mercoledì 18 giugno 2014

Gli antifà, dunque...



Di Mario M. Merlino

Sabato 14 giugno l’ass. Ronin (in giapponese ‘l’onda’, equivalente a quel samurai che è privo di signori a cui prestare la propria opera) di Pisa aveva programmato la sua prima iniziativa culturale nel comune di Castelfranco di Sotto richiedendo una sala per la presentazione del romanzo di Roberto Mancini e Mario Michele Merlino dal titolo La guerra è finita. Sarebbero arrivati giovani e meno giovani da diverse località della Toscana e, va da sè, gli autori da Roma. I’incontro programmato da tempo con locandina riproducente copertina del libro luogo e ora dell’evento. Due giorni prima il sindaco, novello e reiterato don Abbondio minacciato dai bravi di don Rodrigo (‘questo matrimonio non s’ha da fare!’… che palle a scuola quel Manzoni che, se letto fuori dai banchi registro riassunto e interrogazione orale, forse avrebbe trovato giusta accoglienza), con linguaggio tipico da burocratico pause sottintesi giri di parole sguardi al cielo sguardi in basso mai direttamente negli occhi di chi si ha di fronte ha revocato, dispiaciuto e offeso, l’autorizzazione… ma i comitati antifascisti, parodia ormai tra lo stanco e il ridicolo venir fuori come le lumache – corna comprese – ogni qualvolta che nel cielo burrascoso della ‘resistenza’ s’è addensata pioggia, hanno annunciato con volantino disinformato e sgrammaticato, un presidio in risposta all’oltraggio che si stava per perpetrare…

Sono, dunque, restato a casa evitando il treno il caldo copie del libro da vendere. E, a sera, fino a Maccarese, alla festa di Comunitaria dove, anno dopo anno, le varie realtà romane – e non solo – si ritrovano in tre giorni per ascoltarsi riconoscersi fare musica bere birra e scoprire come l’identità è più tenace di tante effimere diversità (quella ‘cultura e territorio’ di cui mi piace parlare da tempo e sovente). Poi, tornato a casa, a mezzanotte, a vedere la Nazionale battere quella inglese – lo so che questa Italia poco o nulla mi appartiene e che avrei preferito trasformare ‘la perfida Albione’ in una colonia per ‘i figli della lupa’ e non dover applaudire Balotelli mettere in rete il pallone –. Lo so, ma il filosofo Hegel riteneva che a nessuno è concesso sottrarsi al principio di gravità (leggasi tempo e circostanze), pur se ci rimane il diritto di preservare i sogni mantenere gli ideali e metterci in cammino per travalicare l’ultimo orizzonte (questo l’aggiungo io che ho sempre privilegiato il vagabondo – ‘il viandante di Nietzsche e la canzone dei Nomadi –).

Gli antifà, dunque… Vale la pena parlarne? Beh, a volte, mi duole che non si abbia più l’ardire, forse incauto e goliardico, forse elementare e sciocco, forse debole in analisi ed eccessivo nella sintesi, di sentire l’adrenalina che ti attraversa il corpo equilibrare il peso della spranga in mano umettarti le labbra lanciare il grido di battaglia e lanciarsi avanti, pochi poco conta e nulla conta quanti ne hai davanti… Impietosa l’anagrafe, evidente nel fisico, fuori dal presente probabilmente, altro il nemico reale… Eppure la mente e il cuore, folli e disperati, ti sussurrano antiche canzoni…

Gli antifà, dunque… Vale la pena parlarne? In fondo sono i nipoti dello scempio di piazzale Loreto, i figli del ‘sangue sparso’ degli anni ’70. In formato e modello ‘corte dei miracoli’, un campionario di ebeti sciancati ciechi monchi sdentati lerci e male odoranti di borghesi dalla puzza sotto il naso e la sigaretta d’erba cosce e natiche incrostate di sperma e di sangue mestruale. (Mi raccontava Alberto Franceschini che, quando decisero con Curcio e Mara Cagol di sequestrare un dirigente Cisnal della FIAT – la prima azione di lotta armata –, si rifecero a modalità e numero esatto di componenti del commando basandosi fedelmente su quanto narravano loro i ‘vecchi’ partigiani che frequentavano le sezioni del PCI e si facevano vanto a Reggio Emilia… Ieri mattina, in poltrona e con Frodo che mi leccava appassionatamente il collo, Giacinto Reale mi ricordava di aver assistito ad una ‘compagna’ che, toltasi le scarpe, picchiava in testa un camerata caduto a terra e già sanguinante, in quella maledetta mattina del 16 marzo ’68, università di Roma. Ed era solo l’inizio, una sorta di timido annuncio dell’orrore brutalità ferocia che gli anni successivi, per oltre un decennio, avrebbero caratterizzato lo scontro).

Gli antifà, dunque… Vale la pena parlarne? Sono al supermercato, in fila alla cassa. Mi si mettono dietro in tre – zecche o sbirri travestiti da zecche. Uno, quello che ha l’aspetto di chi dirige il gioco (o almeno ha la pretesa), mi indica agli altri. Per farli incazzare chiedo loro se sono ‘guardie’. Pago esco sta piovendo corro verso la fermata del tram. Mi vengono dietro e si fanno forti perché pensano che stia scappando. Mi fermo e torno indietro. Sia mai che dia loro l’idea che me la batta. Stronzi – e stronzo io che mi becco tutta l’acqua… Il demente di turno mi da del ‘nazista’ come se fosse un insulto. Il ‘capo’ lo trattiene e si illude di mettermi confusione in testa, distinguendomi, secondo lui da stragisti tipo Roberto Fiore o Stefano delle Chiaie. Inchiodati ad un patibolo di luoghi comuni suggestioni menzogne archeologie città sommerse dal deserto polvere dei secoli geroglifici…

Gli antifà, dunque… Eppure, il prossimo sabato, il pomeriggio del 21, sarò a parlare di quel primo marzo 1968, davanti alla facoltà di Architettura, a Valle Giulia. Immortalati in quel poster, divenuto icona della stagione della contestazione, realizzato dalla rivista Quindici con il titolo enfatico di La battaglia di Valle Giulia, dove siamo in prima fila con i nostri coetanei di sinistra, magari un po’ arretrati. Senza nascondimenti provocazioni o altro, convinti che quella rivolta generazionale potesse essere ‘soltanto l’inizio’ e che bisognasse accelerare i venti del cambiamento. Un sogno infranto, certo e nostro malgrado, ma i sogni, quel tipo di sogni, non si dissolvono con le luci del giorno non si rinnegano se, poi, qualcuno volle renderli incubo, non perdono d’intensità se… gli imbecilli, come i comitati antifascisti di Pisa e dintorni, vogliono tranciare il mondo in due e tenere distinti il rosso dal nero (distinzione che, nel cielo delle idee, è meritevole d’essere, ma non nella prassi necessariamente). Ignari, non potrebbe essere altrimenti, che insieme al bianco rappresentano qualcosa di ben più alto ed altro di ideologie movimenti uomini contro…