venerdì 24 agosto 2012

La Cina è vicina, ma la "crisi" non è di casa


tratto da Azione Tradizionale

Abili imprenditori? Forse, però sicuramente dietro la gigantesca espansione cinese (+ 26% nell’ultimo anno) c’è la sempiterna mano del riciclaggio di capitali mafiosi. Anzi, di capitali che per mole e disponibilità, assomigliano tanto ad un ben mascherato piano di penetrazione commerciale e sociale dello stato cinese in tutto il mondo. Quello che, infatti, l’Italia dell’emigrazione non è mai riuscita a sfruttare - cioè la “rete” dei suoi cittadini all’estero - la Cina riesce perfettamente ad utilizzare ai propri scopi.
L’imprenditoria cinese non teme la crisi, anzi. Le attività vantano nel Lazio, come in tutto il Paese, il segno più. E’ il dato che emerge dall’analisi effettuata dalla Cgia di Mestre che ha esaminato il trend dal 2008 al 2011.

Nella nostra regione l’associazione ha contato 5.459 attività guidate da cinesi, in pratica il 9,4 per cento del totale. E la crescita negli anni bui della crisi internazionale, è stata pari al 26,4 per cento. Un dato in linea con quello nazionale: 26 per cento. La flessione, ma sempre in positivo, si è avuta solo tra 2010 e 2011 quando le attività sono cresciute del 7,9 per cento.

In tutta Italia, spiega la Cgia, “al 31 dicembre del 2011 il numero delle aziende guidate da imprenditori cinesi ha superato le 58.200 unità. E nell’ultimo quadriennio le rimesse rientrate in patria hanno sfiorato gli 8 miliardi di euro”.

Il 70 per cento del totale delle imprese si concentra nei servizi, nel commercio e tra alberghi e ristoranti. La regione più popolata da imprenditori con gli occhi a mandorla è la Lombardia, con 11.922 attività. Seguono la Toscana, con 10.854 imprese, e il Veneto, con 6.939 aziende. Sono queste le tre regioni che si contendono la maggioranza assoluta (il 51 per cento) delle imprese cinesi.

“In passato - commenta nella nota Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia di Mestre - i settori maggiormente caratterizzati dalla presenza di attività guidate da cinesi riguardavano la ristorazione, la pelletteria e la produzione di cravatte. Successivamente le loro iniziative imprenditoriali si sono estese anche all’abbigliamento, ai giocattoli, all’oggettistica e alla conduzione di pubblici esercizi”.

Nonostante questi aspetti positivi non mancano però i problemi. “Innanzitutto - prosegue Bortolussi - è una comunità poco integrata con la nostra società, perché la quasi totalità di questi lavoratori non parla la nostra lingua. Inoltre, buona parte di queste attività, soprattutto nel manifatturiero, si sono affermate eludendo gli obblighi fiscali e contributivi, aggirando le norme in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro e non rispettando i più elementari diritti dei lavoratori occupati in queste aziende che quasi sempre provengono anch’essi dalla Cina. Questa forma di dumping economico ha messo fuori mercato intere filiere produttive e commerciali di casa nostra. Tuttavia è giusto sottolineare - conclude Bortolussi - che anche gli imprenditori italiani non sono immuni da responsabilità. In molte circostanze, coloro che ancora adesso forniscono il lavoro a questi laboratori produttivi cinesi sono committenti italiani che fanno realizzare parti delle lavorazioni con costi molto contenuti. Se queste imprese committenti si rivolgessero a dei subfornitori italiani, questa forte riduzione dei costi non sarebbe possibile”.

“Infine, fatto 100 il totale degli imprenditori cinesi presenti in Italia, il 38,7 % delle imprese si concentra nel commercio (con 22.524 piccoli imprenditori ) e il 29,4 % nel manifatturiero (17.104 unità aziendali). Tra questi ultimi, il 94,3% (pari a 16.122 imprese) sono attività del tessile, dell’abbigliamento, delle calzature e della pelletteria. Significativa - conclude l’associazione - la presenza anche nel settore alberghiero e della ristorazione: le attività condotte da titolari cinesi hanno raggiunto le 11.183 unità”.