Big Brother Is Watching You
di Lorenzo Vitelli (L'intellettuale dissidente)
La propaganda è, banalmente, l’arte di persuadere attraverso mezzi di comunicazione vocali o visivi in grado di trasmettere efficacemente idee ed informazioni di stampo politico. L’obiettivo di questa disciplina, dunque, è la persuasione, e il suo strumento principale è la retorica, quella forma di discorso – costellato di simboli, concetti, metafore e allegorie – che già Platone, più di duemila anni fa, nel suo Gorgia, criticava:
“La retorica, dunque, a quanto pare, è artefice di quella persuasione che induce a credere ma che non insegna nulla intorno al giusto e all’ingiusto”. (Platone, Il Gorgia)
La propaganda appunto, che nasce sotto forma di arte – e, forse, proprio l’arte nasce come propaganda – non insegna niente a nessuno. Il suo fine non è quello di ragionare o di educare, ma è di far credere. Nei suoi dialoghi il Socrate di Platone distingue molto bene il credere dal sapere, poiché il primo, a differenza del secondo, è un atto emotivo. Il sapere, inversamente, è un atto del pensiero logico e razionale, ed è proprio per questo che, per imporsi in maniera più travolgente la propaganda si smarca dalla “ratio” e dal confronto dialettico, per convertire la sua forza verso le nostre passioni. Paura, odio, rabbia, orgoglio, solidarietà, fratellanza: questi i principali istinti che la propaganda vuole scaturire.

Già migliaia di anni fa, nel Paleolitico, sono stati trovati i primi “slogan” che possiamo dire propri della propaganda: maschere dall’espressione torva o corpi dalla gestualità minacciosa. Questa prima embrionale forma di persuasione, intenta a trasmettere paura al nemico, già contiene in “potenza” tutto ciò che diventerà in seguito.


“WAR IS PEACE, SLAVERY IS FREEDOM, IGNORANCE IS STRENGHT!” (Orwell, 1984)
A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, dopo diversi travagli, l’opinione comune crede fermamente di essere uscita dall’idea di regime propaganda, ma, oggi, questa situazione può dirsi vicina quanto lo era ai tempi dei totalitarismi del primo cinquantennio del Novecento o dei due “blocchi” – quello occidentale e quello comunista – della Guerra Fredda. Se in passato era palese e vistosa, oggi è sottile e complessa, gioca su sentimenti consci e inconsci, studia la psicologia, le nostre reazione comportamentali, esamina l’opinione pubblica e il mercato, ci rinchiude in schemi concettuali dai quali, finalmente, riesce difficile uscirne. La propaganda è fautrice e strumento del cosiddetto “pensiero unico”, quella mentalità che dal 45′ in poi, tra politicamente corretto e scorretto, vero e falso, democratico e anti-democratico, giudica il giusto e lo sbagliato, associa modelli politici e concetti filosofici, sistemi economici e modi di vita, plasma l’Occidente verso il livellamento intellettuale e sociale, verso la standardizzazione del pensiero e dell’essere, concepito nel solo ambito dell’apparire e, quindi, del consumare.
Nient’altro rimane da fare che seguire i consigli ancora di chi, più di duemila anni fa, ci diceva di non credere ma di sapere, di ragionare, non di abbandonarsi alle passioni facili, di soffrire la verità, se necessario, piuttosto che accontentarsi di una bugia, poiché è la verità che rende l’uomo tale, e, se questa non diviene nuovamente motore essenziale della nostra vita e della storia, se non crediamo che sia essa la vera fonte di libertà, allora il futuro – e già il presente lo sta facendo – ci darà la condizione di vita che meritiamo.