martedì 21 gennaio 2014

Filosofia e sapere sacro



Di Mario M. Merlino (Ereticamente)


All’origine d’ogni cosa Talete pose l’acqua. Forse guardando il mare dove Mileto attingeva la ricchezza e la libertà, minacciata dai persiani per via di terra. Politico era, dunque, il suo pensiero, orgoglioso d’appartenere alla città-stato. E fu così che, abbandonando lo spazio angusto del mito, nacque la filosofia. Presunzione ed arroganza. Dalla meraviglia (il ‘divino stupore’ l’aveva definito Platone), che suscita il domandare, pensò Aristotele, e con il domandare e il conseguente tentativo di darsi risposta, espresso tramite il lògos, quel linguaggio che sa elevarsi a necessario e universale.

E, dopo Talete, venne Anassimene che, di fronte alla difficoltà di trovare ovunque e comunque lo stato umido in ogni cosa, volse attenzione e studio all’aria che protegge e avvolge il mondo e dentro di noi è vita. Pneuma e, come tanti termini dell’antica Grecia, ancora in uso. E, di fronte alla morte, esalare l’ultimo respiro… Il poeta Bione descrive come la dea Afrodite si chini sul corpo, dilaniato dal cinghiale, di Adone semplice mortale e gli chieda l’estremo bacio affinché l’anima di lui si trasferisca in lei. Nel letto di ospedale di Riccione, tenendogli la mano, con gesto caro e inutile, mio padre se ne andò con un piccolo sbuffo, quasi un soffio di troppo…

(Qui non dirò di Anassimandro che parla di una materia primordiale, da lui chiamata a-peiron, cioè priva di limiti e determinazioni né di Pitagora di Samo che, per primo, si fregiò del titolo di filosofo e utilizzò l’armonia dei numeri per descrivere uomini e cose né di Parmenide di Elea, ‘venerando e terribile’ secondo la lapidaria definizione di Platone, che distinse l’essere dalle opinioni mutevoli e fallaci, aprendo così quella ‘via del giorno’ ove s’incamminarono i costruttori di ardite visioni sistematiche).

Ed ecco Eraclito, conosciuto fin dall’antichità con l’epiteto di ò skoteinòs, cioè il tenebroso, per il suo esprimersi in brevi sentenze, quella forma in aforismi tanto congeniale a Nietzsche. Nella natura senza principio né fine vige la legge dell’eterno divenire, il mutare incessante di tutte le cose, ‘dio è giorno e notte, inverno ed estate, guerra e pace, sazietà e fame’. Quel suo ‘tutto scorre’ che lo ha reso famoso così come l’altro suo detto ‘la guerra è madre di tutte le cose, di tutte le cose regina; essa rivela gli uni dei, gli altri uomini, gli uni fa liberi, gli altri schiavi’. Come raffigurare, dunque, questa mutevolezza? Con la sostanza, la meno consistente, cioè il fuoco – esso si muta in aria e con la pioggia in acqua e sulla terra per divenire nuovamente fuoco. Il fuoco che arde sotto gli altari degli dei…

Acqua ed aria e fuoco…e della terra ove l’uomo misura il passo e l’aratro? Nel Timeo Platone torna più volte su questi tre elementi, ricordando come essi si modifichino l’uno nell’altro, abbiano fra loro stretto rapporto, siano di quell’essere originario somiglianza e radice comune (ciò è riscontrabile nel linguaggio, tutti e tre essendo di genere ‘neutro’). Diversamente, e a sè stante, si pone la terra quasi fosse reietta indegna ad elevarsi a sostanza primigenia, subendo dagli altri ostracismo e solo, passivamente, subendo su di sé l’altrui violenza (che, in greco, è al femminile come in molte delle lingue indo-europee). La terra s’identifica con la materia, informe magma, ‘massa visibile, che era in continua agitazione e che si muoveva senza misura e senza ordine’, a cui il Demiurgo, il sommo artista, dà equilibrio e l’avvicina al modello ideale secondo il mito, di cui Platone è insuperabile creatore.

E di materia è l’umano corpo, subendo dunque anch’esso la medesima condanna, lo stesso disprezzo (dalla Repubblica: ‘In ciascuno di noi, anche in quelli che sembrano più padroni di sé, vive un mondo di crudeli desideri e di passioni brutali e sfrenate’. Da cui si ricava come la modernità, Freud e dintorni, nulla di nuovo hanno estratto dal cilindro di prestigiatori, di mediocri illusionisti). Con Socrate, che si rallegra di morire in quanto si libera dalla prigione della carne in cui l’anima s’è trovata ristretta, si parte – e il cristianesimo vi contribuirà prepotentemente – la lunga inimicizia tra lo spirito (sovente identificato con la ragione) e il corpo, luogo dell’umano limite ed errore.

(Solo Empedocle, agrigentino, mago e taumaturgo, convinto sostenitore della metempsicosi – ‘perché fui un tempo fanciullo e fanciulla, arbusto ed uccello e muto pesce che salta fuori dal mare’ - l’accomuna agli altri tre nel darsi a ulteriori forme e disgregarsi. E Amore e Discordia regolano e impongono lo star insieme o, al contrario, il loro disperdersi. Di lui, però, resta solo un calzare al bordo della bocca dell’Etna… precipitatovi dentro, secondo i suoi detrattori, o portato in cielo dagli dei per i suoi discepoli, e ciò non lo sapremo mai. Certo rimane che neppure il materialismo dei secoli successivi seppe o volle nobilitare la terra fino a quando il padre di Zarathustra intimò ai fratelli di restare ad essa fedeli, rinunciando ad ogni pretesa e inganno metafisico…).

C’è da chiedersi, allora, se la filosofia, consapevole o meno, si sia posta a servizio del mito primordiale, svolgendo il ruolo di severo giudice e boia, ed abbia inteso così vendicare il cielo, Urano, privato dei genitali, da Gaia (questo il nome della dea che, poi, andò mutandosi in Gea). Se il nostro affabulare è arditamente possibile, beh, allora è vero come il filosofare non è altrimenti che un laico depotenziamento del sapere sacro…