mercoledì 18 dicembre 2013

Come un impavido spettinato al vento della primavera



di Lorenzo Vitelli (L'Intellettuale Dissidente)


Eccoci giungere al primo giro di boa, mentre la superficie apparentemente calma del mare a stenti cela l’agitazione dei flutti sottostanti. Nascoste, si dimenano creature dimenticate, timidamente feroci, spudoratamente discrete. Mi sembra di cogliere negli spavaldi riflessi dell’acqua la sfida generazionale che pretende, come l’innamorata in attesa del suo bacio, il nostro coraggio.
Come un impavido spettinato al vento della primavera.
La chiameranno “rivoluzione” e noi ne parleremo sottovoce, ma i nostri sguardi si poseranno su di lei e sulle sue sinuose forme. Sarà come far l’amore.
Sarà musica che oltrepassa la banalità e si batte con il mediocre, vincendolo.
Eppure siamo colpevoli di un inganno primordiale, tale da costringerci a confondere lo Stato con il Popolo e, ancor peggio, con il Bene comune, quando altro non è che una controparte contrattuale dotata di maggiore effettività (peraltro intermittente e parziale).
Un contraente, dunque, che non onora i propri obblighi ma che pretende la puntualità delle nostre prestazioni, che si rifiuta di liquidare i creditori ma che perseguita i rispettivi debitori, che resta inerte quando un’anziana donna perde il diritto di abitare la propria casa poiché occupata dall’ultimo dei prepotenti. Così, saremo noi i primi tra i combattenti.
Ogni logica sembra ricadere nel perfido circo storiografico in cui legge e giustizia coincidono, per cui ciò che è norma rappresenta ciò che è giusto. Nulla di più falso. 
Non dimentichiamoci che versiamo tasse e contributi non per entrare nell’Eden dei Giusti, ma per ricevere altrettanto in termini di servizi pubblici, cedendo a voi il dannato compito di giudicare quantità e qualità dei servizi. 
Ed ecco che, non a caso, la nostra sarà la battaglia della qualità sulla quantità. 
Dobbiamo sognare grandiose conquiste, poiché anche nei sogni stiamo cedendo il passo alla banalità, alla paura, al nemico, mentre il giudice si innalza a censore di moralità, rubando indegnamente il posto ai sacerdoti, mentre il politico assomiglia sempre più ad un minuto Faust, privo, tuttavia, di quella grandezza che Goethe ha saputo disegnare nei suoi lineamenti. Dobbiamo tornare a sognare da innamorati, magari sognando proprio lei, la bella Nasten’ka. Ma stavolta rubiamole il cuore. Stavolta scegliamo di essere “tra i fiori il ciliegio e tra gli uomini il guerriero”, perché questa sera ci ricorderà il vento della primavera.