sabato 4 gennaio 2014

Monte dei Paschi di Siena: una storia italiana

di Gabriele Taddei

Siena, 31 dic – Il clima curvaiolo che ha caratterizzato le ultime settimane, non ha di sicuro recato beneficio alla situazione della vicenda Mps: le casacche sono rimaste saldamente indosso alle fazioni in un campo in cui né la Fondazione né tanto meno la banca hanno ricevuto benefici da questo.

Dopo il flop della prima assemblea, con gli investitori istituzionali ed i fondi internazionali al boicottaggio del quorum necessario, in seconda convocazione si è assistito al rigetto della linea del presidente della banca Alessandro Profumo, sostenitore dell’aumento di capitale da 3 miliardi a gennaio, ed all’approvazione di quella della presidente della Fondazione Antonella Mansi, che porterà ad attendere almeno sei mesi prima del via all’operazione. In questo clima di scontro, la politica ha abdicato dal suo ruolo di responsabilità, facendo rimbombare le dichiarazioni mancanti di qualsiasi senso logico del neo-sindaco renziano Bruno Valentini nel silenzio di istituzioni nazionali ed alte sfere del partito. Un po’ poco, considerato che la Fondazione, socio di maggioranza del Monte con il 33,4%, è a sua volta controllata per la quasi totalità da Comune, Provincia di Siena e Regione Toscana.

Stante la non collaborazione tra Fondazione e banca in difesa degli interessi di entrambe e quindi del territorio e dei lavoratori, quali sono le prospettive? Il programma di Profumo, in caso di aumento di capitale a gennaio, non era altri che quello (programmato?) di svendere Mps all’estero, considerati i contatti con un consorzio di garanzia costituito da circa dieci soggetti bancari stranieri. Dall’altra la linea Mansi, sposata da gran parte dei senesi. La Fondazione infatti, che –nell’impossibilità di partecipare all’aumento di capitale, per lei pari a circa un miliardo di euro, si sarebbe vista sfumare tra le mani circa l’80% del proprio patrimonio– ha chiesto ed ottenuto tempo per tentare di salvarsi, avrà la possibilità di utilizzare i prossimi mesi per cedere una parte consistente della quota di partecipazione nella Banca ancora in suo possesso. Nella migliore delle ipotesi, dopo questa operazione, la Fondazione potrà risanarsi ripianando i propri debiti (pari a circa 340 milioni di euro), mantenere circa il 5% della partecipazione in Banca e mettere in cascina fieno pari ad un massimo plausibile di 350 milioni. Cifra che permetterebbe all’istituzione di continuare la sua opera sul territorio, certo da modificare verso una politica industriale seria e mirata, piuttosto che al proseguimento di un assistenzialismo.

Il fatto però che nei prossimi mesi anche le altre banche italiane, più redditizie, siano obbligate dall’Unione Europea alla ricapitalizzazione, non fa ben sperare in uno svenamento del mercato nei confronti di Mps. Ed è a questo punto che potrebbero scendere in campo l’Acri e le Fondazioni bancarie italiane, cui la Mansi avrebbe richiesto l’ingresso nel capitale, facendo entrare Mps nel gioco delle partecipazioni incrociate tra fondazioni del sistema bancario italiano. E sarebbe questa l’opzione preferibile, per mantenere l’italianità della banca più antica e longeva del mondo: l’ingresso nel “consorzio” delle fondazioni e l’apertura di quella finestra alla quale si trova affacciata Cassa depositi e prestiti, tramite la quale lo Stato potrebbe entrare nel capitale della banca per mezzo della conversione dei Tremonti bond in azioni della stessa. Una soluzione multipolare che, vedendo un ingresso statale non eccessivamente “pesante”, possa mantenere all’ombra della Torre del Mangia una fetta importante di occupazione e lavoro.

Nel frattempo a Siena, tra schieramenti e casacche in un clima da basso Impero, la sensazione più diffusa è quella di chi ritiene che per il morto si possa ormai solo scegliere tra Laterino e Misericordia. I due cimiteri cittadini.