE PATRIA
MANIFESTAZIONE TRICOLORE A FIRENZE
Sabato 2 aprile ore 17 - Piazza Strozzi

Sabato 2 aprile saremo in piazza Strozzi, nel cuore di Firenze, per parlare della nostra città e della nostra Italia. “La chiameremo sempre Patria”, un evento che vuole manifestare l’amore per la nostra Nazione e la volontà di restituirle un destino. Partiremo dal ricordo dei nostri martiri e dei nostri eroi per ritrovare il filo di Arianna della nostra identità: dai tanti innocenti massacrati nelle foibe per meno dei partigiani comunisti di Tito ai mille giovani che unirono l’Italia, dai ragazzi che ne difesero i confini nel fango delle trincee a chi seppe onorare la parola data fino all’ultimo respiro. 

La nostra Patria è questa: il sacrificio dei migliori, il senso del bello, la difesa del bene comune, la giustizia sociale e lo spirito comunitario. La nostra Patria è sovrana perché difende il i propri confini; perché tutela la propria economia, le proprie aziende, il proprio prodotto, senza subire i diktat della finanza internazionale; perché elegge i propri governanti e pretende che siano all’altezza del compito. La nostra Patria, quella che vogliamo ricostruire, ha uno Stato che ci rende cittadini e non consumatori, che garantisce case, asili, sanità, lavoro e non solo le cartelle di Equitalia, che incentiva le nascite, che crea un quadro legislativo e sociale per le famiglie, che protegge bambini ed anziani e assicura sicurezza, legittima difesa e giustizia, che pensa prima ai propri figli e poi agli stranieri. 

Vorremmo un’Italia che non ti fa venire voglia di mollare tutto e scappare, ma che ti costringe e darle il cuore e l’anima: un Nazione liberata dal peso della burocrazia, dai privilegi delle caste, dal malaffare, dalle fughe dei cervelli e dei capitali, dall’inciviltà, dalla denatalità. Abbiamo un destino perché abbiamo un’origine: siamo i figli di Roma e dell’Imperium, del Diritto e del trionfo dell’arte, della letteratura e della navigazione. Siamo i figli di Firenze, che è diventata grande sotto i segni di Dante e di Michelangelo, di Botticelli e di Giotto, di Vasari, di Machiavelli e di Leonardo: è un patrimonio che non può rassegnarsi a morire di Renzi e di Nardella.

LA CHIAMEREMO SEMPRE PATRIA
MANIFESTAZIONE TRICOLORE A FIRENZE
Sabato 2 aprile ore 17 - Piazza Strozzi

martedì 16 febbraio 2016

Centro persone in corteo a Siena per ricordare i Martiri delle Foibe


Si è svolto a Siena il corteo in ricordo dei martiri delle foibe. Un centinaio i partecipanti, per un evento che ha lanciato un messaggio forte e chiaro alla città, nonostante la pioggia subito precedente alla manifestazione. Il corteo, che si è snodato per le vie del centro e in Piazza Indipendenza, ha dato esemplare dimostrazione di civiltà, di disciplina e di maturità politica, sfilando compostamente e silenziosamente. Ci riteniamo complessivamente soddisfatti della riuscita del corteo che abbiamo avuto l’onore e l’onere di organizzare fin dall’anno scorso,tanto più dopo il rifiuto del Comune di Siena di dar vita ad una commemorazione ufficiale per il Giorno del Ricordo. Ringraziamo sentitamente tutti gli esponenti di partiti e liste civiche che hanno partecipato e tutti i cittadini che hanno aderito.

mercoledì 3 febbraio 2016

"Gli istriani difendevano la patria. I migranti invece sono codardi"

di Claudio Cartaldo (Il Giornale)

Tra i profughi istriano-dalmati e quelli di oggi non ci sono somiglianze. Chi prova ad avvicinarli, chi invita gli italiani ad essere accoglienti nel ricordo di quelle drammatiche pagine di storia, fa un errore.
Gli italiani dell'Istria e della Dalmazia furono costretti a lasciare la loro terra e a fuggire in Italia, mal accettati - anzi, osteggiati - da quella sinistra che oggi si professa madre dell'accoglienza. Ma avrebbero voluto difendere la loro patria.
A chiarire la posizione degli esuli istriani, fiumani e dalmati è Roberto Spazzali, direttore dell'Istituto regionale per la storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia di Trieste. Durante un incontro in preparazione della Giornata del ricordo, che si svolgerà il prossimo 10 febbraio a Bondeno, non ha usato mezzi termini. "Nel mare di gente che oggi arriva nel nostro Paese - ha detto - c'è un numero cospicuo di giovanotti che, mi pare, accettino di andarsene dalla propria terra al primo 'baù. Mi chiedo il perché di questa inerzia. Perché non organizzare una difesa sul territorio da parte di soggetti autoctoni? Chi se ne va nelle condizioni di oggi che tipo di rapporto ha con la terra? Gli esuli istriani, fiumani e dalmati furono costretti ad andare via perché non erano stati messi nelle condizioni di difendere la loro terra, anche perché il Partito Comunista di allora, in Italia, guardava ai comunisti jugoslavi con riguardo. Ricordo che la storia d'Europa è una storia di orrori, ma in passato l'Europa ha saputo difendersi. E da questa difesa ne sono nati i grandi movimenti di Resistenza".
Sui temi dell'accoglienza è intervenuto anche Rabar, i cui genitori furono esuli da Fiume nel gennaio 1947. "I campi furono 109 da Bolzano a Siracusa - ricorda - Anche a Ferrara ce ne fu uno, in via Romei, dove oggi ha sede l'istituto alberghiero". La vita nei campi era difficile, i tempi erano contingentati ("sveglia alle 7, alle 7,30 colazione, alle 23 silenzio"), la polizia vigilava, e al terzo ammonimento si poteva essere espulsi. "Tutti gli ospiti erano tenuti a provvedere alla vita stessa del campo - aggiunge - Con la mia famiglia fummo poi spostati a Pontelagoscuro, in baracche di legno, senza acqua corrente, con latrine come 'servizì igienici, condivise con un'altra famiglia. L'accoglienza non fu certo delle migliori". E pensare che erano italiani, con l'unica colpa di aver deciso di rimanere fedeli all'Italia e non piegarsi al "sogno" socialista di Tito.
Per questo furono bistrattati dal Partito Comunista Italiano. Per questo a Bologna i generi alimentari destinati loro vennero distrutti dai manifestanti della sinistra. Gli unici "profughi" su cui la sinistra ha più volte sputato. E che ora vuole usare.

lunedì 18 gennaio 2016

Drieu la Rochelle, l’ineffabilità suicida avvolta nel fuoco fatuo della decadenza

Drieu La Rochelle
di Donato Novellini (Barbadillo.it)


Pierre Drieu la Rochelle, il dandy suicida, colui che utilizzò la coerenza politica per liberarsi del fardello esistenziale di una monade guasta, il raffinato scrittore dato in pasto a porci comizianti o ai citazionisti della Domenica (gli stessi di “bla bla bla” – Jim Morrison), pare morto da sempre e da sempre in procinto d’essere dimenticato. Troppo raffinato per essere utile a qualche causa, troppo corrotto e decadente per gli abbacinanti giochi di ruolo postmoderni, troppo puro ed ingenuamente propenso al rovinio per diventare iconografico e credibile “cattivo maestro”. Tant’è che, al di là di caricature ad uso politico e forse per troppa ondivaga eleganza – che ne inibì il riposizionamento nella contemporaneità – Drieu è gettato senza appello nel cestino dei funghi velenosi, assieme a Robert Brasillach, Alphonse de Chateaubriant, Lucien Rebatet ed altri; qui non subentrano, come nel caso di Pound, Junger o del coevo Céline, antidoti ed attenuanti a fasi alterne, qui l’oblio si fa nebbiosa coltre per tragitti inospitali: nausea borghese, oppiaceo distacco, intima femminilità prostituita specchiata in misoginia, trastulli in cono d’ombra, scivolamenti in salotti spiritati fuori moda o in giardini d’inganni. Furono, le sue, scelte coraggiose e perdenti, affrontate con egopatico misticismo ed infine acquerellate nell’epilogo spezzato dell’uomo braccato, nell’imperdonabile sparizione che renderà vana ogni togata sentenza (ma non la damnatio memoriae come vendetta e ben servito imperituro). Polvere e pose. Noia ed illusionismi definitivi, sipario sull’ultima recita calato anzitempo.

Eppure, a voler trovare qualche rimando spendibile, in grado di farsi riverbero postumo, due casi sono degni d’attenzione, entrambi legati al romanzo Fuoco fatuo. Dapprima il film omonimo Le feu follet, diretto nel 1963 da Louis Malle, capolavoro assoluto gravitante attorno all’estetica nouvelle vague. Il lungometraggio in bianco e nero, piuttosto fedele al tormentato romanzo di Drieu, riadatta il nauseante malessere del testo originale alle vicende autobiografiche del regista, nonché alla simbiosi strabiliante instauratasi fra il protagonista Alain e l’attore che ne interpretò il ruolo, ovvero Maurice Ronet. “Domani mi uccido”, “meglio così, in fondo”, “altri ne approfitteranno” o “Ah, quelli erano tempi!”. Qui c’è tutto lo sdegno, nobile e disperato, riguardo alle cassate vie di fuga possibili: il disprezzo per l’America, intesa come salvifico eldorado moderno (così come accadde in un altro capolavoro su celluloide: La ballata di Stroszek di Werner Herzog), per la nostalgia patetica sfarinata in amicizie irrecuperabili, per la repulsione riguardo ad arabeschi intellettuali da bar sport, per il florilegio velenoso delle ipocrisie, del torbido chiacchiericcio alle spalle. Così la vita s’incunea sempre più giù, nella dissoluzione autoindulgente, miniaturizzata tra donne evanescenti e pseudo-materne, droghe e alcol, nell’esistenzialismo estetizzato ed ammalorato, fino al parossismo, fino alla maniacalità folle del circolo vizioso.

Tutto un lasciar correre, tutto un declino da imbellettare come possibile, abbattendo di volta in volta l’effimero escamotage di turno, il miraggio giunto in soccorso. Louis Malle riesce nell’impresa, tutta psicologica, di restituire in immagini il perverso gioco di delusioni e svuotamenti descritto nel libro, come nell’apparentemente banale dialogo al bar: “Scusi, mi dà delle Sweet Afton? E che cosa sono? Sigarette irlandesi. Non le abbiamo. E perché? Non le chiedono da queste parti. Se uno le chiede? Uno non basta mica, la merce si sciupa, lo sa”. Già. Laddove il tabacco preferito per un fumatore, marca sconosciuta all’esercente, rappresenta l’incomprensione irreparabile con il prossimo, con la società, con l’esistenza stessa. L’atrocità di piccole trascurabili sentenze riporta così, con filtri esigui, al Diario di un delicato, ovvero al solitario disagio di un uomo “pubblico” in via di sparizione, ben delineato nell’intimo capolavoro dello scrittore francese. Il diario segreto per chi non sa tenerlo – il segreto – l’annotazione seriale dei depennamenti fatali e la sensibilità caduta come vetro fragile dal comò.

Nel 1994, in contesti alternativi assai distanti – la Bologna antagonista dei centri sociali e del Dams – vide la luce un disco anomalo e destinato a divenire caso a sé nel panorama musicale italiano. L’album s’intitolava Lungo i bordi, mentre il gruppo che ne era responsabile, tutt’ora attivo con eccellenti sviluppi artistici, si chiamava Massimo Volume. Fra le tracce in scaletta c’era Fuoco fatuo e l’incipit del pezzo, una citazione dal romanzo del 1931, non lascia adito ad omonimi equivoci. Il brano, scritto e declamato (non c’è cantato, nei Massimo Volume, e scarseggia l’intrattenimento) da Emidio Clementi, poggiava su trincee di chitarre distorte, noise caracollante, percussioni cadenzate e ripetitive. Disagio camuffato dietro le impalcature di rock decomposto, poesia scorticata aggiustata con fare manesco appresso alle violente scosse del suono, abrasivo fino alla consunzione, al limite del collasso. Tutto il disco, riascoltato oggi, è un ritratto metropolitano disilluso ed umido, trafficato e desolante, probabilmente conseguente all’implosione sociale e politica, al clima grigiastro che fece seguito al tracollo della Prima Repubblica. Le parole, al contempo stolide e suggestionanti, di Clementi, portano a passeggio il segreto malsano di Fuoco fatuo lungo tutto il supporto sonoro, sovente stilizzando con flash neorealisti il confidenziale incedere: “Sono gli adesivi sulle pareti, è il tempo che scorre lungo i bordi, siamo io e te, appoggiati su queste sedie ad aspettare. Poi ricomincia la polvere”.